La nube oscura chiamata Lupus 3

L’immagine ripresa all’ESO (vedi il sito Astrononia.com)  con il telescopio da 2.2 metri mostra due formazioni che sembrano l’una l’opposta dell’altra. A sinistra vi è una specie di “colonna” scura e fredda di polvere cosmica, a sinistra uno sparuto gruppetto di stelle, tra cui ne emergono due veramente brillanti. Noi non ci facciamo certo trarre in inganno. Sappiamo benissimo che le stelle nascono proprio all’interno di nuvole dense e scure di gas e polvere. La nube è conosciuta come Lupus 3 e si trova a soli 600 anni luce da noi, nella costellazione dello Scorpione. L’intero campo dell’immagine non supera i 5 anni luce. E’ una regione di nascita stellare poco conosciuta anche se può essere osservata con un modesto telescopio o, addirittura, con un binocolo. La luce delle stelle azzurre è riuscita da poco a perforare il denso gas che le ha nascoste mentre si andavano formando. In realtà, le stelle non sono ancora stelle, non avendo ancora innescato la reazione di fusione dell’idrogeno. Sono oggetti di pre-sequenza appartenenti al gruppo degli oggetti Herbig Ae-Be. Essi diventeranno astri poche volte più massicci del Sole e le sigle A e B stanno proprio per la loro futura classe spettrale. La loro nascita non supera il milione di anni: veramente dei neonati! Attorno a loro, anche se non ben visibili, vi sono stelle più piccole, simili al Sole. Probabilmente la nostra stella è nata proprio in gruppo così piccolo. Anche senza arrivare a estensioni enormi, come quelle della nebulosa Tarantola o di Orione, i luoghi di formazione stellare sono sempre emozionanti. Insomma, anche piccolo è bello!

Una maxi bussola per Marte: la missione Maven

Quando si naviga con una bussola è possibile orientarsi grazie al campo magnetico globale della Terra. Ma su Marte, se si dovesse andare in giro con una bussola sarebbe puntare a casaccio da una anomalia ad un altro, in quanto il pianeta rosso non possiede una magnetosfera globale. L’obiettivo di MAVEN, una missione dellaNASA il cui lancio si prepara per la fine del 2013, è studiare la storia della perdita di gas atmosferici dal pianeta rosso attraverso il tempo, dovuta secondo i ricercatori proprio a questa mancanza di un forte scudo magnetico. Misurando l’attuale tasso  di fuga dei gas verso lo spazio, gli scienziati saranno in grado di dedurre come l’atmosfera del pianeta si è evoluta.
La missione Mars Atmosphere and Volatile Evolution (MAVEN), di cui la NASA illustra i dettagli in questi giorni, inizierà il suo viaggio verso il Pianeta Rosso alla fine di quest’anno. La missione avrà a bordo tra l’altro un sensibile strumento per la misurazione del campo magnetico costruito e testato da un team della NASA Goddard Space Flight Center di Greenbelt, nel Maryland.
Il magnetometro di MAVEN servirà ad indagare ciò che resta dello scudo magnetico del pianeta rosso. Svolgerà un ruolo chiave nello studio l’atmosfera del pianeta e le interazioni con il vento solare, contribuendo così a chiarire perché un pianeta che una volta si pensava avere abbondanza di acqua allo stato liquido è diventato un deserto ghiacciato
“Il magnetometro Maven è la chiave per svelare la natura delle interazioni tra il vento solare e il pianeta”, ha spiegato il principal investigator di MAVEN Bruce Jakosky  dell’Università del Colorado a Boulder.
Il magnetometro misurerà il campo magnetico del pianeta attraverso una serie di bobine, ciascuna contenente un anello magnetico avvolto intorno ad un nucleo di metallo. I sensori sono portati sopra e sotto il livello di saturazione dai campi magnetici che vengono loro applicati. Se non c’è campo magnetico ambientale, i sensori rimarranno  bilanciati. Se invece è presente, i sensori andranno in saturazione più rapidamente in una direzione rispetto all’altra e lo squilibrio che rivelerà la presenza di un campo ambientale.
“Un magnetometro è come una bussola elettronica”, ha detto Jack Connerney, missione co-ricercatore a Goddard. “Ma si misura la forza, oltre che la direzione del campo magnetico.”
L’importanza di studiare il campo magnetico del pianeta ha le sue radici nella teoria che Marte abbia perso il suo campo magnetico globale molti anni fa, lasciando così indifesa l’atmosfera, e consentendo al vento solare di spazzarla via e inaridire il pianeta.
A differenza del campo magnetico globale terrestre, che circonda l’intero pianeta, Marte ha solo macchie di campo magnetico sparse sulla crosta. Questo può creare sacche di atmosfera che sono protette contro il vento solare. Misurando le sezioni del campo magnetico del pianeta, il magnetometro potrebbe aiutare gli scienziati a creare un quadro più ampio dell’atmosfera generale del pianeta.
“Il magnetometro ci aiuterà a vedere dove l’atmosfera è protetta da una mini-magnetosfera e dove è aperta al vento solare”, ha detto Connerney. “Siamo in grado di studiare l’impatto del vento solare“.
La sonda entrerà in orbita e passerà vicino alla superficie del pianeta per poi allontanarsi e studiare il vento solare al di là dell’influenza del pianeta.
Il magnetometro è uno strumento molto sensibile, quindi i tecnici devono lavorare per assicurare che lo strumento accidentalmente non misuri il campo magnetico della sonda al posto di quello del pianeta.
“Dobbiamo fare i salti mortali per essere sicuri che i campi magnetici del veicolo spaziale siano ridotti al minimo”, ha detto Jakosky. “Stiamo lavorando duramente per costruire una navicella spaziale molto ‘ pulita magneticamente ‘ in grado di soddisfare le nostre esigenze per quanto riguarda il magnetometro.”
Il viaggio di MAVEN verso Marte durerà 10 mesi, e la sonda andrà in orbita attorno al pianeta nel mese di settembre 2014.
di Antonio Marro (INAF)

La galassia a spirale Messier 77

Messier 77 è una galassia nella costellazione della Balena, circa 45 milioni di anni luce di distanza da noi. Conosciuta anche come NGC 1068, è una delle galassie più famosi e ben studiate. Si tratta di una vera e propria star tra le galassie, cui sono stati dedicati più articoli scientifici che non a molte altre galassie messe assieme. Nonostante la sua fama attuale e il suggestivo aspetto vorticoso, la galassia è stata vittima di scambio di identità un paio di volte. Prima quando è stata inizialmente scoperta nel 1780, quando la distinzione tra nubi di gas e galassie non era nota, cosa che portò  Pierre Méchain a etichettarla come una nebulosa. E poi ancora  quando è stata elencata nel catalogo Messier come un ammasso stellare. Ora, però, si è saldamente classificata come una galassia a spirale barrata, con le braccia avvolte attorno a un rigonfiamento centrale relativamente piccolo. E’ l’esempio più vicino e più brillante di una particolare classe di galassie note come galassie di Seyfert , piene di caldo gas altamente ionizzato che brilla e che emette radiazioni intense. Questo tipo di forte radiazione proviene dal cuore di Messier 77. E’ causata da un buco nero molto attivo di circa 15 milioni di volte la massa del nostro sole. Il materiale viene trascinato verso questo buco nero formando cerchi incandescenti attorno ad esso. Questa regione, anche se relativamente piccola, può essere decine di migliaia di volte più brillante di una tipica galassia. Anche i bracci a spirale di Messier 77 sono regioni molto luminose. Disseminati lungo ciascun braccio ci sono “ciuffi” rossi – un segnale della formazione di nuove stelle. Queste piccole stelle brillano con forza, a causa dei gas ionizzati presenti nelle vicinanze che si illuminano di un colore rosso intenso. Le strisce di polvere che si estendono attraverso questa immagine appaiono di color ruggine, marrone-rosso a causa di un fenomeno noto come arrossamento, per cui la polvere assorbe la luce  blu più di quella rossa.
di Antonio Marro (INAF)

Le costellazioni nel cielo di aprile

Osservando il cielo di aprile possiamo assistere alla transizione dal cielo invernale a quello estivo. Nelle prime ore dopo il tramonto possiamo ancora ammirare le costellazioni che hanno dominato il cielo nei mesi precedenti: Orione, il Toro, i Gemelli, l’Auriga.
Nel contempo, nel cielo orientale, si cominciano a scorgere gli astri che saranno protagonisti della stagione estiva. Al tramontare a Sud-Ovest di Sirio – nella costellazione del Cane Maggiore – che per tutto l’inverno è stata la stella più brillante della volta celeste, corrisponde il sorgere a Nord-Est di Vega – nella costellazione della Lira – la stella più luminosa del cielo estivo, insieme ad Arturo del Bootes.
La Lira è una piccola costellazione composta principalmente da Vega e da 4 stelle vicine ad essa, disposte a parallelogramma.
A Nord-Est, sotto l’Orsa Maggiore, vedremo la costellazione del Bootes, caratterizzata dalla particolare forma ad aquilone con al vertice, molto luminosa, la già citata stella Arturo.
A sinistra del Bootes si può riconoscere una piccola costellazione a forma di semicerchio, la Corona Boreale.
Tra la Corona Boreale e la Lira si trova la debole ma estesa costellazione di Ercole. Per individuarla possiamo prendere a riferimento il quadrilatero di stelle che ne rappresenta il corpo, mentre le altre stelle che si dipartono sopra e sotto di esso raffigurano gli arti del famoso eroe mitologico. Ercole è una costellazione molto nota agli astrofili, in quanto in essa si trova M13, un ricchissimo ammasso stellare (contiene oltre 300.000 stelle!) facilmente individuabile con piccoli strumenti, alla portata quindi anche dei neofiti.
Tornando alle costellazioni zodiacali, mentre nella prima parte della notte tramontano Toro e Gemelli, nel cielo meridionale vedremo in successione la debole costellazione del Cancro, il Leone – molto estesa, dal profilo inconfondibile, nella quale è facile individuare la luminosa stella Regolo – e infine la Vergine, anch’essa molto estesa, ma priva di stelle brillanti, fatta eccezione per Spica.
Chi avrà la pazienza di attendere la notte inoltrata potrà scorgere a Sud-Est anche la Bilancia e, successivamente, lo Scorpione.
Le costellazioni circumpolari, quelle cioè che si trovano nei pressi del Polo Nord Celeste, caratterizzano costantemente il cielo settentrionale. L’Orsa Maggiore si trova in un periodo di ottima visibilità, trovandosi alla massima altezza sull’orizzonte (“culminazione”). Ricordiamo il riferimento per trovare la Stella Polare: tracciando una linea, prolungamento del segmento che unisce due stelle dell’Orsa MaggioreMerak e Dubhe (vedi mappa del cielo a Nord), troveremo la stella che indica approssimativamente il Nord. Sull’orizzonte settentrionale possiamo ancora individuare Cassiopea, con la sua inconfondibile forma a “W”, e la costellazione di Cefeo.

La missione Planck inizia a stupirci

Il Big Bang creò lo spazio e tutta la materia e l’energia. Lo spazio iniziò ad espandersi, materia ed energia con lui. Per i primi 380000 anni circa, il caos che regnava nel densissimo e caldissimo Universo rappresentò una barriera insormontabile per la radiazione ad altissima energia, ostacolata dal movimento caotico degli elettroni liberi. Poi la temperatura scese a valori “accettabili”…poche migliaia di gradi, cosa volete che sia…e gli elettroni riuscirono a farsi catturare dai protoni, che finora avevano vagato liberi trasportati dallo spazio.
Si formarono così finalmente gli atomi neutri (la carica positiva del protone è compensata da quella negativa dell’elettrone), gli elettroni accasati si tranquillizzarono, e la radiazione che riempiva il cosmo, ormai scalpitante dopo la lunghissima prigionia, poté sfrecciare a tutta velocità – alla velocità della luce appunto – libera nello spazio in espansione. Questi fotoni primordiali non hanno naturalmente terminato la loro corsa – nell’Universo nulla si distrugge!
Tuttavia, per la legge che correla la lunghezza d’onda della radiazione alla temperatura, man mano che l’Universo si espande e  le lunghezze d’onda dei fotoni si allungano, i fotoni perdono energia e si raffreddano. La temperatura che hanno oggi è ridotta a soli 2.7K. Sono freddissimi, ma nell’Universo, finché c’è calore c’è vita, e quindi sono ancora udibili! Questa radiazione primordiale viene definita radiazione cosmica di fondo, perché è come un sottofondo musicale che si può rilevare in tutte le direzioni. Studiarla costituisce la strategia migliore per curiosare nei primi istanti di vita del cosmo in cui ci è permesso sbirciare – prima l’oscurità del caos primordiale non ce lo permette – ma anche di comprendere meglio il cosmo attuale, e in ultima analisi, il suo/nostro futuro.
La missione Planck, una collaborazione tra ESA e NASA, è stata lanciata nel 2009 per fare proprio questo: approfondire in dettaglio la distribuzione della radiazione cosmica di fondo, e creare una mappa dettagliata di quelle piccole variazioni che riflettono l’impronta di onde sonore innescate da fluttuazioni quantiche nell’Universo pochi istanti dopo la sua nascita. Queste impronte, che nella mappa di Planck appaiono come chiazze, indicano quei lievi addensamenti di materia esistenti nel cosmo altrimenti “liscio”; i semi di materia sbocciati poi in stelle e galassie. “Mentre questa luce antica viaggia per raggiungerci, è ostacolata dalla materia, che si mette in mezzo e cambia leggermente la sua conformazione”, spiega Charles Lawrence, ricercatore americano per il progetto Planck al Jet Propulsion Laboratory (JPL) in Pasadena, California. “La mappa di Planck non solo ci rivela il giovane universo, ma anche la materia, compresa la materia oscura, presente nel cosmo  .”
I nuovi dati offerti da Planck hanno permesso di testare e migliorare, con incomparabile precisione,  l’accuratezza del Modello cosmologico Standard, il modello ormai accettato che descrive le caratteristiche fondamentali dell’Universo, come età e contenuti. Allo stesso tempo però, mettono in luce alcuni aspetti curiosi che non erano stati previsti. Ad esempio, il Modello Standard assume che il cielo sia uguale ovunque lo si osservi, mentre le conformazioni della radiazione appaiono asimmetriche in due metà del cielo, e si è anche rilevata una regione fredda più estesa di quanto si poteva pensare.
I risultati servono anche a testare le teorie dell’inflazione, una drastica espansione dell’Universo avvenuta immediatamente dopo il Big Bang, nella quale in un istante il cosmo avrebbe aumentato le sue dimensioni di 100 trilioni di trilioni di volte. La nuova mappa, secondo cui la materia sembra distribuirsi in modo casuale, suggerisce che l’Universo primordiale era dominato da processi casuali su piccole basi “quantiche”. Questo permette agli scienziati di escludere complesse teorie dell’inflazione, e di favorire invece quelle più semplici.
Altre sonde avevano già analizzato con successo la radiazione di fondo, tra cui la Wilkinson Microwave Anisotropy Probe (WMAP) e il Cosmic Background Explorer (COBE), che si sono guadagnati il premio Nobel per la fisica nel 2006. Planck è il successore di questi satelliti, ed è in grado di coprire un range più ampio di frequenze della radiazione, con migliori sensibilità e risoluzione. Le sue misurazioni hanno rivelato infatti variazioni minuscole, fino a un dodicesimo di grado. “Planck è, come dire, la Ferrari tra le missioni sulla radiazione cosmica di fondo,” dice Krzysztof Gorski, un ricercatore americano della missione Planck presso il JPL. “Si può affinare la tecnologia in modo da ottenere dati più precisi. Per un’auto da corsa può significare l’aumento di velocità, e quindi la vittoria. Per Planck, il risultato è fornire agli astronomi un tesoro di dati spettacolari, e una maggiore comprensione delle proprietà e della storia dell’Universo.”
La Missione Planck continua, i dati finali saranno pubblicati nel 2014. Nel frattempo, ecco alcuni risultati preliminari: in primo luogo,  i dati forniscono un valore più basso per la Costante di espansione dell’Universo, la costante di Hubble, 67.15 più o meno 1.2 chilometri/secondo/megaparsec (circa 3 milioni di anni luce), rispetto  alle stime precedenti derivate da telescopi spaziali, come Spitzer e Hubble. Insomma, sembra che l’Universo si stia espandendo più lentamente di quanto si pensasse.
Se il cosmo ha impiegato più tempo per raggiungere le dimensioni attuali, vuol dire che è più vecchio: 13.8 miliardi di anni, 100 milioni di anni in più di quanto ritenuto in precedenza. Inoltre, l’Universo sembra contenere più materia oscura, 26.8% rispetto alle stime precedenti di 24% , mentre l’energia oscura scenderebbe a 68.3%, da 71.4%. La materia “normale”, ora rappresenterebbe il 4.9%.
Per maggiori informazioni sulla missione Planck, visita il sito dell’ESA e il sito dellaNASA
di Francesca Diodati (Astronomia.com)

Gli anelli e le lune di Saturno hanno oltre 4 miliardi di anni

Sono lì, bellissimi e maestosi, a fare da corona Saturno, il secondo più grande pianeta del Sistema solare. E da quando la sonda Cassini si è inserita nella sua orbita, nel 2004, sono anche uno dei suoi principali obiettivi scientifici. Grazie a Cassini abbiamo scoperto molto sul complesso sistema di anelli di Saturno, come il fatto che quelli della fascia A e B  sono composti quasi totalmente da ghiaccio d’acqua. Un risultato ottenuto grazie al contributo fondamentale dello spettrometro VIMS (Visual and Infrared Mapping Spectrometer), uno degli strumenti a bordo della sonda Cassini di cui l’Agenzia Spaziale Italiana ha fornito il canale VIS, mentre l’Istituto Nazionale di Astrofisica partecipa all’utilizzo scientifico dei dati prodotti.
Ed è ancora VIMS il protagonista delle ultime approfondite indagini condotte sugli anelli e sulle lune di Saturno. Indagini che mostrano come essi siano composti di materiali che, seppure alterati in superficie da depositi relativamente recenti di pulviscolo e dall’interazione con le particelle magnetosferiche, hanno età risalenti ad oltre 4 miliardi di anni fa.
“Studiare il sistema di Saturno ci aiuta a capire l’evoluzione chimica e fisica del nostro Sistema solare”, dice Gianrico Filacchione, dell’INAF-IAPS, primo autore dello studio recentemente pubblicato online sul sito della rivista Astrophysical Journal. “Ora sappiamo che per comprendere questa evoluzione è necessario non solo analizzare singolarmente una luna o un anello, ma piuttosto riuscire a collegare in modo coerente le varie relazioni che legano questi corpi celesti. Per questo motivo abbiamo comparato tra loro le proprietà spettrali degli anelli principali, delle 7 lune maggiori (Mimas, Encelado, Teti, Dione, Rea, Iperione, Giapeto) e delle 7 lune minori (Prometeo, Pandora, Giano, Epimeteo, Calipso, Telesto, Helene e Febe). La nostra indagine è un altro importante risultato ottenuto grazie all’infaticabile attività di VIMS, che finora ha inviato a Terra oltre 250.000 immagini iperspettrali, per un totale di oltre 140 gigabyte di dati, e del team INAF che ne cura il supporto scientifico”.
L’analisi dei dati raccolti da VIMS ha permesso di ricostruire la distribuzione del ghiaccio d’acqua e di altri composti chimici attraverso i loro colori caratteristici, mostrando come nella luce visibile le colorazioni degli anelli e delle lune siano dovute a depositi superficiali di pulviscolo e materiali organici mentre le analisi nella banda infrarossa hanno confermato che il ghiaccio d’acqua ha una distribuzione sostanzialmente uniforme attraverso tutto il sistema di Saturno. Per gli scienziati  è la prova che il ghiaccio d’acqua, il principale costituente di questa popolazione, sia conseguenza della composizione originale del disco protoplanetario da cui questi oggetti si sono formati all’alba del Sistema solare.
E i ricercatori sono certi che il ghiaccio d’acqua rilevato sia davvero così antico perché Saturno orbita attorno al Sole oltre la cosiddetta “linea della neve”, che divide la zona interna del Sistema solare – più calda, dove i ghiacci e altri elementi volatili di dissipano per effetto dell’irraggiamento del Sole – dalla regione più esterna e fredda, dove i ghiacci rimangono sostanzialmente inalterati.
L’indagine evidenzia come la patina colorata presente sulle particelle degli anelli e sulle lune di Saturno sia legata in prima approssimazione alla loro posizione nel sistema di Saturno. Le lune interne, che orbitano nell’anello E, risultano ‘sbiancate’ dagli spruzzi di acqua ghiacciata espulsi dai geyser di Encelado. Titano invece sembra bloccare questi getti verso le lune più esterne. Oltre l’orbita di Titano, gli scienziati hanno scoperto che le superfici delle particelle dell’anello di Febe e delle altre lune di Saturno tendono a presentare colorazioni più rosse via via che ci si allontana dal pianeta. Febe, una delle lune esterne di Saturno, sembra spargere polvere rossastra che va a depositarsi sulla superficie delle lune vicine, come Iperione e Giapeto.
Una pioggia di meteoroidi esterni avrebbe inoltre dato un tocco di colore al sistema principale degli anelli – in particolare quelli all’interno dell’anello B – donandogli una leggera tonalità rossastra, che secondo gli scienziati sarebbe dovuto a particelle di ferro ossidato – ossia ruggine – oppure da idrocarburi aromatici policiclici, che potrebbero essere progenitori di molecole organiche più complesse. Una delle grandi sorprese emerse da questa ricerca è stata quella di osservare la presenza di colorazione rossastra anche sulla superficie irregolare di Prometeo, una piccola luna di circa 100 km di diametro, molto simile a quella delle particelle che compongono l’anello nelle sue vicinanze. Le altre lune vicine sono infatti decisamente più candide.
“La colorazione rossastra comune suggerisce che Prometeo è ricoperto da materiale presente negli anelli di Saturno”, dice Bonnie Buratti, del team VIMS presso il Jet Propulsion Laboratory della NASA, tra i coautori dell’articolo. “Finora abbiamo sempre pensato che fosse il contrario – che cioè gli anelli derivano dalla frantumazione dei satelliti di Saturno. Ma è anche possibile che le particelle espulse dall’anello si siano aggregate a formare il satellite”.
“Lavorare con questo team è un’esperienza estremamente positiva per l’ottima amalgama che si è creata – ha dichiarato Enrico Flamini, coordinatore scientifico dell’Agenzia Spaziale Italiana – e ovviamente per la capacità di analizzare i dati, pur mantenendo la visione del contesto di un pianeta complesso come Saturno. Indubbiamente parte del merito va anche a una missione, come quella Cassini, che favorisce quest’ambiente di lavoro così positivo”.
Nel team che ha realizzato l’articolo The radial distribution of water ice and chromophores across Saturn’s system pubblicato online sul sito della rivista The Astrophysical Journal, oltre Gianrico Filacchione ed Enrico Flamini, partecipano Fabrizio Capaccioni, Priscilla Cerroni, Mauro Ciarniello e Federico Tosi, tutti dell’INAF-IAPS.
Per saperne di più:

di Marco Galliani (INAF)

Le giovani stelle dell’ammasso NGC 2547

Questa graziosa spolverata di stelle blu brillanti è l’ammasso NGC 2547, un gruppo di stelle di recente formazione nella costellazione australe della Vela (immagini sul sito INAF). L’immagine è stata ottenuta dal WFI (Wide Field Imager) sul telescopio da 2,2 metri dell’MPG/ESO all’Osservatorio di La Silla in Cile. L’Universo ha circa 13,8 miliardi di anni. Anche la nostra galassia, la Via Lattea, ha una veneranda età – alcune delle sue stelle hanno più di 13 miliardi di anni. Nonostante ciò è ancora molto attiva: nuovi oggetti si formano e altri vengono distrutti. In questa immagine si possono vedere alcuni dei più recenti arrivi, le giovani stelle che formano l’ammasso NGC 2547. Ma queste stelle sono veramente dei giovanotti su scala cosmica? Anche se la loro esatta età è incerta, gli astronomi stimano che NGC 2547 abbia dai 20 a 35 milioni di anni, cioè non tanto giovane, dopo tutto. Ma il nostro Sole ha circa 4600 milioni di anni e non ha ancora raggiunto la mezz’età. Ciò significa che se si pensa al Sole come una persona di 40 anni, le stelle brillanti nell’immagine sono infanti di tre mesi. La maggior parte delle stelle non si formano in isolamento, ma negli ammassi ricchi, con dimensioni che vanno da diverse decine a diverse migliaia di stelle. Se NGC 2547 contiene molte stelle calde che risplendono di blu brillante, un segno inequivocabile di gioventù, se ne possono trovare anche alcune, gialle o rosse, che sono già evolute fino a diventare giganti rosse. Gli ammassi stellari aperti come questo hanno vite relativamente brevi, dell’ordine di parecchie centinaia di milioni di anni, prima di disintegrarsi e lasciare che le stelle componenti si allontanino. Gli ammassi sono oggetti chiave per gli astronomi che studiano come le stelle evolvono durante la loro vita. I membri di un ammasso sono nati tutti dallo stesso materiale e circa nello stesso momento, rendendo più semplice la determinazione degli effetti delle altre proprietà stellari. L’ammasso stellare NGC 2547 si trova nella costellazione australe della Vela, circa 1500 anni luce dalla Terra, ed è abbastanza brillante per essere visibile facilmente con un binocolo. È stato scoperto nel 1751 dall’astronomo francese Nicolas-Louis de Lacaille durante una spedizione astronomica al Capo di Buona Speranza in Sud Africa, usando un telescopio molto piccolo, di meno di due centimetri di apertura. Tra le stelle brillanti di questa immagine si vedono molti altri oggetti, specialmente nell’ingrandimento. Molti sono stelle più deboli o più distanti nella Via Lattea, ma alcuni, che appaiono estesi e sfuocati, sono galassie, a milioni di anni luce dalle stelle nel campo di vista.
di Eleonora Ferroni (INAF) Fonte: ESO

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