SAO 206462, una stella a spirale

La scoperta di una stella con bracci a spirale nel 2011 ha innescato i ricercatori del Subaru Telescope alle Hawaii. La stella, chiamata SAO 206462, è a più di quattrocento annu luce dalla Terra, nel Lupo. Possiede due bracci a spirale immortalati dal Subaru e che emergono dal disco ricco di gas che la circonda. Questa immagine è la prima che mostra i bracci in un disco circumstellare, del diametro di circa 14 miliardi di miglia ovvero due volte la distanza di Plutone dal nostro Sole.
I ricercatori sospettavano fortemente che si stessero formando nuovi pianeti nel disco ma immagini più strette non li hanno trovati, trovando invece questi bracci. Non è la prima volta: si vedono spesso in galassie ma intorno ad una stella individuale è davvero qualcosa senza precedenti e può essere una prova di una effettiva formazione planetaria.
Simulazioni al computer hanno mostrato che la forza gravitazionale di un pianeta in un disco circumstellare può perturbare gas e polveri creando dei bracci di spirale. Ora, per la prima volta, li stiamo osservando davvero.
Modelli teorici mostrano che un singolo pianeta possa produrre un braccio su ogni lato del disco ma la struttura di SAO 206462 non forma una coppia precisa, il che suggerisce la presenza di due pianeti in formazione.
Fonte Skylive

Incontro galattico

Non si tratta propriamente di un evento in attesa di essere osservato da noi astrofili — per gli ovvi motivi che seguono — ma riteniamo sia comunque interessante parlarne.
Certo, non potremo assistervi di persona, ma non tanto perché non abbiamo la fortuna di vivere a lungo come la nostra madre Terra, quanto perché, almeno secondo certe stime, il nostro pianeta fra un paio di miliardi di anni sarà totalmente inabitabile a causa dell’elevato aumento di temperatura del Sole durante l’autunno della sua esistenza.
E’ oramai appurato che tra 4 miliardi di anni (anno più, anno meno) la Via Lattea subirà una collisione con la grande nebulosa di Andromeda (M31), una galassia distante 2.5 milioni di anni luce che si sta avvicinando alla velocità di 400.000 km all’ora (che fanno circa 111 km al secondo). Sia La nostra galassia, sia M31 fanno parte, com’è noto, del cosiddetto Gruppo Locale, comprendente 3 sistemi giganti (le due sunnominate più M33) e una 50-ina di galassie nane alle quali appartengono le 2 Nubi di Magellano.
Difficile è comunque riuscire a stabilire se la collisione sarà frontale o solo di striscio, perché tutto dipende dai moti propri dei due membri coinvolti: basta infatti un’inezia nei movimenti laterali delle 2 galassie — ben al di sotto delle attuali possibilità di misurazione — per indurre un semplice “incontro” ravvicinato, più che uno “scontro” vero e proprio. Ma se questo dovesse di fatto verificarsi, vi sarebbe quasi certamente una ridistribuzione delle orbite della totalità delle stelle che le compongono, senza che tuttavia queste collidano fra loro, a causa delle enormi distanze che le separano.
Il nostro Sole in fase di gigante rossa assisterà all’evento e se potesse osservarlo vedrebbe una scena surreale come quella sopra rappresentata.
Fonte Il Galassiere

Una Gemma nel cielo di giugno

Appena fa buio, nel cielo di giugno non c’è più traccia delle costellazioni invernali, ad eccezione dei Gemelli e dell’Auriga che, subito dopo il tramonto, ci mostrano ancora le loro stelle principali. Verso Nord-Ovest infatti possiamo ammirare la brillante Capella e la coppia formata da Castore e Polluce, prima che vengano inghiottite dalle luci all’orizzonte. A Sud troviamo le costellazioni primaverili: il Leone, che ogni giorno che passa volge sempre più verso l’orizzonte ovest, il Boote, la Vergine e la Bilancia.
Alla sinistra del Boote la Corona Boreale con la brillante stella Gemma che ricorda davvero la pietra più preziosa di un diadema. Ad Est della Bilancia si riconosce l’arco delle chele dello Scorpione con la rossa Antares a delineare il torace dell’animale; con l’avanzare della notte tutto il corpo si eleva sopra l’orizzonte, fino a mostrare la coda e l’aculeo. Ad Est della Corona arriviamo alla costellazione di Ercole, nel quale anche con un binocolo si può osservare l’ammasso globulare M13.
Verso Est tre stelle brillanti formano il grande triangolo dell’estate, attarversato dalla tenue nebulosità della Via Lattea; l’asterismo è formato da tre costellazioni: la Lira con la brillante stella Vega, il Cigno di cui si riconosce bene la coda rappresentata dalla stella Deneb e l’Aquila con la stella Altair. Le stelle del triangolo ci accompagneranno per tutta l’estate, approfittatene per osservare, con un telescopio, la stella che rappresenta il capo del Cigno, Albireo, che è una bellissima doppia e, nella Lira, la nebulosa planetaria M57.
Il cielo settentrionale è, come sempre, caratterizzato dalle due Orse. Volgendo lo sguardo verso la stella polare che nell’Orsa Minore ci indica la direzione del Nord(come trovare la stella polare?), vedremo l’Orsa Maggiore dominare il cielo a Nord-Ovest. Dalla parte opposta rispetto alla Polare, a Nord-Est, possiamo riconoscere Cassiopea, dalla forma a “W”, e Cefeo con la sua singolare forma a casetta dal tetto appuntito.
Alla sinistra del Boote la Corona Boreale con la brillante stella Gemma che ricorda davvero la pietra più preziosa di un diadema. Ad Est della Bilancia si riconosce l’arco delle chele dello Scorpione con la rossa Antares a delineare il torace dell’animale; con l’avanzare della notte tutto il corpo si eleva sopra l’orizzonte, fino a mostrare la coda e l’aculeo. Ad Est della Corona arriviamo alla costellazione di Ercole, nel quale anche con un binocolo si può osservare l’ammasso globulare M13.
Verso Est tre stelle brillanti formano il grande triangolo dell’estate, attarversato dalla tenue nebulosità della Via Lattea; l’asterismo è formato da tre costellazioni: la Lira con la brillante stella Vega, il Cigno di cui si riconosce bene la coda rappresentata dalla stella Deneb e l’Aquila con la stella Altair. Le stelle del triangolo ci accompagneranno per tutta l’estate, approfittatene per osservare, con un telescopio, la stella che rappresenta il capo del Cigno, Albireo, che è una bellissima doppia e, nella Lira, la nebulosa planetaria M57.
Il cielo settentrionale è, come sempre, caratterizzato dalle due Orse. Volgendo lo sguardo verso la stella polare che nell’Orsa Minore ci indica la direzione del Nord, vedremo l’Orsa Maggiore dominare il cielo a Nord-Ovest. Dalla parte opposta rispetto alla Polare, a Nord-Est, possiamo riconoscere Cassiopea, dalla forma a “W”, e Cefeo con la sua singolare forma a casetta dal tetto appuntito.
Fonte Astronomia.com

La Vergine e il Leone dominano la volta celeste

E’ impossibile non associare il mese di maggio alla bellissima stagione primaverile, quando finalmente si ripongono i cappotti negli armadi e ci si può trattenere fuori anche nelle ore serali, senza battere i denti, ad osservare il cielo ad occhio nudo. Alte nel cielo, in direzione sud, le costellazioni del Leone e dellaVergine, tra le più estese dello zodiaco, dominano la volta celeste.
Quest’ultima è un’ampia costellazione zodiacale le cui stelle più luminose disegnano una evidente Y. Gli oggetti celesti più importanti visibili ad occhio nudo che costituiscono tale costellazione, o che si trovano in corrispondenza di essa, sono Alpha Virginis, nota come Spica, la quindicesima stella apparentemente più luminosa del cielo che marca la base della Y. Poi c’è l’Ammasso di Galassie della Vergine che riempie quasi totalmente la parte superiore della Y; questo ricco ammasso contiene almeno 2.500 galassie di diverso tipo, dalle spirali alle ellittiche, e si trova a circa 60 milioni di anni luce da noi.
Sotto la Vergine possiamo riconoscere le costellazioni, di dimensioni decisamente minori, del Corvo e del Cratere. Le stelle più brillanti le troviamo più a Nord-Est; Arturo, nel Bootes, la costellazione del “pastore guardiano” delle due orse, e la stella Vega della Lira che dominerà i cieli estivi.
Continua il periodo di visibilità ottimale per l’Orsa Maggiore, che si trova praticamente allo zenit. Unico punto fisso della volta celeste – almeno in prima approssimazione – la stella polare (come trovarla?) nell’Orsa Minore ci indica la direzione del Nord. Queste due costellazioni sono strettamente legate anche nella leggenda greca che narra della trasformazione in orse della ninfa Callisto e del figlio Arcade ad opera di Giunone, gelosa delle attenzioni di Zeus verso la bella Callisto. Per proteggerle dai cacciatori, Zeus decise quindi di porle in cielo, ma facendole ruotare intorno al polo celeste per non perderle mai di vista. Tra le due Orse si snoda, sinuosa come un serpente, la lunga costellazione delDragone. Al centro del triangolo formato da Orsa Maggiore, Leone e Bootes, possiamo riconoscere le piccole costellazioni dei Cani da Caccia e della Chioma di Berenice. Il suo mito è legato ad un personaggio storico realmente esistito. Berenice era infatti la moglie di Tolomeo III Euergete, re d’Egitto (III secolo a.C.), della dinastia dei Tolomei, la cui più nota esponente, nonché ultima discendente, fu la famosissima Cleopatra.
Nelle prime ore della sera, basse sull’orizzonte occidentale, c’è ancora il tempo di ammirare alcune delle costellazioni che sono state protagoniste dei cieli invernali, in particolare l’Auriga, i Gemelli e, un po’ più in alto, la debole costellazione del Cancro. In tarda serata vedremo invece sorgere in successione a Sud-Est la Bilancia, lo Scorpione, l’Ofiuco e il Sagittario.
Sopra l’Ofiuco possiamo riconoscere la Corona Boreale e la costellazione diErcole. La panoramica della volta celeste si conclude a settentrione, sotto l’Orsa Minore, con Cassiopea e Cefeo.
A Nord-Est cominciano ad affacciarsi a notte inoltrata la già citata Lira, il Cigno e l’Aquila, che si accingono a diventare le protagoniste del cielo estivo.
Fonte Astronomia.com

Prospettiva da collisione

È l’immagine, rara, di una coppia di galassie che si sovrappongono, chiamata NGC 3314, quella che ci mostra il telescopio spaziale Hubble. Le due galassie ci appaiono come fossero in collisione, ma in realtà distano tra loro decine di milioni di anni luce, dieci volte la distanza tra la nostra Via Lattea e la galassia vicina Andromeda.
Il movimento delle due galassie dimostra al contrario che non solo si muovono in direzioni marcatamente differenti a testimonianza che non sono in alcun rotta di collisione. La forma distorta di NGC 3314A è probabilmente dovuto ad un incontro con un’altra galassia vicina, forse la grande galassia a spirale NGC 3312 (al di fuori l’immagine di Hubble).
Le strisce di polvere di NGC 3314B appaiono più chiare rispetto a quelle di NGC 3314A.La polvere di NGC 3314A, al contrario, è retroilluminata dalle stelle di NGC 3314B, che si stagliano sullo sfondo luminoso.
La coppia di galassie si trovano circa 140 milioni di anni luce dalla Terra, in direzione della costellazione dell’emisfero meridionale, Hydra.
Tale allineamento di galassie è utile per gli astronomi che studiano l’effetto della lente gravitazionale.
Fonte INAF

2011 AG5, sorvegliato speciale

Non dovrebbe darci problemi, ma nel dubbio lo terremo d’occhio. Si tratta dell’asteroide 2011 AG5, scoperto a gennaio dello scorso anno, di cui gli esperti della NASA hanno analizzato l’orbita. Concludendo che l’asteroide, 140 metri di diametro circa e attualmente a 2.6 Unità Astronomiche circa di distanza dalla Terra (oltre 392 milioni di kilometri), non ha più dell’1 per cento di impattare con la Terra nel 2040, quando la sua orbita lo porterà dalle parti del nostro pianeta.
Lo studio di questo asteroide fa parte dell’attività di monitoraggio dei Potentially Hazardous Asteroids (PHAs), che la NASA svolge attraverso il NEO Program Office al Jet Propulsion Laboratory di Pasadena, in California. Fin dalla sua scoperta nel gennaio 2011, AG5 era stato tenuto sotto osservazione: le sue dimensioni lo collocano nella classe di asteroidi che, dovessero incrociare l’orbita terrestre, potrebbero causare un evento di proporzioni catastrofiche. Diversi osservatori lo hanno studiato per circa 9 mesi prima che si allontanasse troppo per essere osservato, e l’analisi dei dati così ottenuti è stata appena resa pubblica.
“Man mano che aggiungiamo nuovi dati sulla posizione di un asteroide, riusciamo a raffinare i nostri calcoli sull’orbita futura” spiega Don Yeomans, responsabile del NEO Program Office. “All’inizio i calcoli orbitali mantengono una forbice più grande, per tenere conto delle incertezze. Man mano che lo seguiamo lungo l’orbita la forbice si stringe, tipicamente riducendo il rischio un impatto”. Al momento infatti, la probabilità che AG5 “manchi” la Terra pare del 99 per cento. Ora però l’asteroide è in una pessima posizione per essere osservato: oltre l’orbita di Marte, e con il Sole tra noi e lui.
Nell’autunno 2013, ritornerà in una zona di cielo dove sarà più facile per i telescopi terrestri e spaziali osservarlo, dando modo di affinare l’analisi. Il vero momento critico sarà però nel 2023, quando passerà a circa 1,8 milioni di kilometri dalla Terra, e potrebbe attraversare una regione dello spazio che gli astronomi chiamano “keyhole” (buco della serratura). Qui l’attrazione gravitazionale della Terra potrebbe modificare la sua orbita, in teoria abbastanza da metterlo sulla rotta di un impatto con il nostro pianeta per il 5 febbraio 2040. Se non passerà per quel buco della serratura, sapremo con certezza che AG5 ci lascerà in pace.
“Per quello che capiamo ora della sua orbita, c’è solo una remota possibilità che quel passaggio avvenga” ha spiegato Yeomans.
Fonte INAF

Un’oasi su Titano

Ancora laghi di metano su Titano, la luna di Saturno che grazie ai dati della sonda Cassini si è dimostrato da tempo uno dei corpi più interessanti del Sistema solare. Soprattutto per la sua atmosfera complessa, con tanto di nuvole pioggia e appunto laghi, in tutto simili a quelli che si trovano sulla Terra ma con il metano al posto dell’acqua.
Se finora i laghi di metano erano stati individuati nelle regioni polari, ora una ricerca pubblicata su Nature di questa settimana (ancora una volta basata sui dati raccolti dalla missione ESA/NASA/ASI che dal 2001 orbita attorno al sistema di Saturno) rivela che ve ne potrebbero essere altri nelle regioni equatoriali. Particolarmente interessanti, perché a differenza di quelli ai poli sarebbero riforniti da depositi di metano sotto la superficie, e non dalle piogge.
Lo studio è firmato da Caitlin Griffith e colleghi dell’Università dell’Arizona, che usando lo strumento VIMS (Visual and Infrared Mapping Spectrometer) hanno analizzato le immagini riprese nelle lunghezze d’onda del vicino infrarosso su un’area nella regione tropicale di Titano, tra i 20 gradi Nord e i 20 Sud di latitudine. Nel loro insieme le immagini, riprese tra il 2004 e il 2008, evidenziano una regione scura ovale, di circa 60 x 40 km. Lo spettro analizzato per quella regione è coerente con una superficie nera, quindi metano liquido sulla superficie. I modelli della circolazione atmosferica di Titano dicono però che il metano viene trasportato dall’equatore verso i Poli, e non viceversa. Inoltre se il lago fosse rifornito solo dalle piogge evaporerebbe durante la stagione secca, mentre le immagini di Cassini mostrano che si tratta di una struttura permanente. Secondo gli autori, un lago di metano a quella latitudine si spiega solo con la presenza di un deposito sotterraneo, proprio come avviene per le oasi nel deserto terrestre. Questo deposito deve essere ancora attivo, o esserlo stato negli ultimi 10.000 anni. Il che apre nuove, intriganti domande sulla struttura e attività geologica di Titano.
“E’ di grande soddisfazione per noi del team dello strumento VIMS vedere come questo strumento alla lunga distanza stia esprimendo tutte le sue potenzialità continuando a produrre spettacolari risultati scientifici e dimostrando che integrare in un unico strumento le capacità di una camera con quelle di uno spettrometro sia stata un approccio lungimirante” commenta Fabrizio Capaccioni, dell’Istituto di Astrofisica e Planetologia Spaziali dell’INAF, membro del team di VIMS.
Per Enrico Flamini, coordinatore Scientifico dell’ASI e da molti anni Program Manager della partecipazione italiana alla misione Cassini-Huygens, “Cassini continua ad essere una macchina meravigliosa che produce nuovi risultati e scoperte. La missione è ancora giovane, in buona salute ed attiva”
Fonte INAF

La vulcanica Io

In un articolo apparso sulla rivista ICARUS si rivisitano i dati relativi al vulcanismo del più interno tra i satelliti Galileiani di Giove: Io. L’analisi viene effettuata sulla base dei dati provenienti dagli spettrometri infrarossi delle passate missioni verso il sistema solare esterno, in particolare del Voyager e di Galileo, con un ulteriore supporto dei telescopi da Terra.
Io è il satellite gioviano avente come peculiarità una incredibile attività vulcanica con enormi potenze termiche irradiate nello spazio e certamente il corpo del sistema solare con maggiore attività vulcanica finora conosciuto.
A differenza degli altri corpi geologicamente attivi del sistema solare, inclusa la Terra, dove la principale sorgente interna proviene dal decadimento degli isotopi, su Io la fonte energetica endogena primaria sono le sollecitazioni mareali indotte dall’enorme pianeta Giove. Infatti, la vicinanza di Io a Giove in combinazione con la sua orbita lievemente ellittica, determinano una enorme sollecitazione interna che riscaldano il satellite a temperature molto elevate portandolo ad una sorta di vulcanismo estremo molto spettacolare.
Questi nuovi risultati ci riportano che il 50% dell’energia termica irradiata proviene soltanto da poco più dell’1% della superficie di Io e che la distribuzione dei crateri, dei laghi di lava ed i punti caldi (“hot spot”) non è uniforme ma bimodale in longitudine, come di fatto ci si aspetterebbe a causa delle deformazioni mareali. Restano tuttavia da spiegare i motivi per cui il massimo dell’attività termica vulcanica sia spostato significativamente verso est rispetto a quello che predirrebbe il modello predisposto per il satellite gioviano.
Inoltre resta un quesito dove siano localizzate le sorgenti termiche “mancanti” che nel complessivo sono responsabili del 40% dell’energia totale di Io dissipata verso lo spazio.
Sebbene il satellite Io non sia un obiettivo primario di Juice – la “large” mission recentemente approvata dall’Agenzia Spaziale Europea – tuttavia questa missione, ed in particolare i suoi sensibili spettrometri infrarossi a bordo, ci darà preziose informazioni dirette con varie opportunità nei previsti incontri ravvicinati, ed indirette con la preziosa conoscenza degli altri satelliti galileiani e di tutto il sistema di Giove. Questi risultati sul vulcanismo di Io sono infatti un chiaro esempio che dimostra come il sistema di Giove debba essere studiato nel suo insieme per poterne comprendere pienamente la varietà dei fenomeni e le caratteristiche così diverse dei singoli satelliti.
Fonte INAF

Lo spettacolo di Venere

Tutto secondo programma. Più o meno dalle 5 e 30 di stamattina in Italia (dove le condizioni meteo, buone quasi ovunque, hanno permesso agli appassionati più mattinieri di godersi lo spettacolo al meglio), Venere ha iniziato il suo passaggio davanti al Sole, un evento unico che non si ripeterà fino al 2117, e che ha mobilitato l’intera comunità astronomica, nel mondo e in Italia.Moltissime  le immagini riprese in Italia da professionisti e appassionati e già visibili in rete. Ecco una galleria di fotografie del transito provenienti da Napoli e Catania.Erano però altri paesi, a latitudini più orientali, quelli che offrivano una migliore visuale sul transito. Ecco un video che combina le immagini spettacolari raccolte all’alba del 6 di giugno dagli astronomi dell’INAF di Napoli e quele provenienti da Cairns, in Australia, grazie alla spedizione del progetto GLORIA (di cui INAF è uno fra i partner principali). GLORIA aveva organizzato tre spedizioni osservative in alcuni fra i luoghi più favorevoli per seguire per intero il fenomeno. Muniti di telescopi solari robotizzati, hanno trasmesso la diretta web dell’intero transito visto da Cairns (Australia), da Sapporo (Giappone) e da Tromsø (Norvegia).
Fonte INAF

La nebulosa con le ali

Il telescopio spaziale Hubble questa volta cattura una farfalla. Le ultime immagini del telescopio della NASA/ESA mostrano la nebulosa planetaria NCG 7026, che si trova proprio all’estremità della costellazione del Cigno. La nebulosa sembrerebbe avere la forma di una farfalla, formata da gas incandescenti e polvere stellare.
L’immagine è stata realizzata grazie alla WIFI Advanced Camera di Hubble e mostra una nebulosa planetaria, che, nonostante il suo nome, non ha niente a che vedere con i pianeti. Questo tipo di nebulose sono di vita relativamente breve e si verificano al termine della vita di piccole stelle. Quando il “carburante” interno al nucleo si esaurisce, gli strati esterni della stella cominciano a diradarsi lasciando intravedere il cuore incandescente. Quando i gas che avvolgono il nocciolo raggiungono temperature elevate, mostrano il loro lato più affascinante, colorandosi con luci fluorescenti, simili ai neon terrestri.
La foto del telescopio spaziale mostra la luce della stella in verde e in rosso il gas incandescente. Il colore blu, invece, rappresenta l’ossigeno.
Fonte INAF

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