Ecco la radiazione di Hawking

La radiazione di Hawking è una radiazione termica che si ritiene sia emessa dai buchi neri attraverso meccanismi di natura quantistica, nonostante la velocità di fuga di questi oggetti sia superiore a quella della luce, un limite insuperabile. Ne conseguirebbe una perdita di massa del buco nero e la sua evaporazione. Deve il suo nome al fisico britannico Sthephen Hawking, che nel 1974 ha dimostrato a livello teorico la sua esistenza, ma, nonostante i numerosi tentativi fatti per rilevarla, finora non ne era stata trovata traccia.
Adesso, un gruppo di ricercatori italiani coordinati da Francesco Belgiorno, dell’Università di Milano, ha osservato in laboratorio qualcosa che assomiglia fortemente a questa radiazione proveniente da un analogo dell’orizzonte degli eventi di un buco nero.
Come spiegano nell’articolo che riporta i risultati del loro studio, l’ingrediente principale della radiazione di Hawking non è costituito dal buco nero in sé, ma dalla curvatura dello spazio-tempo associata al suo orizzonte degli eventi. L’orizzonte degli eventi segna il confine da cui la luce non può sfuggire. Una coppia di particelle che si formi dal vuoto in corrispondenza dell’orizzonte degli eventi del buco nero si dividerà in modo che il fotone più interno ricadrà sul buco nero, mentre quello più esterno gli sfuggirà, acquisendo energia a spese del buco nero stesso e liberandosi dalla sua morsa. Se questo meccanismo è sufficientemente efficiente, si genera abbastanza luce da essere rilevabile anche a grande distanza, ed è esattamente questo che Hawking ha previsto. Finora, però, non c’è stato modo di osservare questa luce nello spazio, e per dimostrare la validità della teoria si è recentemente tentato di riprodurla in esperimenti di laboratorio, che finora erano risultati infruttuosi. La presenza di un orizzonte degli eventi non è d’altra parte un’esclusiva dei buchi neri, ma si presenta anche in altri sistemi fisici, in particolare quando ci si trova di fronte a una perturbazione dell’indice di rifrazione (RIP) variabile in un mezzo dielettrico.
Il team di Belgiorno e collaboratori ha perciò messo a punto un esperimento in cui è stato illuminato un pezzo di vetro con un potentissimo raggio laser infrarosso, i cui brevissimi impulsi (ad una lunghezza d’onda di 1.055 nanometri) hanno un’intensità trilioni di volte superiore a quella della luce solare. Quando il raggio laser colpisce il vetro ne altera l’indice di rifrazione, aumentandolo in tale misura che la luce presente nel punto colpito viene rallentata e costretta a rimanere entro la minuscola area irradiata con il laser. Il perimetro di tale area si comporta come l’orizzonte degli eventi di un buco nero e se un fotone riesce a sfuggire genera la luce di Hawking, in questo caso a lunghezze d’onda prevedibili (attorno a 300 e fra 850 e 900 nanometri) perché dipendenti dalla quantità di energia trasportata dal fascio laser. Ed è quella la luce rilevata dal team di Milano. Non tutti i ricercatori del settore ritengono che la luce di Hawking prodotta in laboratorio sia equivalente a quella generata da un buco nero, dove oltre alla meccanica quantistica gioca un ruolo fondamentale la gravità, ma comunque un importante passo avanti è stato compiuto. Se ulteriori esperimenti confermeranno i risultati ottenuti, con queste osservazioni i fisici hanno mostrato che è possibile studiare la fisica dell’evaporazione dei buchi neri in altri sistemi che siano più accessibili.
FONTE FOCUS

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Che novità, un pianeta contromano fra due stelle

A 69 anni luce dalla Terra c’è un stella Nu Octantis, che orbita attorno alla sua compagna, come avviene negli innumerevoli sistemi binari della nostra galassia. Nulla di strano, se non fosse che fra le due stelle (visibili solo nell’emisfero sud) sembrerebbe aggirarsi anche un pianeta. Il problema è che, stando alle osservazioni degli astronomi, il sistema gravitazionale che ne risulta sarebbe talmente instabile da non poter nemmeno esistere. A meno che .. uno dei due non vada contromano. Assumendo infatti che stella periferica e pianeta orbitino attorno alla stella centrale in direzioni opposte, la stella in un verso, e il pianeta che si trova all’interno nel verso opposto, tutto tornerebbe più o meno nella norma. In effetti, i dati raccolti e le simulazioni sembrano indicare che sia proprio questa la situazione. Se l’ipotesi verrà confermata, questo sarebbe il primo sistema binario con al suo interno un pianeta in orbita retrograda. Oggetti celesti con orbite retrograde, per quanto rari, già se ne conoscono: vanno controcorrente sia alcuni satelliti all’interno del Sistema Solare sia, rispetto all’asse di rotazione della loro stella, un certo numero di esopianeti scoperti recentemente. Sempre, però, in sistemi con una stella singola.
Per arrivare all’insolita conclusione, Jason Eberle e Manfred Cuntz, due astronomi dell’Università del Texas ad Arlington, hanno dato in pasto ai computer sei anni di osservazioni, confrontando i dati orbitali di Nu Octantis con vari modelli. Il risultato della loro ricerca sarà pubblicato sul numero del primo ottobre di Astrophysical Journal Letters e secondo gli esperti di sistemi planetari extrasolari potrebbe avere un notevole impatto sulla ricerca di mondi remoti. In particolare per quelli situati in sistemi binari, visto che, come ha sottolineato, commentando la scoperta, il professor Rudolf Dvorak dell’Università di Vienna, «nei dintorni del sistema solare, oltre il 60% delle stelle non sono solitarie».
Fonte INAF

Gliese 581g è un pianeta adatto alla vita

I cacciatori di pianeti extrasolari hanno fatto centro. A soli 20 anni luce da qui – una distanza relativamente vicina in termini astronomici – c’è un mondo simile al nostro, con le carte in regola per ospitare la vita. Si chiama Gliese 581g ed è il primo pianeta potenzialmente abitabile, dopo centinaia di pianeti extrasolari individuati negli ultimi anni sempre troppo vicini o troppo distanti dalla loro stella o con caratteristiche incompatibili con la vita. Stavolta, invece, i connotati sembrano proprio quelli giusti. Gliese 581g è roccioso, con una massa tre volte la Terra e orbita esattamente nel bel mezzo della fascia di abitabilità, ovvero alla distanza ideale dal suo Sole perché sulla superficie sia presente acqua liquida, una delle condizioni sine qua non per ipotizzare forme di vita extraterrestre. L’abitabilità di un pianeta dipende da molti fattori, ma l’acqua allo stato liquido e la presenza di un’atmosfera sono fra i più importanti. Magari per noi esseri umani Gliese 581g potrebbe non essere un buon posto dove vivere, ma si tratta comunque del primo e più vicino luogo al fuori dal Sistema Solare dove potremmo incontrare la vita, anche se diversa da quella che conosciamo. L’eccezionale scoperta, pubblicata sulla rivista Astrophysical Journal si deve a un gruppo di ricerca coordinato dall’Università della California a Santa Cruz e dalla Carnegie Institution di Washington. Per 11 anni gli scienziati hanno tenuto sotto stretta osservazione il sistema planetario orbitante intorno a una stella molto simile al Sole, la nana rossa Gliese 581, situata nella costellazione della Bilancia. Per 11 anni, hanno collezionato dati con il Keck Observatory nelle Hawaii e misurato in maniera estremamente accurata (con una precisione di 1,6 metri al secondo) la velocità radiale della stella, ovvero quelle minime variazioni di posizione dovute all’effetto gravitazionale dei corpi orbitanti intorno a essa. Nel corso di queste perlustrazioni, erano già stati individuati quattro pianeti, due dei quali ai bordi della fascia di abitabilità, uno sul fronte più caldo e l’altro sul fronte più freddo (e su quest’ultimo gli scienziati non hanno perso le pur debolissime speranze che possa essere abitabile). Ma solo i recentissimi risultati hanno permesso al gruppo di astronomi, capitanato da Steven Vogt e Paul Butler, di rilevare altri due pianeti, portando a sei i membri della famiglia, la più numerosa ad oggi conosciuta al di fuori del nostro Sistema Solare. Ma la sorpresa più grande è stata scoprire che uno dei due (il quinto rispetto alla stella) si trova proprio al centro della fascia di abitabilità.
Gliese 581g avrebbe una forza di gravità di simile a quella terrestre, tale per cui una persona potrebbe tranquillamente camminare in posizione eretta sulla sua superficie. Questo rende possibile anche la presenza di un’atmosfera. Con una massa compresa fra 3,1 e 4,3 masse della Terra e un raggio stimato fra 1,2 e 1,5 raggi terrestri, “Gliese 581g rientra nelle cosiddette Superterre, pianeti simili al nostro anche se la loro struttura potrebbe essere diversa”, commenta Raffaele Gratton, astronomo dell’INAF-OA di Padova. “In questo senso, è il miglior candidato a pianeta abitabile trovato sinora”. Questo nuovo mondo extrasolare ha un’orbita circolare di 36,6 giorni e le sue temperature medie di superficie sono comprese fra -31 gradi e -12 gradi. Dal momento che il pianeta rivolge sempre la stessa faccia alla sua stella, un lato è perennemente illuminato e più caldo, l’altro sempre buio e più freddo. Secondo gli scienziati, sarebbe un ulteriore elemento a favore della presenza di vita, perché il clima sul pianeta sarebbe stabile: “Ogni forma di vita emergente avrebbe un ampio range di climi stabili in cui evolvere a seconda della longitudine”, ha detto Vogt.
Ma come si fa a sapere se effettivamente la vita laggiù si è sviluppata? “Per comprendere se il pianeta possa ospitare forme di vita, occorre poterne studiare l’atmosfera. Pensiamo che l’indicatore fondamentale sia la presenza di O2, molecole di ossigeno che dovrebbero essere abbondanti nell’atmosfera solo in presenza di fotosintesi clorofilliana”, spiega Gratton. “Forme di vita che non usano la fotosintesi sono naturalmente possibili, ma sembra molto più difficile rivelarne la presenza”.
“Nel caso dei pianeti di Gliese 581, che non appaiono transitare sul disco della stella, perché l’orbita è troppo inclinata, dati sull’atmosfera (essenzialmente spettri) possono essere ottenuti solo con immagini dirette.Per esempio con EPICS, lo strumento progettato per E-ELT, che potrebbe essere disponibile tra poco più di un decennio. Si può ragionevomente sperare che questi spettri potranno chiarire se nell’atmosfera di questo pianeta c’è una quantità rilevante di O2. Su una scala temporale più lunga, oltre il 2030, strumenti come il Terrestrial Planet Finder della NASA o eventuali evoluzioni del progetto Darwin dell’ESA potranno probabilmente raggiungere questo obiettivo”.
In tal caso, se la scoperta fosse confermata, “sarebbe probabilmente una di quelle da premio Nobel”, afferma Gratton, “anche se il merito andrebbe diviso tra molti gruppi di ricerca, fondamentali nel campo degli esopianeti”. Per il momento, la scoperta di questo quasi – gemello della Terra apre orizzonti sconfinati e vertiginosi. Secondo gli autori infatti, considerato il numero relativamente basso di sistemi planetari monitorati finora, mondi simili non possono essere rari. “Se lo fossero, non ne avremmo trovato uno così rapidamente e così vicino”, ha detto Vogt. “Il 10-20 per cento dei sistemi solari potrebbe avere pianeti abitabili: moltiplicato per centinaia di miliardi di stelle nella Via Lattea, significa che potrebbero esserci decine di miliardi di altre Terre nella nostra galassia”.
Fonte INAF

Novità: Mercurio è geologicamente attivo!

Mercurio è il pianeta più vicino al Sole e il più ricco di ferro. L’ambiente, sulla sua superficie, è estremamente ostile. Esiste solo una tenue atmosfera di protezione e la temperatura sale fino a 430°C durante il giorno per scendere fino a -180°C nella notte. Nessun altro pianeta presenta una variazione di temperatura così ampia. La sua superficie è stata segnata dal bombardamento di meteoriti ed è scura e polverosa. L’unica sonda a visitare Mercurio è stata la Mariner 10 nel 1974. La traiettoria del Mariner 10 ha permesso però di rilevare solo uno dei due emisferi, ma gli astronomi ritengono che l’altro lato sia simile.
Mercurio è ricoperto da crateri da impatto con dimensioni che vanno da quelle di piccoli crateri a forma di coppa fino a bacini grandi un quarto del diametro del pianeta. Le sue piatte pianure (planitiae) si sono formate quando la lava invase le regioni più depresse. Nell’ultimo miliardo di anni, la frequenza degli impatti è fortemente diminuita, il vulcanesimo è cessato e la superficie si è modificata poco.
In una ipotetica passeggiata su Mercurio potremmo ammirare il Bacino Caloris, un cratere da impatto che ha un diametro di 1350 chilometri. La formazione di questo vasto bacino complesso, più esteso del Texas, è stato uno degli eventi principali nella storia del pianeta. L’asteroide responsabile della creazione del bacino aveva probabilmente un diametro di circa 100 chilometri. I detriti furono eiettati dal cratere fino a 1000 chilometri oltre il bordo esterno, producendo numerosi rilievi radiali. L’impatto tremendo che ha prodotto il Bacino Caloris ha generato onde sismiche che si sono focalizzate sul lato opposto del pianeta, provocando un terremoto. Il Bacino Caloris si è formato probabilmente alla fine del periodo di bombardamento meteorico intenso. In seguito il fondo si è riempito di lava; il bacino è attualmente profondo 2 chilometri. Il nome “Caloris” deriva dalla parola latina che significa “caldo” e quando il Sole si trova allo zenit in corrispondenza del perielio, è uno dei luoghi più caldi di Mercurio. Il Bacino Caloris si trova nella regione del pianeta chiamata Shakespeare.
Sempre in questa regione, a nord del Bacino Caloris, ecco il Cratere Brahms, un altro cratere da impatto del diametro di 97 chilometri. Brahms ha un picco montuoso centrale di circa 20 chilometri.
Nella regione Shakespeare si trova anche il Cratere Degas, del diametro di 60 chilometri. anche questo formatosi dopo un impatto.
Nella regione Renoir si trova invece il Discovery Rupes, un rilievo lungo 500 chilometri. Questo rilievo ha un’altezza di 2 chilometri ed è il più lungo di Mercurio.
Infine nella regione Beethoven, incontriamo il Cratere Bach del diametro di 214 chilometri.
Sulla rivista Orione di ottobre 2010 è apparso un articolo in cui si spiega che vi è la quasi certezza che Mercurio è stato un pianeta geologicamente attivo e forse mantiene tuttora una attività endogena. Lo documenta uno studio di Louise Procter della NASA. Al lavoro hanno collaborato anche Gabriele Cremonese dell’INAF e alcuni ricercatori dell’Università di Padova.
“Abbiamo osservato un bacino di origine vulcanica caratterizzato da una superficie eccezionalmente liscia, dove un tempo scorreva lava”, spiga Cremonese. “Questa depressione di 230 Km di diametro – chiamata Bacino Rachmaninoff dal nome del musicista e compositore – è caratterizzata da un anello circondato da depositi minerali brillanti che potrebbero costituire la più interessante evidenza vulcanica di Mercurio identificata finora”. Il bacino, rispetto al resto della superficie di Mercurio, è più giovane di un miliardo di anni. “Secondo i nostri calcoli – conclude Cremonese – il bacino Rachmaninoff potrebbe essersi formato negli ultimi 300-400 milioni di anni”.
Vedi anche l’articolo “Che alba su Mercurio!” pubblicato il 06/08/2010 nella categoria Meraviglie del Sistema Solare
Una Stella per Amica

Raggi gamma dalla Nebulosa del Granchio

Emissione di raggi gamma dalla Nebulosa del Granchio. Il fenomeno registrato tra il 19 e il 21 settembre dal satellite italiano AGILE (missione dell’Agenzia Spaziale Italiana condotta in collaborazione dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF) e dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare) non ha precedenti e ha spinto il team del satellite Fermi, una volta che anche i loro strumenti hanno confermato quanto rilevato dal satellite per Raggi Gamma AGILE, a sospendere le attività di “all sky scanning” (la scansione completa del cielo) per concentrarsi sulla regione della Nebulosa del Granchio dove è stato rilevato il fenomeno. Il team italiano di AGILE, guidato da Marco Tavani dell’Istituto Nazionale di Astrofisica, nell’avvisare la comunità scientifica internazionale del fenomeno rivelato, ha sollecitato telescopi e satelliti a focalizzare l’attenzione sulla nebulosa del Granchio.
I satelliti Chandra e Hubble hanno comunicato di avere indirizzato il proprio sguardo su questa famosa Nebulosa, scoperta a occhio nudo nel 1054 da astronomi cinesi e arabi e distante 6000 anni luce dalla Terra. Anche il satellite della NASA Swift ha puntato più volte la Nebulosa del Granchio e una volta il satellite dell’ESA Integral.
E’ lo stesso Marco Tavani a darne conferma: “Oggi HST e Chandra puntano la Crab Nebula dopo l’inaspettata scoperta di AGILE di un forte flare gamma durato 2-3 giorni. Si cerca di capire se ci sono variazioni nella parte interna della nebulosa, collegate con il flare gamma”. L’attesa è tanta.
FONTE INAF

Qui cadde Fetonte colpito da una saetta di Zeus

L’Eridano fa parte delle 48 costellazioni elencate da Tolomeo ed è oggi una delle 88 costellazioni moderne (rappresenta, almeno nella cultura greco – latina, il fiume Po). Il mito racconta che un giorno Fetonte, figlio di Apollo, decise di guidare il carro celeste del padre sul quale era posto il Sole. Apollo si raccomandò di non avvicinarsi troppo alla Terra poiché il calore del Sole l’avrebbe bruciata. Durante il tragitto però Fetonte perse il controllo dei cavalli avvicinandosi troppo al suolo e causando incendi ovunque; per salvare l’umanità Zeus fu costretto a lanciare una saetta contro Fetonte, uccidendolo all’istante. Il corpo di Fetonte cadde proprio nel fiume Eridano. Anche presso gli egizi ritroviamo questa costellazione, che però rappresenta, com’è logico, non il Po ma il Nilo.
Copre 1138 gradi quadrati e culmina al meridiano intorno alle 22 del 10 dicembre. La parte meridionale di Eridano non è visibile alle nostre latitudini. Non contiene oggetti importanti del profondo cielo adatti alla visione degli astrofili. E’ facilmente individuabile in quanto la stella Beta, di mag. 2.8, si trova in prossimità di Rigel (Beta Orionis).
La stella Alfa si chiama Achernar e il nome significa “foce del fiume”; di magnitudine 0,5 è la sesta stella del cielo per luminosità. E’ posta all’estremità meridionale di Eridano e non è visibile alle nostre latitudini.
La stella Beta si chiama Cursa e una volta era inclusa nella costellazione di Orione. La magnitudine è 2,8 e la classe spettrale A3. Segna la sorgente del fiume che sfocia presso Alfa Eridani.
Epsilon si trova a 10,5 anni luce da noi. E’ una nana gialla di classe spettrale K0 abbastanza simile al Sole; la sua luminosità è pari a 0,28 volte quella della nostra stella. La magnitudine è di 3,7 ed è circondata da uno o più corpi celesti di classe planetaria. Fra i sistemi planetari noti nella costellazione, il più importante e studiato è proprio quello di Epsilon Eridani, grazie al fatto che trovandosi a soli 10 anni luce dal Sole è il nono sistema stellare più vicino, nonché la terza stella più vicina visibile ad occhio nudo; attorno ad essa è presente un disco di polveri più un pianeta gioviano con una massa pari a oltre tre volte quella di Giove. Analizzando il disco di polveri si è scoperto che nella regione esterna si troverebbe un secondo pianeta di massa inferiore a quella di Giove. Un secondo sistema planetario relativamente vicino è quello di Gliese 86 distante circa 36 anni luce e ospitante un pianeta gioviano caldo.
Questa grande costellazione si trova tutta ad elevate latitudini galattiche ed è quindi ricca di galassie. Fra queste ricordiamo NGC 1084, NGC 1187, NGC 1232, NGC 1309, NGC 1332, NGC 1357, NGC 1395, NGC 1400, NGC 1407, NGC 1421, NGC 1440, NGC 1453 (è il membro più importante di un gruppetto di galassie che comprende anche NGC 1441, 1449 e 1451), NGC 1600, NGC 1637, NGC 1700 e NGC 1699.
NGC 1909 è un residuo di supernova e nebulosa a riflessione. Gigantesco, è visibile oggi soprattutto grazie al riflesso della luce di Rigel che dista meno di 3°.
NGC 1535 è una nebulosa planetaria distante circa 2200 anni luce dalla Terra. La stella centrale sfiora magnitudine 12. La temperatura è di poco inferiore ai 40.000 K.
Una Stella per Amica

Una nube di idrogeno in rotta di collisione con la Via Lattea

Una gigantesca nube di idrogeno sta viaggiando alla fantastica velocità di 240 Km/s lungo una traiettoria che in meno di 40 milioni di anni la porterà a collidere con la nostra Galassia, scatenando uno spettacolare processo di formazione stellare. Ma c’è di più: il processo di interazione con le regioni più periferiche della Via Lattea sarebbe già iniziato. La Nube di Smith, dal nome della giovane radioastronoma che la scoprì nel 1963, contiene una quantità di idrogeno molecolare che sarebbe sufficiente per formare oltre un milione di stelle come il nostro Sole: è lunga 11 mila anni luce, larga 2500 anni luce e dista soltanto 8 mila anni luce dal disco della nostra Galassia, contro il quale impatterà lungo una traiettoria inclinata di circa 45 gradi. La Nube di Smith, infatti, è già legata gravitazionalmente alla Via Lattea, ma la sua traiettoria orbitale non è stata ancora definita con precisione. Sembra comunque certo che attraverserà una regione del disco galattico localizzata nel braccio a spirale del Perseo, a una distanza dal Sistema Solare inferiore a quella che lo separa dal centro della Galassia.
Quando il gas della nube entrerà in collisione con il gas e le polveri del disco della Via Lattea darà origine a onde d’urto che innescheranno il collasso gravitazionale di molte nubi, con la conseguente nascita di numerose nuove stelle in una regione a forma di anello. Molte di queste stelle saranno massicce ed evolveranno in maniera estremamente rapida esplodendo come supernovae. Se, avvicinandosi alla Via Lattea, la gigantesca Nube di idrogeno si frammenterà, gli effetti potrebbero essere meno appariscenti.
A questo riguardo si pensa che la Cintura di Gould, un gruppo di stelle molto giovani distribuite a forma di anello, il cui diametro è approssimativamente di 3000 anni luce, possa essere stata originata in questo modo fra 30 e 50 milioni di anni fa. La Cintura di Gould, che ha preso il nome dall’astronomo Benjamin Gould che la scoprì nel 1879, è formata da stelle giganti di tipo spettrali O e B, da molte stelle di piccola massa e da una grande quantità di gas interstellare atomico e molecolare. La sua massa totale è stimata pari a 100 mila volte quella del Sole. Si trova nello stesso braccio di spirale della Galassia a cui appartiene il Sole, il quale fa anch’esso parte di questo complesso stellare, distando dalla sua regione centrale circa 325 anni luce.
Riguardo all’origine della Nube di gas, le ipotesi sono state per anni essenzialmente due: o si tratta di materiale residuato dalla formazione della Via Lattea, oppure è stata sottratta dalla nostra Galassia a una vicina compagna. Adesso è ormai certo che la Nube si sta dirigendo verso il disco della nostra Galassia e non lo sta lasciando. Inoltre l’interazione fra il gas e l’anone è già iniziata. La forma elongata è l’effetto delle forze mareali della Via Lattea che potrebbero portare alla sua frammentazione.
Il disco della Galassia sarà investito da una pioggia di idrogeno gassoso il un periodo compreso fra 20 e 40 milioni di anni, ma i nostri discendenti non dovranno preoccuparsene. Infatti anche se il nostro sistema planetario si trovasse in corrispondenza della zona in cui avrà luogo l’impatto non si verificherebbero effetti eccezionali o catastrofici (la densità media della Nube è inferiore a quella dell’aria in una camera ove esista il vuoto più spinto che si possa raggiungere nei nostri laboratori). L’unico problema potrebbe essere l’incremento del numero di esplosioni di supernova che si verificheranno qualche milione di anni dopo il passaggio della Nube. Altre gigantesche nubi di idrogeno sono state osservate nelle vicinanze della Via Lattea, ma il loro moto non è stato ancora misurato: è molto probabile che alcune di esse siano in rotta di collisione con la Via Lattea, né è da escludere che nubi di idrogeno come quella di Smith collidano regolarmente con la nostra Galassia, rifornendola di nuovo materiale da cui si formano stelle di ultima generazione.
(da “La cattura della Nube di Smith”di Mario Di Martino Le Stelle rivista di cultura astronomica marzo 2008 pagina 16).

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