Il gigante Orione domina ancora: le costellazioni nel mese di febbraio 2014

Il cielo è ancora dominato dalle grandi costellazioni invernali. Protagonista del cielo in direzione meridionale è sempre Orione, con le tre stelle allineate della cintura (da sinistra: Alnitak, Alnilam e Mintaka) ed i luminosi astri Betelgeuse (rossa) e Rigel (azzurra). Più in alto troviamo ancora le costellazioni del Toro con la rossa Aldebaran, la costellazione dell’Auriga con la brillante stella Capella, i Gemelli con le stelle principali Castore e Polluce. A sinistra in basso rispetto ad Orione, il grande cacciatore, nella costellazione del Cane Maggiore, brilla la notissima Sirio, la stella più luminosa del cielo. Più in alto, a sinistra, la raffigurazione della caccia è completata dal Cane Minore, dove risplende Procione. Verso Ovest, nelle prime ore della sera, c’è ancora tempo per veder tramontare le costellazioni autunnali di Andromeda, del Triangolo, dei Pesci e dell’Ariete. Restando tra le costellazioni zodiacali, un po’ più impegnativo è invece il riconoscimento della piccola e debole costellazione del Cancro visibile tra i Gemellie il Leone, che vedremo sorgere ad Est, seguito dalla Vergine. Prendendo a riferimento la Stella Polare, possiamo riconoscere alcune note costellazioni del cielo settentrionale. A Nord-Ovest riconosciamo Cassiopea con la sua inconfondibile forma a “W”; tra Cassiopea e il Toro è facile individuare la costellazione del Perseo. Più spostata a Nord-Est si trova l’inconfondibile Orsa Maggiore, vicino alla quale possiamo riconoscere la piccola costellazione dei Cani da Caccia.
Tutte le altre informazioni sul cielo del mese sono sul sito Astronomia,com nell’articolo di Stefano Simoni

La migrazione dei pianeti raccontata dagli asteroidi

La storia turbolenta della caotica evoluzione del Sistema solare ha lasciato delle tracce rivelatrici  nella cintura di asteroidi tra Marte e Giove secondo un nuovo studio, pubblicato ieri su Nature, nel quale Francesca DeMeo(dell’Harvard-Smithsonian Center for Astrophysics) e Benoit Carry (dell’Osservatorio di Parigi) hanno mappato la composizione e la distribuzione degli asteroidi della fascia principale. L’incredibile variabilità di dimensione e composizione degli asteroidi della fascia non è una sorpresa. Da ormai una decina di anni diversi studi hanno infatti smentito le precedenti ipotesi che volevano che gli oggetti celesti della fascia principale si fossero formati in loco e che fossero i resti di un pianeta mai nato, fallito a causa della forte gravità del vicino Giove. L’ampio spettro che emerge dalla mappatura degli asteroidi implica invece che la loro attuale distribuzione spaziale sia il risultato della migrazione dei pianeti durante i primi miliardi di anni di vita del Sistema Solare. Un periodo di grande agitazione, durante il quale, secondo i moderni modelli fisici, i pianeti giganti sono andati migrando per il Sistema Solare interno ed esterno prima di trovare pace e stabilirsi nelle attuali orbite. Durante questi sommovimenti i pianeti hanno scosso e movimentato gli asteroidi “come fiocchi in una palla di vetro con la neve”, spiega DeMeo. Esemplare il caso di Giove. La distribuzione e la composizione degli asteroidi nella fascia suggeriscono infatti che durante la sua migrazione il gigante gassoso si sia avvicinato al Sole fino a raggiungere l’odierna orbita di Marte. Così facendo avrebbe spazzato via la cintura di asteroidi quasi del tutto, lasciando solo un decimo dell’uno per cento della sua popolazione originaria.  Invertendo poi la rotta verso il Sistema solare esterno Giove avrebbe ripopolato la cintura con nuovo materiale. La fascia principale degli asteroidi  conterrebbe quindi oggi in buona sostanza campioni provenienti dall’intero Sistema solare. DeMeo e Carry passano in rassegna nel loro articolo i recenti progressi nella scoperta e la catalogazione delle rocce della cintura. Ma la mappatura degli asteroidi suggerisce anche qualche nuovo e interessante filone di indagine. Come per esempio l’evoluzione dei sistemi di pianeti extrasolari, in relazione con la storia stessa della Terra.  L’acqua dei nostri oceani potrebbe infatti provenire proprio dagli impatti di asteroidi avvenuti nel periodo di forte agitazione della migrazione dei pianeti. Se così fosse, ci sarebbe una condizione in più da porre sull’abitabilità degli esopianeti, ovvero proprio il fortuito impatto di un numero sufficientemente grande di asteroidi, e mondi simili alla Terra potrebbero allora essere più rari di quanto pensiamo. Nonostante tutti gli studi, le analisi e le mappature, rimane ancora molto da scoprire su questi corpi celesti e la loro struttura interna. Aspettando di inviare il primo uomo su un asteroide, alla NASA guardano con forti aspettative l’avvicinamento della sonda Dawn a Cerere, l’asteroide più massiccio della fascia, dove, secondo un recente studio, ci dovrebbe essere quantomeno un po’ d’acqua.
di Matteo De Giuli (INAF)

La mappa climatica di una nana bruna

Una mappa climatica, la prima in assoluto, della superficie della nana bruna più vicina alla Terra, Luhman 16B, una delle due nane brune recentemente scoperte in coppia vicino al Sole. E’ quanto ottenuto da un team di astronomi impiegando il VLT (Very Large Telescope) dell’ESO e i cui risultati sono pubblicati nel numero del 30 gennaio 2014 della rivista Nature con uno studio dal titolo “A global cloud map of the nearest known brown dwarf”. Le nane brune colmano il divario tra i pianeti giganti gassosi, come Giove e Saturno, e le deboli stelle fredde. Non contengono abbastanza massa per dare inizio alla fusione nucleare nel nucleo e possono emettere solo debolmente alle lunghezze d’onda della luce infrarossa. Il primo oggetto confermato come nana bruna è stato trovato solo vent’anni fa e anche ora si conosce solo qualche centinaio di questi oggetti sfuggenti. Ora alcuni astronomi hanno sfruttato le potenzialità del Very Large Telescope non solo per ottenere un’immagine di queste nane brune, ma anche per costruire una mappa delle zone chiare e scure sulla superficie di Luhman 16B. Ian Crossfield, del Max Planck Institute for Astronomy (Heidelberg, Germania), l’autore principale del nuovo articolo, ha riassunto i risultati: ”Le osservazioni precedenti suggerivano che le nane brune potessero avere una superficie a chiazze, ma ora possiamo di fatto costruirne una mappa.  Presto saremo in grado di osservare le nubi che si formano, evolvono, e si dissipano su questa nana bruna – alla fine i meteorologi degli esopianeti potranno prevedere se un visitatore di Luhman 16B potrebbe aspettarsi un cielo limpido o nuvoloso”.  Le nane brune più vicine al Sistema Solare formano una coppia nota come Luhman 16AB, che si trova a 6,6 anni luce dalla Terra nella costellazione australe della Vela. Questa coppia è il terzo sistema più vicino al nostro pianeta, dopo Alfa Centauri e la stella di Barnard, ma è stato scoperto solo all’inizio del 2013 dall’astronomo americano Kevin Luhman su immagini ottenute dal satellite per survey infrarosse WISE. Il nome ufficiale è WISE J104915.57-531906.1. Poichè Luhman aveva già scoperto altre quindici stelle doppie, è stato usato il nome Luhman 16. Seguendo la convenzione per le stelle doppie, Luhman 16A è la più brillante della coppia, mentre la stella secondaria è chiamata Luhman 16B e la coppia viene indicata come Luhman 16AB. La componente più debole, Luhman 16B, aveva già dato indicazioni che la sua luminosità mutasse ogni poche ore durante la rotazione – un indizio che segnalava la presenza di caratteristiche particolari della superficie. Per ottenere la mappa della superficie gli astronomi hanno usato un’abile tecnica: hanno osservato le nane brune con lo strumento CRIRES montato sul VLT e questo ha permesso loro non solo di vedere i cambiamenti di luminosità durante il periodo di rotazione di Luhman 16B, ma anche di vedere se le strutture chiare e scure si spostavano allontanandosi o avvicinandosi all’osservatore. Combinando tutte queste informazioni hanno potuto ricreare la disposizione delle zone chiare e scure sulla superficie.   L’atmosfera delle nane brune è molto simile a quella degli esopianeti caldi giganti, perciò studiando le nane brune, relativamente facili da osservare, gli astronomi possono anche imparare di più sull’atmosfera dei pianeti giovani e giganti – molti dei quali verranno trovati in futuro con il nuovo strumento SPHERE che verrà installato sul VLT nel 2014. Gli esopianeti detti pianeti gioviani caldi si trovano molto vicini alla stella madre, molto luminosa. Questo rende quasi impossibile osservare il debole bagliore del pianeta che viene inondato completamente dalla luce della stella. Nel caso della nane brune, invece, nulla sovrasta il debole bagliore dell’oggetto stesso che diviene così più facile da osservare anche con misure precise e delicate. Crossfield ha concluso con un commento personale: “La nostra mappa delle nane brune ci porta un passo avanti verso l’obiettivo di comprendere i modelli meteorologici negli altri sistemi solari. Fin dall’infanzia sono stato educato ad apprezzare la bellezza e l’utilità delle mappe: mi sembra emozionante che stiamo iniziando a produrre mappe di oggetti che stanno al di là del Sistema Solare”.
di Eleonora Ferroni (INAF)

[Fonte: Eso]

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Un nuovo mondo da scoprire: presto l’incontro con Plutone

Cosa ci direbbe Plutone se potesse parlare? O meglio, se noi potessimo capirlo? Forse percepiremmo un po’ di sgomento da parte sua. E come dargli torto? In effetti, pur essendo un corpo celeste relativamente piccolo, noi umani gli abbiamo dato qualche grattacapo, prima ergendolo a protagonista, poi negandogli la gloria. E questo più di una volta. All’inizio del XX Secolo, strane variazioni rilevate nelle orbite di Urano e Nettuno misero gli astronomi sulle tracce di un oggetto perturbatore che doveva trovarsi in una regione più esterna rispetto ai pianeti noti. Nel 1930, Clyde Tombaugh annunciò la scoperta del nono pianeta del sistema solare, praticamente nella esatta posizione prevista dai calcoli teorici. Negli anni ’80 però, i dati provenienti dal Voyager II dimostrarono che, in realtà, le masse di Urano e Nettuno erano maggiori di quanto precedentemente stimato, e che se si consideravano le masse giuste, le orbite non presentavano perturbazioni. L’influenza di Plutone sui due giganti era, quindi, irrilevante. Rimaneva comunque il nono pianeta del sistema solare; quello scoperto più di recente, il pianeta più lontano e misterioso. Certo che era un pianeta, aveva anche dei satelliti tutti suoi, meglio di quanto avevano saputo fare Mercurio e Venere, dopotutto. E invece no. Nel 2006, la Unione Astronomica Internazionale decretò che Plutone non era un pianeta vero e proprio, in base a diverse considerazioni, quali le sue piccole dimensioni (molto minori della nostra Luna, e analoghe a quelle di tanti altri oggetti rilevati nel sistema solare), e la sua orbita anomala. Lo classificò quindi come pianeta nano. La seconda batosta in pochi decenni – molto da sopportare per qualcuno che era esistito indisturbato per 5 miliardi di anni! Eppure, forse ora è giunto il momento della sua riscossa. Tra meno di un anno, ai nostri occhi non sarà più solo quell’ammasso di puntini chiari e scuri che di lui ci mostra Hubble, il meglio che il prezioso telescopio può fare, ma potremo ammirare la sua bellezza, approfondire la sua conoscenza, e scrutare nei segreti che la grande distanza dalla Terra ha celato per così tanto. E magari, riuscirà anche a sorprenderci in modi che ora non possiamo neanche immaginare. Tutto questo sarà possibile grazie alla sonda New Horizons della NASA, lanciata nel 2006 proprio per avventurarsi fino ai confini del sistema solare.  Dopo 8 anni, inizia il countdown all’iincontro con questo oggetto così controverso e affascinante. New Horizons è una delle navette più veloci mai costruite, che sfreccia nello spazio a oltre 1 milione e mezzo di km al giorno. “L’incontro inizia il prossimo gennaio,” dice Alan Stern, del Southwest Research Institute e il ricercatore principale della missione. “Siamo a meno di un anno dalla meta.” Il massimo avvicinamento è previsto in luglio 2015, quando New Horizons si troverà a soli 10.000 km da Plutone, ma la sonda sarà molto occupata già da molto prima.  Il primo importante impegno, in gennaio 2015, sarà una intensa sessione fotografica tramite il Long Range Reconnaissance Imager, “LORRI.”, che contribuirà a determinare l’esatta posizione di Plutone, sulla quale per ora rimane un’incertezza di alcune migliaia di chilometri. LORRI fotograferà il pianeta rispetto alle stelle sullo sfondo,” spiega Stern. “Utilizzeremo le immagini per determinare con precisione la distanza tra Plutone e la sonda, e poi accenderemo I motori per effettuare eventuali correzioni.” All’inizio Plutone e la sua grande luna Caronte sembreranno poco più di puntini, “un paio di larghi pixel,” dice Stern, ma presto li vedremo crescere e farsi veri e propri mondi. A partire dalla fine di aprile 2015, le foto di Plutone ottenute da New Horizons supereranno di gran lunga le migliori scattate da Hubble. In luglio 2015, le telecamere della navetta vicinissima a Plutone ci riveleranno un nuovo mondo. se New Horizons sorvolasse la Terra alla stessa distanza che la separerà allora da Plutone, potrebbe fotografare singoli edifici e le loro forme. Stern sottolinea che questo è uno dei momenti più entusiasmanti  dell’era spaziale. “Da tanto tempo l’umanità non vive un’esperienza come questa – un incontro con un nuovo pianeta,” dice.  “Tutto ciò che vedremo su Plutone sarà una rivelazione”.  Stern paragona New Horizons a Mariner 4, che sfiorò Marte nel luglio 1965.  A quel tempo, molte persone, perfino alcuni scienziati, pensavano che il Pianeta Rosso fosse un luogo accogliente e ospitale, con acqua e vegetazione. Invece, Mariner 4 rivelò un deserto arido, di sconvolgente bellezza. Il passaggio ravvicinato di New Horizons accanto a Plutone avverrà quasi esattamente 50 anni dopo il passaggio di Mariner 4 vicino a Marte — e potrebbe sorprendere gli spettatori allo stesso modo. Potremmo perfino scoprire che Plutone ha altri satelliti, e perfino degli anelli, ritiene Stern. Le simulazioni mostrano che i meteoroidi che colpiscono i 5 satelliti di Plutone finora noti potrebbero scagliare in orbita detriti e formare un sistema di anelli. Grazie a New Horizons, saremo presto a tu per tu con Plutone. Finalmente potremo interagire con lui, e sentire cosa ha da dirci. Magari, dopo tante umiliazioni, troveremo qualche ragione per riportarlo alla ribalta e farci perdonare.
di Francesca Diodati (Astronomia.com)

La nebulosa lampeggiante

Su Media INAF ne parlano spesso (le due news più recenti sono qui e qui), anche perché oltre all’indubbio interesse scientifico che sollevano, le loro immagini sono davvero spettacolari. Le nebulose ad emissione, composte principalmente da idrogeno  caldo e ionizzato (da qui la loro denominazione tecnica H II, dove H sta per idrogeno, II è il termine che ne indica lo stato di ionizzazione, dovuto alla perdita del suo unico elettrone) brillano di luce propria grazie all’intenso flusso di radiazione, soprattutto ultravioletta, prodotta dalle stelle giovani e di grande massa che si trovano al loro interno. Ma perché, nonostante il grande flusso di radiazione ricevuto, queste nebulose, oltre a venire surriscaldate, non vengono spazzate via? A dare una risposta a questo fondamentale quesito che da vari decenni arrovella gli astrofisici ci prova la ricerca guidata da Chris De Pree, direttore del Bradley Observatory presso l’Agnes Scott College negli Stati Uniti, recentemente pubblicata in un articolo sulla rivista The Astrophysical Journal Letters. De Pree e i suoi colleghi, osservando la nebulosa denominata Sgr B2 (Sagittarius B2) con lo Jansky Very Large Array (VLA), un radiotelescopio nel New Mexico, hanno confermato quelle che prima erano solo speculazioni teoriche. Ovvero, che nelle nubi dove stanno formandosi stelle massicce si addensano anche strutture filamentose di gas che assorbono una frazione rilevante della radiazione ultravioletta. Con il risultato che la nebulosa nel suo complesso tende temporaneamente a raffreddarsi e a ridurre la sua luminosità. “Nel vecchio modello teorico, quando si viene a formare una stella di grande massa la regione H II attorno ad essa si ‘accende’ e comincia a espandersi. Tutto era chiaro e ordinato” spiega De Pree. “Ma il gruppo di astrofisici teorici con cui collaboro hanno messo a punto simulazioni che dimostrano come le fasi di accrescimento della stella continuassero durante la sua formazione e che la materia continuasse a cadere verso la stella anche dopo che la regione H II si era formata”. Questo perché il gas interstellare che circonda le stelle massicce non cade uniformemente sulla stella ma invece costituisce concentrazioni filamentose modellate dalla forza di gravità. Quando la radiazione prodotta dalla stella massiccia investe i filamenti, questi ne assorbono principalmente la sua componente ultravioletta, schermando il gas circostante. Considerando questo effetto, si spiega non solo come il gas può continuare a cadere verso le stelle, ma anche perché le nebulose ionizzate osservate con il VLA sono così piccole: esse tendono a contrarsi quando non sono più ionizzate e nel corso del tempo la loro luce sembra tremolare come quella una candela. Queste transizioni in cui il gas passa da uno stato rarefatto a uno di elevata densità e viceversa avvengono  assai rapidamente rispetto agli altri eventi astronomici, addirittura nel giro di poche decine di anni, così come emerge dal confronto delle osservazioni del VLA della regione Sagittario B2 nel 1989 e nel 2012. “La tendenza a lungo termine è sempre la stessa, cioè che le regioni H II si espandono con il tempo”, conclude De Pree. “Ma ad osservarle in modo più accurato diventano più luminose o più deboli in modo ciclico. Misurazioni accurate nel corso del tempo sono in grado di mostrare questo processo più complesso”.
di Marco Galliani (INAF)

Trovato il carburante della formazione stellare?

Un placido e tenue fiume di gas, un filamento diffuso di idrogeno freddo che potrebbe alimentare il costante ritmo di formazione stellare di molte galassie a spirale. È quello che è stato rilevato per la prima volta nei dintorni della vicina galassia NGC 6946 in una nuova ricerca pubblicata su Astronomical Journal. Lo studio è stato condotto dall’astronomo Daniel J. Pisano della West Virginia University utilizzando i potenti mezzi del mostruoso Green Bank Telescope(GBT). Il GBT, simbolo della grandeur americana, è il radiotelescopio più potente mai costruito. Con i suoi 100 metri di diametro offre un livello di dettaglio impossibile da raggiungere con qualsiasi altro strumento. Attorno al GBT si estende la cosiddetta National Radio Quiet Zone,  un’area di circa 34.000 chilometri quadrati di terreno, nella West Virginia, dove è bandito l’uso di qualsiasi dispositivo a onde radio ed elettromagnetiche proprio per non disturbare il gigante nel suo lavoro. Per il pacchetto completo i vari finanziatori ed enti di ricerca spendono la modica cifra di 10 milioni di dollari all’anno in costi operativi. Alcuni precedenti studi avevano rivelato un alone esteso di idrogeno attorno a NGC 6946, ma si trattava in quel caso di una nube di gas caldo, conseguenza dei processi di formazione stellare e delle esplosioni di supernovae, una caratteristica comune delle galassie a spirale. Un flusso freddo come quello rilevato da Pisano non era mai stato osservato prima, e potrebbe essere costituito da idrogeno proveniente da un processo completamente diverso: l’immissione di gas dallo spazio intergalattico all’interno delle galassie,  che lo riutilizzerebbero per dare vita alle stelle. “Sapevamo che il carburante per la formazione stellare doveva venire da qualche parte. Finora, tuttavia , avevamo rilevato solo il 10 per cento di quello che sarebbe necessario per spiegare ciò che osserviamo in molte galassie”, ha detto Pisano . “La teoria principale è che questi fiumi di gas possano traghettare idrogeno nello spazio intergalattico, alimentando la formazione stellare. Questo tenue filamento di idrogeno era semplicemente troppo diffuso per poterlo rilevare prima d’ora”. Secondo modelli teorici noti da tempo, le galassie più grandi riceverebbero un costante afflusso di idrogeno freddo dalle compagne meno massicce. Quello trovato da Pisano sembrerebbe essere il primo riscontro sperimentale dell’effettiva esistenza di ponti di idrogeno neutro tra galassie. Risolto quindi il mistero della formazione stellare? Non proprio. La natura del gas rilevato potrebbe infatti essere altrettanto probabilmente il residuo dell’incontro ravvicinato tra NGC 6946 e qualche altra galassia, un “faccia a faccia” che potrebbe aver lasciato la scia di idrogeno neutro rilevata. In questo caso, però, i filamenti dovrebbero essere popolati almeno da una manciata di stelle. Nuovi studi saranno necessari per sciogliere questo nodo e far luce sul possibile ruolo che questi filamenti di idrogeno freddo svolgono nell’evoluzione delle galassie.
Andrea De Giuli (INAF)

Di uomini, sassi e stelle: il fascino dell’archeoastronomia

Uno dei primi istinti dell’uomo è stato quello di contemplare la volta celeste. Una delle prime attività umane è stata l’edificazione di megaliti e costruzioni. Astronomia e architettura hanno viaggiato per migliaia di anni a stretto contatto, e oggi sappiamo che nell’antichità molte popolazioni orientavano i propri edifici secondo particolari allineamenti astronomici, seguendo e analizzando i movimenti del Sole e degli astri. Dallo studio di queste connessioni nasce l’archeoastronomia, una scienza interdisciplinare che per fornire analisi precise deve fare i conti non solo con la posizione delle stelle e con i reperti archeologici, ma anche con l’iconografia, l’interpretazione dei testi e la storia filosofica, religiosa e culturale dell’uomo. Orientamenti astronomici sono stati riscontrati in centinaia di templi e altri edifici religiosi e no di tutto il mondo. Ma quanti di questi allineamenti sono puramente casuali e quanti sono invece il riflesso di una precisa storia culturale? Uno dei primi compiti di un archeoastronomo è proprio quello di dimostrare che gli allineamenti non siano solo frutto del caso. “Per farlo l’archeoastronomia moderna usa tutte le fonti, comprese addirittura, quando ci sono, le fonti etnologiche”, spiega Giulio Magli, professore ordinario alla facoltà di Architettura Civile del Politecnico di Milano, dove tiene l’unico corso universitario di archeoastronomia in Italia. “Per esempio ci sono ancora oggi delle popolazioni rurali che usano il calendario Tzolkin di 260 giorni, il calendario sacro dei Maya di mille anni fa. E gli studiosi dei Maya hanno oggi ormai chiaro il fatto che conoscere l’astronomia e l’archeoastronomia sia un tassello chiave per provare a capire un sito maya”. Quando si parla del rapporto tra monumenti e stelle il pensiero corre inevitabilmente alle piramidi di Giza. “In Egitto il legame dell’architettura con l’astronomia è quello di un’identità culturale che rimane sostanzialmente immutata per tremila anni”, dice Magli. Ma esempi simili si trovano anche nel mondo greco, dove, spiega, “la stragrande maggioranza dei templi è orientata con il sorgere del Sole, come molte chiese cristiane, riflesso anche qui di un profilo culturale molto preciso”. Profilo che nessuno ha mai dimostrato essere presente negli edifici di culto dell’Antica Roma. “Il tempio romano ha tipicamente un’orientazione o casuale o che dipende dall’impianto urbano della città e dalle caratteristiche topografiche. Nessuno ha mai dimostrato una ricorrenza di orientazione nei templi romani, e certo non lo si può fare partendo da una sola città: ci vorrebbe un database completo”, spiega Magli. Il riferimento è alla ricerca presentata qualche giorno fa da Vance Tiede sugli edifici sacri di Pompei. 

“Ma nella cultura romana è soprattutto l’imperatore a essere legato ai moti celesti”, racconta Magli. “Uno degli esempi è il Pantheon, che è costruito in modo tale da celebrare il natale di Roma, il 21 aprile. In quel giorno il fascio di luce che entra dall’oculo colpisce direttamente l’ingresso, a mezzogiorno. Questo fenomeno, che abbiamo studiato Robert Hannah ed io qualche anno fa, era già conosciuto nella tradizione culturale della città, e descritto per esempio nei disegni del 1700 di Giovanni Battista Piranesi”. Relazioni tra la fondazione di Roma, la figura dell’imperatore e la volta celeste sono presenti in diverse costruzioni romane, come ad esempio nella Domus Aurea o nella Meridiana di Augusto. Non è così per quanto riguarda le divinità. “Per i templi  siamo ancora molto lontani dall’avere un database completo e quindi una conoscenza statistica adeguata. Questo nuova analisi dei templi di Pompei può essere interessante dal punto di vista della catalogazione. Mancano però ancora delle informazioni culturali e archeologiche forti per poterne trarre delle conclusioni”. D’altra parte il fatto che un edificio sia allineato con un qualche moto celeste non è di per sé un’evidenza particolarmente significativa vista, banalmente, l’enorme quantità di stelle nel cielo. L’indubbio fascino che si porta dietro questa disciplina, con i suoi echi ancestrali e le suggestioni culturali, porta spesso a forti invasioni di campo da parte di amatori che, anche in buona fede, con le loro ricerche poco rigorose finiscono per complicare il lavoro degli scienziati.”Un esempio classico sono gli Etruschi”, racconta Magli. “Sugli etruschi si trovano in giro le sciocchezze più terrificanti, e fino a poco tempo fa gli etruscologi guardavano con sospetto qualsiasi ricerca di stampo archeastronomico”. Eppure in Italia ci sarebbe molto materiale su cui lavorare. “Nei dintorni di Roma ci sono dei monumenti fantastici: l’acropoli di Circei, l’acropoli di Alatri, le mura di Segni, le mura poligonali di Norba”, monumenti megalitici le cui origini sono ancora incerte e sulle quali un serio studio archeoastronomico potrebbe portare a risultati interessanti. Rimanendo in Italia, uno studio recente, a firma di Stella Vittoria Bertarione e dello stesso Magli, ha da poco analizzato l’orientamento astronomico di Aosta. “È stato un lavoro in forte cooperazione con l’archeologia. In quelle zone gli archeologi hanno scoperto un blocco inciso che si riferisce all’atto di fondazione della città. Aosta, che portava il nome di Augusta Pretoria, venne fondata da Augusto. Lo studio ha dimostrato che la città è orientata verso il sorgere del Sole sul solstizio di inverno e cioè, all’epoca, nel Capricorno, segno associato all’imperatore”.
di Matteo De Giuli (INAF)

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