Atmosfere turbolente sulle nane brune

Pianeti troppo cresciuti o stelle troppo piccole per accendersi? Le nane brune sembrano proprio collocarsi nella terra di mezzo di queste due fondamentali classi di oggetti celesti, e per questo suscitano sempre più l’attenzione degli astronomi, che studiandole vanno in cerca d’informazioni sia sull’evoluzione stellare che quella planetaria. Il quadro che finora ci hanno restituito le osservazioni mostra una grande eterogeneità delle proprietà delle nane brune: dimensioni, temperature superficiali, composizioni chimiche si sono rivelate profondamente diverse da soggetto a soggetto studiato. Forse però dietro questa apparente diversità si cela un unico responsabile: le atmosfere che avvolgono le nane brune. È quanto emerge da un lavoro guidato da Jacqueline Fahery del Carnegie Institute, e pubblicato sulla rivista The Astrophysical Journal Supplement Series. Le nane brune non possiedono massa sufficiente per sostenere il processo di fusione nucleare dell’idrogeno che alimenta le stelle, così dopo essersi formate, tendono a raffreddarsi e contrarsi, aumentando la loro forza di gravità sulla loro superficie. Le temperature superficiali di questi oggetti possono quindi abbracciare un ampio intervallo, che va da valori prossimi a quelli riscontrati nelle atmosfere stellari a quelli tipici dei pianeti, decisamente più bassi. Simili differenze hanno certamente delle ripercussioni sulla struttura e sulle proprietà delle atmosfere, che vanno ad aggiungersi alle differenze di massa, di età e di composizione chimica che riscontriamo osservando questi deboli oggetti. Analizzando le proprietà di 152 candidate nane brune, Faherty e il suo team ha provato a individuare se potesse esserci un denominatore comune a guidare le differenti proprietà mostrate dalle nane brune. Forte dell’identificazione di molti degli ambienti in cui si sono formate le nane brune del loro campione, il team ha potuto stabilire che sarebbero le condizioni atmosferiche variabili delle nane brune e le differenze nella composizione e nella struttura delle loro nubi le principali indiziate delle differenze osservative estreme registrate tra i vari membri di questa sorprendente classe di oggetti celesti. Tutti i luoghi di formazione delle nane brune identificate in questo lavoro sono anche regioni che vedono la presenza di esopianeti: questi risultati potrebbero dunque essere estesi ai pianeti giganti che orbitano intorno a stelle vicine. «Penso che queste giovani nane brune siano in un certo parenti stretti dei pianeti extrasolari giganti. E quindi, come tali, possiamo utilizzarle per studiare come funziona il processo di invecchiamento planetario», dice Faherty.

L’importanza dei vuoti cosmici

Gli scienziati che studiano la natura della gravità e dell’energia oscura hanno adottato una nuova strategia: andare alla ricerca di ciò che non c’è. In uno studio che compare sull’ultimo numero di Physical Review Letters, un team internazionale di astronomi afferma di aver misurato come si raggruppa la materia visibile dell’Universo studiando gli spazi vuoti che la separano e di essere riuscito a raggiungere una precisione quattro volte maggiore rispetto al passato.
In seguito alla fase chiamata ricombinazione, ovvero quando la temperatura dell’Universo è scesa abbastanza da permettere la formazione dei primi atomi, le piccole perturbazioni di densità che permeavano il cosmo sono evolute, sotto effetto della gravità, dando vita a quelli che oggi sono i filamenti di galassie, separati tra loro da enormi vuoti cosmici.
Sebbene la maggior parte della materia che compone l’Universo sia invisibile, la materia ordinaria, organizzata in galassie, viene utilizzata come tracciante dell’espansione dei vuoti, e le misure di velocità vengono sfruttate per testare la relatività generale. Nel nuovo studio, i ricercatori si sono invece concentrati sui vuoti, identificati dalla distribuzione delle galassie.
Paul Sutter, co-autore dello studio, ricercatore presso la Ohio State University e associato INAF presso l’Osservatorio Astronomico di Trieste, dice che la nuova misura può contribuire a effettuare nuovi test per la teoria della relatività generale di Einstein, che rappresenta attualmente la migliore descrizione di come funziona la forza di gravità.
Sutter paragona la nuova tecnica a «raccogliere informazioni sull’emmental studiandone le cavità», e spiega per quale motivo gli astronomi dovrebbero interessarsi agli spazi vuoti: «Le cavità sono vuote. Sembrano noiose. Le galassie sono come grandi città dislocate nell’Universo, sono piene di luci e di attività, mentre i vuoti sono i chilometri di terreni coltivati che le separano».
«Ma noi stiamo cercando prove del fatto che la relatività generale possa sbagliarsi, e la grande attività in corso nelle galassie rende difficile osservare i piccoli effetti che potrebbero dimostrarlo. È più facile cercare questi effetti nelle regioni vuote, dove ci sono meno distrazioni. Per capirci meglio: è come cercare di individuare la luce tenue di una lucciola in un campo di grano non illuminato o in una città piena di lampioni e vita notturna».

Nell’immagine una simulazione della struttura su larga scala dell'Universo rivela la rete cosmica di galassie, disposte lungo filamenti, e le vaste regioni di vuoto. Crediti: Nico Hamaus, Universitäts-Sternwarte München, Ohio State University

Le regioni vuote dello spazio, sottolinea Sutter, sono vuote solo nel senso che non contengono materia ordinaria, ma sono piene di energia oscura, la componente invisibile dell’Universo, responsabile della sua espansione accelerata.
Se da un lato è vero che, nei suoi cento anni di vita, la teoria della relatività generale ha fatto molta strada nel fornire una spiegazione su come funziona la gravità, è altrettanto vero che Einstein non poteva sapere nulla dell’energia oscura, e anzi, si è a lungo battuto contro la presenza di quel termine scomodo, che serviva per far tornare i conti. Per questo gli astronomi oggi sono al lavoro per scoprire se questa teoria sia in grado di reggere in un Universo dominato da una componente imprevista.
Il team di ricercatori, diviso tra Stati Uniti, Germania, Francia e Italia, ha effettuato simulazioni al computer e costruito un modello per le cavità dello spazio, confrontando poi i dati ottenuti con le osservazioni raccolte dalla Sloan Digital Sky Survey. L’analisi dei modelli di densità di materia e di crescita delle strutture cosmologiche sviluppati tenendo conto della fisica dei vuoto ha rivelato un miglioramento della precisione pari a quattro volte gli studi precedenti.
Gli scienziati erano alla ricerca di piccole deviazioni in ciò che accade all’interno dei vuoti rispetto a quanto previsto dalla relatività generale, e non ne hanno trovato nessuno. Quindi la teoria di Einstein continua ad essere valida. I risultati e i modelli prodotti da questo studio sono disponibili al pubblico sul sito web dedicato al progetto, in modo che chiunque sia interessato possa utilizzarli in futuro.
«I nostri risultati dimostrano che all’interno delle cavità si possono trovare un sacco di informazioni fino ad ora inesplorate», conclude Sutter. «È letteralmente come tirar fuori qualcosa dal nulla». Nell’immagine una simulazione della struttura su larga scala dell’Universo rivela la rete cosmica di galassie, disposte lungo filamenti, e le vaste regioni di vuoto. Crediti: Nico Hamaus, Universitäts-Sternwarte München, Ohio State University
di Elisa Nichelli (INAF)

Il cielo del mese: le costellazioni

Attendiamo lo spengersi delle ultime luci del crepuscolo e volgiamo lo sguardo verso Sud. Ci troviamo nel Sagittario, costellazione che occupa la zona della volta celeste nella quale è situato il centro della nostra galassia, la Via Lattea. Se già ad occhio nudo possiamo apprezzare e intuire l’immensità del disco di stelle, oltre 100 miliardi, in cui siamo immersi, già con un binocolo il numero di astri visibili è incalcolabile, e innumerevoli sono le nebulose e gli ammassi stellari che si possono scorgere. Con un telescopio possiamo poi trovare una vera miniera di oggetti del cielo, splendidi soggetti per gli appassionati di astrofotografia. A Sud-Est troviamo invece il Capricorno e l’Acquario, costellazioni relativamente grandi ma prive di stelle brillanti e difficilmente riconoscibili senza l’ausilio di una carta del cielo. A Nord-Ovest la brillante stella Arturo contende a Vega il primato di astro più luminoso: essa fa parte del Bootes, dall’inconfondibile forma ad aquilone. Alla sua sinistra, la piccola costellazione della Corona Boreale. Nei pressi del Triangolo Estivo (immagine), formato da Vega Altair e Deneb, possiamo cimentarci nel riconoscimento delle costellazioni minori, come la Freccia (o Saetta) – tra il Cigno e l’Aquila – o il Delfino – facilmente individuabile per la sua forma a rombo – o la ancora più ostica Volpetta. In direzione Nord, la stella polare è come sempre al centro della famiglia delle costellazioni circumpolari. L’Orsa Maggiore e l’Orsa Minore sono accompagnate, procedendo in senso orario, dal Dragone, da Cefeo e, con la caratteristica forma a “W”, da Cassiopea. Infine a Est vedremo sorgere il grande quadrilatero di Pegaso, seguito da Andromeda (da non perdere l’omonima galassia catalogata da Messier come M31) e Perseo, che ritroveremo protagonisti dei cieli autunnali. Ricordiamo che nel Perseo si trova il radiante dello sciame di meteore detto appunto delle Perseidi.
di Stefano Simoni (Astronomia.com)

 

Buchi neri? Imperfezioni dello spaziotempo

Non aprite quel wormhole… e invece loro sono andati a scardinarlo, scoperchiando i buchi neri con strumenti matematici pensati per altre discipline, come la fisica dei materiali. E che si applicano di solito per descrivere cristalli o strutture di grafene. Quel che ne è emerso, riportato in uno studio pubblicato lo scorso aprile sulle pagine di Classical and Quantum Gravity (ma ripreso solo a fine luglio dall’università in cui è stato condotto),  è un universo nel quale la materia potrebbe forse sopravvivere a una scorribanda attraverso questi oggetti spaziali che più estremi non si potrebbe. Per poi uscirne – indenne? chissà… – dall’estremo opposto. Loro, gli “scardinatori”, sono un trio di fisici teorici guidato da Gonzalo Olmo dell’università di Valencia, e la loro proposta ha qualcosa di déjà-vu. Un po’ perché non è la prima volta che vengono formulate ipotesi analoghe (ne abbiamo parlato anche su Media INAF). Più letteralmente, perché così come i déja-vu – spiegava Trinity a Neo – sono imperfezioni di Matrix, quelle singolarità che siamo soliti chiamare buchi neri, nello studio di Olmo e colleghi, diventano imperfezioni di quella matrice quadrimensionale nota come spaziotempo. Una soluzione – o un escamotage, a voi la scelta – che risolverebbe, così almeno scrivono i tre fisici, l’anomalia d’una deformazione della curvatura spaziotemporale prodotta da un’attrazione gravitazionale infinita. «Così come nella struttura microscopica dei cristalli sono presenti imperfezioni», spiega Olmo, «la regione centrale d’un buco nero può essere interpretata come un’anomalia nello spaziotempo, che per essere descritta con precisione richiede nuovi elementi geometrici. Abbiamo esplorato tutte le possibilità, prendendo ispirazione da quello che si osserva in natura». Facendo ricorso a queste nuove geometrie, i ricercatori hanno ottenuto una descrizione nella quale il centro dei buchi neri diventa una piccolissima superficie sferica. Una superficie che può essere interpretata come la presenza di un wormhole all’interno del buco nero. «La nostra teoria risolve con naturalezza numerosi problemi nell’interpretazione dei buchi neri elettricamente carichi», dice Olmo facendo riferimento a un tipo di buchi neri contemplato dalla relatività generale, sebbene sembri improbabile che ne esistano in natura. «E il primo problema che risolviamo è quello della singolarità, poiché vi è una porta al centro del buco nero, il wormhole appunto, attraverso la quale lo spazio e il tempo possono mantenere continuità». Un altro problema che secondo Olmo verrebbe meno è la necessità, per “aprire” il wormhole, di sorgenti d’energia esotiche. Stando alla gravità einsteniana, queste “porte” dovrebbero manifestarsi solo in presenza di materia con proprietà alquanto insolite, tipo una densità o una pressione a energia negativa, e in ogni caso mai osservata in natura. «La nostra teoria», sostiene invece Olmo, «prevede che il wormhole possa apparire anche da forme di materia o energia ordinarie, come per esempio un campo elettrico». Quello preso in esame nello studio è il tipo di buco nero più semplice: non in rotazione e, come dicevamo, elettricamente carico. Dalle equazioni che lo descrivono emerge un wormhole più piccolo di un nucleo atomico, ma che diventa sempre più grande mano a mano che aumenta la carica immagazzinata nel buco nero. Il solito, malcapitato, ipotetico viaggiatore che entrasse in un buco nero di tal fatta verrebbe sì stiracchiato fino all’impossibile – “spaghettificato”, come dicono sceneggiatori e scienziati – fino ad attraversare il wormhole, ma all’uscita riacquisterebbe le dimensioni di partenza. E se visto da fuori lo stiramento apparirebbe infinito, chi lo vive in prima persona sperimenterebbe forze solo estremamente intense, ma non infinite. Provare per credere.
di Marco Malaspina (INAF)

Terre abitabili, ecco il nuovo catalogo

È passato circa un anno dall’annuncio della scoperta di Kepler-452b , il pianeta “gemello” della Terra più promettente di tutti, grazie alle sue dimensioni, distanza e tipologia della stella madre. Un team internazionale di ricercatori ha presentato un nuovo studio, con il quale ha individuato i pianeti che hanno la probabilità più alta di assomigliare alla nostra casa rocciosa tra gli oltre 4000 pianeti extrasolari scoperti fino ad ora dalla missione Kepler della NASA. La ricerca raccoglie in tutto 216 pianeti situati nella zona abitabile del proprio sistema planetario, ovvero quella regione che circonda la stella all’interno della quale la superficie del pianeta potrebbe ospitare acqua allo stato liquido. Tra questi, 20 mostrano caratteristiche tali da poter essere considerati simili alla Terra. «Quello che presentiamo è il catalogo più completo e aggiornato dei pianeti scoperti da Kepler che si trovano nella zona abitabile della propria stella», dice Stephen Kane, professore presso la San Francisco State University (SFSU) e primo autore dello studio. «Ciò significa che possiamo concentrarci su questi pianeti, eseguendo osservazioni e studi più approfonditi, per scoprire come sono fatti e se sono effettivamente abitabili». I limiti imposti dalla definizione di abitabilità sono cruciali: se il pianeta è troppo vicino alla propria stella, sperimenterà un effetto serra amplificato, come si osserva su Venere, mentre se si trova troppo lontano, l’acqua sarà presente solo sotto forma di ghiaccio, come accade su Marte. Kane e i suoi colleghi hanno classificato i pianeti selezionando prima quelli appartenenti alla zona abitabile della propria stella, sia secondo criteri rigidi che seguendo una definizione più ottimistica, e poi hanno individuato quelli di dimensioni più piccole, escludendo quindi i giganti gassosi. I 20 pianeti che hanno superato con successo la selezione più restrittiva sono quelli rocciosi che cadono all’interno della zona abitabile definita con maggior rigidità, e hanno dunque più probabilità di essere simili alla Terra. Il team guidato da Kane ha già iniziato a raccogliere dati aggiuntivi su questi pianeti, così come su quelli che ricadono nelle altre categorie. Lo studio e la catalogazione degli esopianeti scoperti da Kepler ha comportato per il team un lavoro lungo circa tre anni. «È emozionante rendersi conto dell’enorme quantità di pianeti che ci sono là fuori», commenta Michelle Hill, laureanda presso la SFSU e co-autrice della ricerca. «Fa riflettere, e rende del tutto improbabile che la Terra sia l’unico luogo dove è possibile trovare la vita». «Ci sono un sacco di candidati pianeti nell’Universo, e abbiamo a disposizione tempi limitati per osservarli con i nostri telescopi», spiega Kane. «Questo studio è un grande passo avanti verso la formulazione di una risposta alla domanda su quanto sia comune la vita nell’Universo, e quanto siano comuni pianeti come la Terra».
di Elisa Nichelli (INAF)

Due pianeti rocciosi scoperti da un team INAF

Il team del programma osservativo GAPS (Global Architecture of Planetary Systems) dell’INAF mette a segno un altro importante risultato portando a quattro il numero di sistemi planetari scoperti. Il nome dell’ultimo arrivato è GJ 3998, e i suoi 58 anni luce di distanza dalla Terra lo rendono l’undicesimo sistema planetario più vicino a noi (al momento della scoperta). È formato da una stella di tipo M, quindi più fredda e meno luminosa del Sole, e da due pianeti rocciosi del tipo Super-Terre. Nel 2014 il team GAPS aveva identificato il primo sistema binario dove entrambe le componenti stellari XO-2S e XO-2N avevano un mini sistema planetario. Nel 2015 era stato pubblicato un articolo della scoperta del Saturno caldo KELT-6b nel sistema planetario KELT-6. All’inizio di quest’anno, il primo sistema planetario multiplo, denominato Pr0211, in un ammasso aperto2. Ora arriva la stella GJ 3998, dove GJ 3998b è la super-Terra più interna al sistema con periodo orbitale di 2,65 giorni e massa 2,5 masse terrestri, e GJ 3998c la super-Terra più esterna con un periodo di 13,7 giorni e massa 6,5 volte quella terrestre. Le stelle di classe M, più fredde e più piccole del Sole, costituiscono circa i tre quarti delle stelle della nostra galassia e rappresentano un target interessante per i programmi di ricerca dei pianeti extrasolari, di cui fa parte anche GAPS. I pianeti di tipo roccioso in orbita attorno a questo tipo di stelle sono più facili da scoprire rispetto ai pianeti che ruotano attorno a stelle più massicce. La scoperta di questo nuovo sistema planetario, in pubblicazione sulla rivista Astronomy & Astrophysics, rientra all’interno della collaborazione INAF-GAPS con l’Institut de Ciències de l’Espai/CSIC-IEEC (ICE) e con l’Instituto de Astrofísica de Canarias (IAC), ed è il primo risultato nella survey delle velocità radiali per pianeti di piccola massa intorno a un campione di stelle M nell’emisfero nord grazie ad HARPS-N montato al Telescopio Nazionale Galileo. Questo risultato si va ad aggiungere agli altri, ricavati dallo studio di stelle di tipo M nell’emisfero sud grazie al gemello di HARPS-N, HARPS, montato al telescopio di 3,6 metri a La Silla (Cile). «Il sistema planetario attorno alla stella GJ 3998 è il primo risultato che otteniamo dal nostro studio sui pianeti extrasolari attorno a stelle più piccole e più fredde rispetto al nostro Sole», dice Laura Affer dell’INAF-Osservatorio Astronomico di Palermo, prima autrice dell’articolo. «Di questi due pianeti massicci e presumibilmente rocciosi conosciamo il periodo di rotazione e la massa, ma non conosciamo il raggio. Conoscerlo permetterebbe di avere informazioni su un parametro importante: la densità e, di conseguenza, sulla struttura interna del pianeta».  I due pianeti del sistema GJ 3998 non sono delle nuove “Terre” che possano ricordare il nostro pianeta. Entrambi si trovano molto vicini alla loro stella ospite e non vengono a cadere nella cosiddetta “zona di abitabilità della stella”, cioè quella fascia attorno alla stella madre dove l’acqua si può trovare allo stato liquido sulla superficie planetaria. Tuttavia, questo nuovo sistema planetario potrebbe essere il punto di svolta nello studio dei pianeti di piccola massa, in particolare quelli inferiori alle 6 masse terrestri. «Si è osservato che i pianeti con masse minori di 6 masse terrestri sembrano avere una composizione simile a quella terrestre. Se il pianeta più interno, GJ 3998b, con massa 2,5 volte quella terrestre, venisse osservato transitare davanti alla sua stella», spiega Affer, «sarebbe possibile fare misure dirette del suo raggio. In questo modo, noti raggio e massa sarebbe possibile sistemare un punto ben preciso nel diagramma massa-raggio per questi sistemi transitanti, coprendo così la zona delle 2-3 masse terrestri che al momento è priva di punti, cioè di pianeti noti. Solo così si potrebbe capire se la composizione di GJ 3998b è simile a quella della Terra». Per questo motivo, è stata fatta una richiesta di 20 ore di osservazione con lo Spitzer Space Telescope della NASA, per monitorare il pianeta più interno del sistema e vedere se transita davanti alla stella. Tale transito farebbe di GJ 3998b un eccellente target per uno studio dettagliato della sua atmosfera con i futuri telescopi spaziali quali CHEOPS e PLATO, entrambi dell’ESA, e il James Webb Space Telescope della NASA. In questo modo GJ 3998b diventerebbe una sorta di “stele di Rosetta” nello studio dei pianeti di piccola massa in orbita attorno a stelle M. Più saranno i sistemi planetari formati da pianeti di tipo roccioso intorno a stelle M che si scopriranno, tanto più ricca sarà la lista di candidati pianeti da proporre per le missioni CHEOPS e PLATO.
di Sabrina Masiero (INAF)

Vita sulla Terra: è una “nata prematura”?

Ancora la vita altrove. Ancora uno studio di quelli che più speculativi non si potrebbe. Ancora un paper firmato da Avi Loeb, l’eclettico e prolifico astrofisico del leggendario Harvard-Smithsonian Center for Astrophysics. Che torna a porsi, e proporci, una riflessione sì teorica ma – come sempre nel suo caso – condotta in modo rigoroso e con un obiettivo al tempo affascinante e concreto: aiutarci a individuare i bersagli più promettenti per la ricerca di forme di vita extraterrestre.
Due le ipotesi di lavoro di Loeb e dei suoi colleghi di Oxford, Rafael Batista e David Sloan: un universo in linea con il modello lambda-CDM (quello comunemente accettato dalla grande maggioranza dei cosmologi) e la vita “così come la conosciamo”. Dunque, per quanto ne sappiamo, un universo che ha grosso modo 13.8 miliardi di anni e un tipo di vita che qui sul nostro pianeta si è formata circa 4.5 miliardi di anni fa. Stabilito questo minimo terreno di partenza comune, Loeb si domanda quale possa essere l’intervallo di “gestazione” più probabile per questo tipo di vita in questo particolare universo. E la risposta, illustrata in uno studio in uscita sul Journal of Cosmology and Astroparticle Physics, è piuttosto sorprendente: un tempo decisamente assai più lungo di quello impiegato sul nostro pianeta, come vedremo, e che farebbe della vita sulla Terra una “nata prematura” eccezionale.
«Se ci venisse chiesto: “Quand’è più probabile che emerga la vita?”, potremmo ingenuamente rispondere: “Ora”. Ma in realtà», spiega Loeb, «ciò che troviamo è che la possibilità di vita aumenta enormemente nel lontano futuro».
Volendo indicare i limiti dell’intervallo di tempo entro il quale può emergere la vita, così come la conosciamo, nell’universo, abbiamo come soglia minima circa 30 milioni di anni dopo il Big Bang – quando per la prima volta elementi essenziali come l’ossigeno e il carbonio furono sintetizzati nelle primissime stelle. E come soglia massima? Questo è il valore che rende fuori standard quant’è accaduto sulla Terra: 10 mila miliardi di anni, scrivono Loeb e colleghi. Tanto è il tempo che ci separa dal buio perenne, l’epoca futura in cui le ultime stelle del cosmo si spegneranno.
Ora, s’è domandato il team di Loeb, stabiliti i confini di quest’ampissimo intervallo temporale, quand’è che la vita ha più possibilità di fare la sua comparsa? Il parametro dirimente diventa la durata del periodo d’attività d’ogni singola stella. Più è lungo, maggiori saranno le chance per la vita di fare capolino fra una combinazione di molecole e l’altra. Com’è ben noto agli astronomi, maggiore è la massa d’una stella, più breve sarà la sua esistenza. Per dire, una stella con massa pari a tre volte quella del Sole è destinata a spegnersi prima ancora che la vita abbia avuto anche solo la possibilità di evolvere. Al contrario, stelle di massa pari ad appena un decimo di quella solare, e ne esistono, possono risplendere – seppur con modestia – anche per 10 mila miliardi di anni. Con la conseguenza che, là attorno, il tempo (e dunque le possibilità) a disposizione della vita per emergere saranno in media mille volte più elevate che nel Sistema solare.
«A questo punto è lecito domandarsi come mai non stiamo vivendo in un’epoca più spostata nel futuro e in orbita attorno a una stella di piccola massa», osserva Loeb. «Una possibilità è che siamo precoci. Un’altra possibilità è invece che l’ambiente che circonda una stella di piccola massa sia in realtà rischioso per la vita». Un’eventualità, quest’ultima, resa plausibile dal fatto che,  sebbene sia vero che le nane rosse di piccola massa durano per lungo tempo, gli intensi flares e la radiazione ultravioletta che emettono nelle prime fasi della loro esistenza potrebbero strappar via l’atmosfera da qualsiasi mondo roccioso presente nella zona abitabile che le circonda.
Come determinare quale delle due alternative sia quella corretta – comparsa eccezionalmente precoce della vita sulla Terra o i rischi posti dalle stelle di piccola massa? Loeb suggerisce di cercare segni di potenziale abitabilità nelle nane rosse a noi più vicine e sui pianeti che vi orbitano attorno. Un obiettivo probabilmente alla portata di missioni spaziali del futuro prossimo come il Transiting Exoplanet Survey Satellite e il James Webb Space Telescope, le cui date di lancio sono previste, rispettivamente, per il 2017 e il 2018.
di Marco Malaspina (INAF)

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