L’equazione di E.T.

Di alieni s’è parlato tanto, in questo 2011. Mondi alieni, come i 158 pianeti extrasolari confermati nel corso dell’anno, alcuni dei quali potenzialmente abitabili. Vite aliene, a partire dai discussi batteri all’arsenico che suscitarono numerose controversie sul finire del 2010, fino all’incessante susseguirsi d’ipotesi circa la presenza d’acqua liquida su Marte, o di ritrovamenti di molecole organiche complesse qua e là nel Sistema Solare. E, naturalmente, civiltà aliene: dal cinema (una volta tanto, anche quello italiano) alle interrogazioni alla Casa Bianca, il sogno di scoprire di non esser soli nell’Universo non vogliamo abbandonarlo. Come testimonia la ripresa del programma SETI, messo momentaneamente in forse nella primavera scorsa per motivi economici, e rifinanziato dopo pochi mesi grazie ai numerosi contributi subito giunti in risposta all’appello per mantenerlo attivo, fra i quali quello di Jodie Foster, indimenticabile protagonista di Contact. E se n’è parlato anche fra scienziati, soprattutto l’estate scorsa, quando l’uscita d’un articolo smorza-entusiasmi degli astrofisici David Spiegel ed Edwin Turner e, in Italia, del libro altrettanto scettico del fisico Elio Sindoni hanno riattizzato il dibattito. Ma quanto è probabile che una forma di vita aliena, possibilmente abbastanza intelligente da poterci prima o poi scambiare quattro chiacchiere, esista là fuori nella nostra galassia? È da almeno mezzo secolo che ce lo domandiamo: da quando l’astronomo Frank Drake, già all’epoca impegnato, presso il National Radio Astronomy Observatory di Green Bank, a dar la caccia a segnali radio da civiltà extraterrestri, formulò la sua famosa equazione. Il numero N di civiltà aliene, diceva Drake, si può ottenere dal prodotto di sette fattori:

N = R* · fp · ne · fl · fi · fc · L

Dunque, tutto risolto? Mica tanto. Il problema è assegnare un numero sensato a ognuno di quei sette fattori: allo stato attuale delle conoscenze, una mission impossibile. Un po’ per scherzo un po’ per curiosità, abbiamo però deciso di provarci comunque. Così, nei mesi scorsi ci siamo rivolti a sette esperti provenienti da vari ambiti, non solo dell’astrofisica, chiedendo a ciascuno di farsi carico di uno dei fattori. Chi sbilanciandosi di più, chi di meno, sono stati tutti generosamente al gioco. Ecco dunque, fattore per fattore, le loro risposte a Media INAF.

Fattore R*: Qual è il tasso medio annuo con cui si formano nuove stelle nella Via Lattea? Lo abbiamo chiesto a Claudio Codella, ricercatore all’INAF Osservatorio Astrofisico di Arcetri Le stelle come il Sole si formano in nubi di gas e polveri ad alta densità. L’alta densità delle nubi rende impossibile l’osservazione a lunghezze d’onda ottiche di un sistema protostellare. Le polveri assorbono i fotoni provenienti dalla protostella e riemettono l’energia a lunghezze d’onda infrarosse, che quindi è la finestra spettrale a cui, una volta avuto tecnologicamente accesso, ci si è rivolti per uno studio accurato del processo di formazione stellare. Contemporaneamente al processo di accrescimento, la protostella crea un vento che viene incanalato dove trova minor resistenza, e cioè presso i due poli. Si creano quindi jets ad altissima velocità che perturbano il materiale circostante, creando regioni ad altissima densità e temperatura, dove si attivano processi fisico-chimici (per esempio l’effetto maser) che permettono la localizzazione della protostella. Per le stelle più massicce del Sole il discorso è molto più complesso, ma si puo’ assumere uno scenario simile a quanto descritto. È quindi molto complicato assegnare un numero a R*. Si stima che ogni anno una quantità di gas pari a circa 1-5 masse solari sia convertita in stelle. Se assumiamo che la massa delle nuove stelle sia una massa solare, allora si hanno 1-5 stelle all’anno. Se le stelle formatesi hanno masse minore o maggiore di quella del Sole, conseguentemente R* è più grande o più piccolo. Concludendo, possiamo stimare R* come un numero tra 1 e 10.

Fattore fp: Quante di queste stelle hanno uno o più pianeti? Lo abbiamo chiesto a Silvano Desidera, ricercatore all’INAF Osservatorio Astronomico di Padova La scoperta di oltre 500 pianeti extrasolari a partire dal 1992 ci consente di quantificare la frazione di stelle con pianeti che orbitano attorno ad esse. Inizialmente è stato possibile rivelare soprattutto pianeti giganti, come Giove. La frequenza di pianeti giganti entro 3 unità astronomiche attorno alle stelle di tipo solare risulta essere dell’ordine del 10%. Inoltre, la frequenza risulta funzione della composizione chimica e della massa della stella centrale e dell’eventuale presenza di compagni stellari. Recenti sviluppi della strumentazione sia da terra che dallo spazio (come lo spettrografo HARPS all’ESO e i satelliti CoRot e Kepler) ci consentono la rivelazione di pianeti poco più grandi della Terra, molto probabilmente di natura rocciosa. Le prime stime suggeriscono una frequenza di questo tipo pianeti, con periodi orbitali inferiori a 50-100 giorni, dell’ordine del 15-30%. I modelli di formazione planetari più in voga prevedono la presenza di un gran numero di pianeti di dimensioni simili alla Terra e più piccoli, finora sfuggiti alla nostra rivelazione. Considerando l’effettiva distribuzione delle proprietà stellari nella Galassia (le stelle di piccola massa sono le più numerose e i sistemi stellari multipli sono molto frequenti) e la scarsità di dati osservativi per i pianeti a grande separazione dalla stella, si può azzardare una frazione di stelle con pianeti tra il 20% e l’80%, con un valore più probabile intorno al 50%.

Fattore ne: Per ogni stella che abbia un sistema planetario, qual è il numero medio di pianeti (o satelliti) che presentano condizioni potenzialmente compatibili con la vita? Lo abbiamo chiesto a Giusi Micela, ricercatrice e neo-direttore dell’INAF Osservatorio astronomico di Palermo Il numero medio dei pianeti abitabili attorno a stelle con pianeti è piuttosto difficile da determinare, principalmente perché la definizione di pianeta abitabile non è ancora abbastanza precisa. Nel nostro sistema solare, per esempio, è possibile che Marte sia stato “abitabile”. Anche Europa, uno dei satelliti di Giove, nonostante si trovi molto lontano dalla fascia di abitabilità del Sole, è considerato un possibile sito per la formazione di forme di vita. Qual è quindi il numero di pianeti abitabili nel nostro sistema solare? Oltre alla Terra dobbiamo contare anche Marte e Europa, o altro? Se non sappiamo rispondere a questa domanda sul nostro sistema, come possiamo stimare con accuratezza il numero medio attorno alle altre stelle che possono avere sistemi planetari molto differenti dal nostro? Le stime attuali sono comprese da qualche frazione ad alcune unità. Per semplificare diciamo fra 0,5 e 5 pianeti abitabili per ogni stella con un sistema planetario, ma questo intervallo, ancora così ampio, dipende da molte grandezze poco conosciute. Un notevole passo avanti nella determinazione di questo parametro si otterrà con la rivelazione e la determinazione delle proprietà dei pianeti fino alla zona abitabile attorno a un grande campione di stelle, tale da poter essere considerato statisticamente significativo dell’intera popolazione stellare.

Fattore fl: Fra i pianeti potenzialmente in grado di ospitare forme di vita, in quanti la vita effettivamente si sviluppa? Lo abbiamo chiesto ad Amedeo Balbi, divulgatore, scrittore, blogger e ricercatore all’Università di Roma Tor Vergata Purtroppo finora conosciamo un solo pianeta dove esiste la vita: il nostro. E quindi non abbiamo un campione statistico che ci permetta di trarre conclusioni generali sulla probabilità che la vita abbia origine. Inoltre, il tentativo di stimare questa probabilità è viziato dal fatto che noi dobbiamo necessariamente trovarci in un pianeta abitato, indipendentemente dal fatto che l’emergere della vita sia probabile o meno. Insomma, è un po’ come chiedersi se sia facile o no vincere la lotteria sapendo soltanto che il nostro biglietto è stato estratto. Comunque, dallo studio dei fossili abbiamo capito che, sulla Terra, la vita è apparsa molto rapidamente. Perciò potremmo essere tentati di ritenere che il processo che ha portato alla formazione dei primi organismi viventi sia molto probabile, date le giuste condizioni. C’è chi ha addirittura ipotizzato che la probabilità sia il 100%. Altri, però, hanno dimostrato che la stessa osservazione è compatibile anche con una probabilità molto più bassa. Volendo azzardare una stima non particolarmente ottimistica o pessimistica, potremmo ipotizzare che su circa un pianeta ogni dieci, tra quelli potenzialmente abitabili, la vita possa effettivamente svilupparsi.

Fattore fi: In quanti dei pianeti con la vita potrebbero essersi evolute forme intelligenti? Lo abbiamo chiesto a Stelio Montebugnoli, dirigente dell’INAF IRA di Bologna presso la stazione radioastronomica di Medicina e da anni attivo nel programma SETI La vita può anche svilupparsi, con molte varianti, su diversi pianeti della galassia. Però l’evoluzione in una forma intelligente è certamente più rara e complicata. L’unico caso che noi conosciamo è il nostro, dove la vita “intelligente” compare a 4.5 miliardi di anni dalla formazione della Terra: tempo comparabile con la vita della sole. L’evoluzione in vita intelligente, per noi, ha portato via la quasi totalità del tempo di esistenza del pianeta, per cui questa evoluzione potrebbe essere molto rara. Il valore di questo fattore deve essere ragionevolmente molto piccolo.

Fattore fc: Quante, fra le eventuali civiltà intelligenti presenti in altri pianeti, potrebbero essere in grado di sviluppare tecnologie tali da poter tentare di comunicare, di lasciare un segno della loro presenza, nel cosmo? Lo abbiamo chiesto a Giorgio Vallortigara, divulgatore, scrittore, esperto in psicologia comparata e professore di neuroscienze al Centro Mente Cervello dell’Università di Trento. Debbo rispondere prima sul fattore fi (la frazione dei pianeti su cui si sono evoluti esseri intelligenti), per motivare la mia risposta sul fattore fc (la frazione di civiltà extraterrestri in grado di comunicare). Mi spiego. Considerate le difficoltà che abbiamo incontrato a riconoscere l’intelligenza in creature molto diverse da noi qui sulla Terra (per esempio, gli insetti), non sarei così ottimista sulla possibilità di riconoscerla in creature aliene. Circa il fatto, poi, che queste creature aliene siano in grado di comunicare, cosa che non saprei stimare, non scommetterei comunque sul fatto che noi saremmo così pronti a decifrarne l’eventuale linguaggio: da poco abbiamo appreso a comprendere il sistema comunicativo delle api, e poco comprendiamo di molti altri sistemi comunicativi animali… Che queste eventuali intelligenze extra-terrestri possano non essere afflitte dalle nostre stesse limitazioni è cosa che non possiamo discutere, trattandosi appunto delle nostre limitazioni.

Fattore L: Quale potrebbe essere la durata media di una civiltà extraterrestre potenzialmente in grado di comunicare con altre civiltà presenti nel cosmo? Lo abbiamo chiesto a Roberto Vacca, scrittore, divulgatore, ingegnere esperto di sistemi complessi e futurologo. Abbiamo esperienza di una sola civiltà che potrebbe comunicare con altre presenti nel cosmo. Dunque è insensato fare illazioni sulla durata media delle civiltà capaci di comunicare – forse non ce ne sono altre. L’equazione di Drake comprende 3 fattori variabili fra 0 e 100% : il che vuol dire che non possiamo fare nessun calcolo di probabilità. A intuito dico che è ragionevole pensare all’esistenza di altre forme di vita intelligente, ma sono troppo lontane. Enrico Fermi disse: “Ci saranno, ma se potessero arrivare fino a noi lo avrebbero già fatto.” Nei mari abbiamo i delfini: intelligenti, comunicatori e con un cervello cinque volte più grosso del nostro – ma non comunichiamo quasi per niente.
di Marco Malaspina (INAF)

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Arriva il 2012 fra pianeti, meteore e stelle

Con i pianeti osservabili a occhio nudo tutti presenti in cielo, la Luna che certe sere ci indicherà dove guardare e le stelle cadenti dello sciame delle Quadrantidi, a gennaio le occasioni per osservare il cielo non mancheranno. La sera del 3, osservando la Luna, la si vedrà in congiunzione con Giove mentre sia il 4 che il 5 si troverà nella vicinanze del suggestivo ammasso delle Pleiadi. Nelle stesse notti, potrà anche capitare di vedere, a nord, qualche stella cadente: si tratta delle Quadrantidi (questo nome deriva dal fatto che un tempo la costellazione usata come riferimento era quella del Quadrante, poi eliminata dalle mappe moderne: oggi la porzione di cielo interessata è quella di Boote) la cui massima intensità è prevista per il 4 gennaio. Tornando alla Luna: la sua falce, visibile a ovest la sera del 26, farà compagnia al luminosissimo Venere. Le condizioni di osservabilità di questo pianeta sono infatti ottimali: sarà ben visibile nel cielo occidentale già dalle prime ore della sera. Marte sarà ben visibile, alto in cielo in direzione sud, nelle ore centrali della notte. Nella stessa direzione, ma subito dopo il tramonto, si potrà osservare anche Giove. Saturno invece sarà osservabile nella seconda metà della notte, a est: culminerà in direzione sud prima dell’alba, momento in cui potremo vedere anche Mercurio. Il piccolo pianeta potrà essere individuato sopra l’orizzonte orientale, prima che la luce del Sole lo renda inosservabile. Fra le costellazioni è facile, in queste sere, individuare quella dell’Auriga: proprio sopra le nostre teste, le sue stelle formano una sorta di pentagono. A questa costellazione appartengono ben 3 ammassi stellari aperti: M37, M36 e M38. M37, è il più luminoso dei tre e, in condizioni di osservabilità molto buone, lo si può distinguere anche a occhio nudo.
di Elena Lazzaretto e per saperne di più, guarda il video sul sito INAF
 

Tre gioielli: NGC 185, NGC 147 e NGC 457

Con la sua classica forma a W Cassiopea si trova in dicembre ben alta sopra l’orizzonte di nord ovest. Nel suo articolo pubblicato su Coelum 154/2011, Salvatore Albano ci invita all’osservazione di due grandi galassie ellittiche NGC 185 e NGC 147 che si trovano poco più di un grado ad ovest di omicron Cassiopeiae. Si tratta di due galassie satelliti di M 31 (la galassia di Andromeda). NGC 185 più compatta e luminosa anche se più piccola fu trovata da W. Herschel nel 1787 che mancò di registrare della grande ma eterea NGC 147 poi scoperta dal figlio John nel 1829. Se ci spostiamo più a nord ecco apparire l’ammasso aperto NGC 457, scoperto da W. Herschel nel 1787. Si tratta di uno degli ammassi aperti più belli di tutto il cielo. Per averlo immediatamente nel campo basterà puntare la stella fi Cassiopeiae: il centro dell’ammasso si trova solo a 6’ a nord ovest della stella da cui risulta letteralmente abbagliato. NGC 457 composto da circa 150 componenti stellari accertate dista circa 8000 anni luce. Si tratta di un oggetto dall’aspetto molto caratteristico contrassegnato dalla presenza di due stelle molto più luminose delle altre (fi Cassiopeiae e la SAO 22187) ambedue però non appartenenti all’ammasso da cui si dipartono delle concatenazioni di astri che nell’insieme disegnano la figura di uno sciatore con gli occhialoni e questo gli ha fatto guadagnare il nick di Skiing Cluster o del popolare extraterrestre E.T.
Tratto da: Cassiopeia la bellezza dell’occhio e quella della mente di Salvatore Albano (Coelum 154/2011 pagina 52)

L’eco di Eta Carinae

Durante la metà dell’Ottocento, la stella ben nota Eta Carinae sperimentò una enorme eruzione divenendo per un po’ di tempo la seconda stella più luminosa del cielo. Sebbene gli astronomi del tempo non possedessero tecnologie per studiare una delle più grandi eruzioni stellari della storia in modo approfondito, recentemente gli astronomi dello Space Telescope Science Institute hanno scoperto che l’eco di luce ci sta raggiungendo proprio in questi tempi. Questa scoperta consente agli astronomi di utilizzare la strumentazione moderna per studiare Eta Carinae così come appariva tra il 1838 ed il 1858, quando si verificò la Grande Eruzione. L’eco di luce è diventato famoso recentemente attraverso l’esempio di V838 Monocerotis. Mentre quest’ultima appariva come un guscio di gas in espansione, ciò che attualmente possiamo studiare è la luce che viene riflessa proprio dal gas del guscio. La grande distanza che la luce deve percorrere prima di colpire il guscio, e prima di essere riflessa anche verso la Terra, significa che la luce arriva più tardi. Nel caso di Eta Carinae, circa 170 anni più tardi! La luce riflessa mostra proprietà modificate dal moto del materiale che la riflette. In particolare, la luce mostra un evidente blueshift, il che ci dice che il materiale sta viaggiando a circa 210 km/s. Questa osservazione combacia con il modello teorico delle eruzioni stellari simili a quelle di Eta Carinae. Comunque, l’eco di luce evidenzia anche alcune discrepanze tra predizioni dei modelli e osservazione diretta. Tipicamente, le eruzioni di questo tipo vengono classificate come “supernova impostor” da quando hanno creato un grande cambiamento di luminosità dell’oggetto. Sebbene questi eventi possano rilasciare il 10% dell’energia totale di una tipica supernova, o anche di più, la stella fondamentalmente resta intatta. Il modello principale per spiegare queste eruzioni mostra come un incremento nell’energia in uscita comporti una espulsione degli strati più esterni della stella sottoforma di un vento opaco. Questo guscio di materiale è così spesso che produce un aumento molto evidente nella superficie della stella e quindi della sua brillantezza.
I modelli predicono che la temperatura della stella prima dell’eruzione debba essere di almeno 7.000 Kelvin. Analizzando la luce riflessa la temperatura di Eta Carinae risulta invece di circa 5.000 Kelvin, il che porta a pensare ad un errore nel modello principalmente utilizzato. Tuttavia le ultime osservazioni sono atipiche rispetto alle precedenti, soprattutto se si pensa che gli astronomi dell’epoca notarono visualmente le righe di emissione tipiche di stelle più calde. nel 1890, Eta Carinae ha avuto una piccola eruzione e lo spettro portò ad una stima della temperatura di circa 6.000 Kelvin. Come la temperatura possa cambiare così rapidamente è ancora un rebus, e forse gioca a favore del modello che invece prima era stato messo in discussione, il modello del vento opaco.
Fonte: Universe Today (Skylive)

Capodanno sulla Luna !

I media l’hanno già battezzato “capodanno sulla Luna”, ma non si tratta dell’ennesimo cinepanettone. A trascorrere la notte di San Silvestro lassù, nei dintorni del nostro satellite, sarà la coppia di sonde NASA GRAIL, acronimo di Gravity Recovery And Interior Laboratory. Lanciate il 10 settembre scorso da Cape Canaveral, la sonda “A” e la sonda “B” hanno viaggiato gomito a gomito per oltre quattro milioni di chilometri, eppure giungeranno a destinazione l’una nel 2011, l’altra nel 2012. In realtà, verranno inserite in orbita lunare a poche ore di distanza, solo che di mezzo cade proprio la notte di San Silvestro. «Per questa volta, mi sa che il nostro team non potrà prendere parte ai festeggiamenti tradizionali di Capodanno», ha dichiarato il project manager di GRAAL David Lehman, del Jet Propulsion Laboratory della NASA, «ma sono certo che assistere in diretta all’inserimento in orbita delle nostre due astronavi ci darà tutta l’eccitazione e l’euforia necessarie a chi fa il nostro lavoro». Il programma è presto detto. Alle 13:21 del 31 dicembre, ora di Pasadena (California), GRAIL-A, rallentando fino a 688 km/h, inizierà a percorrere la sua prima orbita attorno alla Luna. Il tempo di stappare qualche bottiglia di champagne, ed ecco che arriverà il turno della sonda gemella, GRAIL-B, il cui ingresso in orbita, alla velocità di 691 km/h, è previsto per le 14:05 del primo gennaio. Trascorsa qualche settimana d’assestamento e di progressivo avvicinamento alla superficie del satellite, nel marzo del 2012 avrà inizio la campagna scientifica vera e propria. Per quella data, le sonde si troveranno ad orbitare lungo un’orbita polare quasi perfettamente circolare, ad appena 55 chilometri dal suolo lunare. Scopo della missione è una ricostruzione accurata del campo gravitazionale del satellite. Saranno infatti sufficienti variazioni anche minime nella forza di gravità esercitata sulle due sonde – variazioni indotte, per esempio, da montagne o crateri, ma anche da masse nascoste al di sotto della superficie – per alterare la loro posizione reciproca. Spostamenti immediatamente rilevabili e misurabili grazie ai segnali radio che le due GRAIL si scambiano senza sosta, e tali da permettere ai ricercatori di ricostruire una mappa ad alta risoluzione dell’intero campo gravitazionale. «Questa missione», ha dichiarato entusiasta Maria Zuber del MIT, principal investigator di GRAAL, «riscriverà i libri di testo sull’evoluzione della luna».
di Marco Malaspina (INAF)

La grande tempesta su Saturno

Sul sito GruppoLocale.it è possibile vedere la sequenza di immagini dalla sonda Cassini della NASA che mostrano lo sviluppo della più grande tempesta osservata sul pianeta Saturno dal 1990. Queste immagini in colori originali e la composizione di immagini stessa mostra la cronaca della tempesta dal suo inizio, sul finire del 2010, fino a metà 2011 e in particolare come questo enorme temporale sia cresciuto rapidamente arrivando a grandi dimensioni, fino poi a ridursi nel corso del tempo. La prima immagine è stata ripresa il 5 dicembre 2010 (immagine in alto a sinistra). L’immagine successiva nel centro della prima fila di immagini di apertura dell’articolo è stata ripresa il 2 gennaio 2011 e mostra come la tempesta sia cresciuta molto rapidamente cominciando a spostarsi verso est. Le successive immagini sono state riprese il 25 febbraio 2011. La seconda sequenza di immagini (a partire da sinistra) risale al 22 aprile 2011, una delle ultime fotografie riprese dalla sonda Cassini durante la tempesta, quando ancora la testa del temporale era ben visibile mentre la coda si trovava a sud, ben formata. L’immagine al centro della seconda sequenza è stata ripresa il 18 maggio 2011 e mostra solo la coda della tempesta, che c’era ancora, ma ben oltre l’orizzonte visibile e fuori del campo visivo. Tra l’istante della foto del 18 maggio e quella successiva del 12 agosto, la testa della tempesta è stata inghiottita dalla coda della tempesta che si sta sviluppando verso est alla stessa latitudine della testa. Visibile in queste immagini anche alcune delle lune di Saturno e le ombre sul pianeta delle lune stesse. Per esempio, la seconda luna più grande del pianeta, Rhea, è visibile nelle immagini del 25 febbraio.
Sabrina (GruppoLocale.it)

Mercurio a dinamo spenta

Non attrae, non respinge. Come mai? Gli scienziati se lo domandano dal 1974, da quando la sonda Mariner 10 della NASA, passandogli accanto, rivelò per la prima volta l’inconsistenza del suo campo magnetico. Stiamo parlando di Mercurio, il pianeta più interno del Sistema Solare. Il suo bollente cuore di ferro, agendo come una dinamo, dovrebbe garantirgli forze magnetiche d’intensità invidiabile. Esattamente come accade all’interno della Terra, unico altro pianeta roccioso del Sistema Solare a possedere un campo magnetico. Eppure le misurazioni dicono che non è così. Le più recenti, effettuate nei mesi scorsi dai rivelatori a bordo della sonda NASA Messenger, mostrano un’intensità addirittura 30 volte inferiore a quella attesa. Responsabile di questo rovinoso calo del magnetismo, svelano ora i risultati di una serie di simulazioni numeriche messe a punto da un team di ricercatori guidato da Daniel Heyner dell’Institut für Geophysik und extraterrestrische Physik di Braunschweig (Germania), potrebbe essere il vento solare. Agendo un po’ come le cuffie audio “intelligenti” capaci di sopprimere il rumore ambientale, il vento solare – quel flusso incessante di particelle cariche emesse senza sosta dalla bollente superficie della nostra stella – è in grado di annullare il campo magnetico generato dal vorticare del metallo fuso nel nucleo esterno del pianeta. Come se l’interazione tra le forze della magnetosfera e quelle della dinamo interna del pianeta si eclissassero a vicenda.
Questo, almeno, dicono i modelli magnetoidrodinamici tridimensionali sviluppati dagli scienziati, i cui risultati sono stati pubblicati sull’ultimo numero di Science. Una conferma potrà arrivare dalle osservazioni della missione BepiColombo dell’Agenzia spaziale europea, il cui lancio verso Mercurio è in calendario per il 2014.
di Marco Malaspina (INAF)

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