Tuffo con sorpresa per la pulsar

L’hanno definita la coppia stravagante sia perché è fuori dal comune sia perché ci ha riservato qualche sorpresa. Si tratta di due stelle in orbita una attorno all’altra, distanti da noi 8.000 anni luce. La prima, nota come LS 2883, è una gigante blu, giovane, estremamente luminosa, con una massa 24 volte quella del Sole; l’altra, PSR B1259-63, è una pulsar, ovvero una stella di neutroni in rapida rotazione su se stessa: compie 21 giri in un secondo, è più piccola della Terra e possiede una massa due volte quella del Sole.
Una tale accoppiata non poteva che suscitare l’interesse degli astrofisici, soprattutto dopo aver scoperto che ogni tre anni e cinque mesi le due stelle raggiungono la minima distanza l’una dall’altra: circa 63 milioni di chilometri, meno della metà della distanza della Terra dal Sole. Un minimo toccato verso la fine dello scorso anno che ha messo in allerta i maggiori telescopi spaziali: da Fermi a Swift, da XMM-Newton a INTEGRAL, pronti a cogliere le conseguenze prodotte da quell’avvicinamento. Conseguenze previste dalla teoria, che hanno origine nel disco di gas che circonda la stella più grande. Durante il periodo di massimo avvicinamento la pulsar entra ed esce due volte da questo disco: ogni volta dà una botta di energia alle particelle del gas che subiscono così un’ improvvisa accelerazione, emettendo intese quantità di energia nelle varie lunghezze d’onda.
Proprio la rilevazione di queste emissioni era l’obiettivo dei principali telescopi spaziali alla fine del 2010 e a gennaio di quest’anno, quando la pulsar è passata rispettivamente la prima e la seconda volta nel disco di gas. A sorpresa, mentre le emissioni nella banda X e radio sono rimaste le stesse in entrambi i “tuffi”, quelle gamma sono invece risultate molto più intense nel secondo, come illustrato in un articolo che verrà pubblicato nel numero del 20 Luglio dell’ Astrophysical Journal Letters ma già disponibile on line.
Qual è l’origine di una differenza così marcata nei due casi? Cosa è cambiato tra il primo e il secondo passaggio? Gli astrofisici sono al lavoro per trovare la risposta, legata ai meccanismi dinamici e alla fisica delle alte energie, e ben gradirebbero un ulteriore set di osservazioni e dati. Anche per questo c’è chi già si sta pensando al migliore coordinamento possibile dei telescopi per maggio 2014, quando saranno passati i tre anni e cinque mesi che ci separano dal prossimo tuffo della piccola pulsar nel gas della sua compagna.
di Luca Nobili (INAF)

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Una fabbrica di stelle chiamata M 17

È frutto del binomio VST (VLT Survey Telescope) e dell’OMEGACAM l’immagine che la NASA ha scelto come foto astronomica del giorno (vedi sito INAF).
Il programma VST è una cooperazione tra l’INAF-Osservatorio Astronomico di Capodimonte a Napoli e l’ESO. L’INAF ha progettato e costruito il telescopio con la collaborazione delle principali industrie italiane del settore, mentre l’ESO è responsabile dell’edificio e dei lavori di ingegneria civile al sito. OmegaCAM, il sofisticatissimo “occhio” del VST da 770 kg di peso e composto da 32 rivelatori CCD che insieme costruiscono le immagini da 268 megapixel, è stato progettato e costruito da un consorzio che comprende istituti olandesi, tedeschi e italiani – tra cui in particolare gli Osservatori Astronomici INAF di Padova e Napoli – con un importante contributo dell’ESO. Scolpita dai venti stellari e dalle radiazioni, la fabbrica di stelle nota come Messier 17 si trova a circa 5.500 anni luce di distanza nella costellazione del Sagittario. L’ ampio campo di vista di VST, a tale distanza, si estende per quasi 100 anni luce. La nitida immagine, che in falsi colori comprende dati ottici e infrarossi, è ottenuta seguendo i deboli dettagli delle nubi di polveri e gas della regione che si staglia sulle stelle centrali della Via Lattea. I venti stellari e le radiazioni prodotte dalle calde e massicce stelle che si formano dallo stock di gas e polvere di M17, ne hanno lentamente scolpito il materiale interstellare rimanente producendo l’aspetto cavernoso e le forme ondulate.
Redazione Media Inaf

A caccia di ammassi globulari

A giugno inoltrato, quasi luglio, si ha il momento migliore per osservare i più brillanti ammassi globulari del cielo notturno. Gli ammassi globulari sono gli oggetti più antichi dell’universo, forse più antichi delle stesse galassie. Ammassi molto grandi di stelle molto vecchie, con forma sferica che orbitano intorno al centro galattico. Il più bello tra questi è il Great Cluster in Ercole, numero 13 del catalogo di Messier, che può essere scorto in questo periodo quasi sopra le vostre teste tra le stelle che formano il cuore della costellazione.
Uno zoom
L’ammasso M13 è posto nella parte a destra della zona più visibile della costellazione, nei pressi di Eta Herculis che segna l’angolo in alto a destra. E’ visibile persino ad occhio nudo sotto un cielo ideale, e già un binocolo riesce ad identificarlo senza problemi. In un piccolo telescopio è uno degli oggetti più belli del cielo notturno: una palla stellare che si risolve in stelle quasi completamente man mano che si sale di diametro del telescopio. Contiene l’equivalente di 600 mila soli in un volume di 120 anni luce di diametro. Si trova a 25.000 anni luce di distanza dal Sole, in un range compreso tra 20.000 e 80.000 anni luce dal centro galattico in una orbita percorsa in mezzo miliardo di anni.
Cosa potresti vedere
Gli astrofili principianti potrebbero restare delusi da ciò che possono osservare direttamente in un telescopio rispetto alle immagini su internet. Gli ammassi globulari però sono tra i pochi oggetti che attualmente non lasciamo mai insoddisfatti. In Ercole c’è un altro ammasso globulare, M92, spesso sottovalutato a vantaggio del suo cugino più brillante. La stella vicina, Arturo, è fiancheggiata da altri due ammassi molto ricchi: Messier 3 nei Cani da Caccia e Messier 5 nella testa del Serpente. La grande costellazione di Ofiuco contiene moltissimi globulari, compresi i tre che abbracciano la parte centrale del suo corpo: Messier 10, 12 e 14, ciascuno con le sue particolarità se visti in un telescopio. Infine, altre due gemme spostandoci a sud: Messier 4 è posto nello Scorpione poco ad ovest rispetto ad Antares, mentre Messier 22 si trova leggermente sopra la parte principale del Sagittario.
Purtroppo per noi, Omega Centauri e 47 Tucanae sono per noi invisibili data la declinazione australe.
Fonte: Space.com

Nel cuore di Messier 78

Il telescopio spaziale della NASA Spitzer è riuscito a penetrare, con i suoi occhi all’infrarosso, all’interno della nebulosa M 78, mostrando stelle giovani che si stanno spogliando della coltre di nubi oscure che le avvolgono. La polvere estesa è molto scura, perfino agli occhi di Spitzer, ma i confini mostrano delle aree più rossicce che circondano la parte interna più brillante. Messier 78 è facilmente visibile già in piccoli telescopi nella costellazione di Orione, a nord est rispetto alla Cintura, ma a dominarla sono le regioni oscure occupate dalle polveri. L’occhio infrarosso di Spitzer ha penetrato queste polveri rivelando l’interno della nebulosa. La luce proveniente dalle stelle giovani sta iniziando a scavare all’interno della polvere e probabilmente si giungerà in futuro a qualcosa di simile all’anello verde immortalato da Spitzer a giugno. Un filamento di stelle giovani può essere scorto come punti rossi al di fuori della nebulosa. L’immagine è composta da frame in tre diversi colori: il blu rappresenta la radiazione a 3.6 e 4.5 micron, il verde invece mostra la luce a 5.8 e 8 micron, mentre il rosso è a 24 micron. Vedi la foto sul sito Skylive.
Fonte: NASA

Nel Chaco Canyon la supernova del 1054?

Nel New Mexico, nel Chaco Canyon, sono state ritrovate le figure dipinte su parete che rappresentano una falce di Luna, con un diametro di 18 centimetri, in prossimità della quale è riprodotta una grande stella. Al di sotto vi sono tre circoli concentrici che rappresentano il Sole. L’impronta della mano dell’artista completa la composizione. Questo dipinto – leggo su “Cieli perduti” di Guido Cossard – rappresenta quasi certamente la supernova che è esplosa nel 1054 e che ha dato origine alla famosa Nebulosa del Granchio. Infatti le cronache del periodo – prosegue Cossard – scritte da astronomi cinesi e, indipendentemente, da quelli coreani, descrivono la posizione della nuova stella apparsa nel cielo, del Sole e della Luna e le loro descrizioni coincidono in modo stupefacente con la rappresentazione di Chaco Canyon. Sull’argomento (per chi è interessato) ho trovato un articolo molto interessante di Adriano Gaspani (INAF Osservatorio Astronomico di Brera) che riportiamo di seguito.
E’ ormai assodato che le popolazioni evolute allo stadio neolitico talvolta rappresentarono sulla pietra mediante petroglifi o pittogrammi alcuni fenomeni celesti spettacolari e molto vistosi. Uno dei casi più discussi è quello relativo alla possibile rappresentazione simbolica della supernova del 1054, quella che diede origine alla nebulosa del Granchio, nella costellazione del Toro, presso la stella ζ Tauri, su un parete di roccia posta nel Chaco Canyon, in Arizona negli Usa. Il Chaco Canyon è un corridoio serpeggiante che si stende per circa 14 chilometri, ampio dai 500 metri ai 2 chilometri, posto a circa 1900 metri di quota e percorso da un torrente, il Chaco Wash, che generalmente rimane asciutto durante tutta l’estate. In questo luogo erano stanziati intorno all’anno 1000 della nostra era, le popolazioni facenti parte del gruppo degli Anasazi, progenitori degli attuali nativi americani. Verso la fine del canyon, prima di giungere alla deviazione che conduce al villaggio di Peflasco, costeggiando la parete del canyon per circa 500 metri, si giunge nel luogo dove, sei metri più alto, sopra la parete di roccia, è posto la famosa serie di pittogrammi che sono stati interpretati come la registrazione simbolica, ma anche oggettiva, della supernova apparsa nel 1054 nella costellazione del Toro. Scoperta nel 1955 questa singolare serie di pittogrammi rossi e gialli, è stata interpretato da William Miller, fotografo all’Osservatorio di Mount Wilson, come la rappresentazione della supernova che è esplosa nel 1054 e che ha dato origine alla Crab Nebula. Sulla parete del canyon è dipinta una falce di Luna, del diametro di 8 centimetri, con sotto, molto vicina, a 30 centimetri di distanza, l’immagine di una grande stella. Ancora più sotto, sono rappresentati tre circoli concentrici che potrebbero raffigurare il Sole e, sopra il dipinto è tracciata l’impronta di una mano che è stata interpretata come la firma dell’autore. La rappresentazione è molto interessante ed è stato ipotizzato potesse riferirsi a qualche fenomeno celeste avvenuto durante il XI secolo ed osservato dai nativi locali. Ci si chiese se un qualche evento straordinario potesse essere accaduto nei pressi dell’eclittica, in vicinanza della Luna, per aver poi ispirato tale raffigurazione rupestre. I calcoli astronomici calcolarono allora che la Luna, il 5 luglio 1054, nel cielo del mattino aveva avuto una congiunzione stretta con la SN1054. Poteva essere forse questo il fenomeno rappresentato sulla parete di roccia?
Nel caso dell’esplosione stellare del 1054 dobbiamo ricordare che essa fu osservata dagli astronomi cinesi e da quelli coreani, i quali, fortemente impressionati da questa stella brillantissima apparsa all’improvviso, registrarono accuratamente l’evento nei loro annali, indicando anche, con buona precisione, la posizione della supernova tra le stelle, quindi siamo in grado di eseguire i necessari confronti tra quanto rappresentato e quanto visibile nel cielo. Al posto di questo straordinario astro, la cui apparizione è durata alcuni mesi, ed era anche visibile di giorno, oggi si vede un piccolo oggetto nebuloso, la cosiddetta Crab Nebula (M1 del catalogo di Messier), quindi possiamo ricostruire con precisione la situazione osservativa di quella mattina nel Chaco Canyon. Lo studio delle antiche osservazioni cinesi della supernova hanno mostrato che il 5 di luglio del 1054 la brillantissima nuova stella si poteva vedere all’alba, prima della levata del Sole, a circa due gradi sotto l’ultima falce della Luna. Certamente questo fenomeno deve aver notevolmente impressionato coloro che osservavano in quel momento il cielo: non è normale vedere una stella brillantissima vicinissima alla Luna che leva un po’ prima del Sole, ed è possibile che qualche abitante del Chaco, stupito dal fenomeno, lo abbia voluto riprodurre con un dipinto sulle pareti del canyon. Questo almeno è quanto è stato affermato e sostenuto dalla stampa non specializzata.
Quando fu divulgata la notizia dell’interpretazione dell’immagine del Chaco, vari furono gli studiosi che sollevarono dubbi sull’identificazione con la famosa supernova. Innanzitutto, fu giustamente obiettato che non è facile collocare cronologicamente un dipinto eseguito sulla roccia. I metodi, in questi casi, sono quanto mai complessi ed incerti, ed inoltre quelli più sicuri sono applicabili solamente in alcune circostanze speciali, non certo quelle del dipinto del Chaco Canyon. La rappresentazione sulla parete del canyon è più probabile sia quella della Luna osservata al mattino in vicinanza di Venere, un pianeta che era assai importante per gli antichi nativi. I Mesoamericani, per esempio, vedevano in questo pianeta addirittura un dio molto pericoloso e temibile. Florence Ellis, una studiosa del Dipartimento di Antropologia dell’Università del New Mexico, ha affermato che, dalle sue conoscenze dei costumi dei Pueblo, anche di quelli antichi, risulta che è assai improbabile che essi abbiano registrato un evento del genere anche se era veramente straordinario. Per loro era abbastanza comune invece rappresentare il Sole, Venere e la Luna specialmente in connessione con il conteggio del tempo. Il problema di questa interpretazione è però che la mattina del 5 Luglio 1054, Venere era posto nella costellazione del Leone, quindi molto lontano dalla Luna ed e visibile di prima sera nelle luci del tramonto e non dell’alba. Gli studiosi dell’arte rupestre, dopo l’annuncio della scoperta del Chaco Canyon, hanno trovato oltre una quindicina di altre immagini della Luna e della stella nei dipinti sparsi sulle rocce dell’Arizona: tutte però si basano su un semplice confronto visuale delle rappresentazioni, quindi nulla di dimostrabile oggettivamente secondo i metodi scientifici. La questione dell’osservazione della supernova del 1054 da parte degli Anasazi non è ancora risolta, non ci sono elementi sicuri; certo è che i nativi americani, erano attenti osservatori del cielo e qui hanno certamente voluto rappresentare un fenomeno peculiare, ma non è assolutamente dimostrato che si sia trattato della supernova scoperta dei cinesi. A questo punto appare interessante dire qualche parola in relazione al modo in cui si stabiliscono relazioni tra le configurazioni mostrate dagli oggetti celesti e quanto rappresentato nei siti e sui reperti archeologici. In generale appare facile cadere nella tentazione di eseguire associazioni euristiche solamente basate sulla pura somiglianza visuale tra quanto rappresentato sui reperti e quanto era visibile nel cielo all’epoca in cui essi sono stati collocati cronologicamente dagli archeologi, senza applicare alcuna tecnica matematica e statistica di pattern recognition tesa a valutare oggettivamente il grado di correlazione incrociata tra le due configurazioni ed il livello di probabilità associato ad essa. Gli esempi di questo modo di procedere scientificamente discutibile si sprecano: dalla presunta correlazione tra la configurazione delle grandi piramidi egizie poste nella piana di Gizeh con le stelle della Cintura di Orione, alle varie Orse Maggiori che dovrebbero essere rappresentate dalle coppelle rilevabili sui massi alpini, all’altrettanto improbabile correlazione tra la struttura del sostegno della brocca di Brno-Malomerice con il cielo stellato visibile nella Boemia dell’età del Ferro.

Come riconoscere i pianeti che ospitano la vita

Come possiamo stabilire se su un pianeta ci può essere vita osservandolo a distanza? Quali gli indizi da cercare? Se lo chiedono i ricercatori di un programma americano di Esobiologia, in parte finanziato dall’ Istituto di Astrobiologia della NASA. Seduti davanti ai computer, costruiscono simulazioni virtuali dalle quali determinare tutti gli indizi che in qualche modo indicano la possibile presenza di vita o quantomeno di elevate condizioni di abitabilità.
Tenendo presenti i costituenti tipici delle varie atmosfere planetarie, i ricercatori si sono concentrati sulle abbondanze dei composti organici che presentano zolfo, un fattore strettamente legato alla quantità di calore proveniente dalla stella attorno alla quale orbita il pianeta che a sua volta è un fattore primario che ne determina la possibile abitabilità. Le simulazioni hanno mostrato che le diverse abbondanze di questi composti hanno, tra le conseguenze, quella di variare a loro volta i livelli di etano e metano presenti nell’atmosfera.
Il risultato, pubblicato da poco in un articolo su Astrobiology, acquista particolare rilevanza per chi si troverà a studiare pianeti e satelliti dotati di un’atmosfera simile a quella della Terra primordiale, dove ancora non dominano gas quali ossigeno e azoto ma che presentano invece forti concentrazioni di idrocarburi quali l’etano e il metano. Misurandone i livelli, operazione possibile anche a distanza senza la necessità di recarsi sul posto, in base a quanto ottenuto dai modelli sviluppati dai ricercatori, sarà possibile calcolare il “livello di abitabilità” del corpo celeste.
La stima non potrà essere considera definitiva ma andrà associata ad altre valutazioni basate su altri indizi. Tuttavia rappresenterà un ulteriore e importante elemento discriminante, utile per selezionare in modo mirato i pianeti con maggiore probabilità di ospitare la vita sui quali conviene continuare a indagare.
di Luca Nobili (INAF)

Una strana coppia di stelle

Veramente un colpo di fortuna! Gli astronomi addetti a XMM-Newton dell’ESA hanno osservato una stella di neutroni, parte di un sistema binario che emette nello spettro X, durante un fenomeno raro, un flare molto intenso. Questo outburst di raggi X, durato almeno quattro ore, è stato dovuto ad un repentino incremento nel tasso con il quale la stella di neutroni acquisisce materia dalla sua compagna, una stella supergigante azzurra. Monitorando questo fenomeno con dettagli senza precedenti, i dati portano alla prima sostanziale prova per spiegare simili variazioni di luminosità in sistemi binari di questo tipo: il flare sembra proprio dovuto ad una acquisizione enorme di materia da parte della stella di neutroni.
Nell’ambito di una moltitudine di sistemi binari di stelle che brillano nello spettro X, quelli consistenti in una stella di neutroni e una supergigante azzurra presentano alcune caratteristiche particolari tanto da meritare il nome speciale dedicato ad una classe a parte, quello di Supergiant Fast X-Ray Transient (SFXTs). Sebbene siano tipicamente deboli, circa 10.000 volte meno luminosi delle sorgenti X più potenti del cielo, le SFXTs occasionalmente presentano potenti flares che incendiano la loro luminosità per poche ore, fino a raggiungere le più brillanti sorgenti X. Nuove osservazioni di una di queste curiose sorgenti hanno fornito ora la prova per spiegare l’origine di questo comportamento così peculiare.
Per capire queste variazioni dobbiamo osservare SFTXs durante un flare, fenomeno decisamente raro e non prevedibile. Un team guidato da Enrico Bozzo del ISDC Data Centre for Astrophysics alla University of Geneva, Svizzera, ha pianificato lo studio di un oggetto, noto come IGR J18410-0535, che è stato seguito per qualche mese. Data l’estrema rarità del fenomeno – che si verifica una volta ogni qualche anno – il principale obiettivo dell’osservazione era provare che il sistema si trova normalmente in stato di quiete. E invece è stato colto proprio un flare. Il team ha diretto quindi verso questa sorgente l’osservatorio spaziale XMM-Newton per una lunga osservazione. La sorgente è stata osservata per 12,5 ore, consentendo agli astronomi di registrare l’intera estensione del flare, durato almeno 4 ore, ma anche di seguirlo nella fase successiva, con il ritorno alla normalità dormiente. In questo modo è stato possibile studiare l’evento nei dettagli, giungendo anche alle conclusioni sulle cause che lo hanno scatenato. E’ noto che in sistemi come gli SFXTs, la stella di neutroni non accresce la propria materia attraverso un disco dal momento che il vento della stella gigante soffia troppo forte ed in modo diffuso per formare un toro di gas. Invece, la materia viene trasferita direttamente dal vento e ‘piove’ sulla stella di neutroni da tutte le direzioni per essere poi allineata ai poli tramite le linee del campo magnetico. L’accrescimento di materia rilascia raggi X ed i burst che solitamente si notano devono dunque avere a che fare con questo tasso di accrescimento. E’ stato osservato che la stella di neutroni ingurgita una enorme quantità di materia portata dal vento stellare. Dal punto di vista teorico, una nube di vento generata dalla supergigante accresce la stella di neutroni. E questo è proprio il principale scenario messo a punto dagli astronomi per spiegare l’intenso flare generato dagli SFXTs. I dati collezionati da Bozzo e dai suoi colleghi rappresentano, per la prima volta, una solida prova a supporto di questo modello.
Fonte: ESA (Skylive)

Splende il Triangolo Estivo: Altair, Deneb e Vega

L’estate è iniziata ufficialmente lo scorso 21 giugno e procede a pieno ritmo. Una bella passeggiata serale in cerca di refrigerio potrebbe essere accompagnata da uno sguardo alla volta celeste: quale migliore accoppiata? Alla metà del mese il cielo della sera è completamente buio solo dopo le ore 22:00. Verso occidente, nella prima parte della notte, calano le costellazioni primaverili, ogni giorno più basse fino a tramontare immerse nella luce del crepuscolo. Tra queste spiccano il Leone e la Vergine. Osservando verso il basso sud troviamo le stelle che compongono lo Scorpione, molto facili da individuare: sono di seconda e terza magnitudine e fra esse spicca Antares, stella di prima magnitudine, posizionata in corrispondenza del cuore dello Scorpione. Antares significa “rivale di Marte” perché con il suo colore arancione, questa gigante rossa sembra proprio voler gareggiare con il pianeta rosso.
Poco più a sinistra rispetto allo Scorpione, ma più in basso, possiamo riconoscere il Sagittario, la cui posizione ci indica la direzione del centro della Via Lattea, la nostra galassia. Ricordiamo l’Ofiuco, la “13ma” costellazione zodiacale, molto estesa ma priva di stelle particolarmente luminose. Allontanandoci dall’eclittica, alta nel cielo notiamo la stella che rivaleggia in luminosità con Vega: si tratta di Arturo, nella costellazione del Bootes.
Volgendo lo sguardo a sud-est, e alzandolo verso lo zenit, non potremo fare a meno di notare 3 stelle particolarmente brillanti. Abbiamo trovato il cosiddetto “Triangolo Estivo“, le cui stelle che ne formano i vertici appartengono a 3 distinte costellazioni: Altair nell’Aquila, Vega nella Lira e Deneb nel Cigno. Deneb, con i suoi 1600 anni luce di distanza, è la stella più lontana osservabile ad occhio nudo. La luce che raggiunge ora i nostri occhi è partita dalla stella ben 16 secoli fa, prima del crollo dell’Impero romano! Per confronto, Altair dista solo 16 anni luce (100 volte meno di Deneb) e Vega circa 27 anni luce. Questi ultimi due astri sono quindi luminosi principalmente per effetto della loro distanza relativamente piccola.
Deneb è invece una cosiddetta “supergigante azzurra”, con un diametro pari a oltre 150 volte quello del Sole ed una luminosità di decine di migliaia di volte superiore.
Chiudiamo la panoramica del cielo dirigendo lo sguardo verso Nord, dove come sempre troviamo le due Orse e le altre costellazioni circumpolari. Se in tarda ora, in questo mese o nei mesi successivi, volessimo individuare la stella polare con il metodo classico, potrebbe risultare ostico riconoscere il Grande Carro, sempre più basso sull’orizzonte e spesso celato tra le luci urbane. In questo caso, ora che Cassiopea è sempre più alta, possiamo usarla come riferimento. Vediamo come. Per prima cosa troviamo Cassiopea e individuiamo la stella luminosa che si trova all’estremità della “V” più stretta, si tratta della stella Beta. Sopra Cassiopea (in questo periodo dell’anno), è facile osservare il pentagono irregolare del Cefeo, dalla forma simile ad una casetta stilizzata. Il vertice del pentagono è occupato dalla stella Gamma.
Uniamo ora la Beta di Cassiopea e la Gamma del Cefeo con una linea immaginaria, prolungandola di una quantità “quasi” pari alla distanza tra queste due stelle. Siamo arrivati in prossimità della Polare, senza possibilità di errore.
di Stefano Simoni (astronomia.com)

Il piccolo asteroide 2011 Md sfiorerà la Terra

Oggi, lunedì 27 giugno, l’asteroide 2011 Md sfiorerà la Terra, passando a circa 12.200 km dalla superficie del nostro pianeta. Screditata subito qualsiasi probabilità di impatto da parte degli esperti del Jet Propulsion Laboratory (Jpl) della Nasa. Anche nel caso in cui l’asteroide fosse entrato nell’atmosfera terrestre, tuttavia, sarebbe esploso a contatto con l’aria senza causare alcun danno alla superficie. Anche i rischi di impatti con satelliti geostazionari, posti a 36.000 chilometri di distanza dalla superficie terrestre, sono molto bassi. Il passaggio di 2011 Md è previsto alle 19 di stasera, ora italiana, e avverrà in corrispondenza delle coste antartiche bagnate dall’Atlantico meridionale. L’asteroide ha un diametro stimato fra 8 e 18 metri, anche se le stime più accreditate lo danno intorno ai 10 metri, e sarà l’oggetto più grande che passa vicino alla Terra da quando è attivo il programma di sorveglianza dei piccoli corpi celesti che possono avvicinarsi alla Terra, i cosiddetti Neo (Near Earth Objects). Un evento dunque raro ma non eccezionale, considerando che un asteroide delle dimensioni di 2011 Md potrebbe sfiorare il nostro pianeta ogni 6 anni, secondo le statistiche. Il record per la distanza minima, per ora, spetta ancora al piccolo asteroide 2011 CQ1, dal diametro di un metro, che la sera del 4 febbraio scorso è passato a 5.480 chilometri dalla superficie terrestre. Con l’aiuto di un buon telescopio il passaggio dell’asteroide potrà essere osservato al tramonto nell’emisfero Sud, da Sudafrica, Australia, Nuova Zelanda, Asia meridionale e Pacifico occidentale, quindi non sarà visibile dall’Italia.
Fonte: NASA (Skylive)

La sonda Dawn sta per raggiungere Vesta

Dopo quasi quattro anni di viaggio e la bellezza di 2,7 miliardi di chilometri percorsi, la sonda della NASA Dawn (Alba, in inglese) ha praticamente raggiunto, in perfetta tabella di marcia, l’asteroide Vesta. Ora la sonda è a poco più di 150.000 chilometri dal corpo celeste. L’inserimento nell’orbita di Vesta è ormai alle porte: il 16 luglio prossimo Dawn verrà ‘catturata’ da Vesta e si troverà a solo 16.000 chilometri da esso, un valore appena maggiore della misura del diametro della Terra.
Al centro di controllo di Pasadena del Jet Propulsion Laboratory, che segue la missione, si respira un’atmosfera serena e allo stesso tempo carica di attese per l’imminente avvio della piena fase operativa: “La sonda è in perfetta traiettoria verso il suo obiettivo. Non vediamo l’ora di esplorare questo mondo sconosciuto con Dawn” dice Robert Mase, project manager della missione. Intanto prosegue a pieno ritmo e, anche in questo caso nel migliore dei modi, il collaudo e la calibrazione degli strumenti a bordo della sonda, che stanno inviando immagini che, seppur prese a distanze ragguardevoli, sono già molto interessanti dal punto di vista scientifico. La definizione della camera è infatti già due volte migliore di quelle prese dal telescopio spaziale Hubble. Anche le ultime riprese di VIR (Visible and Infrared Mapping Spectrometer), lo spettrometro ad immagini nel visibile e nel vicino infrarosso sono già ricche di informazioni per gli scienziati coinvolti. Derivato dallo strumento VIRTIS a bordo della missione Rosetta, VIR è stato fornito dall’ Agenzia Spaziale Italiana (ASI) e realizzato con la guida scientifica del’INAF. “Stiamo vivendo un periodo entusiasmante, che ci ripaga per anni di lavoro” commenta con soddisfazione Angioletta Coradini dell’INAF-IFSI, responsabile del team dello strumento VIR. “Queste immagini ci mostrano Vesta così come appare a due ben definite lunghezze d’onda nel visibile e nel vicino infrarosso. Noi siamo in grado di produrre immagini in ben 432 lunghezze d’onda sia nel visibile che nel vicino infrarosso, e questo ci permette di ricavare degli spettri che a loro volta ci permetteranno di studiare la composizione di questo corpo. ”
Da quando Dawn inizierà l’attività scientifica nella sua prima orbita di ricognizione, a 2.700 chilometri da Vesta e successivamente, sempre più vicino, fino a circa 200 chilometri dalla superficie, VIR e gli altri suoi strumenti di bordo riverseranno a Terra una quantità enorme di immagini e misure dettagliatissime della struttura esterna del corpo celeste. E sarà proprio lo spettrografo italiano a ricostruire una mappa super dettagliata del suolo di Vesta e dei minerali che lo compongono.
“Quasi ogni giorno arrivano nuovi dati che ci mostrano Vesta sempre più indettaglio. Il lavoro di interpretazione è già iniziato, e a breve saremo sicuramente in grado di dire qualcosa sulle proprietà della superficie di Vesta” sottolinea Maria Cristina De Sanctis, dell’INAF-IASF, vice responsabile del team dello strumento VIR. “Attendiamo con ansia il periodo in cui Dawn orbiterà a poche centinaia di chilometri dalla sua superficie, e lo spettrometro VIR lavorerà praticamente di continuo.”
di Marco Galliani (INAF)

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