Negli antichi cieli di Babilonia

Ho trovato sullo splendido sito del Galassiere una vera e propria “perla”. Come sappiamo questo è il mese della tanto attesa congiunzione Giove Saturno,  evento molto raro che capita ogni 400 anni circa. Per chi ama le curiosità storiche il Galassiere  propone una visione suggestiva. Immaginiamo di trovarci nell’antica Babilonia il 26 marzo 185 a.C. e di guardare verso est alla mattina poco prima dell’alba. Ciò che avremmo visto è sunteggiato nell’ immagine ricostruita col programma Perseus: i cinque pianeti visibili a occhio nudo entro soli 7 gradi di distanza (meno di un pugno tenuto col braccio teso) nella costellazione dei Pesci. In ordine decrescente di luminosità avremmo avuto: Venere (magnitudo -3.8), Giove (-2), Mercurio (+0.2), Saturno (+1) e Marte (+1.2). Questo sì che sarebbe stato un bello spettacolo! Tratto da Il Galassiere

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15 Dicembre 1964: l’Italia entra nello Spazio

Il 15 dicembre 1964, dall’area di lancio 3 della base americana di Wallops Island veniva lanciato e posto in orbita il satellite San Marco 1: l’Italia entrava di diritto nell’era spaziale e diveniva il terzo paese, dopo Stati Uniti e Unione Sovietica, ad avere costruito, lanciato, posto in orbita e controllato un satellite interamente con proprio personale. San Marco 1 fu inoltre il primo satellite in volo interamente costruito da un paese europeo. Lanciato con un razzo della classe Scout, San Marco 1 (peso totale 115.2 kg) rimase intorno alla Terra per circa 271 giorni, percorrendo un’orbita ellittica con apogeo di circa 850 km, perigeo di circa 200 km e periodo di circa 90 minuti. Lo strumento principale a bordo era la cosiddetta bilancia inerziale o “bilancia Broglio”, progettata e costruita da Luigi Broglio, considerato da tutti come il padre dello spazio italiano. La “bilancia Broglio” era uno strumento innovativo per l’epoca: consentiva di investigare la densità dell’atmosfera ad altissime quote (tra i 200 e 400 km), argomento di grande interesse data la frenetica corsa alla conquista dello spazio, misurando la resistenza dell’aria al moto orbitale del satellite. A bordo del San Marco 1 era anche alloggiato un esperimento secondario condotto da Nello Carrara, altro preminente scienziato italiano, atto ad investigare le proprietà della ionosfera. Il satellite San Marco 1 rientrò a terra alle 11:00 Utc del 14 settembre 1965. Ripercorriamo sotto le tappe principali che portarono a questo successo e i personaggi che fecero l’impresa.

La storia spaziale italiana (dei precursori, e ce ne sono di molto interessanti, scriverò un’altra volta…) inizia intorno al 1957-58 e ha, in Italia, due protagonisti principali: il professor Edoardo Amaldi (1908-1989) e il professore – nonché generale ispettore del Genio aeronautico – Luigi Broglio (1911-2001). La nascita delle attività spaziali nazionali fu agevolata dalla concomitanza di due fattori principali. Il primo fattore fu l’ottimo rapporto – e reputazione – che sia Amaldi che Broglio avevano con personaggi chiave – e di spessore – del mondo spaziale americano, quali gli italiani Luigi Crocco (1909-1986) e Antonio Ferri (1912-1975), entrambi emigrati in America dopo la guerra, l’ungherese Theodore von Kármán (1881-1963), emigrato in America a seguito delle leggi razziali, e l’americano Hugh Dryden (1898-1965), direttore scientifico della Nasa negli anni intorno al 1958. Il secondo fattore decisivo fu lo stato, che oggi usando una terminologia in voga in ambito spaziale si potrebbe definire “duale”, di Luigi Broglio: professore universitario e militare di carriera. Questo stato duale gli consentì di muoversi a suo agio, con competenza e autorevolezza, sia in ambienti accademici che militari: ciò permise sia la creazione, nel 1956, del Centro ricerche aerospaziali (Cra) dell’Università di Roma, con coinvolgimento dell’Aeronautica militare, che l’utilizzo della base militare di Salto di Quirra, in Sardegna, per il lancio di razzi Nike americani per esperimenti volti a studiare la dinamica dell’alta atmosfera. Le attività tecnico/scientifiche presso il Cra, il successo della campagna di lanci (anni 1960-1961) e le attività a essa collegate, in stretta collaborazione con la Nasa, aprirono la strada a progetti più ambiziosi sia sul fronte italiano che, soprattutto, americano, avendo dimostrato la competenza e affidabilità nazionale. Al fine di coordinare le attività “spaziali” nazionali nei diversi campi di interesse (missilistica, fisica dei raggi cosmici, fisica dell’atmosfera, astrofisica, etc.), valutare il possibile apporto italiano alle ricerche spaziali nell’ambito del Commitee on Space Research (Cospar) e in vista di possibili collaborazioni internazionali, l’8 settembre del 1959 viene creata all’interno del Cnr la Commissione per le ricerche spaziali (Crs), su iniziativa di Edoardo Amaldi e Luigi Broglio. La commissione, presieduta da Luigi Broglio, raccoglieva il fior fiore delle competenze nazionali nei diversi settori di interesse – oltre allo stesso Amaldi, Nello Carrara, Corrado Casci, Mario Boella, Gianpiero Puppi, Guglielmo Righini, Maurizio Giorgi, Rodolfo Margaria e Giuseppe Occhialini – e già dai verbali delle sue prime riunioni si accennava a un possibile programma nazionale. Finalmente nell’ottobre del 1961 viene ufficialmente approvato, dal governo presieduto da Amintore Fanfani (il “Fanfani III”), il Progetto San Marco, in stretta collaborazione con gli Stati Uniti, con un finanziamento assegnato di 4.5 miliardi di lire. A guida del progetto viene posto Luigi Broglio, presidente del Crs. Un Memorandum of Understanding sulle responsabilità reciproche nel progetto tra l’Italia (rappresentata da Luigi Broglio) e la Nasa (rappresentata da Hugh Dryden) venne firmato il 31 maggio 1962, a cui seguì, il 5 settembre 1962, l’approvazione ufficiale tra il vicepresidente del Consiglio dei ministri, Attilio Piccioni, e il vicepresidente degli Stati Uniti Lyndon B. Johnson, durante la visita di quest’ultimo in Italia. Il progetto, o collaborazione, “San Marco” prevedeva: una serie di satelliti di ideazione e costruzione italiana, ma di interesse anche americano, per attività tecnico/scientifiche; il training di personale italiano in tutte le fasi della messa in orbita (preparazione al lancio, lancio, messa in orbita e controllo orbitale); la costruzione e messa in opera di una piattaforma di lancio oceanica equatoriale, la prima a livello mondiale (di cui abbiamo già parlato in occasione della ricorrenza del lancio del San Marco 2). Nell’autunno del 1961 vennero presentati alla Nasa una serie di possibili progetti, attività ed esperimenti di interesse della “neonata” comunità spaziale italiana: gli esperimenti proposti coprivano una grande varietà di campi– dallo studio dei raggi cosmici (come proposto dalla forte comunità di fisici dei raggi cosmici capitanata da Edoardo Amaldi), allo studio delle particelle nella fascia di radiazione di Van Allen, allo studio dei raggi gamma provenienti dal Sole, allo studio del campo magnetico terrestre fino allo studio della densità dell’aria nell’alta atmosfera (come proposto dal gruppo di ricerca capitanato da Luigi Broglio).

Nel gennaio 1962 la Nasa selezionò come esperimento principale a bordo del satellite quello proposto dal gruppo capitanato da Luigi Broglio, argomento di grande interesse in quel periodo, data la fremente corsa alla conquista dello spazio e alla programmata missione lunare. Il Memorandum of Understanding con la Nasa prevedeva tre fasi ben distinte. Nella prima fase il team italiano doveva anzitutto familiarizzare con i vettori Shotput e Scout attraverso la conduzione di lanci suborbitali dalla base americana di Wallops Island sotto la supervisione della Nasa. Due i lanci suborbitali effettuati, il 21 aprile 1963 ed il 2 agosto 1963, portati a termine con successo per quanto riguarda, rispettivamente, il controllo in orbita dei sottosistemi e della strumentazione scientifica. Inoltre, doveva iniziare le attività di progettazione e costruzione della piattaforma di lancio equatoriale. La fase due prevedeva: a) la formazione conclusiva del personale italiano nell’assemblaggio del vettore Scout, nelle operazioni di lancio dalla base americana di Wallops Island e nelle operazioni di controllo dell’orbita; b) la messa in opera degli esperimenti a bordo del satellite; e c) l’analisi finale dei risultati sulla densità dell’atmosfera ad altissime quote (tra i 200 e 400 km) e sulle proprietà della ionosfera: tutti traguardi da raggiungere in maniera autonoma e tutti conseguiti con enorme successo con il lancio nel dicembre del 1964, con le congratulazioni degli osservatori della Nasa. Qui sotto un bellissimo spezzone dell’epoca sull’assemblaggio del vettore Scout e del San Marco 1. Per finire, la fase 3 prevedeva la messa in opera conclusiva della piattaforma di lancio oceanica equatoriale (al largo delle coste del Kenya) e la capacità di lanci autonomi italiani. Questa fase culminò con successo con il lancio, nell’aprile del 1967, del satellite San Marco 2.  «Grazie all’accordo con gli Stati Uniti, il 15 dicembre 1964, l’Italia avviava un’esperienza pioneristica per l’epoca che ha consentito di mettere in orbita il primo satellite scientifico di produzione nazionale, marcando così l’inizio dell’era spaziale italiana», ricorda l’attuale segretario del Comitato interministeriale per le politiche spaziali e aerospaziali di palazzo Chigi, l’ammiraglio Carlo Massagli, al quale mi sono rivolto per un commento sulla ricorrenza del lancio del San Marco 1. «In quegli anni – in cui nasceva anche l’Agenzia spaziale europea – si è dato avvio a una sorta di “rinascimento spaziale”, l’inizio di un rinnovamento culturale e scientifico che ha portato l’uomo a raggiungere confini inesplorati. Oggi l’Italia – attraverso i programmi nazionali, le cooperazioni bilaterali e la partecipazione ai progetti internazionali – è una delle poche nazioni al mondo a disporre di un comparto spaziale e aerospaziale caratterizzato da una filiera completa, cioè una integrale catena del valore spaziale di sistemi, prodotti e servizi. Con la legge 11 gennaio 2018, n.7 che ha conferito al presidente del Consiglio l’alta direzione e il coordinamento delle politiche spaziali del paese, si è riconosciuta la strategicità dello spazio per l’Italia. Dal 1964, la collaborazione nell’esplorazione spaziale con gli Stati Uniti si è ulteriormente rafforzata con la recente sottoscrizione degli Artemis Accords che il sottosegretario Fraccaro, per conto del governo italiano, ha firmato insieme ad altri sei paesi partner con gli Usa, consentendo all’Italia di essere il primo paese europeo a partecipare alla missione Artemis che punta a riportare, entro il 2024, l’uomo sulla Luna, nella prospettiva della successiva colonizzazione di altri corpi celesti (a partire da Marte). Cinquantasei anni fa, sfiorare le orbite spaziali era una sfida relegata alla ricerca scientifica e a sostenere un orgoglio da mostrare in ambito internazionale, oggi i servizi offerti dai satelliti sono parte della vita quotidiana. Servizi essenziali che sovente si considerano risorse universali, inesauribili e di cui spesso la società moderna sottovaluta l’assoluta dipendenza. Grazie a pionieri come Luigi Broglio, oggi “lo spazio è più vicino alla terra” e “il futuro della terra sarà sempre più legato al futuro dello spazio”». Nonostante le vicissitudini successive del programma San Marco, i suoi punti di debolezza (di cui parleremo un’altra volta) e le carenze endemiche nazionali, di cui spesso ci lamentiamo, siamo ancora ben presenti nel panorama spaziale internazionale e, soprattutto, siamo ancora in grado di dire la nostra. Basta per esempio sfogliare il recente Italian Report alla 43esima assemblea del Cospar per rendersi conto di ciò. Concludo dicendo che la data del 15 dicembre 1964 dovrebbe essere annoverata, insieme alla data del 27 aprile 1967 (lancio di San Marco 2 dalla nostra base di Malindi), tra le date importanti da ricordare nel Paese: ricordare la nostra storia spaziale dà spessore a quello che facciamo oggi. Media Inaf

Pianeti extra-solari in cerca di un nome

Con il concorso “Name ExoWorlds” promosso dall’Unione Astronomica Internazionale (IAU), per la prima volta il pubblico mondiale viene chiamato al voto per decidere come dovranno essere chiamati questi nuovi mondi e le loro stelle. La proposta italiana presentata dall’ INAF riguarda il sistema planetario Mu Arae, formato da una stella e quattro pianeti, che è stato associato a un tema dal sapore floreale incentrato sull’idea di natura e mitologia. Per la stella, che si trova a 50 anni luce di distanza da noi ed è molto simile al nostro Sole, è stato proposto il nome greco Riza (radice, origine), mentre per i pianeti sono stati scelti quattro fiori: Lotus, Helianthus, Hibiscus e Camelia.
L’altra proposta italiana è quella della SAIt che suggerisce per il sistema planetario 55 Cancri i nomi di intelligenze artificiali tratti da famose opere di fantascienza. 55 Cancri è composto da un sistema binario di stelle e da cinque pianeti. I nomi proposti per le due stelle sono ispirati dal romanzo La Luna è una severa maestra di R. A. Heinlein (1966): Mike e Michelle. Per i pianeti invece sono stati proposti nomi tratti dal grande schermo: Jane (dalla serie Il gioco di Ender), Joshua (dal film War Games), Simone (dal film S1m0ne), HAL (dal film 2001: Odissea nello spazio) e Samantha (dal film Lei).
Per votare, basta andare sul sito del concorso (nameexoworlds.iau.org) dove sarà possibile vedere i 20 ExoWorlds selezionati dalla IAU. Bastano pochi secondi per votare su ed è molto semplice: cliccate nella sezione For Individuals e troverete elencati i 20 sistemi planetari per i quali è possibile votare. Non viene richiesta nessuna iscrizione.
I dettagli delle proposte sono disponibili sul sito web dell’INAF ‘altrimondi’
di Caterina Boccato (INAF)

New York 14 agosto 1945 ore 17:51: un super bacio per il giorno del V-J

Times Square, New York, 14 agosto 1945. È il giorno del V-J, il Victory over Japan Day. Le radio giapponesi hanno trasmesso la voce dell’imperatore Hiroito dare l’annuncio della resa. Le radio americane, a loro volta, mandano in onda quella del presidente Truman che dichiara la fine della Seconda guerra mondiale. La piazza sta per essere invasa dalla folla festante. I fotografi lo sanno, annusano la Storia, quella con la ‘esse’ maiuscola. Cercano le prospettive migliori per immortalarla. Una potrebbe essere lì, qualche metro a sud della 45esima, dove la Broadway e la Settima s’incrociano. Da lì basta puntare l’obiettivo verso nord e si ha tutta Times Square nel mirino. Ed è lì che si trova in quel momento, con la sua inseparabile Leica IIIa (numero di matricola: 238716), vuoi per fiuto vuoi per caso, il fotografo di Life Alfred Eisenstaedt. Times Square, New York, 14 agosto 1945. Un giovane vestito da marinaio incrocia una giovane in abiti bianchi da infermiera. Forse lui si chiama George, è appena uscito da un cinema, in compagnia della futura moglie Rita, e ha bevuto qualche drink di troppo per celebrare la giornata. O forse no. Forse lei si chiama Greta, è un’igienista dentale, e ha approfittato della pausa pranzo per unirsi ai festeggiamenti. O forse no. Fatto sta che in quel momento i due s’incontrano, preso dall’euforia dei festeggiamenti lui la stringe a sé, lei s’abbandona alle sue braccia in un accenno di casqué. E si baciano. E quella scena e quella Leica, in quel momento, s’uniscono. Come le labbra dei due giovani protagonisti. Dando origine a quello che rivaleggia con l’omonimo dipinto di Klimt, e con la scena sotto la pioggia in Colazione da Tiffany, sul podio dei più celebri baci della storia. What’s in a kiss, dimmi cosa c’è in un bacio, cantava Gilbert O’Sullivan senza ottenere risposta. Ebbene, in quel bacio di Times Square, qualunque cosa ci sia, c’è abbastanza da aver reso quel momento un’icona del secolo scorso, venduto in milioni di copie, affisse in altrettante camerette, e celebrato persino nei Simpsons. Ma quand’è quel momento? Il giorno lo sappiamo, certo, ma l’ora? La domanda non è così peregrina. Una “datazione” precisa potrebbe aiutare a rispondere a un quesito ancora aperto e sul quale si sono scontrate, nel corso dei decenni, versioni contrastanti, con strascichi anche legali. Ovvero: chi sono i due giovani che si baciano? I candidati sono tanti, si contano almeno una decina di “marinai” e tre “infermiere”. Per stabilirne l’identità, oltre a confrontare le testimonianze, sono state eseguite misure antropometriche, si sono confrontati tatuaggi, s’è chiesta persino una consulenza a un’artista forense. Ma la risposta definitiva ancora non l’abbiamo. Riuscire a stabilire l’ora esatta del bacio permetterebbe una radicale scrematura fra i pretendenti.
Qualcuno ci ha provato cercando di decifrare l’ora segnata dall’orologio nell’insegna “Bond”. Purtoppo, mentre la lancetta dei minuti s’aggira chiaramente attorno ai ‘50’, quella delle ore è assai più indefinita, lasciando aperte tre possibilità: attorno alle 16:50, alle 17:50 o alle 18:50. E a questo punto è entrata in azione la scienza. Tre ricercatori, Donald Olson e Russell Doescher del dipartimento di fisica della Texas State University e l’astrofisico Steven Kawaler della Iowa State University, hanno spostato lo sguardo un poco più in alto, là dove una strana ombra viene proiettata sull’edificio in secondo piano. Analizzando centinaia di foto d’epoca, i tre sono riusciti a stabilire con certezza l’origine di quell’ombra: una grande insegna pubblicitaria, a forma di ‘elle’ rovesciata, dell’Astor Hotel. Ricostruendo poi il tragitto del Sole, in quel pomeriggio di 70 anni fa, sul cielo di New York, è stato possibile usare quell’insegna come fosse una meridiana, fino a far combaciare l’ombra della simulazione esattamente con l’ombra della foto in quel momento del 14 agosto 1945: le 17:51, secondo più secondo meno. L’intera indagine è ripercorsa dai tre scienziati nell’ultimo numero di Sky & Telescope, e il risultato sta già contribuendo a scartare alcuni pretendenti e a mettere in dubbio i ricordi di altri. «La ricostruzione, ampiamente condivisa, illustrata nel libro The Kissing Sailor, che vede George Mendonça baciare Greta Zimmer attorno alle due di pomeriggio, è esclusa dall’analisi astronomica. Nel suo resoconto, Greta Zimmer ricorda che avvenne sul finire della pausa pranzo, iniziata all’una, e che dopo il bacio tornò in ufficio, dove il dentista le chiese d’annullare tutti gli appuntamenti del pomeriggio. Cosa che non può certo essere avvenuta dopo sei di pomeriggio. Questi dettagli del suo resoconto sono del tutto incompatibili con la luce del sole e le ombre», spiega Olson, «che dimostrano come il bacio della foto abbia avuto luogo alle 17 e 51. Inoltre, se George Mendonça è il marinaio che dà il bacio, non può aver visto lo spettacolo delle 13:05: doveva essersi recato al Radio City per la proiezione delle 16:07». Insomma, di quel bacio sappiamo dove è stato scambiato, sappiamo da chi è stato immortalato, e ora sappiamo anche quando. Iniziamo a sapere chi non c’è, ma ancora non sappiamo chi sono, quei due giovani amanti d’un attimo. Questo l’astronomia non può dircelo. Ed è probabilmente un bene, così che possiamo continuare a riconoscervi una parte di noi.
di Marco Malaspina (INAF)

I pilastri della Creazione visti in 3D

Usando lo strumento MUSE dell’ESO, montato sul VLT (Very Large Telescope), alcuni astronomi hanno prodotto la prima visione tridimensionale completa dei famosi Pilastri della Creazione nella Nebulosa Aquila, Messier 16. Le nuove osservazioni dimostrano come i diversi pilastri di polvere di questo oggetto famosissimo siano distribuiti nello spazio e svelano molti dettagli nuovi – tra cui un getto mai visto prima proveniente da una giovane stella. La radiazione intensa e i venti stellari delle stelle brillanti dell’ammasso hanno scolpito nel tempo i Pilastri della Creazione e dovrebbero farli evaporare completamente nei prossimi tre milioni di anni.

La visualizzazione della struttura tridimensionale dei Pilastri della Creazione all'interno della regione di formazione stellare Messier 16 (nota anche come Nebulosa Aquila) è basata su nuove osservazioni dell'oggetto ottenute con lo strumento MUSE montato sul VLT (Very Large Telescope) dell'ESO in Cile. I pilastri sono formati da diversi pezzi separati, che si trovano da entrambi i lati dell'ammasso stellare NGC 6611. In questa illustrazione, la distanza relativa tra i pilastri lungo la linea di vista non è in scala. Crediti: ESO/M. Kornmesser

L’immagine originale dei Pilastri della Creazione fu presa 20 anni fa dal telescopio orbitante Hubble di NASA/ESA e divenne immediatamente una delle immagini più celebri e suggestive. Da allora queste nubi fluttuanti, che si estendono per alcuni anni luce, hanno stupito scienziati e pubblico. Il pilastro a sinistra, considerato un oggetto completo dall’alto in basso, sembra avere una lunghezza di circa quattro anni luce. È il più lungo, circa due volte quello a destra.
Le strutture sporgenti, insieme con l’ammasso vicino NGC 6611, appartengono alla regione di formazione stellare M16. La nebulosa e gli oggetti associati si trovano a circa 7000 anni luce da noi nella costellazione del SerpenteI Pilastri della Creazione sono un classico esempio delle forme a colonna che si sviluppano nelle nubi giganti di gas e polvere che costituiscono il luogo di nascita delle nuove stelle. Le colonne si formano quando stelle di tipo O o B, immense, appena formate, producono grandi quantità di intensa radiazione ultravioletta e venti stellari che soffiano via il materiale meno denso dalle vicinanze.
Le zone più dense di gas e polvere, invece, resistono più a lungo all’erosione. Oltre queste sacche di polvere più spesse, il materiale è schermato dal bagliore aspro e intenso delle stelle O e B. Questa schermatura crea “code” scure o “proboscidi”, che vediamo come il corpo tetro di un pilastro, che puntano in direzione opposta alla stella brillante.
MUSE ha dato una mano ora a chiarire l’evaporazione in corso nei Pilastri della Creazione con un dettaglio senza precedenti, rivelando il loro orientamento. Lo strumento ha mostrato che la punta della colonna a sinistra è rivolta verso di noi, in cima a un pilastro che si trova in realtà dietro a NGC 6611, a differenza degli altri. Questa punta riporta i segni dell’impatto della radiazione delle stelle di NGC 6611, e di conseguenza sembra più brillante ai nostri occhi di quelli in basso a sinistra, in mezzo e a destra, le cui punte sono tutte rivolte in direzione opposta rispetto alla nostra direzione di vista.
Gli astronomi sperano di capire meglio come le stelle giovani di tipo O e B, come quelle in NGC 6611, influenzano la formazione della successiva generazione di stelle. Numerosi studi hanno identificato protostelle che si formano in queste nubi – sono proprio Pilastri della Creazione. Lo studio riporta anche nuovi indizi su due stelle in gestazione nel pilastro a sinistra e in quello in mezzo, così come un getto da una stella giovane che finora era sfuggito all’attenzione.
Perchè molte altre stelle si formino negli ambienti come quelli dei Pilastri della Creazione bisogna vincere la corsa contro il tempo con la radiazione intensa dalle stelle vigorose che continua a limare via i pilastri.
Misurando il tasso di evaporazione dei Pilastri della Creazione, MUSE ha fornito agli astronomi un arco di tempo tra cui i pilastri scompariranno.  Perdono circa 70 volte la massa del Sole ogni milione di anni circa. Basandosi sulla massa attuale di circa 200 volte quella del Sole, i Pilastri della Creazione hanno un’aspettativa di vita di circa tre milioni di anni – un batter d’occhio su scala cosmica. Un nome più adatto per queste colonne cosmiche potrebbe perciò essere i Pilastri della Distruzione.
Nella foto:la visualizzazione della struttura tridimensionale dei Pilastri della Creazione all’interno della regione di formazione stellare Messier 16 (nota anche come Nebulosa Aquila) è basata su nuove osservazioni dell’oggetto ottenute con lo strumento MUSE montato sul VLT (Very Large Telescope) dell’ESO in Cile. I pilastri sono formati da diversi pezzi separati, che si trovano da entrambi i lati dell’ammasso stellare NGC 6611. In questa illustrazione, la distanza relativa tra i pilastri lungo la linea di vista non è in scala. Crediti: ESO/M. Kornmesser
di Eleonora Feerroni (INAF)

Un nome per venti sistemi planetari: ecco la Top Twenty!

Sebbene siano millenni che l’Uomo attribuisce nomi agli oggetti celesti, è IAU ad avere in questo momento il compito di assegnarne di scientificamente validi a tutti i nuovi corpi scoperti dai Paesi membri. Visto l’altissimo numero di esopianeti rilevati negli ultimi vent’anni, si è pensato di promuovere questa campagna che dà la possibilità a tutti, non solo agli astronomi, di attribuire un nome a questi oggetti sempre più popolari.
Ma tra gli aspetti più intriganti e innovativi c’è anche quello che i nomi non saranno attribuibili solo agli esopianeti ma anche alle stelle attorno alle quali essi orbitano, che sono note da secoli e secoli e alle quali per la prima volta possiamo provare a dare tutti un nome!
Il contest NameExoWorlds, organizzato da IAU e Zooniverse, è entrato nella sua penultima fase e il termine per sottomettere la proposta è, per chi risponderà al bando congiunto INAF-SAIt, la mezzanotte del 20 maggio.
Per chi invece ha la possibilità di effettuare una propria iscrizione nella directory IAU il termine è la mezzanotte del 15 giugno. La proposta può essere infatti sottomessa solo ed esclusivamente dalle organizzazioni no profit, associazioni amatoriali e divisioni per la divulgazione di enti quali l’INAF e SAIt, che si siano iscritte alla Directory IAU entro e non oltre la mezzanotte del 1° giugno.
Una volta conclusa questa fase di sottomissione dei nomi si aprirà la votazione pubblica alla quale sarà chiamato il pubblico di tutto il Mondo per scegliere i nomi preferiti!
La lista dei 20 sistemi più popolari a cui è possibile attribuire il nome è ora ufficiale e disponibile al seguente indirizzo: www.nameexoworlds.org/the_exoworlds
Per ExoWorlds IAU intende il sistema complessivo, formato dalla stella e dal pianeta/dai pianeti. Tra i 20 ExoWorld scelti, 15 (i pallini rosa e i gialli nell’immagine) sono formati da un solo pianeta intorno alla stella mentre i restanti hanno più di un pianeta intorno alla stella. Il numero di nomi che si deve sottomettere nella proposta dipende quindi dal tipo di sistema che si sceglie. In tutti i sistemi (tranne 5 casi eccezionali rappresentati dai pallini rosa nell’immagine) si deve assegnare il nome sia alla stella sia al/ai pianeta/i. Le 5 eccezioni  si riferiscono ai sistemi formati da stelle già famose, con nomi ormai storici, che non è più possibile cambiare. In totale gli oggetti che per l’estate prossima avranno un nome proprio sono 47 (15 stelle e 32 pianeti).
Per chi vuole cimentarsi in una proposta e non fa parte di associazioni che possono registrarsi in modo indipendente sul sito IAU entro il 1° giugno, INAF e SAIt hanno istituito un bando che potete leggere qui Bando_NameExoworlds e al quale se volete partecipare dovete inviare la proposta entro e non oltre la mezzanotte del 20 maggio.
Oltre al bando INAF-SAIt, per facilitare e stimolare le persone in questa divertente sfida abbiamo pensato di pubblicare ogni giorno per 7 giorni, una piccola news descrittiva per ciascuno dei 20 sistemi planetari, e per alcuni di essi ci sono anche dei messaggi da parte degli scopritori stessi!
Troverete queste informazioni, a partire dai prossimi giorni, sulla RubricaExoWorld – Menù del giorno x” pubblicata nella pagine FaceBook di “Uno, Nessuno, Centomila Sistemi Solari , sul Blog “Tutti Dentro e sul Blog “GruppoLocale”.
E’ stata inoltre istituita una commissione composta da 7 esperti nel campo della divulgazione astronomica e della ricerca degli esopianeti, che valuterà tutte le proposte ricevute per sottomettere le due migliori.
I risultati finali di questa campagna verranno annunciati durante una cerimonia pubblica speciale prevista durante la XXIX General Assembly di IAU a Honolulu, USA, che si terrà dal 3 al 14 agosto. Sul sito Inaf i 20 ExoWorlds della nostra Galassia che sono in attesa di un nuovo nome

Sito ufficiale del Contest: http://www.nameexoworlds.org/
Bando congiunto INAF-SAIt – SCADENZA 20 MAGGIO!!!  Bando_NameExoworlds
di Caterina Boccato (INAF)

Storie straordinarie di oggetti ordinari

E ora andatelo a spiegare ai cacciatori di esopianeti che se c’è vita intelligente, in qualche regione sperduta dell’Universo che abitiamo, questa è a forma di borsetta. Impazziranno definitivamente quelle donne che per una borsa griffata sarebbero disposte a qualsiasi cosa. E con loro gli ometti metrosexual che, nella Milano della moda, girano zavorrati da borsoni sformati come supermodelli compassati. Parola di Steven Connor, docente di lingua e letteratura alla Cambridge University, autore di numerosi volumi e ospite fisso di prestigiose trasmissioni radiofoniche e televisive, in libreria con il suo Effetti personali. Vite curiose di oggetti quotidiani, edito per i tipi di Raffaello Cortina (traduzione di Andrea Pinotti, pagg. 290, € 19,00). Se doveste sbarcare sulla Terra da una galassia lontana lontana, quale sarebbe infatti la cosa che vi colpirebbe di più di un essere umano se messo a confronto con le altre specie che abitano il magnifico posto che chiamiamo casa? Ma le borse, no? L’uomo è unico nel suo genere non per la sua evidente proprietà di linguaggio.

Steven Connor, Effetti personali, Raffaello Cortina.

Né per la sua capacità di emozionarsi, ridere, ricordare. Men che meno per la sua velleità di utilizzare strumenti per compiere azioni. E ancora no, non per una qualsiasi delle tradizionali prerogative di cui gli uomini fanno sfoggio per sentirsi belli di fronte alle altre creature della Natura. La borse, la pochette, lo zaino, la tracolla. O più virilmente: le tasche delle braghe. Se c’è una cosa che ci rende uomini è il nostro innato bisogno, che apparentemente non condividiamo davvero con nessun’altra forma di vita, di portarci appresso delle cose. Homo ferens, chiosa Connor: «Se ci piacciono i cani da riporto o da penna, è perché in fondo siamo come loro: devotamente interessati al trasporto di cose». È buffa questa descrizione della civiltà via pelletteria che ci offre Connor, ma dannatamente reale. Bottoni, pettini, occhiali, fazzoletti, chiavi, elastici e nastri adesivi abitano la nostra vita, riempiono le nostre tasche, risolvono problemi e creano situazioni imbarazzanti. Le borse, se volete, sono gli oggetti per eccellenza: contenitori mobili di effetti personali. E dietro quello che siamo abituati a considerare stupido ciarpame inanimato si nascondono avvincenti storie di scienza e tecnologia. Le pile, energia prêt-à-porter. Gli occhiali, ottica e astronomia. Il pettine, aerodinamica: sì perché la funzione primaria del pettine è raggruppare e selezionare, creare cioè un flusso laminare, in termini fisici la disposizione ordinata e parallela di strati in un fluido. Su un profilo d’ala il flusso laminare genera portanza e permette a un aereo di volare. Ne segue, dunque, che la turbolenza altro non è che una corrente “spettinata”. Connor accompagna il lettore in una divertente e ingegnosa esplorazione dei nostri rapporti con le cose quotidiane. Oggetti che, nella loro mondana ovvietà, possiedono una qualità magica: turbano, seducono, ci tranquillizzano. Prendetevi un minuto di tempo e pensateci su, mentre giocherellate con un elastico fra le dita – secondo Connor l’oggetto che più di tutti spinge l’uomo alla contemplazione.
di Davide Coero Borga (INAF)

Tutti in vacanza su Kepler 186F

Non si tratta di una trovata pubblicitaria. Il logo dell’Agenzia spaziale statunitense è originale. La direzione del Jet Propulsion Laboratory conferma tutto a mezzo stampa. È comunicazione della scienza, bellezza.

HD 40307G: prova la gravità di una Super Terra. Crediti: JPL / NASA.

La NASA ci sorprende ancora una volta con ironia e paradosso: una campagna di comunicazione senza precedenti. Per chi ha preso a noia spiagge tropicali e località esotiche, ecco un pacchetto vacanze che brucia la concorrenza – scherzano gli scienziati del JPL su Planet Quest, il portale NASA dedicato al programma di esplorazione esoplanetaria – con mete, è il caso di dirlo, letteralmente da sogno: Kepler 16B, HD40307G e Kepler 186F. Esopianeti, lontanissimi, forse potenzialmente abitabili.

Rilassati su Kepler 16B: la terra dei due soli. Anche la tua ombra è sempre in buona compagnia. Crediti: JPL / NASA.

Per rendere tutto più credibile i grafici NASA hanno disegnato tre poster pubblicitari, dal gusto retrò, che raccontano con un sorriso le sorprendenti scoperte fatti in questi anni di folle caccia ai pianeti extrasolari. Immagini vintage, registro ammiccante, e addirittura un sedicente Ente del Turismo Esoplanetario, inventato dalla NASA per l’occasione. Provate la gravità di una Super Terra, recita il primo manifesto. Due volte più grande del nostro pianeta, in termini di volume, HD40307G sta a cavallo fra una maxi Terra e un piccolo Nettuno. Gli astrofisici non sanno ancora se la superficie di questo pianeta sia rocciosa o sia nascosta da strati e strati di gas ghiacciato, ma su una cosa non hanno dubbi: la forza di gravità qui è molto più forte dal momento che parliamo di un corpo celeste di massa otto volte superiore a quella terrestre. Il secondo poster ci invita a rilassarci su Kepler 16B (di cui abbiamo parlato anche noi di MediaINAF). Dove persino la nostra ombra trova buona compagnia. Proprio come Tatooine, patria di Luke Skywalker in Guerre Stellari, Kepler 16B orbita attorno a una coppia di stelle. Due soli, due ombre. E non facciamoci ingannare dalla raffigurazione amichevole del pianeta. Kepler 16B potrebbe anche essere un gigante gassoso, come Saturno. Tramonti mozzafiato ma abitabilità scarsa: la temperatura superficiale è simile a quella del ghiaccio secco.

Kepler 186F: dove l'erba del vicino è sempre la più rossa. Crediti: JPL / NASA.

Il terzo e ultimo manifesto recita: Kepler 186F, là dove l’erba del vicino è sempre più rossa. Primo pianeta di dimensioni simili a quelle terrestri ad essere stato scoperto attorno a un’altra stella, nell’orbita di quella che è considerata la fascia di abitabilità, non gode del calore tiepido regalatoci dalla nostra stella, il Sole. Qui la luce è più fresca, tanto che il processo fotosintetico darebbe vita a una vegetazione perlopiù rossastra. Prima di fare le valigie, insomma, leggete bene le clausole scritte in piccolo.
di Davide Coero Borga (INAF)

La Teoria del Tutto in un film

Stephen Hawking, arriva nelle sale cinematografiche italiane con il film La teoria del tutto (The Theory of Everything); si tratta di un film biografico del 2014 diretto da James Marsh ed interpretato da Eddie Redmayne, nei panni del giovane Stephen Hawking, celebre fisico, astrofisico e cosmologo. La pellicola è l’adattamento cinematografico della biografia Verso l’infinito (Travelling to Infinity: My Life With Stephen), scritta da Jane Wilde Hawking, ex-moglie del fisico, pubblicata in Italia da Edizioni Piemme.

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Si tratta del primo film cinematografico a portare sul grande schermo la vita di Stephen Hawking, dopo il film per la televisione Hawking del 2004, dove il protagonista era interpretato dall’attore Benedict Cumberbatch.

La trama

1963, il giovane Stephen Hawking è un cosmologo dell’Università di Cambridge che sta cercando di trovare un’equazione unificatrice per spiegare la nascita dell’universo e come esso sarebbe stato all’alba dei tempi. Ad una festa universitaria conosce la studentessa di lettere, Jane Wilde. Entrambi sono attratti l’uno dall’altro, e ben presto Stephen invita Jane al ballo di primavera dove si scambieranno il loro primo bacio sotto le stelle. La loro storia d’amore viene ostacolata però dalla comparsa della malattia degenerativa di Stephen, l’atrofia muscolare progressiva. Anche gli studi di Hawking vengono compromessi a causa delle difficoltà quotidiane a cui è sottoposto; camminare, scrivere e infine parlare diventano ostacoli per il giovane cosmologo. Un iniziale rifiuto della malattia viene in seguito superato dalla determinazione di Jane di rimanere al fianco di Stephen, amandolo e facendosi carico della sua salute. Dopo il matrimonio, inizia la loro convivenza. Stephen peggiora di giorno in giorno, ben presto sarà costretto a spostarsi sulla sedia a rotelle. Jane ha tre figli e le fatiche per accudire il marito diventano notevoli. Mentre Stephen presenta la sua nuova teoria sull’origine e sulla fine dell’universo davanti ad un congresso di scienziati, Jane, che sente il peso della vita familiare, trova conforto negli incontri settimanali con il coro della chiesa. Qui conosce Jonathan, un giovane vedovo insegnante di musica, che piano piano si inserisce nella famiglia Hawking. Inevitabilmente le condizioni di Stephen peggiorano e durante una rappresentazione teatrale alla quale partecipa sotto invito, ha un malore. Jane decide di staccarsi da Jonathan, verso il quale prova dei sentimenti, oltretutto ricambiati, per assistere suo marito. Quest’ultimo viene salvato grazie a una tracheotomia che gli causerà la perdita della voce. Distrutto dalla mancanza dell’unica facoltà motoria che gli rimaneva, Hawking sprofonda nel più completo abbandono. Sarà l’aiuto di Elaine, un’infermiera che riuscirà a farlo comunicare mediante una tavola con colori e lettere, a renderlo di nuovo capace di esprimersi. Nel frattempo Stephen decide di pubblicare un libro sul tempo, comprendendo anche che i suoi sentimenti per Jane sono svaniti. Decide di lasciarle seguire la propria strada al fianco di Jonathan, proseguendo il suo lavoro aiutato da Elaine. Hawking, che riesce a comunicare grazie a una voce metallica la quale legge ciò che scrive su un apposito monitor posizionato sulla sua sedia a rotelle, viene premiato ed elogiato per le sue teorie e per il suo contributo alla fisica moderna grazie allo scritto sul tempo; rimarrà celebre infatti una sua frase durante un incontro con il pubblico: “Finché c’è vita, c’è speranza”. Stephen riceve un invito dalla Regina Elisabetta che lo onora del titolo di cavaliere dell’ordine britannico, portando con sé i figli e Jane, la prima donna ad aver creduto nelle sue idee e ad averlo aiutato a renderle concrete. Il primo trailer del film viene diffuso il 7 agosto 2014. Il film è stato presentato in anteprima mondiale al Toronto International Film Festival il 7 settembre 2014. La pellicola è stata distribuita nelle sale cinematografiche statunitensi dal 7 novembre 2014 e in quelle italiane dal 15 gennaio 2015.

La grande burla della Luna

Si chiamava “The Great Moon Hoax”, ovvero “La grande burla della luna”. Si era nel lontano 1835 e la conquista della luna era ancora nel campo della pura immaginazione.  Così come quello che si sarebbe potuto trovare lassù. Il quotidiano New York Sun, a partire dal mese di agosto, pubblicò una serie di articoli riguardanti – nientemeno – che la scoperta della vita e della civiltà sul nostro satellite. L’autore delle scoperte sarebbe stato nientemeno che John Herschel, astronomo famosissimo al tempo.  Ora, è chiaro che doveva trattarsi di articoli satirici. La cosa piuttosto impressionante, a ripensarci ancor oggi, è il fatto che vennero presi in tutt’altro modo. Per diverso tempo vennero presi sul serio. Tanto da essere tradotti in altre lingue. Perfino in italiano, con l’uscita a Napoli, l’anno successivo, di un libretto intitolato Delle scoperte fatte nella luna del dottor Giovanni Herschel. Pur trattandosi di una burla, appunto, pianificata probabilmente anche con lo scopo di aumentare la tiratura del giornale (e in questo, ebbe pieno successo) è illuminante per farci comprendere al giorno d’oggi a noi – smaliziati uomini del secolo XXI, avvezzi a ragionare delle profondità cosmiche più lontane – di quale enorme curiosità e quale senso di possibili meravigliose scoperte fosse avvolto il nostro satellite. Ora sappiamo che la realtà è molto meno suggestiva, in un certo senso. La luna – l’unico satellite naturale di cui disponiamo – è fredda e piuttosto desolata. Ce lo hanno ben testimoniato anche gli astronauti.  Pensate però a che nuvola di mistero ancora la circondava, per l’uomo di inizio ottocento. Quali civiltà, quali meravigliosi esseri popolavano questo satellite? Chissà quanti ragionamenti arditi nelle notti di luna piena, quante elaborazioni fantastiche, quanti tentativi di immaginare cosa potesse davvero esserci. Ecco, gli articoli ebbero così tanto successo perché venivano incontro a questa curiosità diffusa: in un certo senso, rispondevano ad un bisogno culturale.  Come noi oggi ragioniamo intorno al possibile destino dell’Universo, alla sua remota origine, ci perdiamo nella nozione intellettuale degli universi paralleli, così gli uomini allora, probabilmente, si chiedevano quali creature popolassero la nostra luna.  Gli articoli del New York Sun interpretavano questo bisogno, rispondevano ad una curiosità diffusa. Con il trucco di attribuire le scoperte ad uno scienziato famoso (il quale ovviamente non aveva mai osservato nulla del genere), tali articoli non difettavano certo in immaginazione, perché descrivevano minutamente una topografia lunare alquanto intrigante, con foreste, mari interni, piramidi di quarzo di colore lilla. Non era tutto. Altro che sassi. La luna era decisamente popolata. Bisonti, unicorni blu, creature anfibie nei fiumi, tribù primitive che abitavano delle capanne, uomini alati che vivevano in una sorta di pastorale armonia in un suggestivo tempio dal tetto d’oro. Furono decine di migliaia le copie vendute dal New York Sun prima che qualcuno si rendesse conto che era … fantascienza, non scienza. Tanto per capire la proporzione, considerate che già l’edizione con la seconda puntata vendette la bellezza di diciannovemila copie, ottenendo la diffusione più ampia di qualsiasi altro quotidiano su tutto il pianeta. La bufala si estese in maniera virale, anche (dettaglio non trascurabile) tra gli scienziati, prima che qualcuno capisse che si trattava di una completa invenzione. Del resto, la scienza ufficiale non viaggiava molto lontano da quanto l’articolista (forse tal Richard Adams Locke, nella realtà) aveva osato immaginare. A ulteriore conferma del fatto che la scienza non è mai avulsa dal suo tempo e – lungi dal costituire  una sorta di indagine asettica del reale – incarna e fa propri gli aneliti e i desideri più propriamente umani caratteristici di ogni epoca. Come pensare altrimenti, se consideriamo infatti che un docente di astronomia presso l’Università di Monaco, Franz Von Paula Gruithuisen, aveva pubblicato nel 1824 un documento che si intitolava “La scoperta di molte distinte tracce di abitanti lunari, in particolare di uno dei suoi edifici colossali” (già il titolo farebbe sobbalzare sulla sedia qualsiasi scienziato odierno) nel quale sosteneva di aver osservato diverse tonalità di colori sulla superficie del nostro satellite, che lui correlava – disinvoltamente, diremmo oggi – con diversi climi e differenti zone di vegetazione? Arrivando perfino a correlare linee e forme geometriche da lui osservate con la probabile esistenza di muri, strade, città e fortificazioni? Va detto che un margine di eccentricità doveva comunque essere percepibile anche allora, perché probabilmente – al di là dell’aumento di tiratura – teorie come quella di Gruithuisen erano proprio il bersaglio dell’operazione satirica.  Consideriamo comunque che queste teorie – per quanto eccentriche ci sembrino oggi – erano il prodotto accademico di scienziati professionisti. Certo non tutti erano così fantasiosi, non tutti azzardavano ipotesi così rischiose, ma tant’è. Sorprende, forse. Ma solo a chi non comprenda come la scienza sia molto, molto più umana (e dunque molto, molto più interessante) di come tanta cattiva cultura, ancora permeata di influssi crociani, ci porta a pensare. Quella “cultura” che vede la scenza appena  come misuratrice della realtà. No, la scienza è molto di più. E anche questi episodi “minori” ce lo insegnano. La scienza è legata intimamente alle altre attività culturali dell’uomo (ove l’uomo ricerca la natura e il senso di sé nel mondo), è iscritta a pieno titolo nel suo tragitto culturale e di scoperta. E’ insomma parte integrante dell’avventura umana. 
(Elaborazione del sito GruppoLocale dalla voce di wikipedia Great Moon Hoax, alla quale si rimanda per approfondimenti e link.) 

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