La furia della natura: fulmini, tempeste di polvere e cicloni

Nell’articolo “Furia della Natura” pubblicato sull’ultimo numero de Le Stelle (pag.40) si parla delle violente condizioni climatiche di certi pianeti del Sistema Solare. Condizioni veramente estreme che fanno impallidire anche i fenomeni meteorologici più terrificanti e distruttivi del nostro pianeta.
Cominciamo da Marte, da molto tempo ben noto per il suo clima ostile. Quando il Mariner 9 arrivò in orbita marziana nel 1971 si era appena scatenata una violentissima tempesta globale di polvere che aveva oscurato praticamente tutto il pianeta. Dalle nuvole di polveri emergeva solo una serie di picchi montuosi, tra cui il vulcano Olympus, la massima montagna del Sistema Solare con la sua altezza di ben 27 Km. Queste tempeste di sabbia sono comunque relativamente rare: dal 1956 ne sono state registrate solo 8 e la più recente risale al 2007.
Sono le tempeste di polvere minore che regolano il clima su Marte. Mulinelli di polvere (dust devils) o tracce di essi sono presenti quasi dappertutto su Marte. Sono state individuate circa 11500 dust devils attivi. Alcuni di questi vortici di polvere possono essere larghi più di due chilometri e raggiungere l’altezza del Monte Everest. I venti che muovono questi “mostri”  possono raggiungere i 350 Km/h.
E veniamo a Saturno I fulmini sono presenti un po’ ovunque nel Sistema Solare. Tutti i pianeti maggiori dotati di atmosfera (escluso quindi Mercurio) mostrano evidenza di queste scariche elettriche. Ma in nessun luogo i fulmini sono violenti come su Saturno. I super fulmini del Signore degli Anelli devono essere almeno un milione di volte più energetici di quelli terrestri.
Sulla Terra ci sono cicloni devastanti che possono imperversare per settimane. I temporali saturi di scariche elettriche su Saturno possono durare mesi. Ma in quanto a longevità, la Grande Macchia Rossa di Giove non ha paragoni. A partire dal 1878 il grande ciclone è stato registrato con continuità. La GRS (Grande Macchia Rossa) quindi dovrebbe esistere come minimo da 134 anni ma non è escluso che la sua età arrivi a 347 anni.
A parte comunque la sua vera età, la GRS è veramente impressionante. Si tratta di un sistema anticiclonico che si eleva per 8 chilometri sopra la sommità delle nubi circostanti. Attorno al grande vortice i venti soffiano a 650 Km/h.
Sia Marte, sia Saturno che Giove hanno condizioni climatiche caratterizzate da una moltitudine di colossali dust devils, super temporali  di inaudite proporzioni e un terribile ciclone di colorazione rossa  che potrebbe non esaurirsi mai.
Titano, il maggiore satellite di Saturno, è soggetto a condizioni climatiche simili a quelle della fascia tropicale terrestre (tranne che per gli uragani) inclusi leggeri venti e occasionali scrosci di metano. Nell’atmosfera i venti soffiano a 350 Km/h nella stessa direzione della rotazione. Siccome il corpo solido di Titano ruota a poco più di 40 Km/h questo tipo di circolazione ventosa fa si che l’atmosfera presenti una super rotazione nel senso che fa un giro completo del satellite in 1,9 giorni ossia con un periodo che è circa 1/10 di quello sincrono di Titano attorno a Saturno. Questo comportamento estremo dell’atmosfera è stato riscontrato anche su Venere, altro corpo solido a rotazione lenta. L’atmosfera di Venere ruota in 4 giorni mentre il pianeta ruota in 243 giorni.
Tratto da Furia della natura Le Stelle 12/2012 pag.40

Per l’agenda: appuntamento con Giove il 3 dicembre

Il 3 dicembre il gigante gassoso si trova all’opposizione (configurazione planetaria di un corpo del sistema solare che dista dal Sole, rispetto alla Terra, di un angolo di 180° o di 12 ore in ascensione retta).. La sua posizione sulla volta celeste è a 180° dal Sole, condizione che lo rende osservabile per tutta la durata della notte. Individuarlo è semplicissimo: fino al sorgere di Venere (circa due ore prima dell’alba) è l’astro più brillante del cielo notturno. Giove appare ad oriente al calare dell’oscurità , culmina a sud nelle ore centrali della notte e tramonta quando il cielo è già chiaro per le prime luci dell’alba. Giove si trova nella costellazione del Toro, dove rimane per tutto il mese.

Marte e Nasa: dalla padella alla brace

Sono di nuovo qua per parlare di Curiosity. In realtà, il discorso è ben più ampio. Vediamo come i media e chi dovrebbe rappresentare la loro fonte interpretativa (teniamo infatti in conto che i media chiedono ai loro esperti cosa scrivere. Magari cambiarli? Come si proponeva alla Gelmini?) ci hanno presentato una scoperta “storica”.
Prima, si urlava al miracolo perché si era trovata materia organica. Ora si grida alla delusione perché non era materia organica. Conclusione delle persone normali: materia organica = vita. Non sarebbe invece stato molto meglio spiegare cos’è la materia organica? O, forse, un pubblico che arriva a conoscere questo “segreto”, sarebbe un pubblico pensante e quindi molto pericoloso? Orwell, se ci sei batti un colpo!
Insomma, o ci fanno o ci sono, siano essi solo giornalisti scientifici o i soliti esperti tuttologi.
Ripeto ancora una volta: parlare di materia organica vuol dire parlare di composti organici. I composti organici sono tutti (quasi tutti) i composti in cui è presente il carbonio. Si va quindi dagli idrocarburi più semplici fino alle molecole più complesse. Complesse sì, ma SEMPRE incapaci di riprodursi e molto altro ancora. Trovare metano su Titano vuol dire trovare materiale organico. Fare il pieno di benzina vuol dire avere a che fare con materia organica. L’universo brulica di molecole organiche a partire dai gas interstellari fino alle rocce dei corpi del Sistema Solare e ai ghiacci cometari. Se su Marte non si fossero trovati elementi organici sarebbe stato davvero uno “scoop” eccezionale.
Ed ecco allora la seconda bufala che peggiora quella precedente: prima si parlava di organico come se fosse biologico (e qui sta la VERA differenza). Adesso si esclude anche l’organico, proprio ciò che è comunissimo dovunque nel Sistema Solare e nel Cosmo intero. Questa notizia è molto peggio della prima: la prima almeno diceva un’ovvia verità, questa sicuramente una bugia!
Mi chiedo ancora una volta: “I media, e soprattutto i loro esperti che saltano da un programma all’altro e dettano le loro leggi come atti di fede, ci fanno o ci sono?”. Comunque sia, è un gran bella schifezza!
E la ricerca scientifica ne subisce un duro contraccolpo. E se questo servisse a ridurre ancora di più i fondi? Boccaccia mia stammi zitta…
di Vincenzo Zappalà (Astronomia.com)

Un disco di polveri intorno ad una nana bruna

Non è fatto di vinile come i vecchi ‘33 giri’ né di policarbonato e metallo come i più recenti compact disc, ma è destinato a scalare rapidamente la hit parade, quella delle scoperte astronomiche più significative del 2012. Il disco che è stato identificato da un team guidato da ricercatori italiani e dell’INAF è fatto di polveri con grani che raggiungono le dimensioni del millimetro e circonda una stella, o meglio una quasi stella: la nana bruna Rho-Oph 102, che si trova  in direzione della costellazione di Ofiuco. La scoperta è sorprendente perché gli astronomi non ritenevano possibile che un simile agglomerato di polveri di queste dimensioni potesse esistere attorno a un oggetto celeste così piccolo, in cui potrebbero formarsi successivamente pianeti di tipo roccioso. Potrebbe essere quindi necessario un ripensamento delle attuali teorie sulla formazione dei pianeti extrasolari rocciosi che, alla luce di questa scoperta, ottenuta grazie ai dati raccolti dal telescopio ALMA (Atacama Large Millimeter/submillimeter Array) sarebbero molto più numerosi di quanto finora ritenuto.
“Spiegare la presenza di un disco di polvere con queste caratteristiche attorno ad una stella così piccola è davvero difficile nel quadro della nostra attuale comprensione sulla formazione dei pianeti” dice Leonardo Testi, astronomo dell’INAF-Osservatorio Astrofisico di Arcetri attualmente in forza all’ESO, che con la sua collega Antonella Natta, sempre della struttura di ricerca fiorentina, ha partecipato alla scoperta, i cui risultati sono stati appena pubblicati on line in un articolo della rivista The Astrophysical Journal. “Un risultato che viene da lontano, frutto di una decennale attività di ricerca avviata dal personale dell’Osservatorio di Arcetri con le osservazioni del Telescopio Nazionale Galileo e del VLT. E grazie alle eccezionali doti di sensibilità che possiede ALMA siamo finalmente giunti a questa scoperta”.
L’oggetto celeste attorno al quale è stato scoperto il disco di polveri è la giovane nana bruna ISO-Oph 102, nota anche come Rho-Oph 102, che si trova nella regione di formazione stellare Rho Ophiuchi. Di massa circa 60 volte quella di Giove, ma solo 0,06 volte quella del Sole, la nana bruna è troppo piccola per innescare le reazioni termonucleari che producono la luce delle stelle ma emette tuttavia calore, che è generato dalla sua lenta contrazione gravitazionale, e brilla così di un colore rossastro, molto più debole di una stella normale.
Un obiettivo scientifico ideale per esaltare le qualità di ALMA, che raccoglie la luce di lunghezza d’onda intorno al millimetro, proprio quella emessa dal materiale del disco riscaldato dalla nana bruna. I grani del disco non emettono molta radiazione a lunghezze d’onda maggiori della propria dimensione, perciò si misura una brusca diminuzione di luminosità alle lunghezze d’onda più lunghe. ALMA è uno strumento perfettamente in grado osservare con precisione questa decrescita e misurare così le dimensioni dei grani. Gli astronomi hanno confrontato la luminosità del disco a lunghezze d’onda di 0,89 mm e 3,2 mm. Il calo di luminosità tra 0,89 mm e 3,2 mm non era così ripido come previsto, mostrando così che almeno alcuni dei grani hanno dimensione di un millimetro o più.
Il livello di dettaglio raggiunto dalle osservazioni di ALMA, molto migliore dei telescopi precedenti, ha permesso all’equipe anche di identificare la presenza di monossido di carbonio intorno alla nana bruna. Anche questo è un record, poiché è la prima volta in cui del gas molecolare freddo è stato rivelato in un disco di questo tipo. Questa scoperta, insieme a quella delle dimensioni dei grani di polvere, suggerisce che il disco sia molto più simile di quanto si sospettasse a quelli intorno alle stelle giovani.
Nonostante questi risultati di grande rilievo, ALMA non è ancora nel pieno delle sue potenzialità scientifiche, che raggiungerà nel prossimo anno, quando saranno operative tutte le 66 antenne che comporranno la sua configurazione definitiva. Nel prossimo futuro, una volta completato, ALMA sarà così potente da ottenere immagini dettagliate del disco di Rho-Oph 102 e di altri oggetti. “Saremo presto in grado non solo di rivelare la presenza di piccole particelle nei dischi, ma anche di costruire una mappa della loro distribuzione nel disco circumstellare e di spiegare come interagiscono con il gas da noi trovato nel disco. Questo ci aiuterà a comprendere meglio come si formano i pianeti” sottolinea Luca Ricci, astronomo italiano del California Institute of Technology, USA, che ha guidato la scoperta.
di Marco Galliani (INAF)

Ghiaccio sul pianeta del fuoco

Mentre gli occhi di tutto il mondo sono puntati su Marte e su Curiosity (ma proprio ieri la NASA ha smorzato gli entusiasmi su presunti annunci di portata storica), è un altro pianeta del sistema solare a riservare una sorpresa. Gli scienziati hanno confermato la presenza di acqua in forma di ghiaccio su Mercurio, che a questo punto potrebbe anche ospitare molecole organiche (quella a base di carbonio, le stesse che si pensava Curiosity avesse trovato su Marte). La scoperta viene da un lavoro congiunto della NASA, MIT e dell’Università della California: i ricercatori hanno trovato la prova che il piccolo, timido e caldo pianeta, con temperature superficiali che vanno oltre i 400 ° C, nasconde riserve di ghiaccio in alcune zone d’ombra del polo nord. Tutto questo grazie alla sonda Messenger.
Non è una sopresa totale. Le prime speculazioni sulla presenza di ghiaccio su Mercurio risalgono agli anni Novanta, quando osservazioni radar avevano rivelato zone più brillanti nei pressi dei poli del pianeta. Ma mancavano prove certe, arrivate invece grazie alla mappatura completa del pianeta eseguita dall’altimetro laser e dagli strumenti all’infrarosso della sonda Messenger, in orbita attorno a Mercurio dall’aprile 2011.
In questo modo hanno confermato, in alcuni crateri vicono al polo nord che rimangono permanentemente in ombra, la presenza di ghiaccio stabile sulla superficie; e altre zone, poco più a sud, che appaiono leggermente più scure perché il ghiaccio è stabile sotto la superficie, a profondità fino al metro.
«Pensavamo che la scoperta di ghiaccio potesse essere la scoperta più interessante – ha detto Maria Zuber del MIT – ma la scoperta di  materiale più scuro, isolante, che potrebbe nascondere molecole organiche rende il tutto ancora più eccitante». Il modo in cui le zone più scure riflettono la luce è infatti compatibile con la presenza di semplici molecole organiche contenenti carbonio. Tanto l’acqua quanto queste molecole sarebbero arrivate su Mercurio a causa dell’impatto di asteroidi e comete.
I ricercatori ritengono che anche il polo sud abbia il ghiaccio, ma l’orbita di Messenger non ha ancora permesso agli scienziati di ottenere informazioni approfondite su quella regione.
Gli studi proseguiranno almeno per altri due o tre anni: tra il 2014 e il 2015, la sonda terminerà il carburante a sua disposizione, e sarà attratta dalla forza di gravità di Mercurio.
La scoperta è stata pubblicata in tre studi su Science, a firma dei gruppi coordinati dai ricercatori americani Gregory Neumann, del Goddard Space Flight Center della Nasa, David Lawrence, della Johns Hopkins University, e David Paige, dell’università della California a Los Angeles.
di Eleonora Ferroni (INAF)

Il cielo a dicembre: ecco Orione, i Cani celesti, il Toro e i Gemelli

Ecco il cielo nel mese di dicembre 2012; Cominciamo dal Sole che giorno il 18 passa dalla costellazione dell’Ofiuco a quella del Sagittario.  Contrariamente a quanto comunemente ritenuto, non è Santa Lucia (il 13) il giorno più corto dell’anno. In realtà in prossimità del 13 dicembre si verifica il periodo in cui il Sole tramonta più presto: per le prime due settimane di dicembre l’orario del tramonto si mantiene quasi costante, tra le 16.41 e le 16.42. Il giorno più breve dell’anno in realtà coincide con il giorno del solstizio e inizio dell’inverno, che quest’anno cade il 21 dicembre. Il giorno 21 il Sole tramonta un po’ più tardi, circa 3 minuti dopo, alle 16.44, ma anche il suo sorgere è ritardato di alcuni minuti, avendo luogo alle 7.37 (il 13 dicembre sorge alle 7.31): in definitiva, il Sole resta sopra l’orizzonte circa 3 minuti in meno rispetto al giorno 13. Quindi in effetti il giorno più corto dell’anno è di norma il 21 dicembre.

Osservazione dei pianeti

Mercurio: il mese inizia con il periodo di migliore osservabilità mattutina per l’anno in corso. In particolare il 4 dicembre Mercurio sorge 1 ora e 48 minuti prima del Sole e raggiunge la massima elongazione mattutina, con una distanza angolare dal Sole di 20° 33’. Prima dell’alba è possibile individuarlo sull’orizzonte orientale: è l’astro più basso di un interessante allineamento che comprende Venere, Saturno e la stella Spica. Nelle settimane successive l’altezza di Mercurio sull’orizzonte diminuisce sensibilmente. Alla fine dell’anno sarà quasi impossibile distinguerlo tra le luci dell’alba.

Venere: il pianeta è ancora l’astro più luminoso del cielo nella parte finale della notte, ma nel corso del mese il tempo a disposizione per osservarlo prima del sorgere del Sole si riduce a meno di due ore. Ormai Venere è di poco più alto sull’orizzonte rispetto a Mercurio. Venere attraversa per intero la costellazione della Bilancia. In appena 4 giorni, dal 18 al 22 dicembre, attraversa la parte superiore della costellazione dello Scorpione e termina il 2012 nell’Ofiuco.

Marte: per descrivere l’osservabilità di Marte si potrebbe anche ricorrere al classico “niente di nuovo dal fronte occidentale”. Come ormai da diversi mesi, in una situazione estremamente monotona, il pianeta dopo il tramonto del Sole si trova ad una decina di gradi di altezza sull’orizzonte di Sud-Ovest. E’ quindi difficile individuarlo così basso in cielo al calare dell’oscurità. Marte si trova nel Sagittario, ma il giorno di Natale, il 25, fa il suo ingresso nel Capricorno.

Giove: il 3 dicembre il pianeta gigante si trova all’opposizione. La sua posizione sulla volta celeste è a 180° dal Sole. Pertanto al tramonto del Sole Giove sorge e rimane osservabile per tutta la notte. Individuarlo è semplicissimo: fino al sorgere di Venere (circa due ore prima dell’alba) è l’astro più brillante del cielo notturno. Giove appare ad oriente al calare dell’oscurità , culmina a Sud nelle ore centrali della notte e tramonta quando il cielo è già chiaro per le prime luci dell’alba. Giove si trova nella costellazione del Toro, dove rimane per tutto il mese.

Saturno: nel corso del mese l’intervallo di osservabilità del pianeta cresce sensibilmente. Il suo sorgere anticipa giorno dopo giorno e alla fine dell’anno è possibile seguirlo nelle ultime ore della notte a Sud-Est. Va segnalato un evento significativo: Saturno il 6 dicembre fa il suo ingresso nella costellazione della Bilancia. Termina così il lungo transito nella Vergine: per attraversare tutta la costellazione Saturno ha impiegato più di 3 anni: vi aveva infatti fatto il suo ingresso nel settembre del 2009.

Urano: al tramonto del Sole è prossimo alla culminazione, alto nel cielo meridionale. L’intervallo di osservabilità si sta riducendo, tuttavia è ancora osservabile nel corso della prima metà della notte. Urano è nella costellazione dei Pesci, costellazione che lo ospita dal 2009. La luminosità di Urano è al limite della visibilità occhio nudo e per poterlo osservare è necessario l’uso di un telescopio.

Nettuno: le ore a disposizione per l’osservazione del pianeta diminuiscono ulteriormente. Nelle prime ore di oscurità Nettuno si trova non molto alto sull’orizzonte Sud –Ovest e ben presto si avvia al tramonto. Per la sua ridotta luminosità, per riconoscere Nettuno è indispensabile l’ausilio di un telescopio. Nettuno si trova ancora nella costellazione dell’Acquario, dove è destinato a rimanere molto a lungo, fino all’anno 2022.

Plutone è ormai inosservabile. Alla fine dell’anno raggiunge il Sole, con cui si trova in congiunzione il giorno 30 dicembre. Plutone si trova ancora nella parte alta della costellazione del Sagittario, costellazione in cui è destinato a rimanere ancora ben 11 anni, fino al 2023.

Congiunzioni

Luna – Saturno : prima dell’alba del giorno 10 la falce di Luna calante sorge insieme a Saturno. Prima del sorgere del Sole c’è tempo per osservare anche Venere e Mercurio. Saturno e la Luna sono vicini al limite tra le costellazioni della Vergine e della Bilancia. (vedi mappa)

Luna – Venere : il giorno 11 si ripropone il corteo di corpi celesti del sistema solare. Rispetto al giorno precedente la falce di Luna è ancora più sottile e si trova in congiunzione con Venere, nella costellazione della Bilancia. Più in alto si riconosce Saturno mentre in basso, poco sopra l’orizzonte, si può tentare di individuare Mercurio.

Luna – Marte: il paragrafo “osserviamo il falcetto di Luna crescente” segnala la data del 14 come la prima utile per tentare di percepire la Luna ad appena 31 ore dalla Luna Nuova. Tra le luci del crepuscolo serale si trova anche il pianeta Marte. I due astri si trovano nella costellazione del Sagittario.

Luna – Pleiadi : un incontro natalizio. Nella notte tra il 24 ed il 25 dicembre la Luna attraversa una parte della costellazione del Toro avvicinandosi alle Pleiadi. Nella stessa costellazione brillano la stella Aldebaran e il pianeta Giove.

Luna – Giove: la sera del 25 dicembre la costellazione del Toro presenta ancora una notevole concentrazione di astri luminosi. La Luna è quasi piena, ha ormai superato le Pleiadi e transita tra Aldebaran e Giove.

Le costellazioni

Con l’arrivo dell’ inverno entriamo definitivamente nel periodo di migliore osservabilità delle grandi costellazioni che caratterizzeranno i prossimi mesi. Le costellazioni autunnali, povere di stelle brillanti e non sempre facilmente identificabili dal neofita – Capricorno, Acquario, Pesci – si avviano al tramonto nel cielo di Sud – Ovest, sostituite a Sud – Est dall’inconfondibile costellazione di Orione, accompagnata dal Cane Maggiore con la fulgida Sirio, dal Toro, dai Gemelli. In queste costellazioni possiamo individuare alcune delle stelle più luminose dell’intera volta celeste; oltre alla già citata Sirio, ricordiamo la rossa Aldebaran nel Toro, Castore e Polluce nei Gemelli, Procione nel Cane Minore, Capella nell’Auriga. Orione, la più bella costellazione invernale, è caratterizzata dalle tre stelle allineate della cintura e dai luminosi astri Betelgeuse, Rigel, Bellatrix e Saiph che ne disegnano il contorno. Con piccoli strumenti (è sufficiente anche un buon binocolo) non è difficile individuare la celeberrima nebulosa (M 42), situata nella spada, poco al di sotto della cintura. Per alcune ore dopo il tramonto è ancora possibile osservare a Ovest alcune costellazioni che abbiamo potuto seguire per il periodo autunnale: il grande quadrilatero di Pegaso, Andromeda con l’omonima Galassia, Perseo, la minuscola costellazione  del Triangolo, accanto all’altrettanto piccola costellazione zodiacale dell’Ariete. Dalla parte opposta del cielo, in tarda serata si potrà assistere al sorgere del Cancro e, successivamente, del Leone.A Nord le costellazioni circumpolari compongono un cerchio ideale intorno all’Orsa Minore, con all’estremità la Stella Polare: in senso antiorario incontriamo Cassiopea, Cefeo, il Dragone, l’Orsa Maggiore, la Giraffa
Unione Astrofili Italiani (UAI)

Sorpresa: nella galassia NGC 1277 un buco nero con una massa di 17 miliardi di soli

Un gruppo di astronomi guidato da Remco van den Bosch, del Max Planck Institute for Astronomy (MPIA) ha scoperto un buco nero che potrebbe scuotere le fondamenta degli attuali modelli sull’evoluzione delle galassie.  La sua massa è di 17 miliardi di soli, molto più grande rispetto a quanto prevedono i modelli teorici previsti – in particolare perché la galassia in cui si trova è relativamente piccola.
Per quanto ne sappiamo, quasi ogni galassia dovrebbe contenere nella sua parte centrale quello un buco nero supermassiccio, con una massa che può andare da centinaia di migliaia a milardi di volte il nostro Sole.  Infatti, il buco nero meglio studiato fino ad ora è quello al centro della nostra galassia, la Via Lattea, con una massa di circa quattro milioni di Soli.
Quanto alle masse delle galassie e dei loro buchi neri centrali, i ricercatori hanno notato da tempo una tendenza  interessante: sembra esserci un rapporto diretto tra la massa del buco nero al centro di una galassia e quella delle stelle della galassia stessa.
In genere, la massa del buco nero è solo una piccola frazione della massa totale della galassia. Ma ora una ricerca guidata da Remco van den Bosch (MPIA) ha scoperto un enorme buco nero che potrebbe sconvolgere il rapporto, ormai accettato, tra massa del buco nero e massa della galassia, che svolge un ruolo fondamentale in tutte le attuali teorie sull’evoluzione delle galassie. Gli osservatori si sono avvalsi del  telescopio Hobby-Eberly e hanno utilizzato immagini esistenti del telescopio spaziale Hubble.
Con una massa 17 miliardi di masse solari, al centro del disco della galassia NGC 1277, il buco nero appena scoperto potrebbe anche essere il più grande mai conosciuto di tutti i tempi: infatti la massa del detentore del record corrente è stata stimata con un grande margine di incertezza, tra i 6 e i 37 miliardi di masse solari. Nella peggiore delle ipotesi, NGC 1277 ospita il secondo più grande buco nero  conosciuto.
Ma la più grande sorpresa è che la massa del buco nero è pari al 14% della massa totale della galassia, una bella differenza rispetto ai normali valori che si aggirano intorno allo 0,1%.  Gli astronomi si sarebbero aspettati un buco nero di queste dimensioni all’interno di una galassia ellittica dieci volte più grande. Invece, questo buco nero, si trova all’interno di una galassia a disco piuttosto piccola.
Questo bizzarro buco nero è solo un accidente, un eccezione? Probabilmente no. Infatti, vi sono analisi preliminari di altre cinque galassie relativamente piccole che, secondo le prime stime sembrano ospitare buchi neri insolitamente grandi . Per avere delle conclusioni definitive si dovranno attendere immagini più dettagliate di queste galassie.
Se gli studi supplementari saranno confermati, e ci saranno buchi neri come questo, gli astronomi dovranno ripensare i loro modelli fondamentali sull’evoluzione delle galassie. In particolare, avranno bisogno di riguardare l’universo primordiale: La galassia che ospita il nuovo buco nero sembra essersi formata più di 8 miliardi di anni fa, e non sembra essere cambiata molto da allora. Qualunque cosa abbia creato questo enorme buco nero deve essere successa tanto tempo fa.
di Antonio Marro (INAF)

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