Quando Marte era blu

Oggi lo conosciamo come pianeta rosso. Ma certo ieri era blu, d’acqua. Tracce di formazioni geologiche originatesi grazie all’azione di H2O allo stato liquido confermano la presenza di acqua nel recentissimo passato geologico di Marte. A dirlo è uno studio appena pubblicato da un team di geologi guidati da Andreas Johnsson, ricercatore presso il dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Göteborg. Le immagini aree dell’emisfero meridionale di Marte mostrano un cratere contenente calanchi e depositi di fenomeni erosivi perfettamente conservati. Si tratta di fenomeni geomorfologici di erosione del terreno che si producono per effetto di dilavamento delle acque su rocce friabili e poco protette (sulla Terra sono le piante a difendere i terreni argillosi da piogge e acque correnti). Formazioni geologiche che forniscono la prova dell’azione di acqua in tempi geologicamente recenti. Secondo il team di Johnsson il cratere potrebbe avere all’incirca 200.000 anni. Si sarebbe quindi formato parecchio tempo dopo quella che crediamo sia stata l’ultima era glaciale marziana, conclusasi 400.000 anni fa. “Il fenomeno dei calanchi è piuttosto comune su Marte”, spiega Johnsoon. “Vero è che quelli studiati finora sono sempre risultati più antichi. E i sedimenti di cui sono formati sono stati associati all’ultima glaciazione. Il cratere di cui parliamo, invece, è decisamente più giovane e testimonia processi di dilavamento importanti anche in tempi recenti”. Quando un blocco di sedimenti che si trova su un pendio si satura di acqua, la miscela che ne risulta può comprometterne la stabilità. Il peso lo trascina a valle in forma di detriti e si genera una frana. Sulla Terra, in zone edificate, questi fenomeni danno origine a veri e propri disastri: un misto di pietre, ghiaia, argilla e acqua che si muove rapidamente trascinando con sé tutto quel che si trova in superficie. Dal punto di vista prettamente geologico, arrivato a fine corsa il sedimento presenta caratteristiche uniche, depositi ben visibili e argini speculari lungo i canali di flusso delle frane. Sono queste strutture geologiche che i geologi di Göteborg hanno riconosciuto su Marte. Del tutto simili a formazioni conosciute sulle isole Svalbard e di cui sono state scattate immagini aeree per fare un confronto. “Il lavoro fatto sul campo alle Svalbard ha confermato le nostre ipotesi sul cratere marziano. Anche se quello che ci ha lasciati a bocca aperta è l’età geologica di questo fenomeno”, afferma Johnsson. La regione in cui sorge il cratere si trova attorno al 45° parallelo Sud di Marte, in quella che è conosciuta come un’area di materiali estrusi da un grande cratere vicino. Il materiale eruttato si dispone in forma di fiore attorno al nostro cratere, il che ha suggerito agli scienziati di interpretare il fenomeno come risultato di un impatto su fondo bagnato, o comunque ricco di ghiaccio. Osservando meglio non sono però state trovate impronte riconducibili a uno scioglimento di acque. È più probabile che si tratti di un’azione di dilavamento causata da una normale nevicata, al tempo in cui la meteorologia marziana contemplava la formazione di cumulonembi. Cosa possibile, dal momento che in passato l’asse orbitale del pianeta era più inclinato rispetto all’ellittica.
di Davide Coero Borga (INAF)

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Brrrr, una nana bruna da brividi

Usando il Wide-field Infrared Survey Explorer (WISE) e lo Spitzer space telescope della NASA, un astronomo della Pennsylvania State Universtiy ha scoperto quella che sembra essere la nana bruna più fredda mai osservata prima. La stella, ghiacciata quasi come il nostro Polo nord, si trova a 7,2 anni luce da noi ed è la quarta stella più vicina al Sole. Il sistema più vicino alla nostra stella è Alpha Centauri, un terzetto di stelle a circa 4 anni luce di distanza. Cosa sono le nane brune? Si tratta di stelle troppo piccole per riuscire a innescare la fusione dell’idrogeno, che le farebbe essere delle vere e proprie stelle, ma troppo grandi per potersi considerare a pieno diritto pianeti. Per questo in molti adottano il termine “stelle mancate” riferendosi ad esse. La stella si chiama WISE J085510.83-071442.5 e la sua temperatura si aggirerebbe tra i -48 e i -13 gradi centigradi. Precedentemente erano state trovate altre nane brune fredde, ma sempre a “temperatura ambiente” (che di solito non supera i 20 gradi). La sua massa è stata stimata da 3 a 10 volte quella di Giove, per questo gli esperti hanno anche ipotizzato che possa trattarsi di un gigante gassoso espulso dal nostro Sistema Solare. Se, invece, fosse davvero una stella si tratterebbe di una delle nane brune con la massa più bassa mai scoperta.  “È molto eccitante scoprire un vicino così ravvicinato per il nostro Sistema Solare”, ha detto Kevin Luhman, astronomo del Center for Exoplanets and Habitable Worlds. “E considerando la sua temperatura estrema, potrebbe dirci molto riguardo le atmosfere dei pianeti, che solitamente hanno temperature altrettanto fredde”, ha sottolineato. Luhman ha però specificato che, nonostante si trovi davvero vicino al Sole, la nana bruna non è un obiettivo appetibile per prossime future esplorazioni e missioni con equipaggio umano proprio a causa delle temperature troppo fredde. ”Questo oggetto è apparso muoversi molto velocemente nei dati WISE – ha aggiunto l’astronomo – questo ci ha suggerito che era qualcosa di speciale”. La spiegazione è semplice: più il corpo da osservare è prossimo alla Terra o, in questo caso, ai telescopi e più sembra muoversi velocemente. Per scovare la nana bruna ghiacciata WISE ha dovuto scandagliare il cielo due volte all’infrarosso, osservando alcune regioni anche tre volte. Questi oggetti possono risultare invisibili se osservati con telescopi che lavorano in luce visibile. Pur essendo molto fredda, invece, il bagliore termico della stella è stato catturato da WISE. WISE J085510.83-071442.5 è stata osservata per la prima volta nel marzo del 2013 tra alcuni scatti di maggio 2010 e novembre 2010 e subito è stato rilevato il suo muoversi velocemente. Luhman ha poi analizzato ulteriori immagini scattate con Spitzer e il telescopio Gemini Nord sul Cerro Pachon in Cile trovando di nuovo la nana bruna in movimento a giugno 2013 e gennaio 2014. Le osservazioni con Spitzer sono state utili per determinarne la temperatura, mentre i dati combinati di Spitzer e WISE hanno contribuito a rilevare la distanza attraverso l’effetto di parallasse, cioè lo stesso principio che spiega perché un dito della nostra mano sembra spostarsi da un lato all’altro a seconda se guardiamo solo con l’occhio sinistro o destro. Sempre durante le ricerche del 2013 Luhman, attraverso le immagini di WISE, aveva scoperto una coppia di nane brune molto calde ad una distanza di 6,5 anni luce da noi, e si tratta proprio del terzo sistema più vicino al Sole. La sua ricerca di corpi in rapido movimento ha anche dimostrato che il Sistema Solare esterno probabilmente non possiede un grande pianeta sconosciuto, chiamato “Pianeta X” o “Nemesis”.
di Eleonora Ferroni (INAF)

Il Bullet Group vale il Bullet Cluster

La separazione tra materia ordinaria e materia oscura non è una prerogativa degli ammassi di galassie più massivi. È quanto dimostra uno studio in via di pubblicazione sulla rivista Monthly Notices of the Royal Astronomical Society Letters che riporta i risultati di un osservazione del telescopio spaziale XMM-Newton del gruppo di galassie, SL2S J08544-0121. Il gruppo di galassie era stato precedentemente selezionato in quanto ospitava il fenomeno di lente gravitazionale, come evidenziato da immagini del telescopio franco-canadese alle Hawaii CFHT e dal telescopio spaziale Hubble. I dati hanno evidenziato una collisione in atto tra due oggetti nella quale la materia ordinaria, principalmente nella forma di gas caldo che emette radiazioni in banda X, si separa dalla materia oscura (localizzata dalla posizione della lente gravitazionale) che non viene rallentata durante l’impatto. Il fenomeno è ben noto ed era stato evidenziato per la prima volta nelle ben note immagini del Bullet Cluster, un ammasso di galassie tra i più massivi mai osservati. Sono stati, infatti, trovati solo un’altra decina di oggetti di questo tipo e si pensava che il fenomeno fosse abbastanza raro. L’oggetto però osservato in questo studio è però di taglia ben più piccola, circa 7 volte meno massivo del Bullet Cluster e il più piccolo fino ad ora in cui sia stata rivelata una separazione tra materia oscura e materia ordinaria: per questo è stato ribattezzato il Bullet Group. “Oggetti di questa massa sono più numerosi degli ammassi di galassie massivi come il Bullet Cluster, quindi questa scoperta apre la possibilità di trovare molti oggetti che mostrino separazione tra materia ordinaria e materia oscura, permettendo di studiare in maniera più sistematica le proprietà di quest’ultima. Già una quindicina di altri candidati selezionati dal campione di lenti gravitazionali SL2S (Strong Lensing Legacy Survey) aspettano solo di essere osservati con il telescopio XMM e in futuro surveys sia in banda ottica che in banda X rispettivamente con i satelliti Euclid e eROSITA permetteranno di trovare centinaia di oggetti come il Bullet Group” commenta Fabio Gastaldello, ricercatore dello IASF-INAF di Milano e primo autore dello studio. La ricerca è frutto del lavoro di un team internazionale che ha visto la partecipazione di molti altri ricercatori INAF, sia dello IASF-Milano (S. Ghizzardi, M. Rossetti, A. Fritz) che dell’Osservatorio Astronomico di Bologna (S. Ettori, M. Meneghetti), come anche di scienziati francesi e sudamericani del tema SL2S, fondamentali per il lavoro legato al lensing, scienziati dell’Università della California Irvine e dell’Università di Ginevra.
Redazione Media INaf

Giro di valzer per due buchi neri

Una coppia di buchi neri supermassicci avviluppati dalla gravità. Confinati in un bozzolo di spazio grande appena quanto il Sistema solare: un nonnulla, in termini cosmici. E invischiati in una danza fatale che li porterà, nel giro di due miseri milioni di anni, a cannibalizzarsi a vicenda, dando origine a uno fra i più grandiosi spettacoli che il nostro universo possa mettere in scena: la fusione di due buchi neri da milioni di masse solari. Evento catastrofico in grado d’innescare la propagazione, nel mare apparentemente immobile dello spazio-tempo, d’un fronte d’onde gravitazionali senza rivali. Tale da far finalmente rollare e beccheggiare tutti gli strumenti messi in campo dagli scienziati, sulla Terra e presto anche nello spazio, per rilevare queste elusive manifestazioni della natura. A fiutarne le tracce, il telescopio per le alte energie XMM-Newton dell’Agenzia spaziale europea. Il 10 giugno del 2010, per puro caso, muovendo lo sguardo da un obiettivo all’altro, XMM è incappato in un’emissione inattesa di raggi X. Inattesa e anomala: seguendone l’evolversi, nelle settimane successive gli astrofisici hanno registrato un lento ma progressivo calo d’intensità. Fino all’apparente sparizione, seguita da un improvviso riattizzarsi. «Esattamente il comportamento che possiamo attenderci da un paio di buchi neri supermassicci in orbita l’uno attorno all’altro», è la diagnosi di Fukun Liu, ricercatore alla Peking University di Pechino e primo autore dell’articolo che descrive la scoperta, in uscita il 10 maggio su The Astrophysical Journal. Un comportamento molto raro da osservare: occorre guardare nella direzione giusta al momento giusto. Per esempio, mentre i due buchi neri sono intenti a contendersi le spoglie di una stella, che lacerata dai morsi gravitazionali della coppia finisce per emettere un fiotto – un flare, lo chiamano gli scienziati – di raggi X. «Un risultato importante per almeno due motivi», commenta Tomaso Belloni dell’INAF-Osservatorio astronomico di Brera. «Innanzi tutto fornisce la prima evidenza della presenza di un doppio buco nero al centro di una galassia non attiva. Inoltre, mostra come i telescopi X possano fornire informazioni fondamentali anche con i loro dati “secondari”, e spingerà ad analizzare in modo completo i database esistenti per cercare eventi di questo tipo».

Ma quanto sono diffuse, queste coppie di buchi neri al centro delle galassie?

«Il punto è proprio questo: non lo sappiamo. I pochi casi in cui si pensa ci sia una coppia di buchi neri supermassicci centrali sono tutti in galassie dove il nucleo è attivo, ovvero dove i buchi neri accrescono materia e emettono raggi X in modo molto intenso. Nella maggior parte delle galassie il nucleo non è attivo: il buco nero centrale non accresce molta materia e non sono quindi forti emettitori di raggi X. Questo è il primo caso di una galassia non attiva in cui si è trovata una evidenza della presenza di due buchi neri centrali».

Quali conseguenze può avere, questa scoperta?

«La presenza di un doppio buco nero al centro di una galassia è un’indicazione del fatto che la galassia è il risultato dell’incontro e quindi della fusione di due galassie, ciascuna con il suo buco nero centrale. Misure di questo tipo ci possono fornire una misura statistica di quante galassie sono il risultato di una fusione, e quindi aiutare a comprendere l’evoluzione dell’universo. Inoltre queste coppie di buchi neri sono destinate a fondersi in un evento che produrrà un fortissimo segnale di onde gravitazionali: quelle che ancora eludono la rivelazione e per cui si stanno costruendo telescopi sempre più sensibili. Questa particolare coppia si fonderà fra milioni di anni, ma è importante capire quante ce ne sono per stimare la probabilità di osservare una fusione».
di Marco Malaspina (INAF)

Mercurio, mai così vicini

Vuoi per il caldo insopportabile vuoi perché, trovandosi così vicino al Sole, è talmente illuminato da illuderci di aver ben poco da nascondere, fatto sta che Mercurio è una fra le destinazioni più snobbate dell’intero Sistema solare. Dagli albori dell’esplorazione spaziale a oggi, due missioni soltanto lo hanno eletto a loro obiettivo principale: quella del Mariner 10 della NASA, negli anni Settanta, e l’ancora operativa Messenger, anch’essa della NASA. Lanciata nell’agosto del 2004, la sonda Messenger (MErcury Surface, Space ENvironment, GEochemistry, and Ranging) ha compiuto proprio in questi giorni – domenica scorsa, il 20 aprile – la sua orbita numero 3000. Dal 17 marzo del 2011, giorno in cui Messenger ha iniziato a orbitare attorno a Mercurio, la distanza fra sonda e pianeta è andata via via diminuendo. Con grande cautela, vista l’alta superficie del pianeta, e con alti e bassi considerevoli: essendo un’orbita molto ellittica, la distanza dalla superficie ha oscillato fra i 200 km e i 15mila km. Con un periodo di rivoluzione inizialmente di 12 ore, poi sceso a 8 ore nell’aprile del 2012. Da oggi il gioco si fa ancora più interessante. E ancora più ardito. Mentre il contaorbite segnava il numero 3000, infatti, anche l’altimetro stabiliva un nuovo record: 199 km dal suolo di Mercurio. Interessante soprattutto dal punto di vista scientifico: più cala la distanza, più aumenta la risoluzione. Non solo: aumenta anche il numero di orbite quotidiane, e con esso la quantità di rilevazioni topografiche utili. «La copertura osservativa tramite lo MLA richiede tempi molto lunghi», spiega Carolyn Ernst, responsabile di uno degli strumenti a bordo del Messenger, il Mercury Laser Altimeter (MLA), «e  poiché il fascio del laser è molto stretto, sono necessari moltissimi passaggi per ottenere una buona risoluzione spaziale. Più dati riusciamo ad acquisire, meglio siamo in grado di ricostruire la topografia del pianeta. Il passaggio a un’orbita di 8 ore ci ha anche permesso di ottenere più misure di riflettività, grazie alle quali siamo riusciti ad avere indizi fondamentali per caratterizzare le regioni brillanti osservate alle alte latitudini settentrionali». Risoluzione e quantità di dati destinate, nei prossimi mesi, a migliorare ancora, visto che la distanza minima è destinata a scendere ulteriormente. «A oggi, le nostre misure con neutroni, raggi X e raggi gamma ci hanno permesso di risolvere solo regioni molto grandi del suolo di Mercurio. Scendere ad altitudini inferiori ai 100 km», dice David Lawrence, della Johns Hopkins University,  «ci permetterà d’individuare le firme di caratteristiche geologiche particolari, informazione che a sua volta ci aiuterà a comprendere l’origine e la storia della superficie del pianeta». «L’ultimo anno d’operazioni orbitali di Messenger costituirà in pratica una nuova missione », conclude il principal investigator della sonda, Sean Solomon, della Columbia University. «A ogni nuova orbita, le immagini, le misure relative alla composizione del suolo e le rilevazioni dei campi magnetici e gravitazionali del pianeta che otterremo avranno risoluzione maggiore rispetto a quelle già in nostro possesso. Saremo in grado, per la prima volta, di caratterizzare le particelle presenti nell’ambiente vicino alla superficie. Fino a oggi Mercurio è riuscito a custodire gelosamente i suoi segreti, ma ora per molti di questi è giunto il momento d’essere svelati».
di Marco Malaspina (INAF)

Le bombe piovute dallo spazio

Tra il 2000 e il 2013, 26 asteroidi, grandi abbastanza da generare una potenza di impatto almeno pari a 1 kiloton, hanno colpito la Terra o – per la maggior parte – sono esplosi nella sua atmosfera. L’onda d’urto generata dagli impatti è stata rilevata dalla Comprehensive Nuclear Test Ban Detection Network, una rete globale che, sotto l’egida delle Nazioni Unite, controlla l’eventuale realizzazione di esperimenti segreti con armi nucleari. L’organizzazione ha recentemente reso pubblici i dati delle esplosioni riconducibili all’impatto di asteroidi, nessuno dei quali è stato avvistato prima della deflagrazione. Proprio basandosi su quei dati, la Fondazione B612 ha preparato un’animazione con la localizzazione delle esplosioni, presentata durante un evento in occasione della Giornata Mondiale per la Terra. “Vogliamo modificare la percezione della gente che gli impatti da asteroide siano estremamente rari, quando in realtà non lo sono. E non c’è modo migliore che rendere visivamente i dati”, ha detto Ed Lu, ex astronauta e co-fondatore della Fondazione B612. La Fondazione ha in progetto di lanciare un telescopio spaziale privato, chiamato eloquentemente Sentinel (da non confondere con l’omonimo satellite europeo appena lanciato), interamente finanziato da donazioni filantropiche. Sentinel dovrebbe scandagliare il cielo nell’infrarosso alla ricerca di quegli asteroidi troppo piccoli (o poco luminosi) per essere visti dagli attuali sistemi di allerta terrestri, ma abbastanza grandi da rappresentare una grave minaccia per la Terra se dovessero colpire, ad esempio, un centro densamente popolato. Secondo la Fondazione B612, i dati sugli impatti recenti suffragano la necessità di nuovi strumenti di sorveglianza come Sentinel. La frequenza delle collisioni con la Terra risulta infatti 10 volte superiore a quanto previsto dai modelli con cui viene calcolato il rischio d’impatto con asteroidi o comete. In effetti questa valutazione non è nuova, essendo comparsa in uno studio su Nature dello scorso novembre in cui venivano valutati gli effetti del meteorite che il 15 febbraio 2013 ha provocatodanni e feriti nella città russa di Chelyabinsk, un corpo di una ventina di metri di diametro deflagrato con una potenza complessiva attorno ai 500 kiloton (come termine di paragone, la bomba atomica che distrusse Hirosima sviluppò una potenza di 15 kiloton). Lo studio, di cui abbiamo a suo tempo scritto su Media INAF, stimava che gli oggetti spaziali con diametro nell’ordine delle decine di metri che potrebbero potenzialmente colpire la Terra siano fino a dieci volte più comuni di quanto si ritenesse in precedenza. D’altra parte, basandosi proprio sulle evidenze desunte dall’evento di Chelyabinsk, l’analisi ha verificato che i danni causati dall’onda d’urto sono decisamente minori rispetto a quelli previsti basandosi sugli effetti delle esplosioni nucleari, il che fa rivedere al rialzo la soglia dimensionale oltre la quale un asteroide può produrre un impatto devastante. In un’intervista a New ScientistPeter Brown della University of Western Ontario in Canada, primo autore dello studio su Nature, ribadisce che, nonostante nello spazio attorno alla Terra ci possano essere più asteroidi potenzialmente pericolosi di quanto pensassimo, questo non significa che sia aumentato significativamente il rischio di un impatto che possa spazzare via un’intera metropoli. “Anche se avessimo un numero di asteroidi quattro o cinque volte più grande, la maggior parte cadrebbe nell’oceano”, ha detto Brown. “Posso affermare che l’aumento del rischio di impatto è sostanzialmente impercettibile”.
di Stefano Parisini (INAF)

Gli otto grandi misteri della Terra

Oggi possiamo dire di conoscere alcuni angoli di spazio meglio delle nostre tasche. E questo è vero quasi in senso letterale: ad esempio, possediamo una mappa della superficie di Marte molto più dettagliata di quella degli oceani terrestri. Mentre l’Universo viene svelato anno dopo anno, sono ancora tanti i misteri che avvolgono quella che è la nostra casa da millenni, il Pianeta Terra. In occasione della Giornata mondiale della Terra, la giornalista scientifica Becky Oskin ha pubblicato su Livescience un articolo che parla proprio degli enigmi terrestri ancora rimasti irrisolti. Identificando 8 domande fondamentali, corrispondenti ad altrettanti rompicapo che la scienza dovrà risolvere nei prossimi anni.

1. Perché siamo così bagnati?

Secondo gli scienziati, quando 4,5 miliardi di anni fa la Terra si è amalgamata nella forma attuale, era costituita per lo più da un grande masso arido e secco. Da dove è spuntata tutta quest’acqua? In che modo l’H2O, elemento chimico per eccellenza simbolo di vita, si è formato fino a raggiungere le percentuali attuali? Una delle ipotesi più accreditate è che l’origine sia stato il violento impatto con asteroidi ghiacciati, da cui il nostro pianeta si sarebbe rifornito di acqua per la prima volta. Eppure sono state trovate pochissime prove di questi scontri, e così il mistero dell’acqua rimane irrisolto.

2. Cosa c’è al centro?

Tra miti e leggende, il mistero del nucleo terrestre ha affascinato gli scrittori almeno quanto i ricercatori. Per molto tempo, sia scienza che letteratura hanno parlato del centro irraggiungibile della Terra: fino agli anni ’40, quando lo studio di alcuni meteoriti portò a una vera e propria rassegna di tutti i minerali che dovevano essere presenti sopra e dentro il nostro pianeta. I “grandi assenti” erano il ferro e il nichel, che poiché non si trovavano sulla crosta terrestre, dovevano necessariamente stare nel nucleo: ecco elaborata la prima teoria sul centro della Terra. Ma appena un decennio dopo, una serie di misure che sfruttavano la forza di gravità dimostrarono che quella stima era erronea: il nucleo era troppo leggero. Oggi i ricercatori continuano a fare ipotesi sugli elementi che compongono la zona più interna e calda del pianeta, ma ancora non è stata raggiunta una teoria condivisa.

3. Da dove viene la Luna?

Da uno scontro titanico tra la Terra e un protopianeta della dimensione di Marte? È la teoria più accreditata, ma non convince tutti. Anche perché alcuni dettagli non quadrano: per esempio, la composizione chimica di Terra e Luna è troppo simile perché il nostro satellite sia arrivato da lontano. Per questo, secondo alcuni, si trattava invece di un gigante frammento staccato proprio dal nostro pianeta; ma ancora, in questo caso non è chiaro in che modo la Luna si sarebbe staccata da noi. Insomma, il mistero dell’origine della Luna resta tale.

4. Come si è formata la vita?

Questa è forse la domanda delle domande. I primi organismi viventi hanno avuto origine sulla Terra, o sono stati portati dallo spazio? Le componenti più basilari della vita, come gli amminoacidi e le vitamine, sono state trovate “impigliate” sia nelle rocce degli asteroidi sia nelle zone più inospitali della Terra. Per questo l’ago della bilancia ancora non può pendere per l’una o per l’altra teoria, anche perché non è mai stata trovata traccia di quelli che si pensa fossero gli abitanti più primitivi del nostro pianeta, i primi batteri.

5. L’ossigeno, come e quando?

Dobbiamo la nostra esistenza ai cianobatteri, creature microscopiche che hanno avuto un ruolo determinante nella trasformazione dell’atmosfera terrestre. Questi microrganismi buttavano fuori ossigeno come scarto, riempiendone così il cielo per la prima volta circa 2,4 miliardi di anni fa. Eppure l’analisi delle rocce rivela tracce di ossigeno risalenti a 3 miliardi di anni fa: ci manca quindi un tassello per capire davvero la storia della vita sul nostro pianeta.

6. Cosa causò l’esplosione Cambriana?

Il periodo Cambriano, 4 miliardi di anni dopo la formazione della Terra, vide una vera e propria esplosione di vita: improvvisamente comparvero animali con cervelli e vasi sanguigni, occhi e cuori, tutti in grado di evolversi più rapidamente rispetto a qualunque altra era geologica conosciuta. Ci fu un responsabile di questa esplosione? Secondo alcuni, una spiegazione potrebbe essere un aumento del livello di ossigeno appena prima l’inizio del Cambriano, ma altri fattori potrebbero aver concorso a questa rivoluzione di vita.

 7. Quando cominciò la tettonica delle placche?

Il movimento e il sollevamento di strati sottili di crosta terrestre hanno dato origine alle meravigliose cime montuose e alle violente eruzioni vulcaniche sul nostro pianeta. Eppure i geologi ancora non hanno capito in che modo si è avviato il motore della tettonica: semplicemente, le prove sono andate distrutte. Giusto alcuni minerali risalenti a 4,4 miliardi di anni fa sono sopravvissuti, a segnalare le prime rocce continentali esistenti. Ma ancora non è chiaro il meccanismo che ha portato alla rottura della crosta terrestre.

8. E i terremoti?

Più che un mistero, questa è una sfida. I modelli statistici sono oggi in grado di prevedere la probabilità statistica dei terremoti, più o meno come gli esperti sanno fare con le previsioni del tempo. Ma prevedere un evento specifico è ancora impossibile: persino il più grande esperimento mai fatto in proposito è fallito, quando i geologi hanno annunciato un terremoto a Parkfield, in California, nel 1994, e l’evento si è verificato solo nel 2004. Per questo, oltre agli enigmi sul passato del nostro pianeta, ci sono quelli sul suo futuro: tra tutti, riuscire a proteggerlo dai disastri atmosferici.
di Giulia Bonelli (INAF)

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