La supergigante rossa Rasalgethi

Rasalgethi è la stella alfa della costellazione di Ercole. Si tratta di una stella doppia, distante 382 anni luce, di magnitudine complessiva 2,78. La sua duplicità è stata scoperta da Nevil Maskelyne nel 1777. Le magnitudini apparenti sono 3,48v e 5,39, i colori arancio e azzurrino. Le caratteristiche orbitali sono: periodo di 3600 anni e semiasse di 548 UA (82 miliardi di chilometri). Mentre la separazione fra le due stelle non è praticamente variata dal 1830, l’angolo di posizione decresce di 7° per secolo. La primaria è una delle più brillanti variabili irregolari rosse (dalla magnitudine 3,1 alla 3,9). La sua variabilità fu scoperta da William Herschel nel 1795 e il suo periodo è di circa 90 giorni. E’ anche una delle più grandi supergiganti rosse conosciute: il suo diametro, secondo le misurazioni disponibili, è compreso fra 470 e 610 volte quello del Sole. La sua magnitudine assoluta è -1,86 e quindi la sua luminosità equivale a 450 volte quella del Sole. Il tipo spettrale è M5IIvar, la temperatura sui 3000 K e la massa è 15 volte quella del Sole. La secondaria è una binaria spettroscopica con periodo di 51,578 giorni e semiasse di 0,44 UA: le due componenti hanno spettri G5III e F2V. La prima ha magnitudine assoluta 0,8 (40 volte il Sole), temperatura superficiale 5000 K, massa 3 e raggio 10 volte quelli solari; la seconda ha magnitudine visuale assoluta 3,0 (cinque volte il Sole), temperatura 7200 K, massa e raggio 1,3 volte quelli solari. Intorno al sistema è stato scoperto un guscio gassoso in espansione, con un raggio di 550 UA. I gas si allontanano dalla stella a una velocità di 10 chilometri al secondo: si tratta di un chiaro esempio delle modalità con cui una supergigante rossa perde massa, a un tasso che può essere stimato in circa un milionesimo di massa solare all’anno.
Per quanto riguarda il nome proprio Rasalgethi fu applicato con varie scritture dal Medioevo e deriva dal nome islamico della stella ra’s al-jathi, ovvero “la testa dell’inginocchiato“ (nome con cui nell’Almagesto, e nella maggior parte delle fonti antiche, è citata la costellazione di Ercole).
Elaborato da: Gabriele Vanin “I nomi delle stelle”

Planck raggiunge i 500 giorni di osservazione

Il 27 dicembre, la sonda Planck ha raggiunto i 500 giorni consecutivi di osservazione della volta celeste. Era infatti il 14 agosto del 2009 quando gli strumenti di Plank si aprivano a rilevare i primi dati.
Una volta ogni minuto, la sonda compie un giro su se stessa, in modo da mappare un intero anello di cielo. Pian piano, Planck è ormai arrivata alla sua terza survey del cielo e a più di metà della sua missione, che consiste nel mappare il cielo su ben nove diverse lunghezze d’onda, comprese tra 0,3 mm e 1 cm.
Come sappiamo, la missione principale di Planck è quella di mappare la radiazione cosmica di fondo, ovvero l’eco del Big Bang che permea tutto l’universo, formatasi circa 400.000 anni dopo il “grande scoppio”. Ma c’è di più: la radiazione di fondo non è l’unica cosa che “brilla” nella regione delle microonde. Il gas e la polvere nella nostra stessa Galassia infatti brillano anch’essi nella stessa regione dello spettro, “disturbando” proprio la rilevazione del fondo cosmico. La soluzione è proprio nell’ampia copertura di cielo garantita da Planck, che permette di isolare dal contesto (e dettagliare) anche il contributo galattico.
Scansionando il cielo più volte, la sonda sta costruendo una rappresentazione di quali componenti della Galassia si possono rilevare alle diverse lunghezze d’onda. La prima mappa completa del cielo ottenuta da Plack è stata rilasciata nel giugno di quest’anno, e già da questa è risultato chiaro il vantaggio di questa ampia copertura in area e in lunghezza d’onda.
Nella famosa immagine, la polvere localizzata nella Galassia è mostrata in blu e bianco, mentre il gas è in colore rosa. Il gas e la polvere sono localizzate soprattutto nel disco della Via Lattea, che dalla nostra posizione si vede “di taglio”, a costituire la banda orizzontale che attraversa il centro dell’immagine.
Per apprezzare il contributo della radiazione di fondo bisogna guardare la parte alta e bassa dell’immagine, lontano dal disco galattico. Confrontando l’emissione a tutte le lunghezze d’onda, gli scienziati stanno mettendo insieme i mattoncini per raggiungere una comprensione molto più accurata dell’universo primordiale. Un lavoro di questo tipo prende molto tempo, tanto che per un paio di anni non si prevede di avere risultati.
Gli astronomi stanno anche studiano la polvere ed il gas della nostra Galassia, che segnala efficacemente i luoghi di intensa formazione stellare. Planck sta costruendo mappe di formazione stellare a vasta scala, perché possano poi essere studiate da altri strumenti, come il Telescopio Spaziale Herschel.
La nostra Galassia, comunque, non è l’unica ad essere osservata da Planck. Nel gennaio del prossimo anno, sarà reso disponibile un catalogo di galassie lontane, come pure una lista di regioni ben localizzate di formazione stellare nella Via Lattea.
Fonte: GruppoLocale.it

Una guida per cacciatori di comete

Fortuna che due millenni fa il telescopio spaziale SOHO era ancora ben lungi dall’entrare in funzione. Se fosse stato già operativo, i tre Magi in rotta verso Betlemme avrebbero avuto il loro bel da fare per scegliere quale cometa seguire: il Solar and Heliospheric Observatory di Esa e Nasa ha infatti appena individuato la sua duemillesima cometa.
La scoperta risale allo scorso 26 dicembre. In realtà, a scovare le tracce della cometa nel mare d’immagini raccolte dallo strumento LASCO (Large Angle and Spectrometric Coronagraph), è stato un appassionato d’astronomia polacco, il 24enne Michał Kusiak, studente alla Jagiellonian University di Cracovia. Michal vive a Zywiec, una piccola cittadina nel sud della Polonia. Ha iniziato ad appassionarsi all’astronomia da bambino, guardando un programma di divulgazione della TV polacca chiamato “Kwant”. Da lì a prendere a prestito il binocolo del nonno per scrutare il cielo il passo è stato breve. Ma per arrivare a scoprire nuove comete nei dati di un satellite, come ha fatto? Media Inaf lo ha raggiunto al telefono per farsi spiegare i segreti del mestiere. «Be’, un po’ come tutti i cacciatori di comete del mondo», racconta Michal, «mi collego ogni volta che mi è possibile, anche ogni giorno, ai server che contengono le immagini raccolte da SOHO. E mi metto a spulciarle con pazienza. Per capire dove posso trovare dati nuovi, consulto su web il programma del SOHO DSN (Deep-Space Network). Certo, occorre un bel po’ di pratica: ci ho messo tre anni, da quando ho iniziato, per trovare la mia prima cometa. Me lo ricordo ancora, era il 2007, e appena mi sono reso conto d’esserci riuscito sono corso in sala urlando “Goool!”, come allo stadio. Un’emozione incredibile».
Sono circa una settantina, sparsi in 18 nazioni, gli appassionati di comete che, da 15 anni dedicano ogni giorno il loro tempo libero a rovistare fra le immagini messe online da SOHO a caccia di comete. Certo, tenere il ritmo di Michal non è facile, visto che di comete, da quel giorno del 2007, ne ha già individuate ben 113, tutte tranne una grazie a SOHO. La lista completa si trova sul suo sito web, cometman.tk. I nomi assegnati alle comete sono semplici sigle. L’ultima scoperta, per esempio, è SOHO-2000. E scorrendo la lista si viene a sapere che anche la cometa precedente, SOHO-1999, è stata individuata da Michal. «Già, è una fra le più brillanti, e l’ho dedicata a una mia carissima amica, Katarzyna Kusiak, che non si è mai stancata d’incoraggiarmi ad andare avanti con questo lavoro. Quanto all’ultima, SOHO-2000, vorrei dedicarla a tutti i miei amici del Sungrazing Project: è con loro, e grazie ai loro consigli, che ho mosso i primi passi da cacciatore di comete».
Michal Kusiak, l’astrofilo che ha scoperto la cometa numero 2000 nei dati di SOHO
Il nome del progetto al quale partecipa Michal deriva dalla parola “sungrazer” (cometa radente), usata per indicare corpi celesti la cui orbita corre vicinissima al Sole, al punto che la maggior parte di queste comete vengono vaporizzate poche ore dopo esser state scoperte. Lo strumento LASCO di SOHO, però, ha individuato anche molte comete che periodicamente, dopo essere sfrecciate attorno al Sole, ritornano.
LASCO, in realtà, non è stato progettato per cercare comete, bensì per studiare le emissioni della corona solare. Per farlo, però, si avvale di un sistema in grado di oscurare la luce del Sole: ed è proprio questo stratagemma a consentirgli di immortalare oggetti di luminosità molto debole, altrimenti resi invisibili dalla luce accecante della nostra stella. Un’attività che si è andata intensificando nel tempo. Se per scoprire le sue prime mille comete SOHO ha impiegato dieci anni, per le successive mille ne sono bastati cinque. Questo, in parte, grazie alla sempre più numerosa partecipazione di appassionati come Michal e ai miglioramenti effettuati dal team di LASCO sulla qualità delle immagini. Ma oltre a ciò, riferisce il comunicato della Nasa, pare che sia in corso un aumento sistematico, ancora senza spiegazione, del numero di comete che viaggiano attorno al Sole.
Insomma, se avete voglia di seguire le orme di Michal, le occasioni non mancano. Il team di SOHO ha messo a disposizione, allo scopo, una guida completa per aspiranti cacciatori di comete.
Fonte: INAF

Associazioni e correnti stellari

Esiste un tipo di raggruppamento di stelle che generalmente occupa una più vasta zona di cielo rispetto agli ammassi stellari e non è strettamente associato con la fase di formazione delle stelle, ma è parte integrante dell’evoluzione di una stella. Un’associazione stellare è un gruppo debolmente legato di stelle giovanissime, che possono essere ancora immerse nella nube di polvere e gas dentro la quale si sono formate; addirittura, la nascita di nuove stelle potrebbe prodursi ancora all’interno della nube. Un’associazione stellare differisce da un ammasso aperto essenzialmente per le sue dimensioni: sulla volta celeste copre una notevole area angolare e quindi si estende in un vastissimo volume spaziale. A illustrare quanto enormi possano essere le dimensioni in gioco, citiamo il caso dell’Associazione Scorpione-Centauro che misura circa 700 per 760 anni luce e che occupa circa 80° di cielo.
Ci sono tre tipi di associazioni stellari: le associazioni OB, costituite da stelle giganti e supergiganti di Sequenza Principale, estremamente luminose, di tipo O e B; le associazioni B che contengono solo stelle giganti di Sequenza Principale di tipo B. Queste associazioni sono appena più vecchie delle associazioni OB: per questo motivo le stelle di tipo O più veloci nella loro evoluzioni, sono state perdute dal gruppo essendo già esplose come supernova; le associazioni T, che sono gruppi di stelle di tipo T Tauri. Queste sono stelle variabili irregolari ancora nella fase di contrazione, che stanno evolvendo per diventare stelle di Sequenza Principale dei tipi A, F e G. Poiché questi astri sono ancora nella loro infanzia, capita sovente che tali associazioni siano avvolte, e parzialmente nascoste, da nubi polverose oscure, e quelle che invece si rendono visibili spesso sono accompagnate da piccole nebulose a riflessione e a emissione.
Le associazioni OB sono oggetti di enormi dimensioni, capaci di coprire diverse centinaia di anni luce. Ciò è conseguenza del fatto che le stelle massicce dei tipi O e B possono formarsi unicamente all’interno delle nubi molecolari giganti, che, a lro volta, hanno diametri di centinaia di anni luce. Le associazioni T, invece, sono oggetti più piccoli, misurando solo pochi anni luce di diametro, in taluni casi, le associazioni T si trovano localizzate all’interno o nei pressi delle associazioni OB.
La vita media di un’associazione è relativamente breve. Come abbiamo già ricordato le stelle luminose di tipo O vengono ben presto perdute come supernova e gli effetti gravitazionali della Galassia alla lunga smembrano l’associazione. Il gruppo sopravvive fintantoché le componenti più brillanti si ritrovano nella stessa regione di un braccio spirale, di modo che hanno un moto spaziale praticamente identico all’interno della Galassia. Con l’andare del tempo, anche le stelle di tipo B spariranno per effetto dell’evoluzione stellare e le restanti stelle di tipo A, e dei tipi più tardi, si ritroveranno ad essere distribuite su enormi volumi spaziali, di modo che l’unico fattura che le accomuna sarà il oro moto attraverso lo spazio. A questo punto l’associazione viene indicata come una corrente stellare. Un esempio di corrente stellare, che spesso sorprende gli astrofili è la Corrente dell’Orsa Maggiore: si tratta di un enorme gruppo di stelle le più vicine delle quali, che ne costituiscono anche i componenti più brillanti, sono le cinque stelle centrali dell’Orsa Maggiore. Anche il nostro Sole fa parte di questa corrente.
L’Associazione di Orione include gran parte delle stelle della costellazione più brillanti della magnitudine 3,5 con l’eccezione della delta Orionis e della Pi 3 Orionis. Comprende anche diverse stelle di magnitudine 4, 5 e 6. Anche la meravigliosa nebulosa M42 fa parte di questa spettacolare associazione. Diverse altre nebulose (sia oscure, che a riflessione, che a emissione) sono collocate all’interno di una vasta nube molecolare gigante che è il luogo di nascita di tutte le stele giganti e supergiganti di Sequenza Principale dei tipi O e B che troviamo nella costellazione di Orione. L’Associazione si estende sulla volta celeste per 800 anni luce e per 1000 anni luce in profondità. Quando osserviamo questa Associazione di fatto stiamo guardando nelle profondità del nostro braccio di spirale, il Braccio Cigno – Carena.
L’Associazione Scorpione – Centauro è più vecchia dell’Associazione di Orione, ma più vicina e comprende molte delle stelle di prima, seconda e terza magnitudine dello Scorpione, proseguendo poi attraverso il Lupo e il Centauro fino alla Croce. Classificata come Associazione B, poiché mancano le stelle dei tipo O, le sue dimensioni angolari sulla volta celeste sono di circa 80°. Si stima che misuri 750 per 300 anni luce, per 400 anni luce di profondità e il centro dell’Associazione viene posto a metà strada tra le stelle alfa Lupi e zeta Centauri.
L‘Associazione Zeta Persei è conosciuta anche come Per OB2 e comprende le stelle zeta, xi, 40, 42 e o Persei . Ne fa parte anche la Nebulosa California, NGC 1499.
La Corrente dell’Orsa Maggiore comprende le 5 stelle centrali del Grande Carro e si sviluppa su una vasta area di cielo; fanno parte di questa Corrente anche Sirio, alfa Coronae Borealis, delta Leonis, beta Eridani, deta Aquarii e beta Serpentis.
La Corrente delle Iadi: non tutti gli astronomi sono d’accordo ma c’è qualche indicazione del fatto che la Corrente dell’Orsa Maggiore si trovi essa stessa all’interno di una corrente molto più vecchia ed estesa, che comprende M44, l’ammasso aperto Praesepe nel Cancro, e le Iadi, nel Toro: questi due ammassi sarebbero il nucleo di un gruppo molto esteso e disperso di stelle. Farebbero parte di tale gruppo Capella (alfa Aurigae), la alfa 1 Canum Venaticorum, la delta Cassiopea e la lambda Ursae Majoris. La corrente si estende per oltre 200 anni luce al di là dell’ammasso delle Iadi e per 300 anni luce al di qua del Sole; dunque il Sole giace all’interno di questa corrente.
La Corrente Alfa Persei, conosciuta anche come Melotte 20 è un gruppo di un centinaio di stelle. Si ritiene che le stelle delta e epsilon Persei siano tra i membri più cospicui, visto che condividono lo stesso moto attraverso lo spazio delle stelle del gruppo principale.
Da: L’astrofisica è facile! di Mike Inglis

Gennaio 2011: che cielo!

Dal punto di visto astronomico per il nuovo anno non poteva esserci inizio migliore: uno sciame meteorico e un’eclissi parziale di Sole, entrambi ben visibili dall’Italia il prossimo 4 gennaio. Ad aprire lo spettacolo sarà lo sciame meteorico delle Quadrantidi, che proprio nelle prime ore del 4 gennaio, quindi in piena notte, raggiungerà il suo picco. Osservarle da una città sarà molto difficile, per questo consigliamo a chi non intende perdersi le meteore nonostante l’orario proibitivo, di recarsi in un luogo buio e guardare a circa metà altezza verso est. Il nome Quadrantidi deriva dal nome della costellazione che si trova nella regione di cielo dalla quale sembrano provenire, il Quadrante Murario, costellazione “obsoleta” perché non fa parte delle 88 ufficiali. Per chi è più esperto, la costellazione ufficiale verso la quale guardare è quella di Boote.
Lo spettacolo più atteso però sarà quello che arriverà poche ore dopo, sempre il 4 gennaio: un’eclissi parziale di Sole (vedi anche articolo Eclissi parziale di Sole il 4 gennaio 2011). Dalle 8 e sino alle 11, potremo ammirare il disco solare parzialmente coperto dalla Luna, con il massimo che verrà raggiunto poco dopo le 9. La percentuale di copertura apparente sarà diversa a seconda della latitudine del luogo di osservazione: chi è a Milano vedrà la Luna coprire il 70% del disco solare, chi è a Roma il 60% e chi è a Catania il 50%.
Oltre alle Quadrantidi e all’eclissi, il cielo in questo periodo ci offre anche la possibilità di ammirare la costellazione più luminosa e forse più bella della volta celeste: è Orione, ben visibile già la sera in alto verso sud est, inconfondibile anche da chi osserva dalla città proprio perché la sua figura è delineata da stelle di grande luminosità. Sempre a sud est e sempre la sera, proprio sotto Orione, sarà inoltre facile individuare Sirio, la stella più brillante del cielo subito dopo il Sole. Da segnalare la costellazione del Toro, in alto a destra rispetto la figura di Orione, caratterizzata dalla tipica forma a V che si ottiene unendo con linee immaginarie le sue stelle più luminose. Uno dei bracci della V sembra finire con una stella di prima magnitudine di colore arancione: è Aldebaran, l’occhio del toro furioso. Il Toro contiene uno degli ammassi stellari più cospicui: è l’ammasso delle Pleiadi, le cui stelle più visibili si dispongono in modo tale da rassomigliare ad una tazza da tè. Le Pleiadi sono conosciute come le Sette Sorelle anche se generalmente ad occhio nudo si riesce a contarne solo 6.
Sempre ad occhio nudo è possibile osservare due pianeti: Giove e Venere. Nei primi giorni di gennaio, Giove è visibile la sera verso ovest, molto in basso e prossimo al tramonto. Chi è dotato di un binocolo può vedere anche Urano: basta puntare il binocolo verso Giove e osservare poco più in alto. L’altro pianeta visibile ad occhio nudo, Venere, si mostra dopo le 4 della mattina, quando sorge verso sud est. Nella stessa direzione, dopo le 6 sorge anche Mercurio, situato poco a sinistra della Luna, ma per vederlo è forse necessario dotarsi di un binocolo o di un piccolo telescopio.
Non c’è che dire, per gli amanti del cielo questo gennaio è decisamente un mese pieno di appuntamenti e tra meteore, eclissi, costellazioni e pianeti, apre al meglio un anno che promette di riservarci molte sorprese.
Fonte: INAF

Buco nero numero zero

L’Universo aveva appena 1 miliardo e 200 milioni di anni, forse anche meno, quando il primo buco nero vide la luce. O, per meglio dire, quando ingurgitò il primo boccone di gas, materia e persino luce. La scoperta, firmata da un gruppo di ricercatori dell’Università di Tel Aviv, anticipa di parecchio l’età in cui il cosmo iniziò a ospitare buchi neri: non già tra i 2 e i 4 miliardi di anni dopo il Big Bang, come finora ritenuto, ma molto prima. Sorprende, sì, ma non più di tanto, dopo il clamoroso caso dell’ammasso di galassie più antico, riportato poche settimane fa su Astronomy & Astrophysics da Stefano Andreon e Marc Huertas-Company (dell’INAF-Osservatorio astronomico di Brera il primo, dell’Osservatorio Astronomico di Parigi-Meudon il secondo).
Per giungere alla conclusione che anche i buchi neri sono nati prematuri (rispetto a quanto ci aspettassimo), ci sono voluti sette anni d’osservazioni e alcuni dei più potenti telescopi terrestri del mondo: il “Gemini North” sulla cima del vulcano Mauna Kea, nelle Hawaii, e il “Very Large Telescope Array” sul Cerro Paranal, in Cile. I dati ottenuti dalle avanzate strumentazioni di questi telescopi mostrano che i buchi neri erano già attivi quando l’Universo aveva 1,2 miliardi di anni. Com’erano fatti? Erano più piccoli, con una massa circa dieci volte inferiore rispetto ai massicci buchi neri che sarebbero nati in futuro nella maggior parte delle galassie, Via Lattea compresa. Tuttavia, s’accrescevano molto più rapidamente. Secondo quanto riportato nell’articolo in via di pubblicazione su Astrophysical Journal, i primi buchi neri che hanno iniziato a formarsi avevano masse di 100-1000 soli. Forse erano collegati alle prime stelle che brillarono nel cielo.
Lo studio è il culmine di un progetto dell’Università di Tel Aviv mirato a seguire l’evoluzione dei buchi neri più massicci e confrontarli con l’evoluzione delle galassie in cui questi buchi neri risiedono.
Fonte: INAF

Spettacolo da Marte

Il rover Opportunity della NASA, guidato dai tecnici con uno spiccato senso artistico, ha registrato immagini spettacolari utilizzate poi in un video simulato che può essere visionato sul sito Mystars. Le immagini di un tramonto alieno mostrano ciò che ha osservato Opportunity: le particelle di polvere rendono il cielo marziano tendente al rosso e creano un effetto azzurrino intorno al Sole. Il video simulato è stato ottenuto combinando esposizioni prese tra il 4 ed il 5 novembre, accelerando un tramonto di 17 minuti in un video di 30 secondi e dando vita al più lungo filmato di un tramonto su Marte. Le due lune marziane sono troppo piccole per coprire l’intera faccia del Sole dalla superficie di Marte, così si può parlare soltanto di transito o di eclisse parziale. Per il video è stato scelto un transito di Phobos avvenuto il 9 novembre 2010.
Fonte: Mystars
9 – continua

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