Spettacolare immagine della nube cosmica Thor’s Helmet

L’astrofotografo Bill Snyder ha immortalato questa spettacolare visione di una nube cosmica nota come Thor’s Helmet.  L’immagine risale a Giugno 2011, con esposizione multipla mirata a collezionare più luce possibile.
La nube si trova nel Cane Maggiore, a 15.000 anni luce di distanza dalla Terra. I venti stellari e l’intensa radiazione proveniente dalle stelle vicine hanno creato questa bolla. La stella è una Wolf-Rayet, una stella in fase di pre-supernova con una massa compresa tra 10 e 20 masse solari.
Fonte: Space.com (Skylive)

Pubblicità

Guarda come cambia M 42!

Gli astronomi addetti ai dati di Herschel e di Spitzer hanno scoperto cambiamenti sorprendentemente rapidi nella brillantezza delle stelle in fase di nascita all’interno della Nebulosa di Orione.
La nebulosa dista 1350 anni luce dalla Terra ed appare netta, spesso anche ad occhio nudo, all’interno del cielo invernale proprio nella spada di Orione, nella seconda delle tre stelle che la compongono.
Si tratta del luogo più vicino di formazione stellare, in grado di emettere una intensa radiazione ultravioletta da giovani stelle, il che causa la ionizzazione della nebulosa e quindi la sua luce.
Dentro la polvere, che la nasconde alla luce visibile, c’è una nursery di giovani stelle in fase di formazione o di prima evoluzione e la combinazione delle immagini di Herschel e Spitzer ce ne fornisce un esempio. Una stella si forma quando una densa nube di gas e polveri collassa sotto la propria gravità creando una protostella centrale circondata da un disco in rotazione e da un vasto guscio.
Molto di questo materiale spiraleggia e va a terminare la propria corsa sulla stella, dove dopo centinaia di migliaia di anni iniziano le fusioni nucleari dando vita alla vera e propria stella.
Parte del gas e della polvere che restano nel disco può formare un sistema planetario, come è accaduto con noi nel Sistema Solare.
Un team di astronomi guidato da Nicolas Billot a Granada ha utilizzato Herschel per immortalare la regione della nebulosa di Orione una volta a settimana per sei settimane. Il dato entusiasmante è stato notare che la brillantezza delle giovani stelle è variata per più del 20% in poche settimane! Ora bisogna spiegarne il motivo.
Una possibilità è che filamenti di gas abbiano temporaneamente riscaldato il disco interno, aumentando la brillantezza. Alternativa possibile è che il materiale freddo si sia sommato al perimetro interno sparendo dietro il disco esterno. Fatto sta che la formazione stellare non è assolutamente un processo stagnante e privo di sorprese.
Fonte: ESA (Skylive)

Il cielo di marzo 2012: costellazioni e congiunzioni

Il mese di marzo vede ancora come protagoniste le costellazioni invernali. Tuttavia, rispetto al mese precedente, si noterà uno spostamento delle stesse verso sud-ovest. Da notare invece che, già dalle prime ore della notte, si affacciano ad oriente le costellazioni del Leone e della Vergine (nei pressi della quale troviamo Saturno). I fortunati abitanti di luoghi con poco inquinamento luminoso, potranno scorgere persino la debole costellazione del Cancro, che separa il Leone dai Gemelli.
Proseguendo verso occidente spicca ancora la stupenda Orione, con le tre stelle della cintura a formare una linea quasi retta (da sinistra: Alnitak, Alnilam e Mintaka), ed i 3 luminosissimi astri Betelgeuse (gigante rossa), Rigel (azzurra) e Bellatrix(in alto a destra). Sotto la cintura troviamo un gruppo di stelle in cui giace la Grande nebulosa di Orione (M42) osservabile anche ad occhio nudo. Una perla del cielo boreale.
Nella stessa zona di cielo troviamo le costellazioni del Toro (dalla caratteristica forma a Y) con la stella rossa Aldebaran, la costellazione dell’Auriga con la brillante stella Capella, i Gemelli con le stelle principali Castore e Polluce. A sinistra in basso rispetto ad Orione, nella costellazione del Cane Maggiore, risplende Sirio, la stella più luminosa del cielo. Poco al di sotto dei Gemelli, si può facilmente riconoscere un’altra stella luminosa, Procione, del Cane Minore.
Proseguiamo il nostro tour con il cielo settentrionale, dove l’Orsa Maggiore domina incontrastata. Con il suo aiuto sarà un gioco da ragazzi trovare la stella polare. A Nord-Ovest troviamo Cassiopea con la sua caratterisitica forma a “W”; tra Cassiopea e il Toro troviamo la costellazione del Perseo. Da notare che anche la costellazione del Perseo può fungere da comodo riferimento per giungere alle Pleiadi, infatti basta congiungere con una linea immaginaria a forma di “arco” alcune stelle per arrivare al famosissimo ammasso aperto.
Chiudiamo la rassegna segnalando la costellazione di Bootes (il Bifolco), sotto l’Orsa Maggiore e a sinistra della Vergine, caratterizzata dalla particolare forma ad aquilone, con la sua brillante e rossastra Arturo.
Congiunzioni
Luna-Marte
La notte tra il 7 e l’8 la Luna Piena forma un suggestivo triangolo con il pianeta Marte e Regolo, la stella più luminosa della costellazione del Leone. Sulla destra, per i fortunati che possono ancora godere di un cielo abbastanza buio, si può vedere la elusiva costellazione dell’Idra.
Luna-Saturno
Nelle ore centrali della notte tra il 10 e l’11 marzo si verifica una configurazione che ricorda quella del 7 e 8. Ai vertici del triangolo in questa occasione troviamo però la Luna già oltre la fase di Luna Piena, il pianeta Saturno e la stella Spica, la più brillante nella costellazione della Vergine.
Venere-Giove
Probabilmente la congiunzione più spettacolare dell’anno. I due pianeti più luminosi si incontrano nella costellazione dell’Ariete. Venere da molte settimane è ben visibile alla sera, dopo il tramonto, più luminoso e, fino alla congiunzione, più basso in cielo rispetto a Giove. La distanza angolare tra i due pianeti diminuisce sempre di più: già la sera del 14 possiamo vederli molto vicini. La congiunzione vera e propria si verifica nella giornata del 15, con una distanza angolare di 3° 16’. Dopo il tramonto del Sole potremo vedere ancora la suggestiva coppia di pianeti, ma la distanza tra i due già inizia a crescere. Nelle settimane successive Venere sarà via via ancora più alto sull’orizzonte rispetto a Giove.
Luna-Giove
Nelle prime ore della sera del 25 il pianeta Giove, sempre più basso sull’orizzonte occidentale, tramonta accompagnato dalla sottile falce di Luna “a barchetta”, così chiamata per l’angolazione anomala rispetto a quella cui siamo abituati alle nostre latitudini. I due astri si trovano nella costellazione dell’Ariete. Poco più in alto brilla Venere.
Luna-Venere
La sera del 26 si ripete lo spettacolare tramonto dei tre astri più luminosi, tutti concentrati nella costellazione dell’Ariete. Il più basso sull’orizzonte è ancora Giove; la falce di Luna crescente ha raggiunto Venere.
Equinozio di Primavera: 20 Marzo, ore 05:07
Il Sole sorge e tramonta rispettivamente ad Est e ad Ovest, e si trova esattmente nel punto di intersezione tra equatore celeste ed eclittica, denominato punto d’Ariete. Il giorno e la notte presentano la stessa durata.
Tratto da: Stefano Simoni (Astronomia.com)

Quale coppia di stelle occorre per dare origine a una supernova di Tipo Ia?

La risposta a uno fra i più intriganti enigmi dell’astrofisica – quale coppia di stelle occorre per dare origine a una supernova Ia? – potrebbe celarsi negli “spettri spazzatura” della Sloan Digital Sky Survey
Proprio in questi dati di scarto potrebbe celarsi il segreto delle supernovae Ia: quelle candele-standard che, consentendoci di misurare quanto sta accelerando l’espansione dell’Universo, hanno fornito un indizio fondamentale dell’esistenza dell’energia oscura. Scoperta premiata giusto lo scorso anno con il Nobel per la Fisica. Ma qual è questo mistero che le avvolge? Molto in sintesi, è il mistero della seconda stella. Mentre conosciamo ormai in ogni dettaglio tutto ciò che accade durante l’esplosione di una supernova di tipo Ia, c’è infatti ancora incertezza sul tipo di stelle all’origine del fenomeno.
«Sappiamo che le stelle coinvolte devono essere due, e che una di loro è una nana bianca», spiega Dan Maoz, astronomo all’Università di Tel Aviv, in Israele, e coautore insieme a Carles Badenes, della University of Pittsburgh, di uno studio (non ancora pubblicato) appena messo in rete in cui è descritta la scoperta. «Ma sulla natura della seconda stella ci sono due possibilità, e non sappiamo con certezza qual è quella corretta, o se sono corrette entrambe». La seconda stella potrebbe infatti essere una stella “normale”, come il nostro Sole, oppure un’altra nana bianca: ruotando l’una attorno all’altra a velocità crescente, si fanno sempre più vicine, fino a che un giorno collassano, dando appunto origine a quel fuoco di artificio che è una supernova. «In realtà», dice Maoz, «sospettiamo che le supernovae di tipo Ia provengano dalla fusione di un sistema binario di nane bianche. Ma il grande punto di domanda è: ci sono, là fuori, abbastanza nane bianche doppie da giustificare il numero di supernovae di tipo Ia che osserviamo?».
Be’, contatele, verrebbe spontaneo suggerire. Già, ma c’è un problema: le nane bianche sono talmente piccole e deboli che non c’è alcuna possibilità di poter osservare quelle presenti in galassie remote. La statistica può però essere di grande aiuto: contando quelle presenti nel nostro vicinato, si può estrapolare il loro numero. Ed è quello che si sono accinti a fare Badenes e colleghi, scegliendo come campione le stelle comprese entro un raggio di circa mille anni luce dal Sole. Censimento, questo, già a disposizione degli astronomi, appunto nei dati raccolti dalla SDSS.
A dire il vero, anche a distanza così ravvicinata è molto difficile individuare entrambe le stelle d’un sistema doppio di nane bianche. Ma per fortuna non è necessario. È infatti sufficiente vederne una, e osservare gli effetti che la compagna produce su di essa. Che effetti? Principalmente, una variazione di velocità. Orbitando l’una attorno all’altra a velocità da capogiro, centinaia di migliaia di chilometri all’ora, il loro movimento rispetto a noi che le osserviamo cambia continuamente: a tratti sembrano avvicinarsi, a tratti allontanarsi. Variazione che si riflette, grazie all’effetto Doppler, nel tipo di shift osservabile nei loro spettri: redshift, dunque verso il rosso, quando l’orbita le porta ad allontanarsi, e blueshift, verso il blu, quando invece si avvicinano (vedi immagine qui a fianco).
Ottimo, dunque. Procediamo con l’analisi degli spettri presenti nella SDSS. Già, ma per capire se la velocità di una stella varia nel tempo, uno spettro non basta: ne occorrono almeno due. Ma la SDSS ne mette a disposizione solo uno per sorgente… o no? Non se si recuperano gli “scarti”. La geniale intuizione è venuta, come spesso accade, durante una pausa caffè: nel bel mezzo d’una chiacchierata fra Badenes – all’epoca ricercatore postdoc a Princeton – e uno fra i “padri fondatori” della SDSS, Robert Lupton, uno fra i pochi a conoscenza dell’archivio degli “spettri scartati”. «Ho subito capito che quei sotto-spettri erano il pezzo mancante. Recuperati quelli, con i dati SDSS avremmo potuto fare esattamente quello che ci occorreva», ricorda Badenes.
Eravamo nel 2008. Da allora il lavoro non è stato certo in discesa: i dati di scarto, con il loro formato unfriendly, erano tutt’altro che semplici da analizzare. Ma con tenacia, spettro dopo spettro, Badenes e Maoz – aiutati da Steve Bickerton, un astronomo della Princeton University – sono alla fine riusciti a individuare all’interno del loro campione oltre 4000 nane bianche. E a stabilire che, di queste, solo 15 erano sistemi di nane bianche doppie. A quel punto, s’è trattato di calcolare – basandosi sulla Relatività generale di Einstein – quanto tempo occorre affinché in sistemi del genere le stelle si avvicinino fino a fondersi, e infine d’estrapolare: 15 sistemi binari di nane bianche in quel campione significa che, nella Via Lattea, dovremmo avere in media una fusione fra due nane bianche ogni secolo. Un intervallo sorprendentemente simile a quello delle esplosioni di supernovae di tipo Ia osservabili in galassie simili alla nostra.
Morale? Primo, la fusione di due nane bianche è una spiegazione plausibile per l’origine delle supernovae di tipo Ia. Secondo, mai buttare le vecchie foto.
di Marco Malaspina (INAF)

La galassia nana Antlia

La galassia nana Antlia è stata scoperta soltanto nel 1997, benché si trovi relativamente vicina a noi: solo 4 milioni di anni luce. E’ un insieme di stelle piuttosto sparse e di luminosità totale piuttosto debole. Tuttavia, Hubble è riuscito a coglierla in tutto il suo splendore, risolvendo le singole stelle e facendola assomigliare a una zona della nostra stessa Via Lattea. Eccovi la bellissima immagine che risale al 2009, con un campo si 3 x 1.5 minuti d’arco, che vale, però, la pena di essere messa in prima pagina.
Sebbene molto piccola, la galassia nana contiene stelle di tutte le età. Le più giovani si localizzano verso la regione centrale, mentre le più vecchie e gli ammassi globulari si posizionano verso l’esterno. Non è ancora chiaro se Antlia sia oppure no un membro del nostro Gruppo Locale. Sicuramente è proprio al bordo della sua influenza gravitazionale. Molto probabilmente è invece legata alla vicina NGC 3109, dato che le stelle di entrambe sembrano avere velocità simili.
Astronomia.com

Pioggia di rocce sulla Luna

C’è stata un’epoca, agli albori della storia del Sistema Solare, nella quale non c’era certo il tempo d’annoiarsi, per chi si fosse trovato a vivere su uno dei pianeti interni. Con lo spazio ancora brulicante di quello space debris naturale che continuava ad accrescere la massa dei pianeti stessi, gli impatti erano un evento all’ordine del giorno. Con il progressivo esaurirsi del materiale disperso, la situazione divenne mano a mano più tranquilla. Questo fino a quattro miliardi di anni fa, quando le rocce vaganti di colpo ripresero a picchiare duro. Più duro di prima: la Luna si trovò infatti a essere bersagliata da un’improvvisa gragnuola di proiettili a velocità ben più elevata di quelli che l’avevano sfregiata in passato.
È quanto ha scoperto un team di scienziati guidati dall’italiano Simone Marchi, del Lunar Science Institute della NASA (team del quale fa parte anche un altro italiano, Alessandro Morbidelli, dell’Observatoire de la Côte d’Azur, in Francia), analizzando le mappe digitali della superficie lunare prodotte grazie al Lunar Orbiter Laser Altimeter, uno degli strumenti a bordo del Lunar Reconnaissance Orbiter (LRO) della NASA. Dal loro studio, pubblicato su Earth and Planetary Science Letters, emerge che i proiettili che hanno dato origine ai crateri formatisi nei pressi del bacino da impatto Nectaris – 860 km di diametro, situato vicino alla zona in cui atterrò l’Apollo 16 – dovevano viaggiare a velocità circa doppia rispetto a quelli responsabili dei crateri presenti in terreni più antichi. Anomalia evidenziata da una lieve differenza nelle dimensioni dei crateri più recenti, più grandi in media dal 30 al 40 percento.
Ma perché il debris, quattro miliardi d’anni fa, dovrebbe aver subito questa accelerazione? L’ipotesi dei ricercatori è che all’origine del cambiamento vi sia un riassetto avvenuto in quell’epoca nel Sistema solare. In particolare, il “cataclisma lunare” potrebbe essere stato provocato da un avvicinamento della fascia principale degli asteroidi, sfrattata da quella che era la sua posizione iniziale dalle perturbazioni gravitazionali seguite alla riorganizzazione delle orbite dei pianeti giganti.
di Marco Malaspina (INAF)

Il modello cosmologico del Lambda Cold Dark matter

Le simulazioni sulla formazione galattica basate sul modello cosmologico del Lambda Cold Dark matter (λCDM) ci dicono che galassie come la nostra dovrebbero avere migliaia di galassie nane satelliti. Eppure ne sono state trovate solo una trentina. Gli astrofisici sospettano che molte siano davvero troppo piccole per essere scorte e molte altre siano invece formato prevalentemente da materia oscura, il che le renderebbe troppo deboli a qualsiasi lunghezza d’onda.
Sorprendentemente, recenti ricerche hanno mostrato una galassia nana satellite molto distante attraverso il fenomeno di lente gravitazionale, il che potrebbe aprire la strada a molte altre scoperte.
L’immagine mostra un anello di Einstein, che consiste in una galassia in primo piano (JVAS B1938+666) al centro e nell’immagine distorta di una galassia più distante che forma l’anello. Una irregolarità nell’anello è causata dalla presenza di una galassia satellite.
Affinché ciò si verifichi, la galassia in primo piano deve essere allineata perfettamente a quella più lontana altrimenti ci sarebbero soltanto due immagini della galassia più distante.
La distorsione nell’anello ha consentito la stima della massa della galassia che l’ha provocata, pari a meno dell’1% rispetto alla massa della galassia che lavora da lente e meno dello 0,02% della Via Lattea. La galassia è quindi veramente molto nana. La spettroscopia mostra un redshift pari a z=0,881, pari ad una distanza di 10 miliardi di anni luce.
Una scoperta simile potrebbe sicuramente aiutare a colmare il gap che esiste tra le osservazioni di galassie nane satelliti e quelle previste dal modello cosmologico Lambda CDM.
Fonte Skylive

Foto ricordo dal Cratere Endeavour

È il 2 dicembre 2011, quando Opportunity, il “vecchio” ed eroico rover della NASA che dal 2004 continua a percorrere e studiare il suolo marziano, cattura questa immagine.
Il panorama, ripreso vicino al bordo ovest del Cratere Endeavour è a ”colori naturali” e questo mosaico, nella sua apparente semplicità, è la migliore approssimazione di quello che avrebbero potuto vedere degli occhi umani, quel 2 dicembre 2011, del suolo marziano. L’immagine è realizzata combinando diverse esposizioni catturate con 3 diversi filtri della camera PanCam (Panoramic Camera): il filtro nel viola a 432 nanometri, il filtro nel verde a 535 nanometri e infine il filtro nel vicino infrarosso a 753 nanometri.Subito dopo aver scattato questa immagine, Opportunity è risalito lungo il crinale della collina e si è fermato, estendendo il suo braccio meccanico e attivando gli strumenti scientifici dell’Instrument Deployment Device (IDD), per esaminare da vicino alcuni campioni di roccia. Il sito, di grande interesse geologico, ha anche un’esposizione che permetterà ad Opportunity di ricaricare le pile, ottimizzando la raccolta di energia solare dei prossimi mesi.
Per questi motivi, subito dopo aver scattato questa foto, Opportunity ha (per cosi dire) gettato l’ancora nel deserto marziano e si è fermato, riducendo al minimo il consumo di energia per continuare le sue osservazioni scientifiche. In attesa che l’inverno arrivi nell’emisfero sud di Marte, per la quinta volta nella sua lunga e avventurosa vita di rover della NASA.
Nei giorni appena successivi, questo luogo è stato nominato “Greeley Haven”, “l’Oasi di Greeley”, in onore del planetologo Roland Greeley della Arizona State University, da poco scomparso. Greeley era membro del science team dei rover marziani, ma anche responsabile della SPL (Space Photography Laboratory), la Fototeca della NASA ospitata dalla Arizona University. Nei prossimi mesi, questo angolo di deserto sarà la nuova casa di Opportunity e verrà studiato con tutti gli strumenti a disposizione: dalla radio science, che permetterà di penetrare nel sottosuolo, agli strumenti per la composizione mineralogica del terreno. Farà parte degli obiettivi scientifici anche catturare una immagine a colori a 360 gradi del panorama, che permetterà una visualizzazione realistica e mozzafiato del suolo marziano intorno al rover. Una magnifica opportunità che, insieme alle prossime scoperte di Curiosity, farà sicuramente parlare del pianeta rosso.
di Livia Giacomini (INAF)
20 – continua

La supernova G350.1-03

La supernova si chiama G350.1-03 e si trova a circa 15000 anni luce dalla Terra in direzione del centro galattico e quindi quasi invisibile nell’ottico. Non però agli occhiali X di Chandra. La prima cosa strana è la posizione della stella che è rimasta dopo l’esplosione e che si è probabilmente trasformata in una stella di neutroni. Essa è molto lontana rispetto al centro dell’emissione nei raggi X. Se la posizione originale era quella, deve aver subito un “calcione” terribile.
I dati di Chandra e di altri telescopi suggeriscono che l’esplosione risalga a un periodo compreso tra i 600 e i 1200 anni fa. Se la stella avesse effettivamente percorso la distanza che la separa dal centro dell’emissione X, avrebbe dovuto viaggiare alla considerevole velocità di circa cinque milioni di chilometri all’ora. Niente male! Non sarebbe, comunque, la sola, dato che uno spostamento analogo si era già notato per la stella di neutroni Puppis A.
G350.1-03 mostra, però, un’altra caratteristica anomala che si vede a occhio nudo: la sua forma è ben lontana da quella “normale” delle supernove, di tipo circolare o quasi. La figura che segue mostra chiaramente l’asimmetria notevole sia nell’X (zone di colore giallo oro) che nell’infrarosso (zone azzurre derivanti da un’immagine di Spitzer). Si pensa che questa forma bizzarra possa essere dovuta al fatto che il gas espulso nell’esplosione abbia dovuto farsi strada all’interno di una nube molecolare molto fredda.
L’età di questa supernova è simile a quella della celebre nebulosa del Granchio e a quella della SN 1006. Tuttavia, la presenza di nuvole di gas e polvere hanno quasi sicuramente vietata l’osservazione agli antichi astronomi.
di Vincenzo Zappalà (Astronomia.com)

Il cratere Kuiper su Mercurio dalla sonda Messenger

La colorazione arancio pallido intorno al cratere Kuiper sul pianeta Mercurio è ben visibile in questa immagine, una composizione ottenuta da più foto catturate dalla sonda spaziale della NASA Messenger il 2 settembre 2011.
Il colore può essere dovuto a differenze nella composizione, nel materiale che è stato eiettato durante un impatto che ha dato origine al cratere.
Il cratere Kuiper è stato chiamato in onore a Gerard Kuiper, un astronomo olandese-americano che fu membro del team del Mariner 10. Da molti viene considerato come il padre della moderna scienza planetaria e che ha dato pure il nome alla famosa Fascia di Kuiper, che si trova oltre l’orbita di Nettuno e che è formata da migliaia di corpi rocciosi, o planetesimi. I planetesimi non si sono aggregati a formare un pianeta all’atto della formazione del sistema solare, circa 4,6 miliardi di anni fa a causa della debole forza gravitazionale esercitata nella periferia del nostro sistema solare.
Mondi senza atmosfera come lo è Mercurio sono costantemente bombardati da micrometeoriti e particelle cariche che provengono dal Sole in un effetto noto come “space weathering”, che potremmo tradurre con “agenti meteorologici spaziali”.
Crateri con dei raggi luminosi, come il cratere Kuiper, sono ritenuti relativamente giovani perchè hanno avuto una minore esposizione agli agenti meteorologici spaziali rispetto a quelli senza tali raggi.
Sabrina (GruppoLocale.it)
19 – continua

Voci precedenti più vecchie