Pianeti dove non vorremmo vivere

A fare l’ingordo, questa volta, è il buco nero supermassiccio – nome di battaglia Sagittarius A*, Sgr A* per gli amici – al centro della nostra galassia; la vicenda dunque assume un contorno molto inquietante. Ancor più se, a rischiare di finir tra le sue fauci, non è la solita incauta stellina o un’informe nube di gas, bensì un disco protoplanetario. Insomma, qualcosa di fastidiosamente vicino e simile a noi e al nostro angolo d’universo. Non ancora un sistema solare bell’e formato con tutti i suoi bravi pianeti, d’accordo, ma potenzialmente di questo si tratta. A formulare la suggestiva ipotesi, in un articolo ancora in attesa di passare al vaglio della comunità scientifica, ma già ripreso da Scientific American nel blog di John Matson due astronomi del CfA, lo Harvard-Smithsonian Center for Astrophysics: Ruth Murray-Clay e Abraham Loeb. L’articolo prende spunto dalla recente scoperta d’una non meglio definita nube in viaggio, appunto, verso Sgr A*. Ne abbiamo parlato qualche giorno fa anche qui su Media INAF, di quella nube, in una news intitolata “Fast Food”. “Analizzando i dati a disposizione e assumendo per quelli mancanti – in particolare, la massa e l’età dell’ipotetica stella in rotta di collisione con il buco nero – i valori suggeriti dai modelli, Murray-Clay e Loeb sono giunti a concludere che la temeraria nube, il cui incontro con il buco nero è previsto per l’estate 2013, potrebbe in realtà benissimo «provenire dal disco protoplanetario», scrivono, «che circonda una stella di piccola massa deragliata, circa un secolo fa, dall’anello di giovani stelle che si osservano in orbita attorno a Sgr A*». L’ipotesi è interessante non tanto per l’empatia che comprensibilmente può suscitare l’infausto destino di questo amalgama di pianeti in formazione, quanto perché se confermata – scrivono i due astronomi – comporterebbe almeno due conseguenze. Anzitutto, mostrerebbe che è possibile inferire l’esistenza di stelle di massa ridotta, altrimenti troppo deboli da individuare, tramite l’osservazione dei detriti strappati ai dischi proto-planetari dalla forza di marea gravitazionale esercitata dai buchi neri. Inoltre, implicherebbe che anche là nel cuore della Via Lattea, attorno al gigantesco buco nero centrale, possono formarsi pianeti.
di Marco Malaspina (INAF)

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