Là dove nascono le meteoriti (studio sulle origini delle condriti H)

Si chiamano condriti H e si tratta del tipo più comune di meteoriti che cadono sul pianeta Terra. Da tempo gli astronomi discutono origine e provenienza di questi corpi osservando con attenzione la cintura di asteroidi che si trova fra Marte e Giove, senza però approdare a conclusioni definitive. A fare luce su questo mistero è uno studio appena pubblicato a firma dei ricercatori del Planetary Science Institute di Tucson, Arizona. «Le condriti H costituiscono il 33 percento di tutte le meteoriti che cadono sulla Terra, ma la loro formazione e provenienza è stata oggetto di grande dibattito scientifico negli ultimi decenni. Ora abbiamo un pezzo in più per completare il complesso puzzle di ipotesi che le riguarda e potrebbe contribuire in modo determinante a sciogliere le questioni aperte», spiega Juan Sanchez, ricercatore associato del Planetary Science Institute e fra gli autori dell’articolo pubblicato su The Astrophysical Journal. Le condriti H sono state in passato tradizionalmente legate a Hebe, un grande asteroide collocato nel parte interna della fascia principale degli asteroidi. Lo studio del Planetary Science Institute sembra invece dimostrare che alcuni delle meteoriti di questa tipologia provengano da una regione più lontana rispetto alla fascia principale. Grazie al NASA Infrared Telescope Facility di Manua Kea, Hawaii, Vishnu Reddy e Lucille Le Corre, anche loro membri del team di astronomi che ha seguito la ricerca del Planetary Science Institute, hanno potuto studiare il tipo di minerali di cui è composta la superficie di un asteroide non distante dal nostro pianeta e conosciuto come 2007 PA8 (214869). Durante il suo avvicinamento alla Terra nel novembre 2012 è stato così possibile confermare che le condriti H di cui è composto sono molto simili ad altre trova a Terra. 2007 PA8, come tutti gli asteroidi vicini alla Terra, proviene dalla fascia principale degli asteroidi. Ma la sua orbita colloca chiaramente l’origine di questo corpo al di fuori delle regioni ben conosciute della fascia principale. Non tutte le meteoriti sono dunque direttamente riconducibili a Hebe e agli asteroidi che compongono la fascia principale. Le condriti H che spesso troviamo nei frammenti delle meteoriti che precipitano a Terra hanno dunque una provenienza eterogenea. «Se alcune delle condriti H che arrivano sul nostro pianeta provengono da una regione esterna alla fascia principale degli asteroidi allora con tutta probabilità queste meteoriti ordinarie appartengono alla regione da cui proviene 2007 PA8, e si tratta della famiglia di asteroidi conosciuta come Koronis», conclude Sanchez.
di Davide Coero Borga (INAF)

Estinzione dei mammut: niente meteorite

Altro che impatto cosmico! I frammenti di roccia imperlati di goccioline silicee e che si pensavano essere i resti di un disastroso impatto da meteorite avvenuto 13mila anni fa (controverso innesco di un periodo geologicamente breve di clima freddo approssimativamente compreso tra 12.800 e 11.500 anni fa), sarebbero invece da attribuire all’incendio di un nucleo di abitazioni primitive e risalenti alla Stone Age. È quanto sostiene un nuovo studio della University of California, che esclude definitivamente una serie di campioni ritrovati in Siria e da sempre portati a sostegno della tesi dell’impatto. Il Grande Congelamento (tecnicamente conosciuto come Dryas recente) non è figlio del controverso impatto cosmico di cui si è discusso a partire dagli anni Ottanta e che nel giro di un migliaio di anni avrebbe portato all’estinzione di mammut e grandi mammiferi che abitavano la Terra del Pleistocene, compresa l’intera popolazione dei Clovis, un gruppo di ominidi paleoamericani, così come si pensa abbia prodotto, milioni di anni prima, la scomparsa dei dinosauri (vedi MediaINAF). Allora un gruppo di ricercatori aveva suggerito che il periodo di raffreddamento delle temperature avvenuto fra le due grandi glaciazioni fosse da mettere in relazione con l’impatto di una cometa o di un meteorite in America del Nord. Lo studio della University of California, pubblicato online dal Journal of Archaeological Science, ha analizzato le gocce di scorie silicee rinvenute in quattro siti in Siria settentrionale e risalenti a un periodo compreso fra 10mila e 13mila anni fa. Confrontando questo genere di reperti con i frammenti portati a prova della teoria di impatto cosmico in relazione al Dryas recente, i ricercatori sono riusciti a dimostrare come tutti i reperti siano spiegabili come semplici scorie di antichissimi incendi di abitazioni primitive. Quando l’uomo era già padrone del fuoco, ma evidentemente poco esperto di sistemi anti-incendio. I territori settentrionali della Siria dove sono stai effettuati i ritrovamenti hanno ospitato i primi insediamenti agricoli lungo il fiume Eufrate. Le abitazioni di allora consistevano in strutture a mattoni in fango e paglia, molte delle quali portano ancora i segni di principi di incendio. «Almeno per ciò che riguarda i reperti siriani, la teoria dell’impatto cosmico è da escludere», taglia corto Peter Thy, ricercatore presso il Davis Department of Earth and Planetary Sciences della University of California e primo firmatario del paper. E i risultati a favore sono molteplici: anzitutto i campioni raccolti non presentavano tracce di terreni provenienti da altre regioni o continenti come ci si aspetterebbe da un tipo di impatto così violento; le rocce sono imperlate da goccioline la cui modellizzazione corrisponde a basse temperature ben distanti dai bollori di un evento di grandi dimensioni; per non parlare del fatto che l’insieme dei reperti proviene da siti archeologici collocabili in un arco di 3mila anni, troppo lasco per giustificare un singolo evento.
di Davide Coero Borga (INAF)

Caccia grossa al meteorite: trovati frammenti in Russia

I  ricercatori dell’Ursa Finnish Fireball Network: hanno recuperato un prezioso bottino extraterrestre. Nella  notte del 19 aprile  un’affascinante palla infuocata ha attraversato il cielo sul confine fra Russia e Finlandia, ed ecco che sono prontamente intervenuti questi veri e propri ‘cacciatori di meteoriti’ .  Hanno perlustrato quella che è stata individuata come zona d’impatto e ci sono riusciti. Esko LyytinenJarmo Moilanen e Steinar Midtskogen del Finnish Fireball Network – così si chiama la rete di videocamere disseminate sul territorio scandinavo e che ha permesso di ricostruire la traiettoria seguita dal meteorite sotto i cieli polari – hanno analizzato fotografie, videoriprese amatoriali e dichiarazioni di testimoni oculari, delimitando l’area geografica dove era più probabile che la sfera di fuoco avesse concluso il suo viaggio iniziato nello spazio profondo. La massa iniziale del meteoroide è stata stimata sulla mezza tonnellata. La gran parte del sasso spaziale è andata in frantumi a contatto con l’atmosfera terrestre sbriciolandosi in innocuo pietrisco. Un team internazionale di scienziati, che non comprende solo finlandesi e russi ma anche scienziati della Repubblica Ceca, ha messo in piedi una spedizione di ricerca e in meno di una settimana, in mezzo al nevischio di fine maggio (prima che il verde potesse nascondere il nudo terreno alla vista di chiunque), hanno individuato un primo frammento di meteorite: un sassolino da 120 grammi rinvenuto da Nikolai Kruglikov, della Ural Federal University russa, in mezzo al selciato di una mulattiera. L’equipaggio lavorava a ritmi di 10 ore al giorno, quando Kruglikov ha fermato la macchina per verificare una roccia sospetta: “Improvvisamente si è messo a ballare e urlare”, spiega Tomas Kohout dell’Università di Helsinki. “Sul momento non riuscivamo a credere a una vera scoperta, poi abbiamo controllato la composizione della roccia e la pietra presentava tutte le tipiche caratteristiche di un passaggio in atmosfera ad altissime velocità”. Il giorno dopo è saltato fuori un secondo masso: 48 grammi. L’equipaggio ha battezzato i nuovi arrivati con il nome del fiume nei pressi del quale sono stati rinvenuti: Annama, un corso d’acqua che passa a una sessantina di chilometri a ovest di Murmansk, porto di mare sulla baia della Kola sul Mare di Barents. La Czech Geological Survey ha catalogato le rocce spaziali come condriti ordinarie, il tipo più comune di meteoriti che cadono sul nostro Pianeta e in cui rientra anche il caso di Chelyabinsk del 2013.
tratto dal sito INAF

Un meteorite da record

Se fossimo sulla famosa cartina del RisiKo!, l’esplosione che circa 70 milioni di anni fa si è abbattuta sull’Alberta avrebbe fatto tremare anche i confinanti Territori del Nord Ovest. Non si parla di guerra, ma di meteoriti: e in particolare di quello che con ogni probabilità si è schiantato nella provincia del Canada occidentale, diverse ere geologiche fa. Ad affermarlo è un gruppo di ricercatori dell’Alberta Geological Survey e dell’University of Alberta (anche chiamata semplicemente U of A), che ha scoperto un’antica struttura simile a un anello nell’Alberta meridionale. Questa insolita forma nella roccia corrisponderebbe proprio alla zona dell’impatto con il meteorite. E non un meteorite qualunque: secondo gli studiosi, quello piovuto sull’America del nord è stato un masso abbastanza grande da lasciare un cratere ampio ben otto chilometri. Il passare degli anni, con tanto di alternarsi di glaciazioni, ha spazzato via quasi tutte le prove, quindi a prima vista non è stato possibile stabilire con certezza che il responsabile dell’anello gigante nel suolo fosse venuto dal cielo. Ma poi il gruppo di ricerca guidato da Doug Schmitt, esperto in fisica delle rocce, ha condotto indagini geologiche e sismiche che hanno confermato l’ipotesi. Infatti, se il processo di erosione ha fatto sparire tutti i resti, le “radici” del cratere sono rimaste: una depressione semicircolare che si estende appunto per otto chilometri, attorno a una cima centrale. Impatto confermato, quindi, anche se per quanto riguarda la datazione i ricercatori sono stati meno fortunati. “Sappiamo che l’impatto è avvenuto negli ultimi 70 milioni di anni, e che in tale lasso di tempo circa 1.5 chilometri di sedimenti sono stati erosi. Questo rende però molto difficile trovare una data precisa” spiega Doug Schmitt. Quello che invece si riesce a determinare con più certezza è la potenza dell’impatto: le analisi del terreno hanno mostrato che il cratere ha probabilmente raggiunto una profondità da 1.6 a 2.4 chilometri. “Un impatto di questa grandezza potrebbe uccidere qualunque cosa nei dintorni” dice Wei Xie, studente del gruppo di ricerca di Schmitt, che ha calcolato le conseguenze causate dal meteorite. “Se accadesse oggi, Calgary (200 chilometri a nord-ovest) verrebbe spazzata via. Mentre a Edmonton, che dista 500 chilometri, ogni singola finestra esploderebbe”.
di Giulia Bonelli (INAF)

Sciami meteorici: le Quadrantidi

Le prime notti di gennaio sono tra le più interessanti per osservare stelle cadenti, in quanto è attivo uno dei maggiori sciami dell’anno, quello delle Quadrantidi, dette anche da molti Bootidi, poichè queste meteore sembrano irradiarsi da una zona posta all’incirca a una decina di gradi a nord della costellazione del Boote. Nel nostro paese dal crepuscolo serale a mezzanotte il radiante viene a trovarsi molto basso, quasi tangente all’orizzonte, di conseguenza il numero delle meteore osservabili risulta estremamente ridotto e solamente da mezzanotte all’alba diventa conveniente osservarle, man mano che il radiante sale sempre più in altezza. Quest’anno il maggior numero di Quadrantidi è atteso intorno alle 20h-21h del 3 gennaio. A quell’ora, come detto, il radiante sarà ancora sull’orizzonte, pertanto solo dalla mezzanotte in poi avremo la possibilità di osservare utilmente già nella loro fase discendente dell’attività. La loro osservazione sarà in ogni modo favorevole, dato che il maggior numero di Quadrantidi si riscontra per una decina di ore, e quindi in buona parte quest’anno nelle ore notturne del 3 gennaio. Nelle notti lontane dal massimo queste meteore sono poco luminose e paiono irradiarsi da un’area di cielo molto diffusa, mentre durante la massima attività appaiono molto brillanti da un radiante molto compatto.
Da “Il cielo nel mese di gennaio 2014” (Astronomia.com)

Arrivano le Geminidi di dicembre

Pensavate che le stelle cadenti ci fossero soltanto la notte di San Lorenzo? Non è così. Dal 3 al 19 dicembre la Terra intersecherà lo sciame delle Geminidi dando origine ad una pioggia di stelle cadenti tutta da ammirare. Lo sciame meteorico delle Geminidi, che ha il suo picco tra il 13 ed il 14 dicembre, è il più intenso dell’anno, è ricco di bolidi e può essere visto da ogni punto del globo terrestre. Le Geminidi sono molto luminose e facili da osservare, nonostante il loro passaggio sia molto veloce. Sono affidabili, infatti non mancano mai al loro appuntamento annuale con gli appassionati. Molte delle piogge meteoriche provengono dalle comete, che lasciano molte quantità di meteoroidi che danno vita alle notti delle stelle cadenti (come ad agosto). Le Geminidi sono diverse, perché il corpo che le origina non è una cometa ma un oggetto roccioso chiamato Phaeton 3200, che lascia talmente pochi detriti che certo non bastano a spiegare le Geminidi. L’asteroide, molto simile a una cometa, è stato scoperto nel 1983 dal satellite IRAS della NASA e passa vicino al Sole ogni 1,4 anni. Lo sciame per gli studiosi è sempre stato un mistero, ameno finora. Un gruppo di astronomi guidato da Dave Jewitt della UCLA, infatti, ha usato le sonde gemelle STEREO della NASA per guardare più da vicino l’asteroide al suo passaggio ravvicinato con Sole. Nel 2010 una delle sonde ha registrato un aumento notevole della luminosità di Phaeton 3200 mentre si avvicinava al Sole, come se la luce del Sole splendesse attraverso una nube di polvere attorno all’asteroide. Gli scienziati hanno cominciato a sospettare, quindi, che Phaeton 3200 fosse una cometa rocciosa, cioè un asteroide che si avvicina molto al Sole, così vicino che il calore brucia i detriti polverosi. Ciò potrebbe costituire una sorta di coda simile a quella delle comete vere, avvistata poi anche in osservazioni successive fino al 2012. “La coda fornisce la prova incontrovertibile che Phaeton espelle polvere”, ha detto Jewitt. Polvere che proverrebbe dalla crosta del corpo celeste che si sta man mano disintegrando. Il mistero resta, perché gli esperti non si spiegano come è possibile che lo sciame meteorico sia così corposo. Jewitt e colleghi stimano una massa totale di circa 30 mila chilogrammi. Questo potrebbe sembrare tanto, ma è troppo piccolo per sostenere il massiccio flusso di detriti delle Geminidi. Si pensa che l’asteroide abbia subito un grande evento in passato, magari una collisione. Quello che ci attende, quindi, sarà un Natale con pochi precedenti nella storia: nel mese di dicembre è previsto anche l’arrivo della cometa ISON, che potrebbe essere visibile a occhio nudo già nei primi giorni di dicembre. Le altre comete non offriranno il suo stesso spettacolo, eccetto forse Lovejoy, che  si trova ora nei pressi della costellazione del Leone e diventerà visibile a occhio nudo nella seconda settimana del mese di dicembre.
di Eleonora Ferroni (INAF)

Un frammento di crosta marziana

Un meteorite così, da Marte, non era mai arrivato. NWA 7034 (le lettere stanno per North West Africa, visto che è stato raccolto in Marocco) è infatti diverso da ognuno dei 110 campioni di meteoriti provenienti dal pianeta rosso finora raccolti sul nostro pianeta. In compenso, assomiglia molto a quelli analizzati dai rover che hanno raggiunto Marte negli ultimi anni. I ricercatori che lo hanno analizzato, guidati da Carl Agee dell’Università del New Mexico, scrivono su Science di questa settimana che NWA 7034 proviene probabilmente dalla crosta marziana (lo strato più esterno del pianeta, a contatto con l’atmosfera) a differenza degli altri campioni finora raccolti sulla Terra.
NWA 7034 ha un contenuto d’acqua che è di un ordine di grandezza superiore a quello di tutti gli altri meteoriti marziani (noti come SNC, dalle località di Shergotty, Nakhla, e Chassign dove sono stati rinvenuti i rappresentanti più significativi): circa 6000 parti di acqua per milione, acqua che potrebbe venire da una sorgente vulcanica o da una falda superficiale. In ogni caso, doveva esserci acqua in superficie su Marte fino al momento in cui questo meteorite ha interagito con l’atmosfera, circa 2,1 miliardi di anni fa (quello che si chiama “primo periodo amazzoniano” nella storia geologica marziana). Inoltre, come spiega Andrew Steele della Carnegie Institution (uno degli autori), “la sua composizione è diversa da quella di tutti i meteoriti SNC. È fatto di frammenti di basalto cementati, un tipo di roccia che si forma dal rapido raffreddamento della lava in presenza di attività vulcanica. Questa composizione è molto comune nei campioni lunari, ma non in quelli marziani. La sua composizione chimica insolita suggerisce che provenga dalla crosta. L’analisi del carbonio suggerisce anche che il meteorite abbia subito processi secondari sulla superficie marziana, il che spiegherebbe la presenza di macromolecole di carbonio organico”.
Di certo, notano gli autori,  NWA 7034 è  il primo meteorite ad avere una composizione coerente con le misurazioni fatte sulla superficie marziana da rover come Spirit, o dallo spettrometro della missione Odissey; cosa che non si può proprio dire ti tutti i meteoriti SNC, che devono provenire o da altre zone del pianeta o da altri strati.
di Nicola Nosengo (INAF)

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