Là dove nascono le meteoriti (studio sulle origini delle condriti H)

Si chiamano condriti H e si tratta del tipo più comune di meteoriti che cadono sul pianeta Terra. Da tempo gli astronomi discutono origine e provenienza di questi corpi osservando con attenzione la cintura di asteroidi che si trova fra Marte e Giove, senza però approdare a conclusioni definitive. A fare luce su questo mistero è uno studio appena pubblicato a firma dei ricercatori del Planetary Science Institute di Tucson, Arizona. «Le condriti H costituiscono il 33 percento di tutte le meteoriti che cadono sulla Terra, ma la loro formazione e provenienza è stata oggetto di grande dibattito scientifico negli ultimi decenni. Ora abbiamo un pezzo in più per completare il complesso puzzle di ipotesi che le riguarda e potrebbe contribuire in modo determinante a sciogliere le questioni aperte», spiega Juan Sanchez, ricercatore associato del Planetary Science Institute e fra gli autori dell’articolo pubblicato su The Astrophysical Journal. Le condriti H sono state in passato tradizionalmente legate a Hebe, un grande asteroide collocato nel parte interna della fascia principale degli asteroidi. Lo studio del Planetary Science Institute sembra invece dimostrare che alcuni delle meteoriti di questa tipologia provengano da una regione più lontana rispetto alla fascia principale. Grazie al NASA Infrared Telescope Facility di Manua Kea, Hawaii, Vishnu Reddy e Lucille Le Corre, anche loro membri del team di astronomi che ha seguito la ricerca del Planetary Science Institute, hanno potuto studiare il tipo di minerali di cui è composta la superficie di un asteroide non distante dal nostro pianeta e conosciuto come 2007 PA8 (214869). Durante il suo avvicinamento alla Terra nel novembre 2012 è stato così possibile confermare che le condriti H di cui è composto sono molto simili ad altre trova a Terra. 2007 PA8, come tutti gli asteroidi vicini alla Terra, proviene dalla fascia principale degli asteroidi. Ma la sua orbita colloca chiaramente l’origine di questo corpo al di fuori delle regioni ben conosciute della fascia principale. Non tutte le meteoriti sono dunque direttamente riconducibili a Hebe e agli asteroidi che compongono la fascia principale. Le condriti H che spesso troviamo nei frammenti delle meteoriti che precipitano a Terra hanno dunque una provenienza eterogenea. «Se alcune delle condriti H che arrivano sul nostro pianeta provengono da una regione esterna alla fascia principale degli asteroidi allora con tutta probabilità queste meteoriti ordinarie appartengono alla regione da cui proviene 2007 PA8, e si tratta della famiglia di asteroidi conosciuta come Koronis», conclude Sanchez.
di Davide Coero Borga (INAF)

Un meteorite da record

Se fossimo sulla famosa cartina del RisiKo!, l’esplosione che circa 70 milioni di anni fa si è abbattuta sull’Alberta avrebbe fatto tremare anche i confinanti Territori del Nord Ovest. Non si parla di guerra, ma di meteoriti: e in particolare di quello che con ogni probabilità si è schiantato nella provincia del Canada occidentale, diverse ere geologiche fa. Ad affermarlo è un gruppo di ricercatori dell’Alberta Geological Survey e dell’University of Alberta (anche chiamata semplicemente U of A), che ha scoperto un’antica struttura simile a un anello nell’Alberta meridionale. Questa insolita forma nella roccia corrisponderebbe proprio alla zona dell’impatto con il meteorite. E non un meteorite qualunque: secondo gli studiosi, quello piovuto sull’America del nord è stato un masso abbastanza grande da lasciare un cratere ampio ben otto chilometri. Il passare degli anni, con tanto di alternarsi di glaciazioni, ha spazzato via quasi tutte le prove, quindi a prima vista non è stato possibile stabilire con certezza che il responsabile dell’anello gigante nel suolo fosse venuto dal cielo. Ma poi il gruppo di ricerca guidato da Doug Schmitt, esperto in fisica delle rocce, ha condotto indagini geologiche e sismiche che hanno confermato l’ipotesi. Infatti, se il processo di erosione ha fatto sparire tutti i resti, le “radici” del cratere sono rimaste: una depressione semicircolare che si estende appunto per otto chilometri, attorno a una cima centrale. Impatto confermato, quindi, anche se per quanto riguarda la datazione i ricercatori sono stati meno fortunati. “Sappiamo che l’impatto è avvenuto negli ultimi 70 milioni di anni, e che in tale lasso di tempo circa 1.5 chilometri di sedimenti sono stati erosi. Questo rende però molto difficile trovare una data precisa” spiega Doug Schmitt. Quello che invece si riesce a determinare con più certezza è la potenza dell’impatto: le analisi del terreno hanno mostrato che il cratere ha probabilmente raggiunto una profondità da 1.6 a 2.4 chilometri. “Un impatto di questa grandezza potrebbe uccidere qualunque cosa nei dintorni” dice Wei Xie, studente del gruppo di ricerca di Schmitt, che ha calcolato le conseguenze causate dal meteorite. “Se accadesse oggi, Calgary (200 chilometri a nord-ovest) verrebbe spazzata via. Mentre a Edmonton, che dista 500 chilometri, ogni singola finestra esploderebbe”.
di Giulia Bonelli (INAF)

Una pioggia di stelle

Un cielo stellato lontano dalle luci della città, un prato che si presti come ospitale luogo di osservazione, tanta pazienza e una notte di mezza estate. Questi gli ingredienti tipici, quando immaginiamo una pioggia di stelle cadenti. Ovvero uno sciame di meteore.
In realtà, anche se siamo abituati a considerarlo uno spettacolo astronomico tipico dell’estate, la stagione invernale riserva le sue sorprese. Novembre, in particolare, offre agli amanti del genere uno degli eventi più interessanti dell’anno, noto sotto il nome di Leonidi, uno sciame di particolare intensità visibile intorno al 17 del mese.
Anche quest’anno, il fenomeno è stato seguito con attenzione da tutto il mondo, dando vita a una serie di bellissime immagini a tema astronomico.
L’immagine di oggi del sito INAF, scelta per la sua bellezza per essere pubblicata tra le APOD (Astronomy Picture of the Day) della NASA, è stata realizzata dal francese Stéphane Vetter (vedi il suo sito) ed è il fotogramma di un video lungo qualche minuto, in cui una meteora attraversa il cielo in modo spettacolare. Nell’immagine, un’inquadratura del cielo a 360 gradi realizzata dalla Francia, i più esperti riconosceranno anche il pianeta Giove, appena a destra e sotto il centro dell’immagine. L’immagine prescelta è solo una delle molte che nei prossimi mesi verranno pubblicate sul web, realizzate da astronomi professionisti e amatori, per raccontare la bellezza di questo sciame invernale, il cui nome deriva dalla sua localizzazione in cielo che tutti gli anni sembra generarsi nella costellazione del Leone. Il fenomeno degli sciami di meteore è generato da particelle emesse e lasciate indietro da una cometa. Le particelle, per la maggior parte simili a grani di polvere in rapido movimento, vengono rilasciate dalla cometa e permangono lungo la sua orbita a formare una scia. Questa scia viene attraversata dalla Terra una volta l’anno, sempre nello stesso periodo dell’anno, quando l’orbita della Terra attraversa quella della cometa. Quando questo accade, le particelle entrano nell’atmosfera terrestre ad alta velocità (fino a 70 Km/s nel caso delle leonidi) bruciando ad una altitudine di circa 100 km al suolo,  in modo molto visibile. Per usare l’immagine dell’astronomo Ben Burress, durante una pioggia di meteore, la Terra “è come una macchina che in autostrada sfreccia attraversando una nube di insetti: il parabrezza della vettura colpisce gli insetti lasciando striature sul vetro. Se invece si guarda fuori dal finestrino posteriore della macchina non sarà possibile vedere nessuna traccia sul vetro, perché quella è la direzione da cui la macchina proviene.” Nel caso delle sciame delle Leonidi, la scia di particelle responsabile del fenomeno è rilasciata dalla cometa Tempel-Tuttle, una cometa periodica che orbita intorno al sole circa ogni 33 anni terrestri, conferendo al fenomeno una variabilità dell’intensità negli anni. Quest’anno, le Leonidi hanno regalato un notevole spettacolo, soprattutto grazie all’assenza di Luna nei giorni di picco del fenomeno. Tuttavia si ricordano annate in cui lo sciame è stato di intensità incredibilmente maggiore. Come la  grande tempesta del 2002, che ha visto una pioggia di 3.000 meteore all’ora durante il picco. O lo sciame del 1883, ricordato come storico tra gli appassionati, quando ben 100.000 stelle cadenti furono contate in un’ora. Il periodo attuale di relativa tranquillità delle Leonidi durerà fino a quando la cometa Tempel-Tuttle non si avvicinerà di nuovo al Sole, tra una ventina d’anni. In quegli anni, lo spettacolo diventerà irrinunciabile e attirerà sicuramente le stesse folle estive delle più famose Perseidi. Nel frattempo, per chi si fosse perso il fenomeno, considerando i prati poco illuminati poco ospitali nel mese di Novembre, non rimane che navigare sul web a caccia degli ultimi ritratti del fenomeno, partendo per esempio dalla sezione Meteore della UAI (Unione Astrofili Italiani).
di Livia Giacomini (INAF)

Blocchi di DNA nelle meteoriti

I ricercatori della NASA hanno scoperto la scorsa estate alcuni blocchi dei quali si compone il DNA, la molecola che trasporta le istruzioni genetiche della vita, all’interno di meteoriti, a testimonianza che questi composti vengono creati nello spazio.
La ricerca fornisce quindi supporto alla teoria che prevede un kit completo formato nello spazio e consegnato sulla Terra da meteoriti e comete attraverso impatti passati.
Componenti del DNA sono stati scoperti nelle meteoriti già dagli anni Sessanta, ma c’è sempre stata insicurezza riguardo eventuali contaminazioni dovute alla vita terrestre. per la prima volta abbiamo invece tre linee di evidenza che insieme forniscono una prova che questi blocchi di DNA si sono formati nello spazio.
Il team ha scoperto adenina e guanina, componenti del DNA, così come ipoxantina e xantina. Il DNA somiglia ad una spirale. Adenina e guanina si connettono con altri due elementi a formare i pioli della scala ad elica. Sono parte di un codice che ci racconta la storia delle proteine. Ipoxantina e xantina non si trovano nel DNA, ma sono utilizzate in altri processi chimici. In due delle meteoriti studiate, il team ha scoperto per la prima volta tracce di tre molecole legate ai blocchi di DNA: la purina, la 2,6-diaminopurina e la 6,8-diaminopurina: le ultime due non sembrano mai utilizzate in biologia. Questi composti hanno lo stesso nucleo molecolare delle sostanze a base del DNA ma hanno una struttura in più o in meno. Proprio le molecole di base del DNA forniscono la prova che queste basi non sono di origine terrestre ma extraterrestre, proprio perché non vengono utilizzate nella nostra biologia. La seconda prova viene dalla comparazione di queste sostanze trovate nelle meteoriti con le quantità presenti nel territorio dell’Antartide, dove le meteoriti sono state trovate e dove questi elementi sono presenti in quantità molto inferiore.
Infine, come terza prova, questi elementi si sono creati in reazioni completamente non biologiche, in condizioni molto simili a quelle riscontrata nelle meteoriti di classe CM2.
Fonte: Daily Galaxy (Skylive)

Meteore, meteoriti o bolidi?

Le meteore, o stelle cadenti, sono granelli di polvere cosmica o residui di comete che si raggruppano in sciami e fanno la loro comparsa in determinati periodi.
Le “piogge meteoriche” possono quindi essere associate a precedenti passaggi di comete, i cui resti sono attraversati dal nostro pianeta nel corso della sua orbita intorno al Sole.
Nella maggior parte dei casi le ridotte dimensioni non permettono a questi corpi di superare l’atmosfera dove bruciano lasciando una suggestiva scia di luce.
Il punto della volta celeste dal quale le meteore sembrano giungere è detto “radiante”. A volte l’osservatore rimane colpito dalla luce e dalla traccia di un grosso bolide, oggetto simile ad una meteora, ma le cui maggiori dimensioni producono un lampo molto luminoso a volte visibile persino in pieno giorno.
Si da il nome di meteoriti infine a residue celesti di origine asteroidale o interplanetaria – di dimensioni ancora maggiori di quelle dei bolidi – tanto da non disintegrarsi completamente nell’atmosfera e da giungere sulla Terra.
Da: Guida pratica all’osservazione del cielo di Luca Parra vicini e Luigi Viazzo
Meteoroide invece è un termine generico per designare gli oggetti che, incontrando la Terra, possono trasformarsi in meteore o in meteoriti. Un pezzo di roccia che cade su Marte è un meteoroide, non un meteorite. Fin tanto che un pezzo di roccia viaggia nello spazio può essere chiamato meteoroide o asteroide.

Nei meteoriti il kit per fabbricare la vita

I meteoriti contengono tutti gli ingredienti necessari per la vita: un vero e proprio kit per fabbricare organismi viventi in viaggio nel cosmo. Lo ha scoperto uno studio coordinato dal laboratorio di Astrobiologia della Nasa e pubblicato sulla rivista dell’Accademia delle Scienze Americana (Pnas). Secondo la ricerca, nei meteoriti vi sono gli elementi chimici formatisi nel giovanissimo Sistema Solare che sono stati una fonte cruciale di composti che hanno reso possibile la formazione della vita sulla Terra. E’ dagli anni ’60 che i ricercatori sono a caccia degli ingredienti della vita nei meteoriti. E’ stato dimostrato, per esempio, che gli amminoacidi, che si assemblano per formare le proteine, esistono nello spazio e sono arrivati sul nostro pianeta trasportati da un tipo di meteorite ricca di composti organici chiamata condride carbonacea. Esaminando campioni provenienti da 11 di questi meteoriti caduti sulla Terra i ricercatori hanno scoperto per la prima volta anche altri elementi organici: i mattoncini del nostro materiale genetico, le basi nucleiche.
Grazie a un esperimento che ha riprodotto le basi nucleiche in laboratorio attraverso reazioni chimiche di ammoniaca e cianuro, che sono comuni nello spazio, i ricercatori hanno anche dimostrato che le basi nucleiche scoperte sono molto rare nella biologia terrestre e non sono il risultato di eventuali contaminazioni subite dai campioni sulla Terra. Una delle implicazioni del risultato, rilevano gli esperti, è che le prime forme di vita sul nostro pianeta potrebbero essersi assemblate da materiali trasportati sulla Terra dai meteoriti.
“Lo studio della composizione chimica dei piccoli frammenti di asteroidi ricchi di carbonio continua a rivelare continue sorprese. La scoperta di basi nucleiche è un tassello che mancava nella costruzione del complesso quadro dei processi prebiotici che sono stati i precursori della vita sulla Terra e forse anche su Marte”, ha osservato John Brucato ricercatore dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf) – Osservatorio Astrofisico di Arcetri e presidente della Società Italiana di Astrobiologia. ”Si pensa che gli asteroidi primitivi ricchi di carbonio siano i genitori delle meteoriti studiate in questo lavoro. Quindi, questa scoperta”, ha proseguito Brucato, “è l’ ulteriore conferma che gli asteroidi – e le loro sorelle comete – hanno svolto un ruolo determinante nell’inseminare la Terra con i mattoni della vita. La possibilità che le basi nucleiche possano formarsi in condizioni abiotiche è noto da tempo, ma per la prima volta queste labili molecole, difficili da rivelare perché facilmente degradabili, sono state estratte da corpi rocciosi di origine extraterrestre ed analizzate. Questo è stato possibile grazie allo sviluppo di strumentazione di laboratorio molto sofisticata che, alla stregua dei grandi telescopi, ci permette di indagare con precisione sempre maggiore i lati ancora oscuri del nostro Universo, racchiusi in piccoli frammenti di corpi solidi che quotidianamente ci giungono dallo spazio”.
“La rilevanza di questo studio è enorme, perché è la prima volta che vengono scoperte basi nucleiche nei meteoriti”, ha rilevato Ernesto Di Mauro, esperto di astrobiologia che insegna genetica molecolare all’università La Sapienza di Roma. “Queste basi – ha aggiunto – sono molto complesse ma anche resistenti e dimostrano che quello che è successo sulla Terra può accadere ovunque e che questi materiali precursori della vita hanno una origine probabilmente spontanea ed esterna agli organismi viventi”.
di Monica Nardone (INAF)

Alla ricerca di meteoriti

Si è da poco conclusa la spedizione 2010/2011 del programma ANSMET, Antartic Search for Meteorites, progetto finanziato dal 1976 da NASA e National Science Foundation statunitense per la raccolta di meteoriti sepolti sotto i ghiacci. Per tre mesi i ricercatori del team hanno setacciato l’immenso plateau antartico a caccia di meteoriti. Le zone polari sono veri e propri scrigni dove i frammenti dei corpi celesti caduti dallo spazio si conservano meravigliosamente, come non avviene in altre parti della Terra. È abbastanza facile individuarli visivamente: sassi neri che spiccano bianco abbagliante della neve. Per questa stagione, i cacciatori di meteoriti sono soddisfatti. Sono rientrati al campo base con un bottino di 1.200 campioni, già spediti al Johnson Space Center di Houston, in Texas. Da 34 anni a questa parte, più di 10.000 meteoriti sono stati recuperati in Antartide. Tra questi, il frammento più celebre è ALH84001, un campione marziano di quasi due chili rinvenuto nel 1984 che fece molto discutere per l’ipotesi avanzata da alcuni scienziati che contenesse tracce di batteri fossili.

Meteoriti di ferro

Se la superficie della Terra non è butterata di crateri da impatto come la Luna non è per grazia ricevuta. È l’atmosfera il nostro scudo spaziale contro l’incessante bombardamento che proviene dallo spazio. Possiamo dormire sonni tranquilli, sapendo che la maggior parte dei meteoroidi che entrano in rotta di collisione con il nostro pianeta si disintegrano o si frammentano prima di toccare il suolo. Solo i “sassi” più duri e resistenti, quelli fatti di ferro e nickel, resistono all’interazione con l’atmosfera e si schiantano come palle di cannone. Capita di rado, per fortuna. Ma un po’ più spesso di quanto finora si pensasse.
Così almeno suggeriscono nuove perlustrazioni effettuate intorno al cratere Kamil, in Egitto, una voragine nel deserto del Sahara di 45 metri di diametro, profonda 15, grande abbastanza per ospitare le fondamenta di un palazzo. Individuato per la prima volta nel 2008 tramite Google Earth, Kamil è diventato un caso più unico che raro: perché è recente (ha meno di 5mila anni), perfettamente conservato e, unico nel suo genere sulla Terra, mostra un’evidente raggiera di ejecta, materiali espulsi nell’impatto. La cosa più sorprendente, però, è che il cratere è stato scavato da un piccolo meteoroide, un metro e mezzo di diametro per 9 tonnellate di peso (prima di entrare in atmosfera ne pesava tra le 20 e le 40).
“Dopo la prima spedizione, in cui abbiamo raccolto più 1,7 tonnellate frammenti meteoritici, tra cui un blocco unico di 83 chili, siamo tornati di nuovo sul posto. Abbiamo perlustrato tutta la regione circostante. Nel raggio di svariati chilometri quadrati non abbiamo trovato che schegge di varie dimensioni prodotte dall’esplosione del corpo cosmico al momento dell’impatto al suolo. La conclusione è stata che un meteorite compatto, di piccola taglia, composto circa dall’80% di ferro e dal 20% di nichel, ha fatto tutto il lavoro”, spiega Mario Di Martino, astronomo dell’INAF-Osservatorio Astronomico di Torino, tra gli autori della ricerca su Geology che ha conquistato la del numero di febbraio della rivista. “Il caso di Kamil ci spinge a ritenere, che contrariamente ai modelli attuali, anche oggetti di piccole dimensioni possono attraversare indenni l’atmosfera”.
Gli studi finora condotti (sul limitato numero di crateri da impatto presenti sulla Terra, 176 in tutto) indicano che solo gli oggetti più pesanti di 3mila tonnellate non si frammentano, mentre gli altri si frantumano nel passaggio in atmosfera e formano crateri multipli. Un caso non fa legge, si potrà obiettare. Ma anche un altro cratere solitario nello stato di Alberta, in Canada, provocato da un piccolo meteoroide e scoperto recentemente, fa il paio con il caso di Kamil. Tanto da spingere gli autori a stimare che la proporzione di oggetti metallici che “sopravvivono” all’attraversamento dell’atmosfera sale da un quarto a un terzo.
Questo significa che da oggi in poi i corpi cosmici metallici diventano un pericolo per gli abitanti della Terra? “Il rischio dell’impatto di uno di questi oggetti è, e tale rimane, prossimo allo zero. Statisticamente ridicolo. La dimostrazione più convincente? I giornali non parlano mai di persone, case o automobili colpite da un meteorite!”, dice Giovanni Valsecchi, astronomo dell’INAF-IASF di Roma. “Semplicemente, perché è estremamente improbabile che succeda. Molto più facile camminare per strada ed esser centrati da una tegola sulla testa. Dei pochi meteoriti che arrivano a Terra non ci accorgiamo neanche, perché finiscono quasi sempre in mare o posti disabitati”.
Fonte INAF

Ecco le Lacrime di San Lorenzo

Ogni anno i telegiornali non mancano di ricordare a tutti che la notte di San Lorenzo è speciale perché alzando la testa al cielo è possibile vedere una enormità di stelle cadenti. Le scie che vediamo nel cielo non sono ovviamente provocate da stelle, ma da corpi minuscoli che si “accendono” a contatto con l’atmosfera terrestre: le meteore.
La data indicata come massimo dello sciame, il 10 agosto che è proprio la notte di San Lorenzo, è una data storica: anticamente era effettivamente la data in cui si verificava il massimo dello sciame ma la precessione degli equinozi ha traslato il picco alla notte tra il 12 ed il 13 agosto. Nonostante questo, oggi si fa ancora riferimento alle Perseidi come alle Lacrime di San Lorenzo.
Lo sciame meteorico delle Perseidi è visibile in direzione della costellazione del Perseo dalla fine del mese di luglio fino al 20 agosto circa e nelle notti dei picchi si raggiungono tassi di “pioggia” che portano a vedere fino a 100 meteore ogni ora.
Ovviamente, un simile valore di meteore visibili ad occhio nudo rende le Perseidi uno degli sciami più consistenti, nonché il più famoso presso il grande pubblico, anche se in tal caso la popolarità dello sciame è dovuta al fatto di ricadere in piena estate, quando è piacevole passare la notte fuori.
Oltre che dal numero di meteore visibili ogni ora, gli sciami meteorici sono caratterizzati da un radiante, che esprime la zona di cielo dalla quale le “stelle cadenti” sembrano provenire. E’ proprio questa zona di origine che dà il nome allo sciame e non a caso le Perseidi si chiamano così: sembrano infatti provenire da una zona di cielo presente nella costellazione del Perseo, precisamente nella parte più settentrionale della costellazione
Quindi, per riuscire a visualizzare al meglio lo sciame meteorico più famoso, occorre girarsi verso Nord Est, cercare Cassiopea e poi riconoscere la costellazione del Perseo. A questo punto probabilmente avrete già visto qualche meteora sfrecciare sotto i vostri occhi. “Sfrecciare” è il termine più giusto, visto che le meteore delle Perseidi entrano nell’atmosfera terrestre ad una velocità media di circa 59 chilometri al secondo.
La notte del 2010 sarà perfetta per condizioni ambientali: il massimo dello sciame è previsto intorno alle ore 01:30 del giorno 13 agosto, orario nostrano, mentre il tasso massimo previsto è pari a 100 meteore ogni ora. Lo sciame non durerà, tuttavia, soltanto una notte. In quella notte si verificherà un picco, ma lo sciame durerà comunque – come accennato – da fine luglio a metà agosto. Si può pensare che le meteore si incuneino nell’atmosfera terrestre sfrecciando a velocità folli. In realtà è così soltanto in parte, visto che in effetti l’origine delle meteore è dovuta alla presenza di polveri lungo l’orbita terrestre. Quindi, è la Terra che durante il suo tragitto va ad infilarsi in questo banco di polveri che, di conseguenza, entrano nella sua atmosfera generando le stelle cadenti. Chi ha lasciato le polveri nel nostro tragitto? Il primo legame tra le comete e gli sciami meteorici fu ipotizzato dall’astronomo Schiaparelli nel 1866: le comete, sublimando avvicinandosi al Sole, lasciano al loro passaggio una miriade di particelle e sono proprio queste che, intersecando l’orbita terrestre, danno vita al fenomeno degli sciami meteorici. La cometa che dà origine alle Perseidi è la Swift-Tuttle, scoperta da due astronomi (appunto, Swift e Tuttle) nel 1862.
La cometa ha un periodo di 130 anni, quindi ogni 130 anni la presenza di polveri si rafforza da un nuovo passaggio e regala alla Terra una visione splendida delle Perseidi. La cometa Swift-Tuttle è passata nel 1992 per l’ultima volta, e al prossimo passaggio passerà davvero molto vicina alla Terra (è scongiurato, almeno per ora, un impatto!). Il prossimo passaggio è previsto per il 2126, e lo sciame del 2127 sarà sicuramente bellissimo.

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