Titano, un tesoro prebiotico anche senza acqua

Titano, la più grande luna di Saturno, è il corpo tra tutti quelli nel Sistema solare più promettente per ospitare la vita (anche più di Marte dove però ci sono tracce di acqua). Da anni la comunità scientifica cerca di provare che su questo satellite (fuori dalla fascia di abitabilità del Sistema solare) si possono sviluppare forme di vita magari microbiche tra i gelidi idrocarburi che compongono la sua superficie. Studiando le informazioni sulla chimica di Titano raccolte dalla missione NASA/ESA/ASI Cassini-Huygens, un gruppo di ricercatori della Cornell University ha suggerito infatti che potrebbero esserci condizioni chimiche prebiotiche (che in parole povere vuol dire: c’è una speranza di vita anche lì!). Titano è un corpo “simile” alla Terra, perché presenta laghi, fiumi, mari e terreni che – in teoria – possono essere paragonati a quelli a cui noi siamo abituati. Un piccola (siamo ironici) differenza è che lì – a circa 1,4 miliardi di chilometri di distanza da noi – si raggiungono i -180 gradi centigradi e che i suoi oceani sono composti da metano liquido (non c’è infatti traccia di acqua neanche a pagarla oro!). Titano presenta, inoltre, una spessa e tossica atmosfera (che appare gialla) composta da azoto e metano. Di certo l’aria non è respirabile (almeno per noi terrestri), ma quando la luce solare colpisce l’atmosfera la reazione produce acido cianidrico (HCN), che è una delle chiavi chimiche prebiotiche. Martin Rahm, il primo autore dello studio, ha spiegato che questo «è solo il punto di inizio nella ricerca di chimica prebiotica al di fuori della Terra», ma bisogna cercare di estraniarsi dal concetto di vita terrestre e ampliare le nostre vedute perché «Titano è una “bestia” completamente differente». L’acido cianidrico è una sostanza chimica ritenuta cruciale anche per lo sviluppo della vita sulla Terra e quindi all’origine degli aminoacidi e degli acidi nucleici. Le molecole di HCN reagiscono tra di loro o con altre molecole formando dei polimeri (lunghe catene di molecole) uno dei quali è noto come polimina (polyimine) che potrebbe resistere alle estreme temperature di Titano e permettere la creazione della vita. «La polimina può esistere come strutture diverse, e può essere in grado di fare cose notevoli alle basse temperature, soprattutto nelle condizioni che ci sono su Titano», ha aggiunto Rahm. «Dobbiamo continuare a studiarlo per capire come la chimica evolve nel tempo. Se osservazioni future mostrassero condizioni prebiotiche in un posto come Titano, sarebbe un importante risultato scientifico. Questo studio indica che potrebbero esistere i presupposti per l’esistenza di processi che portano a un diverso tipo di vita sul pianeta, ma è solo il primo passo».

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Titano: oceano di metano purissimo

Bollettino rosso sull’autostrada celeste per Titano. Weekend di esodo da caro benzina. Tutti al mare – Ligeia Mare – a fare il pieno di… metano.
Nessuna ribalderia giornalistica. Nessuna bufala. Su Titano un mare di carburante esiste davvero. Anzi: è l’intera superficie a essere ricoperta da giganteschi bacini di idrocarburi allo stato liquido. Quello che non sapevamo è che uno di essi, il Ligeia Mare di cui sopra, è stato scoperto contenere metano purissimo. Siete proprietari di un’auto ibrida? È il vostro momento!
Si scherza, d’accordo. Ma il fascino di questa lontana luna di Saturno lascia davvero a bocca aperta. Pensate: di tutte le lune del Sistema solare, Titano è l’unica a possedere una spessa atmosfera e grandi laghi e oceani sulla sua superficie. Cosa che, va detto, a prima vista lo rende di gran lunga il corpo più simile alla nostra Terra. Anche qui l’azoto è abbondante nell’atmosfera. Manca però l’ossigeno: è quasi tutto metano quel che resta del cielo di Titano (vedi MediaINAF). Qui da noi siamo abituati a vederlo in forma gassosa, ma alle temperature proibitive raggiunte a tanta distanza dal Sole, ecco il metano raggiunge lo stato liquido e “piove” sulla superficie della luna di Saturno raccogliendosi in pozze, laghi e mari.
Vicino al polo nord della luna si trovano tre grandi bacini, circondati da decine di piccoli laghetti. Mentre nell’emisfero meridionale del satellite è stato individuato un solo lago. Da quando la sonda Cassini è arrivata dalle parti di Saturno nel 2004 sono molte le ipotesi che sono state avanzate sull’origine e la distribuzione degli idrocarburi allo stato liquido sulla superficie di Titano. Ma l’esatta composizione di questi oceani alieni è stata sempre ignorata.
Fino a ieri. Servendosi delle scansioni radar della sonda NASA/ESA/ASI Cassini raccolte durante i flyby della luna ripetuti più volte fra il 2007 e il 2015, un gruppo di ricercatori è riuscito a confermare come il Ligeia Mare, il secondo bacino per grandezza fra quelli individuati su Titano, dopo il Kraken Mare, è costituito da metano purissimo adagiato su un fondale coperto da fanghi ricchi di materiale organico.
«Credevamo di scoprire una grande distesa di etano, magari prodotta in atmosfera grazie alla pur debole radiazione solare che arriva in questo angolino del Sistema solare, invece… il Ligeia Mare è quasi interamente costituito da puro metano», spiega Alice Le Gall del Laboratoire Atmosphères, Milieux, Observations Spatiales e ricercatrice della Université Versailles Saint-Quentin, in Francia, nonché prima autrice dello studio. «Ora le spiegazioni sono due: o sul Ligeia Mare piove regolarmente metano, o c’è qualcosa che rimuove dal suo bacino la percentuale di etano che avremmo pensato di trovare. Può darsi, per esempio, che l’etano percoli nella crosta sottomarina, o che raggiunga in qualche modo il vicino Kraken Mare».
I conti non tornano, insomma. La ricerca deve continuare.
di DavideCoero Borga (INAF)

Giganti nuvole di ghiaccio sopra Titano

Non è la prima volta che la sonda Cassini studio le stagioni di Titano, la luna più grande del sistema di Saturno e in particolare del suo Polo Sud particolarmente freddo. E recentemente ha raccolto qualche nuovo dettaglio catturando una nuova gigante nuvola di ghiaccio sorvolare la superficie di Titano a centinaia di chilometri, negli strati medio bassi della stratosfera, appena sopra la troposfera. Già qualche anno fa, nel 2012, Cassini aveva immortalato una nuvola dalle dimensioni impressionanti a 300 chilometri d’altezza sul polo sud di Titano. Dopo altri studi approfonditi, si è scoperto di recente che al di sotto si nascondono altre sue “simili”, altrettanto giganti e altrettanto ghiacciate. Una nuvola molto fredda in particolare si trova a 200 chilometri d’altezza ed è stata rilevata dal Composite Infrared Spectrometer (CIRS), che mappa l’atmosfera degli oggetti celesti nell’infrarosso termico. Gli astronomi hanno visto che la nuvola ha una bassa densità, simile alla nebbia che troviamo sulla Terra. «Quando abbiamo analizzato i dati all’infrarosso, questa nuvola di ghiaccio è saltata in rilievo come mai abbiamo visto prima», ha affermato Carrie Anderson, del Goddard Space Flight Center della NASA. Le nuvole su Titano non seguono lo stesso processo di formazione delle nuvole sulla Terra, che ovviamente portano la pioggia. In questo caso il procedimento lo conosciamo tutti: l’acqua evapora dalla superficie terrestre e si scontra con le fredde temperature man mano che sale verso la troposfera. Ed è proprio qui che si formano le nuvole, essenzialmente accumuli di vapore acqueo condensato dal freddo. Su Titano, invece, le nuvole non sono fatte di acqua, bensì di metano: si formano a un’altitudine più elevata rispetto alla Terra e con un procedimento leggermente differente. La circolazione atmosferica trasporta i gas (una miscela di idrocarburi simili allo smog e prodotti chimici contenenti azoto-chiamati nitrili) dal polo nell’emisfero caldo al polo nell’emisfero freddo, dove l’aria calda scende rapidamente in un processo noto come subsidenza. Nel corso della discesa, i gas incontrano temperature sempre più fredde, così da condensarsi in maniere differenti: da qui le diverse stratificazioni delle nuvole a diverse altitudini. Cassini è arrivato nell’orbita di Saturno nel 2004, quando sul polo nord di Titano imperversava l’inverno. All’arrivo della primavera le nubi ghiacciate hanno cominciato a scomparire, ma adesso si stanno formando al polo sud, per questo Cassini riesce ad osservarle. L’accumulo di queste nubi meridionali indica che la direzione della circolazione dei gas sta cambiando. «E molto emozionante avere l’opportunità di assistere ai primi stadi dell’inverno su Titano», ha spiegato il ricercatore Robert Samuelson. «Tutto ciò che stiamo trovando al polo sud ci dice che l’inizio dell’inverno meridionale è già molto più freddo rispetto alle ultime fasi dell’inverno boreale su Titano». Dalla nuvola di ghiaccio osservata tre anni fa gli scienziati hanno determinato che le temperature al polo sud scenderanno fino ad almeno -150° C. La nuova nuvola è stata trovata nella bassa stratosfera, dove le temperature sono ancora più rigide. E’ stato anche visto che le particelle di ghiaccio sono costituite da idrogeno, carbonio e azoto. Il team di Anderson ha trovato la medesima firma – ma più debole – nei dati raccolti dal CIRS al polo nord. E’ per questo che gli astronomi credono che l’inverno al polo sud sarà più freddo: la firma chimica delle nuvole è decisamente più visibile. Scott Edgington, vice project scientist di Cassini per il JPL, ha detto: «Cassini continuerà a studiare Titano fino al 2017, quando terminerà la missione».
di Eleonora Ferroni (INAF)
Visita il sito della missione Cassini

Qui Titano: via col vento polare

La sommità dell’atmosfera di Titano rilascia circa sette tonnellate di idrocarburi e nitrili ogni giorno, ma, ad oggi, non si è stati in grado di spiegarne il motivo. Un nuovo studio dimostra il perché di questo fenomeno. La nuova ricerca, appena pubblicata su Geophysical Research Letters, spiega che questa perdita atmosferica è guidata da un vento polare, la cui energia proviene dall’interazione tra la luce solare, il campo magnetico del Sole e le molecole presenti nell’atmosfera più esterna.
Gli scienziati dell’University College London (UCL) hanno osservato, infatti, che un diffuso vento polare sta trasportando gas nell’atmosfera della luna maggiore di Saturno, Titano. Il team ha analizzato i dati raccolti durante sette anni dalla sonda internazionale Cassini e ha potuto constatare che le interazioni tra l’atmosfera di Titano da una parte, e il campo magnetico e la radiazione solare dall’altra, creano un vento di idrocarburi e nitrili che, originandosi nelle regioni polari, viene allontanato verso lo spazio. Questo fenomeno è molto simile a quello che si verifica per i venti polari terrestri.
Come la Terra e Venere, e al contrario della Luna, Titano presenta una superficie rocciosa e un’atmosfera molto spessa. E’ l’unico corpo nel sistema solare, oltre alla Terra, su cui è possibile trovare dei fiumi, delle precipitazioni e dei mari. Inoltre, è più esteso di Mercurio.
Grazie a queste caratteristiche uniche, Titano è stato studiato più approfonditamente di qualsiasi altra luna che non fosse quella della Terra, attraverso numerosi fly-by della sonda Cassini e l’atterraggio, nel 2004, del lander Huygens. A bordo di Cassini c’è uno strumento in parte progettato all’University College London, il CAPS (Cassini Plasma Spectrometer), che è stato utilizzato durante questo studio.
«L’atmosfera di Titano è costituita principalmente di azoto e metano con una pressione che equivale al 50% in più di quella della Terra», ha detto Andrew Coates del Laboratorio di scienza spaziale dell’UCL. «I dati di CAPS di qualche anno fa hanno rivelato che la sommità dell’atmosfera di Titano rilascia circa sette tonnellate di idrocarburi e nitrili ogni giorno, ma non sono stati in grado di spiegarne il motivo. Il nostro nuovo studio dimostra il perché di questo fenomeno».
Gli idrocarburi sono una categoria di molecole che include il metano e altre sostanze a noi molto comuni come il petrolio, il gas naturale e il bitume. I nitrili sono molecole costituite di azoto e carbonio saldamente legati tra loro.
«Sebbene Titano sia dieci volte più lontano dal Sole rispetto alla Terra, la sua atmosfera è comunque immersa nella luce» afferma Coates. «Quando la luce colpisce le molecole nella ionosfera di Titano, emette elettroni carichi negativamente, provenienti dalle molecole di idrocarburi e nitrili, e lascia dietro di se particelle cariche positivamente. Questi elettroni, conosciuti come fotoelettroni, hanno un’energia molto specifica di 24,1 elettronvolt, il che significa che possono essere rintracciate da CAPS, e facilmente distinti dagli altri elettroni, dato che si propagano attraverso il campo magnetico circostante».
A differenza della Terra, Titano non ha un campo magnetico proprio, ma è circondato da un campo magnetico, generato dalla rapida rotazione di Saturno, con una forma simile alla coda di una cometa. Nei 23 sorvoli compiuti sia attraverso la ionosfera di Titano che attraverso la sua coda magnetica, CAPS ha identificato quantità misurabili di questi fotoelettroni, distanti da Titano fino a 6,8 volte il suo raggio, dato che possono facilmente viaggiare lungo le linee del campo magnetico.
Il team ha scoperto che questi fotoelettroni carichi negativamente, sparpagliandosi attraverso la ionosfera e la coda di Titano, generano un campo elettrico. Questo campo è forte a sufficienza per attirare le particelle di idrocarburi e nitrili cariche positivamente nella porzione di atmosfera irraggiata dalla luce solare, dando origine a un diffuso vento polare che gli scienziati hanno potuto osservare.
Questo fenomeno è stato osservato precedentemente sulla Terra solamente nelle regioni polari, dove il campo magnetico è aperto. Siccome Titano, come si è già detto, è privo di un campo magnetico proprio, lo stesso fenomeno può verificarsi anche in regioni più ampie, non necessariamente vicino ai poli. Un simile vento polare molto diffuso si pensa possa esistere anche su Marte e Venere, i due pianeti del sistema solare che più assomigliano alla Terra. Ciò fornisce ulteriori evidenze di come Titano, nonostante la sua ubicazione in orbita attorno a un gigante gassoso nella periferia del sistema solare, possa essere considerato uno dei corpi, per certi aspetti, più simili alla Terra.
di Martina Fantini e Federico Scutti (INAF)

Titano, laboratorio per la vita

Benché l’attività più conosciuta sia quella di cercare segnali di intelligenza extraterrestre (da cui l’acronimo SETI, Search for ExtraTerrestrial Intelligence), l’istituto di ricerca statunitense SETI si occupa attivamente anche di vita extraterrestre non necessariamente intelligente. In particolare, al Carl Sagan Center del SETI Institute vengono condotte ricerche nel campo dell’astrobiologia, ovvero lo studio della vita nell’universo.
Un gruppo di ricerca del SETI Institute guidato da Hiroshi Imanaka, specialista nella chimica delle atmosfere planetarie, è stato di recente selezionato per entrare nella squadra di NExSS (Nexus for Exoplanet System Science), una nuova iniziativa della NASA per affrontare in maniera collaborativa il problema di trovare vita su pianeti attorno ad altre stelle.
«Uno dei traguardi più rilevanti conseguiti dalla comunità scientifica che si occupa di esopianeti è stato quello di trovare mondi orbitanti nella cosiddetta zona abitabile», osserva Imanaka, «ovvero in quell’intervallo di distanze da una stella in cui un pianeta potrebbe avere temperature tali da permettere l’esistenza di oceani liquidi. Tuttavia, la presenza di abbondante acqua allo stato liquido non è l’unica condizione necessaria allo sviluppo e all’esistenza della vita. Alcune delle lune di Giove e Saturno sono esempi di luoghi che non risiedono nella zona abitabile convenzionale, ma che potrebbero comunque essere abitabili. Ora, il nostro obbiettivo è di prendere ulteriori misure per caratterizzare gli ambienti abitabili che si trovano al di là del sistema solare».
Lo studio dei pianeti intorno ad altre stelle – i cosiddetti esopianeti – è un campo relativamente nuovo. La scoperta del primo esopianeta attorno a una stella simile al Sole risale solo a vent’anni fa. Da allora, grazie soprattutto ad alcuni strumenti dedicati come il satellite Kepler della NASA, ne sono stati scoperti più di mille, con altre svariate migliaia di candidati in attesa d’essere confermati. E’ stata proprio questa repentina e affollata irruzione sul palcoscenico scientifico che ha spronato gli sforzi per stabilire se qualcuno di questi esopianeti presenti indizi d’attività biologica, come la presenza d’ossigeno o di metano nelle loro atmosfere. La scoperta di pianeti extrasolari è stato un lavoro fatto in gran parte dagli astronomi, ma sono gli scienziati planetari e gli astrobiologi che hanno l’esperienza necessaria per caratterizzare ambienti planetari ed esaminarli per la biologia.
In questo contesto, l’intento della collaborazione NExSS è quello di mettere assieme le competenze degli astronomi, che scoprono gli esopianeti, con quelle di planetologi ed esobiologi, che descrivono le loro caratteristiche. Quindi unire questi due approcci scientifici non semplicemente per trovare pianeti extrasolari, ma per determinare se ospitano la vita. Ma qual è il ruolo degli astrobiologi SETI in questo sforzo?
Imanaka e i suoi colleghi hanno studiato approfonditamente un mondo del sistema solare che potrebbe fornire utili indizi per esopianeti similari: Titano, la più grande luna di Saturno. «Abbiamo studiato a lungo la chimica organica di questa luna intrigante, avvolta in una spessa atmosfera nebbiosa sotto cui sappiamo esserci laghi di metano liquido ed etano», conferma Imanaka.
Naturalmente è alquanto improbabile che nei laghi di Titano sguazzino delle forme di vita, pur microbiche, benché recentemente sia stato messo a punto un modello biologico, differente da quello terrestre, perfetto per quei gelidi idrocarburi (vedi Media INAF). E allora in che senso si può considerare questo mondo un buon analogo per un esopianeta che possa invece ospitare la vita?
«E’ anche possibile che Titano ospiti forme di vita, o comunque non posso negarlo con certezza», dice Imanaka. «Ma quello che è certo e interessante per noi è che Titano può insegnarci molto su un mondo pre-biotico, poiché lì vengono prodotti i composti organici più complessi noti al di fuori della Terra. E grazie alle sue temperature estremamente basse temperature, tutte le reazioni chimiche su Titano sono lente. E’ un mondo al rallentatore, e proprio per questo motivo ci può dire qualcosa sulle condizioni della Terra primordiale e forse anche su alcuni pianeti extrasolari. Far parte della rete NExSS ci permetterà di applicare la nostra profonda conoscenza di Titano all’esame delle atmosfere di pianeti extrasolari nebbiosi, che potrebbero risultare simili».
di Stefano Parisini (INAF)

Tempesta all’equinozio, infuria ogni 15 anni

Titano non smette di stupire. La grande luna di Saturno sarà anche il miglior candidato – dopo la Terra, ça va sans dire – a ospitare la vita nel Sistema solare, ma certo di normale ha ben poco: anche le cose in apparenza più familiari assumono lassù contorni da fantascienza. Prendiamo le colossali dune che ne solcano la superficie correndo parallele all’equatore. Alte fino a cento metri e lunghe decine di chilometri, a differenza di quelle sabbiose dei nostri deserti sono fatte, probabilmente, di polimeri idrocarburici: una sorta di fuliggine originata dalla decompressione del metano in atmosfera. Certo, sono anch’esse spazzate da venti di superficie, proprio come quelle della Terra. C’è però un problema, già sottolineato qualche mese fa da un altro articolo pubblicato su Nature: mentre questi venti – così dicono i modelli – soffiano verso ovest, stando alle osservazioni dell’orbiter Cassini le dune corrono nel verso opposto, puntando inequivocabilmente verso est.
Com’è possibile? Quale altra forza può aver loro impresso una così sorprendente contropiega? Le ipotesi non mancano, arrivando persino a evocare l’attrazione gravitazionale di Saturno. Finora, però, nessuna è risultata abbastanza convincente. Almeno non agli occhi del team guidato da Benjamin Charnay, della University of Washington (Seattle, USA), che ha appena pubblicato su Nature Geoscience i risultati di un nuovo modello stando al quale la risposta andrebbe, piuttosto, cercata in violente quanto rarissime tempeste di metano che si scatenano occasionalmente nell’alta atmosfera della luna, dunque a quota più elevata rispetto ai venti di superficie.
Violente, qui, va inteso in senso relativo: si tratterebbe infatti di “raffiche” di metano che sfiorano, quando va bene, i 10 metri al secondo. A malapena un innocuo refolo per chi è abituato alla bora triestina, con i loro 36 km/h queste correnti “titaniche” risultano comunque dieci volte più impetuose della dolce brezza che è solita accarezzare la superficie della luna.
Rare, invece, lo sono sul serio. Le tempeste d’alta quota si scatenano soltanto in occasione dell’equinozio, quando la notte e il dì hanno identica durata. Concomitanza che su Titano è una trentina di volte meno frequente di quanto non lo sia sul nostro pianeta: se sulla Terra avviene ad ogni inizio di primavera e d’autunno, là sulla luna di Saturno occorre attendere quasi 15 anni – 14.75, per l’esattezza – prima che si ripresenti.
Eppure, nonostante siano così sporadiche, la loro intensità è tale da innescare, stando al modello di Charnay, forti correnti discendenti che, giunte in superficie, spirano verso est. Le correnti sarebbero aiutate, in questo, da un altro curioso tratto di Titano: l’atmosfera super-rotante – ovvero, che ruota più veloce della superficie solida sottostante, caratteristica che la luna condivide con Venere. Riuscendo così a raggiungere una forza sufficiente a imprimere alle dune una piega in grado di resistere anche a distanza di anni, visto che l’ultimo equinozio si è verificato nel 2009 e loro sono ancora lì.
Arrivare a ricostruire questo complesso scenario, mettendo insieme indizio su indizio, è stato un lavoro da detective. Ora si tratta di metterlo alla prova. Ma come? L’ideale sarebbe sfruttare nuovamente Cassini per una campagna osservativa da condurre durante il prossimo equinozio, in programma per il 2023. Ma sarà già troppo tardi: la missione della sonda NASA/ESA/ASI giungerà infatti al capolinea nel 2017.
«Ma ci saranno altre missioni», promette Charnay, «perché ancora rimangono molti misteri da chiarire su Titano. Ancora non sappiamo come si sia formata la sua densa atmosfera d’azoto, da dove arrivi il metano o come si formi la sabbia della luna. E non è del tutto escluso», conclude ottimista, «che là possa esserci la vita, magari nel fondo dei suoi mari di metano».
di Marco Malaspina (INAF)

Titano: la vita che non ti aspetti

Una nuova forma di vita basata sul metano che fa tranquillamente a meno dell’ossigeno, ma ha metabolismo e meccanismi di riproduzione simili a quelli dei viventi che possiamo trovare qui sulla Terra. Perfetta per Titano!
Un team di ricercatori della Cornell University è riuscito a immaginare una forma di vita completamente diversa da quelle cui siamo abituati. In una prospettiva strettamente scientifica e allo stesso tempo incredibilmente fantasiosa, ingegneria chimica e astronomia ci offrono così un modello realistico di quella che potrebbe essere la vita aliena su un lontano pianeta di ghiaccio e privo di ossigeno come la luna gigante di Saturno, Titano (di cui spesso abbiamo scritto su MediaINAF).
Lo studio, pubblicato su Science Advances, spiega come gli scienziati abbiano modellizzato in laboratorio un tipo di membrana cellulare di composizione organica (a base di azoto) in grado di resistere a temperature proibitive come quelle del metano liquido, a 292 gradi sotto zero. Fra i firmatari dell’articolo: una chimica esperta di dinamica molecolare come Paulette Clancy, l’ingegnere chimico James Stevenson e il direttore del Cornell’s Center for Radiophysics and Space Research, Jonathan Lumine.
Esperto in tema di lune di Saturno e mari di metano, come quelli avvistati dalla missione Cassini-Huygens, Lumine è stato il primo a intuire che per riconoscere forme di vita non basate sull’ossigeno fosse necessario fare ricerca con chimici di livello internazionale. Solo immaginando nuove forme di vita possiamo riconoscere un alieno quando lo incontriamo.
«Non siamo biologi, non siamo astronomi», ammette Paulette Clancy. «Ma forse è stata propria questa nostra ambiguità a permetterci di immaginare quali fossero gli ingredienti giusti per fabbricare una membrana cellulare aliena. Abbiamo lavorato con quanto c’è a disposizione su un mondo apparentemente inospitale come Titano e questo è il risultato».
Sulla Terra la vita si basa su membrane a doppio strato fosfolipidico, permeabili, acquose, che ospitano la materia organica di ogni cellula – la definizione di fascia di abitabilità su cui lavorano gli astrofisici risente in gran parte di questa concezione di essere vivente. Ma cosa succederebbe su un pianeta blu non di acqua, bensì di metano? Addio liposomi. Benvenuti “azotosomi”. È così che gli ingegneri chimici hanno battezzato la loro forma di vita a base azotata: molecole di azoto, carbonio, idrogeno, presenti in abbondanza negli oceani criogenici di Titano, e tanto stabili e flessibili quanto i liposomi terrestri. Una bella sorpresa per i chimici che non avrebbero mai immaginato meccanismi di stabilità cellulare analoghi. Certo l’ET di Spielberg aveva una faccia più simpatica.
di Davide Coero Borga (INAF)

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