Buco nero scatenato in M83

È piccolo ma non lo si tiene. E quando è a tavola mette paura. Negli ultimi 20mila anni s’è ingurgitato una quantità di materia pari a centinaia, forse addirittura migliaia di volte quella che in teoria gli spettava. Liberando poi l’energia accumulata sotto forma di getti dalla potenza spaventosa, pari a qualche milione di volte quella del Sole: venti di particelle talmente intensi da mandare in tilt la Girandola del Sud – così è chiamata la galassia che lo ospita, nota altrimenti come M83, a una quindicina di milioni d’anni luce da noi. Protagonista di cotanto sconquasso è MQ1, un microquasar (un buco nero di massa stellare con disco d’accrescimento) di calibro sorprendentemente modesto: nemmeno cento masse solari. E sono proprio l’affidabilità e la precisione della misura della sua massa l’architrave sul quale si regge l’importanza della scoperta, pubblicata oggi sulle pagine di Science Express da un team di scienziati guidati dal piemontese – come ha precisato con orgoglio ai microfoni di Media INAF –Roberto Soria, attualmente ricercatore all’ICRAR di Perth, in Australia. La massa, dicevamo. Già si conoscevano buchi neri iperattivi, energetici al punto da influenzare con le loro emissioni le galassie nelle quali si trovano. Ne abbiamo scritto anche qualche giorno faproprio qui su Media INAF. Il problema è valutarne accuratamente la massa. Quelli di cui parliamo non sono i buchi neri supermassicci al cuore delle galassie: sono normali (si fa per dire) buchi neri di massa stellare. “Massa stellare”, però, come unità di misura è un po’ vaga. Elastica al punto che proprio l’intensità dell’emissione di alcuni soggetti particolarmente turbolenti, primi fra tutti le ULX (sorgenti X ultraluminose), ha portato gli astrofisici a ipotizzare l’esistenza dei cosiddetti buchi neri di massa intermedia. Questo perché, per quanto un buco nero possa mettercisi d’impegno, c’è un limite alla potenza che è in grado d’esprimere: una soglia che dipende, appunto, dalla sua massa, e che va sotto il nome di limite di Eddington. Se dunque l’energia espressa è troppa per essere compatibile con un buco nero di taglia small, probabilmente il responsabile deve indossare una media, no? E invece ecco la sorpresa. Dopo averlo tenuto sotto osservazione per un anno, e avergli preso le misure con ben tre strumenti (il telescopio spaziale Chandra della Nasa per i raggi X, l’infaticable Hubble Space Telescope in ottico e infrarosso, l’Australia Telescope Compact Array per la banda radio), gli scienziati sono giunti alla conclusione che quello in M83 è un buco nero di massa contenuta. È stato un po’ come imbattersi in un’utilitaria piccola ma truccatissima, capace di ridicolizzare un bolide da Formula 1: il libretto dice 40 cavalli, ma quella ne sprigiona allegramente almeno cento volte di più, alla faccia della Motorizzazione e delle leggi della meccanica. «Stimiamo che MQ1 abbia una potenza tre o quattro volte superiore al limite di Eddington, che si pensava fosse il massimo raggiungibile», dice Soria. Certo, occorre tenere presente che quando parliamo di limite di Eddington non ci riferiamo a una soglia invalicabile, quale per esempio la velocità della luce. «È un po’ come i limiti di velocità in Italia», scherza il ricercatore, «un limite, diciamo così, indicativo». E cosa indica? «Approssimativamente, la massima luminosità che un buco nero può raggiungere in termini di fotoni». Una precisazione, questa, che aiuta a comprendere come mai i getti – il cui principale tratto distintivo, rispetto all’emissione diffusa dei fotoni, è quello di essere collimati – possano infrangerlo così impunemente. «I jet perforano il gas che avvolge il buco nero come proiettili attraverso una nube», spiega Soria, «e non puoi certo pensare di fermare o rallentare una nuvola sparandole contro». Ma anche la stessa emissione luminosa sembra poter superare, seppur in modo meno eclatante dei getti, il limite di Eddington. Questo giustificherebbe un altro eccesso d’energia registrato in questi anni, un fenomeno gemello, quello appunto delle ULX. Offrendo così una visione d’insieme nuova, e coerente, sui buchi neri di massa stellare, sulla loro interazione con l’ambiente circostante e sulle condizioni in cui si trovavano i quasar nell’universo primordiale, quanto il tasso d’accrescimento era massimo. E suggerendo come forse non ci sia più bisogno, per spiegare la potenza anomala delle loro emissioni, di ricorrere ai buchi neri di massa intermedia.
di Marco Malaspina (INAF)

Più brillante e più veloce: la sorprendente supernova SN 2014J

Più luminosa e appariscente che mai, continua a far parlare di sé. È la supernova SN 2014J, scoperta pochi giorni fa dall’infaticabile Hubble. A essere precisi, il primo a mettere gli occhi sul brillante oggetto celeste è stato un professore universitario, che nella notte del 21 gennaio si trovava a osservare il cielo con i suoi studenti di astrofisica. E ha individuato una delle supernove più luminose mai osservate negli ultimi tempi, subito dopo immortalata dal telescopio NASA/ESA. SN 2014J, che si trova nella galassia M82, sta a 11,4 milioni di anni luce da noi, e potrebbe essere la supernova più vicina di tipo Ia (ovvero nata dall’esplosione di una nana bianca) individuata negli ultimi 77 anni. Già questo bastava a rendere l’oggetto particolarmente interessante, perché la vicinanza permetterà agli astronomi di esplorare l’ambiente intorno alla supernova, letteralmente ricostruendo le dinamiche dell’esplosione. Ma ora sono emersi nuovi dettagli, che rendono la lucente SN 2014J ancora più intrigante: non solo è più luminosa della media, ma a quanto pare si è anche accesa molto più velocemente del previsto. È quanto ha scoperto un astronomo dell’Università di Berkeley, Alex Filippenko, che con il suo gruppo di ricerca ha cercato tracce della supernova in dati raccolti dal telescopio KAIT (Katzman Automatic Imaging Telescope). Scoprendo così che l’occhio del telescopio robotico aveva di fatto già scattato una foto della supernova il 14 gennaio. Gli astronomi hanno combinato queste osservazioni con quelle di un astrofilo giapponese e hanno osservato che la velocità di illuminazione di  SN 2014J era stranamente molto elevata. Il che significa che l’esplosione è probabilmente avvenuta in meno tempo del previsto. Ma c’è di più: dai dati è emerso anche che la supernova ha avuto lo stesso insolito comportamento di un altro oggetto celeste dello stesso tipo individuato da KAIT l’anno scorso, la supernova SN 2013dy. “Se due delle più recenti supernovae di tipo Ia scoperte sono strane, questo ci dà nuovi indizi su come le stelle esplodono” ha detto Filippenko riferendosi a una terza supernova, apparentemente “normale”, scoperta tre anni fa e chiamata SN 2011fe. “Potrebbe anche darsi che capiremo cose nuove che ancora non conosciamo, e che questo strano comportamento diventi la nuova normalità”.
di Giulia Bonelli (INAF)

La grande monnezza: i detriti spaziali

Sono circa 1000 i satelliti attivi attualmente in orbita attorno alla Terra. Sono utilizzati dalla telefonia, dai centri meteo per le previsioni meteorologiche, dai sistemi di localizzazione GPS, dalle connessioni TV, oltre ovviamente a quelli scientifici. NASA e Agenzia Spaziale Europea da anni stanno cercando nuove soluzioni per mandarli su orbite cimiteriali stabili, o per riportare a terra i pezzi ancora in buono stato. Conservare liberi gli slot orbitali per nuove missioni è cosa buona e giusta, soprattutto per ridurre rischi di collisioni e danni alle strumentazioni. Gli scontri avvenuti hanno già generato qualcosa come 17 mila frammenti (ma se contiamo quelli sotto i 10 centimetri la stima sale a 700 mila, di cui alcune centinaia di migliaia di dimensioni uguali o superiori al centimetro). Ogni scheggia, anche se misura appena qualche centimetro, può diventare un pericoloso proiettile. L’orbita bassa attorno alla Terra (LEO) e quella geostazionaria sono sempre più intasate. Razzi, pezzi perduti da navicelle, frammenti e anche piccole particelle di vernice creati da collisioni ed esplosioni che costituiscono un pericolo anche per gli astronauti della Stazione Spaziale Internazionale (i detriti orbitano attorno alla Terra fino a una velocità massima di 28.000 km all’ora e gli incidenti non sono stati pochi). A 400 chilometri sopra le nostre teste, gli uomini a bordo della ISS sono costretti a spostare la base spaziale su e giù per evitare gli impatti come in un arcade game degli anni Ottanta. Non si tratta di semplici carcasse di metallo a rischio di collisione, ma di vere e proprie bombe a orologeria: carburante residuo e batterie surriscaldate dalla luce solare rischiano di esplodere facilmente. Come si fa a raccogliere “la grande monnezza” tecnologica in orbita attorno al Pianeta? Quel che non si può dire, è che manchi l’inventiva. 2014 / La missione europea e.DeOrbit. ESA, per esempio sta lavorando alla missione e.DeOrbit. Progettato per individuare detriti in orbite trafficate tra gli 800 e i 1000 chilometri di altezza e.DeOrbit ha messo sotto studio parallelo diversi meccanismi di cattura per ridurre al minimo i rischi della missione. Si va da reti a espansione a tentacoli meccanici, da sistemi di arpionaggio a braccia robotiche. Intanto è notizia recente che un nuovo prototipo di radar potrebbe aiutare l’Europa a migliorare il monitoraggio dei detriti spaziali. Il radar, installato nella regione di Madrid in Spagna, si basa su un sensore capace di aumentare la sicurezza dei satelliti europei in orbite basse e medie. Il test è stato eseguito su oggetti di circa un metro di dimensione. E anche se siamo a prestazioni decisamente inferiori di quanto necessario per un sistema pienamente operativo (la soglia sensibile è 10 centimetri) è un primo passo importante. “Il radar sta mostrando ottime prestazioni ” ha affermato Gian Maria Pinna, Ground Segment Manager dell’ufficio programma SSA (Space Situational Awareness). “Anche senza una calibrazione completa del sistema, che richiederà diversi mesi, abbiamo potuto rilevare oggetti più piccoli e a una gamma più ampia del previsto”. 2014 / Made in Japan. Un gruppo di ricercatori dell’Agenzia spaziale giapponese (Jaxa) ha sviluppato una particolare rete magnetica formata da una serie di cavi sottili di alluminio e acciaio inossidabile. L’estremità di uno dei cavi, una volta agganciato a un detrito in orbita, genera una corrente elettrica indotta dal campo magnetico terrestre sufficiente a rallentarlo e trasferirlo verso orbite sempre più basse fino al rientro nell’atmosfera. Il progetto verrà lanciato il prossimo 28 febbraio. Si tratta di un satellite con a bordo questa rete. L’obiettivo è estendere la rete fino a 300 metri e controllare il trasferimento di elettricità. Ma per l’aggancio vero e proprio occorrerà attendere le missioni successive. 2014 / STARE. Mini-satelliti terrestri per regolare il traffico nello spazio. La missione Space-Based Telescopes for Actionable Refinement of Ephemeris potrebbe ricalcolare le orbite dei satelliti e dei detriti spaziali a rischio con un margine di errore di meno di 100 metri. Effettuare i calcoli non è facile a causa delle moltissime variabili da considerare. La resistenza atmosferica, per esempio, è una funzione della forma e della massa del satellite. Ma bisogna tener conto anche di densità e composizione dell’atmosfera. La precisione dei movimenti, in questi casi, è fondamentale altrimenti si rischia di far collidere l’oggetto con altri satelliti. Per evitare questo tipo di errori lo Space Surveillance Network osserva ripetutamente circa 20.000 oggetti. Il margine di errore è di un chilometro. La missione STARE promette di abbassare di dieci volte il margine di errore. 2013 / Alice-2. Il piccolo satellite italiano Unisat-5 lanciato il 21 novembre scorso dal cosmodromo Dombarovsky di Yasny, nella regione di Orenburg in Russia, ospita il primo sistema anti space debris. Si chiama Alice-2 ed è frutto di una piccola società italiana concepita dal giovane ingegnere Luca Rossettini. Un sistema intelligente dotato di un propulsore che porta il satellite su una traiettoria di disintegrazione nell’atmosfera terrestre per fare poi ricadere la carcassa del satellite su zone desertiche, o nell’oceano, alla fine della sua vita spaziale. 2012 / Precisione svizzera. “Se ciascuno scopasse davanti alla sua porta, lo spazio sarebbe pulito”, aveva affermato Volker Gass, direttore dello Swiss Space Center in occasione del lancio del progetto CleanSpace One, nel febbraio 2012. Il progetto di un satellite netturbino che dovrebbe essere operativo dal 2016-2017 e dovrà agganciare il satellite svizzero Swiss Cube – un cubo di appena 10 cm che avanza a 28.000 chilometri orari – e portarlo con sé nell’atmosfera dove si disintegrerà senza lasciare tracce.

Seconda parte

Era il 1957 quando un pallone d’alluminio con quattro lunghi baffi guadagnava l’orbita terrestre diventando il primo satellite artificiale della storia (dentro una semplice radio che faceva bip bip): lo Sputnik. Da allora sono tanti i satelliti ad essersi infilati più o meno ordinatamente nell’orbita terrestre. Alcuni di quei veicoli sono rientrati alla base, come previsto, al termine della missione. Altri continuano a vagare sopra le nostre teste ormai fuori controllo. A oggi esiste un solo catalogo di questo complicato traffico atmosferico. Ed è quello mantenuto da JSpOC, il Joint Space Operations Center del Ministero della Difesa statunitense. Informazioni classificate – perché sono molti i satelliti lanciati a scopo militare – e tuttavia generosamente messe a disposizione dalla Difesa USA alle agenzie spaziali internazionali che ne fanno richiesta. Lo Space Surveillance Network della NASA e lo Space Situational Awareness di ESA che dovrebbero svolgere il compito di vigili urbani nelle intricate autostrade che si snodano sui cieli terrestri possono quindi fare affidamento esclusivamente su dati che abbondano di rumore. JSpOC, come l’oracolo di Delfi, mette a disposizione informazioni che rendono impossibile ricostruire il dato originale. Tanto che anche la mera stima degli oggetti orbitanti diventa un azzardo. “17 mila oggetti sopra i 10 cm di diametro è il conto che possiamo fare basandoci su quanto riusciamo a vedere nella porzione di cielo prossimo alla Terra”, ci spiega Giovanni Valsecchi dell’INAF – Istituto di Astrofisica e Planetologia Spaziali di Roma. “Per individuare un oggetto ci affidiamo ai radar, con cui riusciamo a vedere più o meno chiaramente fino ai 2000 km di altitudine. Per quel che sta oltre ci possiamo aiutare con i telescopi ottici. Parliamo però di oggetti di cui non conosciamo né albedo, né materiale di costruzione”, osserva Valsecchi. “Quando nel 1999, con Paolo Farinella e Alessandro Rossi, individuammo un pericolo reale di collisione per la costellazione Iridium, la comunità scientifica sembrò non dare peso alla cosa. L’incidente del febbraio 2009 fra uno dei satelliti commerciali della costellazione e il satellite russo Cosmos 2251 ci ha mostrato che il problema è anche più grande di quanto avevamo immaginato. E anche oggi che conosciamo meglio il fenomeno dei detriti spaziali abbiamo ancora troppi pochi dati per poterlo valutare”. Oggi lo Space Situational Awareness – il programma opzionale dell’ESA concepito con lo scopo di svolgere servizi di sorveglianza e monitoraggio del Solar Weather, dei detriti spaziali e dei Near Earth Objects (NEO) – è in fase di implementazione. Lanciato ufficialmente il 1° gennaio del 2009 sulla spinta di Francia, Germania e Spagna si è in parte arenato a seguito dell’assenza di un accordo con la European Defence Agency in materia di classificazione dati. L’aver impostato un programma senza la necessaria attenzione alla sicurezza non è stato un errore perdonabile e nel 2012 ha provocato l’uscita di Spagna e Francia dall’impegno opzionale con ESA. Nel frattempo il numero di sinistri spaziali a causa di esplosioni accidentali è salito a duecento. Serve ben poco ricorrere a moduli di constatazione amichevole per esplosioni orbitali che si devono evitare. Specie se c’è intenzione di conservare liberi slot orbitali per nuove missioni. E tanto più se si vogliono ridurre rischi di collisioni e danni a costose strumentazioni. Ma i 55 milioni di euro stanziati da ESA nel 2009 e i 75 milioni arrivati nel 2013 sembrano ben poca cosa di fronte alle risorse allocate da NASA sulla questione detriti. Certo potrebbe anche non essere una semplice questione di denaro. E qui entra in gioco l’Unione Europea con un’interessante proposta di legge che sarà votata il prossimo aprile. “Quello in discussione al parlamento europeo è il programma SST – Space Surveillance and Tracking – che prevede se approvato uno stanziamento di 70 milioni di euro in 7 anni per la realizzazione di un servizio di sorveglianza dei satelliti”, ci spiega Claudio Portelli dell’Agenzia Spaziale Italiana, responsabile per la tematica dei detriti spaziali. “L’idea è che ogni Stato membro possa contribuire con le sue infrastrutture e i dati in suo possesso riguardanti il traffico degli oggetti spaziali artificiali in orbita circumterrestre. Tutte le informazioni, valutate preliminarmente da centri di competenza nazionali militari per la classificazione dei dati, dovrebbero poi confluire allo European Union Satellite Centre in Spagna cui spetterà il compito di processarli e renderli disponibili all’operatore spaziale di turno che ne ha bisogno”. Un progetto ambizioso, ben allineato con una politica tutta europea di partecipazione comunitaria, distante dalle logiche statunitensi di JSpOC, in mano alla Difesa USA. Il contributo italiano a SST? Potrebbe passare in larga parte dalle strutture INAF, che hanno strumenti e carte adatti allo scopo. Un accordo siglato dall’Istituto Nazionale di Astrofisica con l’Aeronautica Militare ha già previsto una fase di test per l’utilizzo di radar bistatici con la Croce del Nord di Medicina in ricezione e un TX dei militari in trasmissione dalla Sardegna per illuminare una serie di oggetti.
di Davide Coero Borga (INAF)

Kepler, altri 715 mondi possibili

Raddoppiato il numero di pianeti a oggi conosciuto: è la notizia diffusa ieri da una conferenza stampa della missione Kepler della NASA, che ha annunciato di aver individuato 715 nuovi pianeti al di fuori del Sistema Solare. La scoperta, immediatamente ripresa da New York Times e da altri quotidiani, sta facendo il giro del web, anche perché 4 di questi pianeti sono stati definiti “abitabili”. Ma il nostro Universo è davvero di colpo così affollato? Se si analizzano i dati raccolti dal telescopio Kepler, è troppo presto per trarre questa conclusione. Come spiega Isabella Pagano, astrofisica dell’INAF di Catania, più che altro bisognerebbe parlare di probabilità. “Questa è senz’altro una scoperta importantissima, perché Kepler ha riempito i nostri database di una quantità infinita di dati” dice la ricercatrice. “Però nell’articolo in realtà non si parla di pianeti confermati, ma di una nuova terminologia messa in uso dal team di Kepler,pianeti validati”. Questo significa che la sonda della NASA non ha individuato 715 pianeti reali, ma ha fornito un’analisi statistica della possibilità che gli oggetti individuati siano effettivamente pianeti. “Kepler funziona inquadrando un campo di 100 gradi quadrati di cielo, in cui è presente un numero elevatissimo di stelle” continua Pagano. “Quando capita che un pianeta passa davanti alla sua stella, avviene una diminuzione di segnale, come se ci fosse un’eclissi: è un fenomeno chiamato transito, da cui si può derivare la dimensione dell’oggetto. Questo fenomeno non è molto semplice da rilevare, perché dipende dalla prospettiva: probabilisticamente solo il 4% delle stelle che osserviamo avrà un transito, perché in moltissimi casi quando il pianeta gira attorno alla stella non è detto che passi davanti ai nostri occhi. Ma ammesso che si riesca a osservare il transito, non possiamo sapere se si tratta effettivamente di un pianeta: per confermarlo occorre misurare anche la massa, operazione possibile solo se il pianeta orbita attorno a una stella abbastanza brillante per poter fare misure di velocità radiale, o quando si tratta di un sistema con pianeti multipli”. E infatti da quando Kepler è in funzione è riuscito a individuare con assoluta certezza (ovvero, a portare a casa la doppia misura di dimensione e massa) meno di 180 pianeti. Per questo gli astronomi della NASA hanno messo a punto un nuovo metodo, chiamato “verification by multiplicity”, che si basa su un’indagine probabilistica che procede, per così dire, a eliminazioni: i 715 pianeti sono stati selezionati a partire da un campione di 3.601 candidati. “Restano ancora aperte moltissime domande sulla composizione di questi pianeti, e il metodo statistico di Kepler non darà delle risposte su questo” spiega l’astrofisica. I dati mancanti potrebbero invece arrivare dalla missione PLATO dell’Agenzia Spaziale Europea, di cui la stessa Isabella Pagano è coordinatrice per INAF. “PLATO è fatto da 34 telescopi che guardano il cielo in modo da avere nel loro piano focale più di 1.100 gradi quadrati di cielo ciascuno: un fattore 10 rispetto a Kepler” racconta. “Per questo avrà la possibilità di osservare una porzione di cielo molto più grande: ogni singolo telescopio di PLATO ha un campo che è circa 50 volte quello della dimensione della Luna, e tutti insieme guardano a un’area di circa 120 volte la dimensione del nostro satellite”. Questo permetterà ai 35 occhi del satellite di fare misure su circa 150.000 stelle vicine e brillanti  in un colpo solo, caratteristiche che renderanno possibile anche la misura della massa, dell’età e della presenza di atmosfera per tutti i pianeti che saranno visti da PLATO.  Anche i dati raccolti da Kepler potrebbero essere preziosi. “Si può pensare di tornare con PLATO nella zona di cielo già osservata da Kepler, per approfondire lo studio degli oggetti più interessanti che Kepler ha individuato” conclude Pagano. E l’abitabilità? Anche i 4 pianeti definiti abitabili dai ricercatori di Kepler rientrano in una valutazione statistica: non è un’analisi qualitativa, ma una misura della posizione di questi 4 oggetti, che si troverebbero appunto nella cosiddetta fascia abitabile. Quindi anche in questo caso si parla solo di probabilità, almeno per ora.
di Giulia Bonelli (INAF)

In arrivo il Leone e la Vergine: ecco le costellazioni di marzo

Il mese di marzo vede ancora come protagoniste le costellazioni invernali. Tuttavia, rispetto al mese precedente, si noterà uno spostamento delle stesse verso sud-ovest. Da notare invece che, già dalle prime ore della notte, si affacciano ad oriente le costellazioni del Leone e della Vergine (nei pressi della quale troviamo Saturno). I fortunati abitanti di luoghi con poco inquinamento luminoso, potranno scorgere persino la debole costellazione del Cancro, che separa il Leone dai Gemelli. Proseguendo verso occidente spicca ancora la stupenda Orione, con le tre stelle della cintura a formare una linea quasi retta (da sinistra: AlnitakAlnilam Mintaka), ed i 3 luminosissimi astri Betelgeuse (gigante rossa), Rigel (azzurra) e Bellatrix (in alto a destra). Sotto la cintura troviamo un gruppo di stelle in cui giace la Grande nebulosa di Orione (M42) osservabile anche ad occhio nudo. Una perla del cielo boreale. Nella stessa zona di cielo troviamo le costellazioni del Toro (dalla caratteristica forma a Y) con la stella rossa Aldebaran, la costellazione dell’Auriga con la brillante stella Capella, i Gemelli con le stelle principali Castore e Polluce. A sinistra in basso rispetto ad Orione, nella costellazione del Cane Maggiore, risplende Sirio, la stella più luminosa del cielo. Poco al di sotto dei Gemelli, si può facilmente riconoscere un’altra stella luminosa, Procione, del Cane Minore. Proseguiamo il nostro tour con il cielo settentrionale, dove l’Orsa Maggiore domina incontrastata. Con il suo aiuto sarà un gioco da ragazzi trovare la stella polare. A Nord-Ovest troviamo Cassiopea con la sua caratterisitica forma a “W”; tra Cassiopea e il Toro troviamo la costellazione del Perseo. Da notare che anche la costellazione del Perseo può fungere da comodo riferimento per giungere alle Pleiadi, infatti basta congiungere con una linea immaginaria a forma di “arco” alcune stelle per arrivare al famosissimo ammasso aperto. Chiudiamo la rassegna segnalando la costellazione di Bootes (il Bifolco), sotto l’Orsa Maggiore e a sinistra della Vergine, caratterizzata dalla particolare forma ad aquilone, con la sua brillante e rossastra Arturo.
Per tutte le altre informazioni vedi Il cielo del mese di Stefano Simoni sul sito Astronomia.com

Brillamento X 4.9: il più intenso dall’inizio dell’anno

Il Sole torna a mostrare i muscoli e lo fa con il più potente brillamento mai registrato dall’inizio dell’anno. Lo ha seguito nella sua evoluzione il Solar Dynamics Observatory della NASA che ci regala questa splendida immagine composita della violenta esplosione, ripresa dagli strumenti di bordo della sonda in sei differenti lunghezze d’onda. Il brillamento è avvenuto la notte tra il 24 e il 25 febbraio all’1:25 ora italiana e ha raggiunto la classe di intensità X 4.9.Un valore che lo colloca dunque tra quelli più violenti nella scala di intensità del flusso dei raggi X emessi da questo tipo di eventi. Fortunatamente la posizione del brillamento, prossima al bordo del disco solare, non fa prevedere conseguenze significative per la Terra: gran parte della radiazione e delle particelle associate a questo evento sono infatti dirette lontano da noi, così come l’emissione di massa coronale liberatasi da quella regione subito dopo il flare.
di Marco Galliani (INAF)

L’agitata figlia di Andromeda

Per il mito greco i figli di Andromeda erano nove, avuti dall’eroe Perseo. L’omonima galassia, che spicca in cielo con la stessa bellezza della figura mitologica da cui ha preso il nome, di figlie ne ha molte di più: fino a oggi gli astronomi ne hanno contate almeno 20, chiamate progressivamente Andromeda I, II, III e via così. Sono galassie satellite che, proprio come per la nostra Via Lattea, circondano la galassia principale. Ora un gruppo di ricercatori del daneseNiels Bohr Institute, dell’Università di Cambridge e del Max Planck Institute tedesco hanno individuato un fascio di stelle in una delle galassie satellite più esterne, Andromeda II. Si tratta di una galassia nana molto piccola – per intenderci, meno dell’1% della Via Lattea. E le stelle che ospita hanno caratteristiche mai osservate prima: con il loro movimento sono dei veri propri indizi mobili della storia della galassia, la memoria storica di ciò che è avvenuto milioni e milioni di anni fa. Gli astronomi infatti dal moto delle stelle di Andromeda II hanno capito che ciò che osserviamo è in realtà il risultato di uno scontro tra due galassie nane precedenti. Un fatto piuttosto insolito: la fusione di due galassie di massa così piccola non era mai stata registrata prima d’ora. Scontri tra titani erano invece all’ordine del giorno nell’Universo giovane: secondo gli astronomi l’attuale conformazione dello spazio si è ottenuta a forza di collisioni tra galassie vicine, da cui derivavano galassie più grandi. Ancora oggi le galassie con massa maggiore continuano ad attrarre quelle più piccole a causa della forza di gravità, e spesso le inglobano aumentando così ancora di più la loro massa. Ma in alcuni casi le galassie più piccole riescono a sfuggire al destino di essere “mangiate” da galassie più grandi. È quello che è successo ad Andromeda II, che insieme alle sue sorelle ha iniziato a orbitare attorno alla più grande M31, nome in codice di Andromeda. Eppure anche per lei a quanto pare non sono mancati gli urti: in particolare con un’altra galassia nana che orbitava attorno alla galassia madre, e con cui Andromeda II si è fusa. Gli astronomi se ne sono accorti proprio grazie al movimento insolito delle stelle della galassia satellite. “Le stelle nelle galassie nane spesso si muovono in modo casuale, ma non è il caso di Andromeda II” ha detto l’astrofisico italiano Nicola Amorisco, prima firma dell’articolo apparso ieri su Nature. “Abbiamo osservato un flusso di stelle che si muovevano in modo diverso dalle altre: formavano un anello quasi completo e ruotavano attorno al centro della galassia”. La scoperta è stata il frutto di una proficua collaborazione internazionale tra gruppi di ricerca diversi. I primi a notare l’anomalia di Andromeda II sono stati alcuni astronomi americani guidati da Marla Geha, che hanno misurato le velocità di oltre 700 stelle in “AndII”, comodo soprannome della galassia nana. Dopo aver registrato l’insolito movimento delle stelle, i ricercatori hanno passato i dati ad Amorisco e ai suoi colleghi Glenn van de Ven e Wyn Evans, già noti per la loro esperienza di simulazione dei movimenti di stelle nelle galassie. I tre hanno rianalizzato le velocità stellari, trovano la spiegazione dell’anomalia: AndII è così agitata dal moto delle sue stelle perché risente dello scontro con l’altra galassia nana che ha inglobato, scontro avvenuto secondo gli astronomi almeno 3 miliardi di anni fa. Come una gigantesca ruota animata, le stelle ancora oggi testimoniano vorticosamente quell’antica battaglia tra galassie.
di Giulia Bonelli (INAF)

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