Esopianeti abitabili: arrivano i 4 di Speculoos

Lo Speculoss Southern Observatory (Sso) è stato installato con successo all’Osservatorio del Paranal dell’Eso e ha ottenuto le sue prime immagini di ingegneria e calibrazione – un processo noto come prima luce. Dopo aver terminato questa fase di rodaggio, la nuova schiera di telescopi cercatori di pianeti inizierà le operazioni scientifiche, con l’inizio delle osservazioni nel gennaio 2019. Sso è la struttura principale di un nuovo progetto per la caccia agli esopianeti noto come Speculoos (Search for habitable Planets EClipsing ULtra-cOOl Stars), composto da quattro telescopi dotati di specchi primari da 1 metro di diametro. I telescopi – chiamati con i nomi delle lune galileiane di Giove Io, Europa, Ganimede e Callisto – godranno di condizioni osservative incontaminate nel sito del Paranal, che ospita anche il Vlt (Very Large Telescope), l’”ammiraglia” dell’Eso. Il Paranal rappresenta un sito quasi perfetto per l’astronomia, con cieli bui e un clima stabile e asciutto. Questi telescopi hanno un compito importantissimo: Speculoos si propone di cercare pianeti di dimensioni terrestri potenzialmente abitabili in orbita intorno a stelle ultra-fredde o nane brune, le cui popolazioni planetarie sono ancora per la maggior parte inesplorate. Solo pochi esopianeti sono stati trovati in orbita attorno a questo tipo di stelle, e ancor meno si trovano nella zona abitabile della loro stella madre. Anche se queste stelle deboli sono difficili da osservare, sono abbondanti e rappresentano circa il 15% delle stelle nell’Universo vicino. Speculoos è progettato per esplorare 1000 di queste stelle, tra cui la più vicina, la più luminosa e la più piccola, alla ricerca di pianeti abitabili di dimensioni terrestri. «Speculoos ci offre una capacità senza precedenti di individuare i pianeti terrestri che eclissano alcune delle stelle più piccole e più vicine a noi», ha spiegato Michaël Gillon dell’Università di Liegi, responsabile principale del progetto Speculoos. «Questa è un’opportunità unica per scoprire i dettagli di questi mondi vicini». Speculoos cercherà gli esopianeti usando il metodo dei transiti, seguendo l’esempio del suo prototipo Trappist-South presso l’Osservatorio di La Silla dell’Eso, operativo dal 2011 e scopritore del famoso sistema planetario Trappist-1. Il metodo dei transiti  uno dei molti modi in cui vengono scoperti gli esopianeti utilizzando il metodo delle velocità radiali e misurando i cambiamenti nella velocità di una stella a causa del pianeta extrasolare che le orbita intorno. Mentre il pianeta passa davanti alla stella, ne blocca parte della luce – causando essenzialmente una piccola eclissi parziale – provocando così un piccolissimo, ma rilevabile, oscuramento della stella. Gli esopianeti intorno a stelle madri più piccole ne bloccano una frazione maggiore di luce durante un transito, rendendo queste eclissi periodiche molto più facili da rilevare rispetto a quelle associate a stelle più grandi. Finora, solo una piccola parte degli esopianeti rilevati con questo metodo erano di dimensioni pari o inferiori alla Terra.Tuttavia, le piccole dimensioni delle stelle bersaglio di Speculoos, combinate con l’alta sensibilità dei suoi telescopi, consentono il rilevamento di transiti di pianeti di dimensioni terrestri situati nella zona abitabile. Questi pianeti saranno ideali per le osservazioni di follow-up con grandi strutture da terra o dallo spazio. «I telescopi sono equipaggiati con camere estremamente sensibili nel vicino infrarosso», spiega Laetitia Delrez del Cavendish Laboratory, Cambridge, co-investigatrice dell’equipe Speculoos. «Questa radiazione è un po’ al di là di ciò che gli occhi umani possono vedere, ma è l’emissione primaria delle stelle deboli che saranno il bersaglio di Speculoos»I telescopi e i loro supporti dai colori vivaci sono stati costruiti dalla società tedesca Astelco e sono protetti da cupole realizzate dal produttore italiano Gambato. Il progetto riceverà il sostegno dei due telescopi Trappist da 60 cm, uno presso l’Osservatorio di La Silla dell’Eso e l’altro in Marocco. A tempo debito, il progetto includerà anche Speculoos Northern Observatory e Saint-Ex, attualmente in costruzione rispettivamente a Tenerife, in Spagna, e a San Pedro Mártir, in Messico. Esiste anche la possibilità di un’interessante collaborazione futura con l’Elt (Extremely Large Telescope), il futuro telescopio di punta dell’Eso, attualmente in costruzione sul Cerro Armazones. L’Elt sarà in grado di osservare i pianeti rilevati da Speculooscon un dettaglio senza precedenti, forse anche analizzando le loro atmosfere. «Questi nuovi telescopi ci permetteranno di indagare nell’Universo mondi vicini e simili alla Terra in modo più dettagliato di quanto avremmo potuto immaginare solo dieci anni fa», conclude Gillon. «Questi sono tempi veramente straordinari per la scienza dei pianeti extrasolari».
Redazione ESO

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Tess: pronto a scovare nuovi esopianeti

A distanza di pochi mesi dal suo decollo, avvenuto giovedì 19 aprile dalla base militare di Cape Canaveral in Florida, negli Stati Uniti, il cacciatore di esopianeti Tess è già pronto per fornirci i primi dati del suo bottino di caccia. Il satellite, infatti, dovrebbe trasmettere la sua prima serie di dati scientifici a partire dal mese di agosto prossimo, e successivamente, periodicamente ogni 13,5 giorni, momento nel quale il satellite si trova più vicino alla Terra. Il Tess Science Team del Massachusetts Institute of Technology (Mit) inizierà ad analizzare il bottino, alla ricerca di nuovi esopianeti, immediatamente dopo l’arrivo della prima serie di dati. Paul Hertz, direttore del dipartimento di astrofisica della Nasa presso la sede centrale di Washington, ha commentato: «Sono eccitato dal fatto che la nostra nuova missione per la ricerca di esopianeti sia pronta per iniziare a sondare ciò che si trova oltre il nostro Sistema solare, alla scoperta di nuovi mondi. Ora che sappiamo che ci sono più pianeti che stelle nel nostro universo, attendo con ansia gli strani e fantastici mondi che siamo destinati a scoprire». Commenta così invece Isabella Pagano, dell’Inaf di Catania, responsabile scientifico in Italia delle missioni Cheops e Plato dell’Esa: «Tess inizia a produrre dati scientifici proprio negli stessi giorni in cui Kepler ha smesso di funzionare. Si realizza quindi un passaggio di consegne simbolico tra il più efficiente cacciatore di pianeti disponibile ad oggi (Kepler) e Tess, che con i suoi 4 piccoli telescopi, scruterà l’intero cielo alla ricerca di pianeti attorno alle stelle più brillanti (e quindi a noi vicine) e ci dirà quali tra questi pianeti potrebbero avere un’atmosfera interessante da studiare con i potenti spettrografi di Jwst e Elt». Tess è l’ultimo nato tra i satelliti della Nasa per la ricerca dei cosiddetti esopianeti, i pianeti al di fuori del nostro sistema solare. Ma come farà Tess a scovare questi pianeti? Il satellite sfrutterà un metodo che utilizza le stelle: il metodo dei transiti. Questo sistema si basa sulla rilevazione dell’attenuazione periodica del flusso luminoso in arrivo da una stella che avviene quando un pianeta transita davanti al suo disco. Tess trascorrerà infatti i prossimi due anni monitorando proprio le stelle più vicine e più brillanti, alla ricerca di variazioni periodiche della loro luce emessa. Queste variazioni potrebbero essere l’indizio che un pianeta stia passando davanti alla sua stella. Utilizzando questo metodo, si prevede che Tess trovi migliaia di esopianeti, alcuni dei quali potrebbero potenzialmente supportare la vita.
Su Media Inaf tutti gli articoli dedicati alla missione TESS
di Giuseppe Fiasconaro (INAF)

Ferro e titanio: l’atmosfera infernale di Kelt-9b

Si respira aria pesante, su Kelt-9b. A leggerne gli ingredienti, più che un’atmosfera pare un ferramenta: ferro e titanio. Entrambi allo stato gassoso. A scoprirlo è stato lo spettrografo Harps-N in dotazione al Tng, il Telescopio nazionale Galileo dell’Inaf alle Canarie, nell’osservatorio dell’isola di La Palma, a 2400 metri di altitudine sull’Oceano atlantico. I risultati sono pubblicati oggi su Nature in uno studio guidato da Jens Hoeijmakers dell’università di Ginevra e firmato, fra gli altri, dal direttore dell’Osservatorio astronomico dell’Inaf di Cagliari, Emilio Molinari. La scoperta di Kelt-9b risale allo scorso anno ed è opera di un team americano che indagò su una stella chiamata Kelt-9 e situata a 650 anni luce dalla Terra, nella costellazione del Cigno. Con una temperatura di oltre 10mila gradi in superficie, la stella Kelt-9 è quasi due volte più calda del Sole e ha una massa di poco più del doppio. Intorno a questa stella gialla, dalle dimensioni molto comuni nella nostra galassia, orbita appunto questo gigantesco mondo gassoso, Kelt-9b: pur avendo quasi tre volte la massa di Giove, Kelt-9b gira vorticosamente intorno alla sua stella: essendole vicinissimo – appena 5 milioni di km, un trentesimo della distanza fra la Terra e il Sole – lassù un “anno” dura solo 36 ore. Tutto questo spiega la sua altissima temperatura superficiale: oltre 4.000 gradi. Non è caldo come il Sole, ma è comunque più caldo di molte stelle come, per esempio, le nane rosse. Fin qui era arrivato lo studio americano, di per sé abbastanza clamoroso. Su Kelt-9b si sono poi concentrate le ricerche di un team guidato da ricercatori dell’università di Ginevra, team che si è avvalso dei fisici teorici dell’università di Berna e degli astrofisici del Tng per approfondire l’osservazione tramite spettrografia. I teorici di Berna hanno prima di tutto simulato matematicamente l’atmosfera del pianeta in base ai dati fisici fino a quel momento conosciuti, arrivando così a prevedere che a quella temperatura si sarebbe potuto trovare del ferro allo stato gassoso, praticamente sotto forma di atomi liberi, non facenti parte di molecole complesse. Le osservazioni eseguite con Harps-N hanno ora confermato questo sospetto. Grazie alla scomposizione dello spettro elettromagnetico, sulla superficie della calda e impenetrabile atmosfera di Kelt-9b si sono effettivamente potute individuare le righe del ferro. E, a sorpresa, si è osservato anche il titanio, anch’esso allo stato essenziale per via della scissione dei legami atomici dovuta alla collisione di particelle molto calde ed energetiche. Lo spettrografo Harps-N – acronimo di High Accuracy Radial velocity Planet Searcher North, strumento con un gemello ‘S’ nell’emisfero meridionale, in Cile – è stato installato sul Tng nel 2012, quando a guidare il gioiello tecnologico dell’Inaf c’era Emilio Molinari, oggi direttore dell’Osservatorio astronomico dell’Inaf di Cagliari. «Queste osservazioni sono nate da una richiesta sporadica di tipo ”Ddt” – director’s discretionary time, ovvero condotta in intervalli di tempo concessi a discrezione del direttore – che ha richiesto solo una notte di osservazioni, in quanto mirava a un progetto definito e molto preciso. Il risultato è stato spettacolare e dimostra, come abbiamo verificato negli ultimi anni, quanto sia importante la flessibilità per questo tipo di strumenti», dice Molinari. «Osservazioni di questo tipo, rapide, su un target preciso, vengono spesso richieste improvvisamente e con urgenza per seguire qualche fenomeno che in poche ore potrebbe non lasciare più traccia di sé. Per questo è importante che sia gli strumenti che i relativi team tecnici e scientifici siano sempre pronti a eventi di questo genere che sono, per la verità, sempre più frequenti». Ma come si è riusciti a osservare realmente l’atmosfera di un oggetto così piccolo e così lontano? A oggi, l’unico modo è un’osservazione in “transito”, ovvero durante uno dei passaggi del pianeta tra la stella ospite e le lenti del telescopio osservatore. Durante il transito, una piccola frazione della luce proveniente dalla stella filtra attraverso l’atmosfera del pianeta e l’analisi di questa luce filtrata può rivelare la composizione chimica dell’atmosfera e trovare gli elementi presenti, in questo caso ferro e titanio. Il Tng è dotato anche di un ulteriore spettrografo, appena costruito, chiamato Giano: uno strumento che lavora a lunghezze d’onda dell’infrarosso ed è in grado di affiancare le osservazioni aumentando le “firme” atmosferiche che potranno essere rivelate. «Ci sono diversi gruppi interessati a osservare questo pianeta con il Telescopio nazionale Galileo, perché è l’unico che ha entrambi gli strumenti. Strumenti che possono osservare contemporaneamente. Sapere e potere reagire in modo flessibile a eventi di questo genere è una qualità che non tutti gli osservatori hanno, e averla può produrre risultati davvero notevoli», conclude Molinari.
di Paolo Soletta (INAF)

Come riconoscere la vita? L’ossigeno non basta

Era il dicembre del  1995  quando gli svizzeri  Michel Mayor  e  Didier Queloz  scoprivano il  primo esopianeta : un gigante gassoso grande la metà di Giove a “soli” 50 anni luce dal Sole.

Fu l’inizio di una parabola inarrestabile, perché a tutt’oggi di esopianeti ne conosciamo ben  3796 , ma  la stima varia di giorno in giorno . Ne nascere scoperti in modo quasi esponenziale nei prossimi anni, semplicemente perché stiamo raffinando sempre di più le tecnologie dei  telescopi , gli “occhiali” con cui siamo in grado di osservare i quali si tratta di corpi intorno alle stelle di appartenenza.
Il prossimo passo, ovviamente, sarà cercare di trovarci la  vita . Se, dunque, dovessimo davvero imbatterci in attività biotica, come faremmo una riconoscerla? Se lo è chiesta la  Nasa , che ha riunito un gruppo di ricercatori specialisti in astronomia, biologia e geologia sotto il Nexus for Exoplanet System Science  ( NExSS ) , un network di studiosi nato per fare il punto di vista di ricerca di vita su pianeti lontani e gettare le basi per far avanzare le scienze correlate.
«Ci ​​stiamo spostando dalla teorizzazione della vita in altre parti della nostra galassia ad una scienza solida che alla fine ci risponde alla domanda che cerchiamo alla profonda domanda:  siamo soli ?», Commenta  Martin Still , ricercatore specializzato in esopianeti presso la sede della Nasa, un Washington.
In una  serie di articoli  pubblicati sulla rivista scientifica  Astrobiology , gli scienziati della NEXSS hanno fatto un inventario dei segni più promettenti della vita , detti ” biosignature ” (traducibile in italiano con  biomarcatori  o  firme biologiche ), ovvero quella serie di prove, segni e piccole prove che dimostrerebbero l’esistenza di una possibile vita, presente o passata, su pianeti extraterrestri. Tra Gli autori di questo articolo vi Sono quattro Scienziati del  Jet Propulsion Laboratory della Nasa a Pasadena, in California Che Hanno considerato un Problema non da poco:  vieni riuscire, ad Interpretare la Presenza di  BioSignature , se dovessimo rilevarle su mondi lontani .
Una delle sfide sarà sempre quella di mettere in campo una scienza che si può  distinguere in  un pianeta in  vivo  da uno  arido  che della “vitalità” potrebbe avere semplicemente le sembianze. Sembra facile, eppure non è così. Uno dei “biomarcatori” della ricerca di vita in altri mondi è infatti l’elemento che più favorisce la vita sulla Terra, ovvero l’ ossigeno  che è il risultato diretto delle fotosintesi clorofilliana. Ebbene, questo prezioso elemento potrebbe anche essere generato da  processi abiotici, magari considerato un vulcanesimo, mentre, d’altra parte, un pianeta privo di livelli rilevabili di ossigeno potrebbe anche essere vivo vivo, è stato il caso della Terra prima dell’accumulo globale di ossigeno nell’atmosfera.
Questa nuova branca di ricerca scientifica è il naturale dello sviluppo della nuova generazione di grandi telescopi spaziali e terrestri. Il  James Webb Spazio Telescopio  della Nasa caratterizzerà dallo spazio (lancio previsto nel 2020) le atmosfere di alcuni dei primi piccoli pianeti rocciosi. Ma il Jwst non sarà il solo, perché ci sono già altri telescopi, stavolta terrestri, in costruzione – come il  Giant Magellan Telescope  (Università dell’Arizona) e  l’ Extremely Large Telescope dell’Esa (Agenzia spaziale europea), entrambi in Cile, che sono equipaggiati con strumenti molto sofisticati in grado di presentare le prime  biochimiche  su mondi lontani.
Il network NExSS servirà dunque come piattaforma multidisciplinare con cui gli scienziati mirano a individuare gli strumenti necessari per rilevare la vita. Questo in vista delle future missioni di punta della Nasa. La memoria delle ” firme atmosferiche ” di alcuni pianeti potenziali abitabili potrebbe arrivare  prima del 2030  perché, grazie alla spettroscopia, siamo già in grado di rilevare quali siano i seguenti  aspetti. Inoltre, grazie ad osservazioni costanti degli stessi oggetti, si riceverà le loro eventuali variazioni “stagionali”.
«Non avremo una risposta” sì “o” no “sulla scoperta di vita altrove», dice  Shawn Domagal-Goldman , astrobiologo del  Goddard Space Flight Center  della Nasa. «Quello che è ambire è quello di superare un livello elevato di probabilità che un pianeta è vivo vivo per ragioni che possono essere spiegate solo dalla presenza della vita».
di Paolo Soletta (INAF)

I pianeti di Trappist-1: leggeri e pieni di acqua

L’acqua è uno degli elementi alla base della vita, si presenta in forma liquida – come nei piani che si presentano nella fascia di abitabilità di un sistema esoplanetario. Ma troppa acqua è sortire l’effetto contrario, cioè quello di non consentire lo sviluppo di vita . In sintesi è questo quanto sostenuto da un gruppo di studi guidati da  Cayman T. Unterborn  dell’Arizona State University, ho superato gli ultimi mesi a studiare nel dettaglio i sette pianeti  che orbitano attorno alla nana rossa ultrafredda Trappist-1   ad appena 40 anni luce dal Sole in direzione della costellazione dell’Acquario. Sono gli stessi pianeti che più di altri hanno catturato l’attenzione mediatica nell’ultimo anno, dall’amore della loro scoperta. Ma sono abitabili? Chiaramente è questa la domanda che tutti si fanno e studiano Dalle diverse osservazioni fatte finora si pianifica un Trappista-1 sono tutti più o meno simili alla Terra come taglia, sei di loro sono rocciosi e alcuni contengono una grande quantità di acqua. Dalle misurazioni effettuate, i pianeti siano curiosamente “leggeri”: esaminando massa e volume, tutti questi oggetti sono stati meno densi della roccia. Una bassa densità vuol dire, di solito, che potrebbe esserci un’abbondanza di gas atmosferici. C’è un però: Astronomia naturale. «Anche se è stato in grado di trattenere il gas, la quantità necessaria per compensare il deficit di molte difficoltà. La soluzione al mistero si chiama H₂O, acqua. Su questo tema, il software è stato progettato per ExoPlex. Gli esperti hanno potuto combinare tutte le informazioni in serie su questi sette piani, includendo anche gli elementi chimici della stella. Ciò che hanno trovato è i relativi “asciutti” pianeti interni (denominati “b” e “c”) sono composti per il 15% della loro massa da acqua (la Terra ha lo 0,02% di acqua rispetto alla sua massa totale ); i pianeti esterni (“f” e “g”) sono più del 50% di acqua rispetto alla massa. Si stima, ma l’andamento sembra chiaro: è molta, moltissima conoscenza in questo sistema planetario ed è la prima volta che viene studiati pianeti di tipo terrestre con una quantità così abbondante di acqua ghiacciata. Anche nei pianeti più interni, perché migrati da posizioni originarie più lontane. Sicuramente questa abbondanza di conoscenza non è positiva se si pensa all’eventuale abitabilità dei sette pianeti. Anche nei pianeti più interni, perché migrati da posizioni originarie più lontane. Sicuramente questa abbondanza di conoscenza non è positiva se si pensa all’eventuale abitabilità dei sette pianeti. Presenti anche nei pianeti più interni, perché migrate da posizioni originarie più lontane. Sicuramente questa abbondanza di conoscenza non è positiva se si pensa all’eventuale abitabilità dei sette pianeti. Natalie Hinkel , Vanderbilt University, ha sottolineato: «Un pianeta acquatico, che non è una superficie al di sopra dell’acqua, non è dotato degli importanti cicli geochimici che sono assolutamente necessari per la vita».

Coppia di nuovi esopianeti a 400 anni luce da noi

Due nuovi esopianeti vanno ad aggiungersi alla lista di quelli finora conosciuti nella nostra Galassia. A scoprire la coppia di giovanissimi pianeti extrasolari, tanto da risultare ancora in fase di formazione,  è stato un gruppo di astronomi guidato dal ricercatore italiano Andrea Isella della Rice University di Houston (Texas, Stati Uniti) grazie alle osservazioni del telescopio ALMA dell’ESO in Cile. I due oggetti celesti, entrambi di dimensioni comparabili al nostro pianeta Saturno, sono stati individuati in modo indiretto: gli scienziati hanno intuito la loro esistenza attorno alla giovane stella  HD 163296, di massa circa doppia a quella del Sole e distante 400 anni luce da noi, grazie alle riprese di ALMA che mettono in evidenza due evidenti “solchi” nel disco di polveri e gas che la circonda. Quegli anelli di spazio sostanzialmente privo di materia sono stati interpretati come le zone in cui altrettanti pianeti stanno completando il loro processo di accrescimento e formazione.

«ALMA ci ha mostrato immagini stupefacenti e scorci mai visti prima degli anelli e delle zone vuote intorno a giovani stelle che potrebbero rappresentare i segni caratteristici della formazione di nuovi pianeti» dice Isella, primo autore di un articolo pubblicato sulla rivista Physical review Letters. «Tuttavia, dato che stavamo solo guardando la polvere nei dischi con sufficiente precisione, non potevamo essere sicuri di ciò che ha dato origine a queste caratteristiche». Il gruppo di ricerca ha utilizzato ALMA per tracciare, per la prima volta, sia la distribuzione della polvere che del monossido di carbonio (CO) sotto forma di gas che compongono il disco attorno ad HD 163296 con un livello di dettaglio simile. Le osservazioni hanno rivelato tre distinte zone concentriche vuote nella polvere che compone il disco protoplanetario. La prima si trova a circa 60 unità astronomiche dalla stella centrale, ovvero 60 volte la distanza tra Terra e Sole, che è circa il doppio dello spazio che separa il Sole da Nettuno. Le altre due lacune si trovano a 100 e a 160 unità astronomiche dalla stella centrale: rispetto al nostro Sistema solare, si posizionerebbero ben oltre la fascia di Kuiper, la regione di corpi ghiacciati esterni all’orbita di Nettuno. I ricercatori hanno confermato con le osservazioni di ALMA la presenza di simili andamenti anche nella distribuzione del monossido di carbonio in concomitanza delle due lacune più esterne. In base a questa concomitanza di informazioni, gli astronomi ritengono di aver trovato prove convincenti della presenza di due pianeti in fase di formazione a grandi distanze dalla stella centrale. Le estensioni delle due regioni in cui sembra quasi del tutto assente sia la polvere che il gas suggeriscono che entrambi i potenziali pianeti abbiano massa comparabile a quella di Saturno.«Dati di quattro anni fa a più bassa risoluzione angolare ci avevano permesso di vedere solo un debole indizio di sotto-strutture in questo sistema; ora che il radiotelescopio ALMA è entrato a pieno regime abbiamo potuto rilevare queste incredibili e marcate strutture ad anello, indizio che il sistema è già in una fase avanzata della sua evoluzione e che molto probabilmente ha già dato origine a giganti gassosi. Commenta Greta Guidi, studentessa di dottorato di Ricerca all’Università di Firenze e all’INAF-Osservatorio Astrofisico di Arcetri, che ha partecipato allo studio. «ALMA ci sta facendo fare passi da gigante nella nostra comprensione del processo della formazione dei pianeti» sottolinea Leonardo Testi, astronomo dell’ESO e associato INAF, tra i coautori dell’articolo. «Dopo i primi risultati sulle strutture nella polvere in HL Tauri, TW Hydrae ed Elias 2-27, adesso finalmente possiamo anche osservare l’effetto dei pianeti sul gas molecolare. La combinazione di queste osservazioni di ALMA con osservazioni ad alta risoluzione e contrasto con ottica adattiva a LBT e VLT ci permetteranno presto anche di rivelare i giovani pianeti e studiarne le proprietà». Nella foto: Immagine del disco protoplanetario di polveri attorno alla stella HD 163296 ripreso da ALMA. Crediti: ALMA (ESO/NAOJ/NRAO); A. Isella; B. Saxton (NRAO/AUI/NSF)
di Marco Galliani (INAF)

Destinazione Proxima b

La scoperta del pianeta in orbita alla stella più vicina alla Terra risveglia la voglia dei viaggi interstellari. La stella oggetto dell’interesse è Proxima Centauri che, insieme alle due compagne più massive Alpha Centauri A e B forma un sistema triplo. La tre stelle distano poco più di 4 anni luce dal Sole, ma la più vicina è Proxima, come dice il nome. E’ intorno a lei che orbita il pianeta appena scoperto. Proxima b, che ha massa terrestre e periodo orbitale di appena 11 giorni, è molto vicino alla sua stella che però è una nana rossa piccola e poco luminosa e non lo surriscalda, anzi il pianeta potrebbe essere nella fascia di abitabilità della stellina e si ipotizza che sulla sua superficie possa esistere acqua allo stato liquido. Va aggiunto che le condizioni su Proxima b non paiono ottimali. La nana rossa non è affatto una vecchia signora tranquilla, ogni tanto si sveglia e produce fiotti di radiazione X, un comportamento poco amichevole nei confronti di qualsiasi forma di vita, anche elementare sul pianeta. Indipendentemente dalle considerazioni sull’abitabilità del nuovo pianeta, certamente inizieranno osservazioni intensive di Proxima b alla ricerca di segnali di vita. Con un tempo di transito di poco più di quattro anni (otto considerando andata e ritorno) sarebbe quasi possibile intavolare una conversazione. Aspettare otto anni per una risposta può sembrare lungo a noi terrestri, ma è il tempo di percorrenza più breve che ci offra l’universo.  Chi avesse messaggi intelligenti da inviare si faccia avanti, c’è un premio da un milione di dollari messo in palio dall’iniziativa Breakthrough Message proposta da Yuri Milner, il miliardario di origine russa che, grazie al risultato dell’ESO, si trova al centro dell’attenzione. Solo pochi mesi fa, infatti, Milner aveva annunciato il programma StarShot per raggiungere Alpha Centauri in 20 anni. La sfida è titanica, bisogna viaggiare a circa 20% della velocità della luce. Come? StarShot  propone di utilizzare migliaia di sonde leggerissime (delle vele del peso indicativo di un grammo) che dovrebbero essere accelerate grazie alla spinta di potentissimi fasci laser posizionati al suolo.  Una volta in vista della meta, le sonde dovrebbero fare una foto da mandare a Terra. Non è chiaro con quali leggerissimi strumenti, ma questa è la sfida. Yuri aveva scelto Alpha Centauri semplicemente perché voleva un oggetto che fosse raggiungibile nell’arco della sua vita, massimo 50 anni, compreso un programma di ricerca di 30 anni. L’annuncio, così visionario, ha già spinto il comitato che gestisce il budget della NASA a chiedere che anche l’agenzia si muova in questa direzione studiando una vera missione spaziale per raggiungere Alpha Centauri nel 2069, in occasione del centenario dello sbarco sulla Luna. Di certo, la scoperta del nuovo pianeta sarà da stimolo per realizzare un sogno. Non è un caso che alla conferenza stampa dell’ESO fosse presente Pete Worden, ex NASA e ora direttore del progetto StarShot. Proxima b ha messo il turbo ai viaggi interstellari.
di Patrizia Caraveo (INAF) L’articolo è stato pubblicato sul Sole 24 Ore domenica 28 agosto 2016, ed è stato riprodotto qui su Media INAF con il consenso dell’autrice, direttrice dell’INAF IASF Milano

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