Arrivano le Perseidi!

Ad agosto, puntuale come ogni anno, torna l’appuntamento con spettacolo celeste delle ‘lacrime di san Lorenzo’, ovvero le meteore appartenenti allo sciame delle Perseidi. Il massimo della loro attività è previsto nella notte tra il 12 e il 13, ma anche le serate del 10, 11, 14 e 15 potranno riservare soddisfazioni a chi alzerà lo sguardo al cielo. Anche quest’anno, nuvole permettendo, la visione sarà ottimale, dato che in quei giorni la luna tramonterà nelle prime ore della notte. Le ore migliori per osservare sono quelle che vanno dalla mezzanotte fino a prima dell’alba, soffermandosi sulle regioni a nord est del cielo, in direzione della costellazione di Perseo. Le scie luminose che potremo osservare nei prossimi giorni sono prodotte da piccolissimi frammenti di cometa che incrociano la nostra orbita. Entrando con grandissima velocità nell’atmosfera terrestre, queste particelle, grandi anche solo come un granello di sabbia, la ionizzano, creando le caratteristiche scie luminose. Ad aver avanzato per primo questa spiegazione è stato l’astronomo italiano Giovanni Virginio Schiaparelli nel 1866, proprio basandosi sull’osservazione delle Perseidi. È stato poi accertato che nuvola di detriti da cui si originano proviene dalla cometa denominata 109P Swift-Tuttle.
I consigli per osservare agevolmente il fenomeno dello sciame delle Perseidi e le costellazioni e i pianeti visibili nel cielo del mese di agosto potete trovarli nel video sul sito INAF.
di Marco Galliani (INAF)

La banca dati della Via Lattea

La Sloan Digital Sky Survey (SDSS-III) ha appena reso disponibile per il pubblico una nuova gigantesca quantità di dati spettroscopici che riguardano decine di migliaia di stelle della nostra galassia e centinaia di migliaia di galassie e quasar a distanze cosmologiche. Una miniera di informazioni sulla formazione e la storia della nostra Via Lattea e dell’Universo.  La SDSS-III utilizza il telescopio di 2.5mt di Apache Point Observatory (New Mexico) ed è una delle survey che hannoprodotto più pubblicazioni e citazioni degli ultimi anni. Essa sta continuando le due survey precedenti (SDSS-I ed SDSS-II) e terminerà il prossimo anno in anticipo di sei mesi sul previsto, avendo raggiunto l’obiettivo prefissato di 300.000 stelle. La collaborazione internazionale vede coinvolti istituti americani e gruppi europei assieme a qualche ricercatore italiano. La Data Release numero 10 contiene per la prima volta i dati del progetto APOGEE (uno dei quattro progetti assieme a MARVELSBOSS e SEGUE) che verte sullo studio spettri di stelle della nostra galassia nell’infrarosso.  Inoltre questo nuovo set di dati aumenta significativamente il numero di spettri di quasars e permette lo studio delle oscillazioni barioniche acustiche con la Lyman-alpha forest nell’ambito del progetto BOSS. Questa tematica di ricerca vede coinvolti due ricercatori italiani: Stefano  Cristiani Matteo  Viel dell’INAF Osservatorio Astronomico di Trieste che si occupano degli aspetti interpretativi della Lyman-alpha forest e di alcuni importanti effetti sistematici che permetteranno l’uso di tale osservabile come strumento di indagine cosmologica dell’universo ad alto redshift.
I dati sono a disposizione del pubblico al seguente indirizzo mail:  http://www.sdss3.org/dr10
Redazione Media Inaf

Uno strano sonno

Circa dieci anni fa, il solito Chandra si accorse che il buco nero al centro della galassia dello Scultore (NGC 253) stava mangiando vigorosamente. Oggi, lo stesso strumento è tornato a guardare il pasto del gigante e ha notato che sta dormendo di un sonno profondo. “Niente di speciale”, si potrebbe dire e invece…
L’unica sicurezza delle due osservazioni di Chandra sembrerebbe il fatto che il grande buco nero si è tranquillizzato durante gli ultimi dieci anni. Sicuramente un bel colpo di fortuna aver potuto seguire la fine del pasto di un oggetto che ha unna massa pari a circa 5 milioni di volte quella del Sole. La rapidità di questo cambiamento di attività fa ben sperare di poter assistere in diretta anche al risveglio del “mostro”. Chandra e NuSTAR tengono le orecchie bene aperte.
Tuttavia, c’è qualcosa che non torna. Una galassia con un buco nero addormentato dovrebbe ridurre di molto la sua attività di nascita stellare. E invece quella dello Scultore mostra ancora un’attività frenetica. Da ciò che si sa, guardando in giro per l’Universo, la nascita stellare e l’attività del buco nerocentrale vanno di pari passo. In particolare, i buchi neri “ingrassano” proprio durante una nascita stellare parossistica (o viceversa). Quando le radiazioni delbuco nero diventano troppo violente la nascita stellare diminuisce sensibilmente fino a ridursi a poche nuove stelle per anno. In altre parole, un buco nerodormiente non dovrebbe poter dormire in mezzo al chiasso di tanti nuovi bambini irrispettosi e troppo vivaci. Quale può essere la spiegazione di questo piccolo mistero? Purtroppo le osservazioni non possono dirci se la nascita stellare sta diminuendo o sta aumentando: dieci anni sono troppo pochi per stabilire un realistico tasso di formazione.
Vi sarebbe anche un’altra spiegazione. La sorgente osservata nel 2003 da Chandra non era il buco nero centrale della galassia, ma un’altra intensissima sorgente di raggi X, vicina al gigante centrale. In realtà un buco nero stellare non dovrebbe poter essere scambiato per quello galattico, ma vi sono casi in cui questo può succedere. Ancora una volta bisogna considerare un sistema doppio, dove la stella che “succhia” materia dalla compagna, che ha riempito il proprio lobo di Roche, sia proprio un buco nero. La materia che cade su di lui aumenta l’intensità delle radiazioni e fa apparire l’oggetto ben più potente di quanto non sia in realtà.
In realtà, vicino al centro della galassia è stata osservata una sorgente molto luminosa nell’X, una ULX. Che fosse lei a mostrarsi così violenta dieci anni fa? Oltre tutto, i buchi neri stellari di questo tipo sono, ovviamente, più numerosi proprio nelle zone di alta formazione stellare. Non resta che aspettare il risveglio del gigante e vedere se riesce a sopravvivere nel caos stellare o farà valere la sua legge. Chandra e NuSTAR non si faranno scappare il momento fatidico.
di Vincenzo Zappalà (Astronomia.com)

Laggiù al fondo della scala di Planck

Per sbrogliare la complessità delle leggi dell’universo, sono scesi così giù che più giù non si potrebbe. Giù fino all’ultimo gradino della scala di Planck, fino a quel 10 elevato alla meno 33 centimetri che rappresenta le colonne d’Ercole dello spazio misurabile. E una volta giunti laggiù, immersi fino ai capelli nella schiuma spazio temporale, hanno scoperto che relatività speciale di Einstein – in teoria valida a ogni scala – potrebbe essere una proprietà emergente. L’argomento è di quelli ostici. Per cercare di capirne qualcosa, risaliamo qualche gradino verso l’alto, e andiamo a conoscere i due esploratori dell’infinitamente piccolo protagonisti di quest’avventura in bilico tra fisica teorica e matematica: Petr Jizba, associato presso la Czech Technical University di Praga, e l’italiano Fabio Scardigli, fisico da poco rientrato dal Giappone, dove ha lavorato per anni all’Università di Kyoto, e attualmente in forze al Politecnico di Milano. Insieme hanno firmato un articolo, pubblicato su European Physical Journal C, nel quale mostrano come la combinazione fra due capisaldi della fisica contemporanea – la relatività speciale di Einstein e la dinamica quantistica – sia identica, da un punto di vista matematico, a un sistema dinamico complesso descritto da due processi interconnessi che operino a diverse scale di energia. «Dal nostro studio risulta che la relatività speciale – che come viene insegnato all’università è una teoria fondamentale e dovrebbe essere valida a ogni scala – in realtà potrebbe essere una proprietà emergente. Quello che troviamo è che, a piccolissima scala, la natura è ancora governata dalla fisica classica di Newton. È solo a scala più grande che recuperiamo l’azione dell’invarianza di Lorentz e quindi l’azione della relatività speciale», spiega Scardigli a Media INAF. «In altre parole, la relatività speciale vale solo quando una particella compie un cammino sufficientemente lungo». Una prospettiva, questa di Jizba e Scardigli concentrata sulla scala di Planck, che arriva a contemplare persino l’asimmetria fra materia e antimateria. «Quando l’universo è nato era per definizione molto piccolo. Se fosse stato così piccolo da essere nell’ordine della scala di Planck o poco più, ecco che dal nostro approccio risulta che, a quell’epoca, le equazioni che governavano il mondo non sarebbero state quelle della relatività speciale, che prevedono una così perfetta simmetria fra materia e antimateria. Al contrario, erano equazioni in cui questa simmetria non c’è, in cui la materia è una cosa e l’antimateria un’altra. Se le cose stavano effettivamente così, allora si può cominciare a capire perché c’è soltanto la materia, invece di esserci materia e antimateria in parti uguali».
di Marco Malaspina (INAF)

Per saperne di più:

Il cielo nel mese di agosto, ecco le costellazioni

Approfittiamo della Luna Nuova dei primi giorni del mese, attendiamo lo spengersi delle ultime luci del crepuscolo e volgiamo lo sguardo verso Sud. Ci troviamo nel Sagittario, costellazione che occupa la zona della volta celeste nella quale è situato il centro della nostra galassia, la Via Lattea. Se già ad occhio nudo possiamo apprezzare e intuire l’immensità del disco di stelle, oltre 100 miliardi, in cui siamo immersi, già con un binocolo il numero di astri visibili è incalcolabile, e innumerevoli sono le nebulose e gli ammassi stellari che si possono scorgere. Con un telescopio possiamo poi trovare una vera miniera di oggetti del cielo, splendidi soggetti per gli appassionati di astrofotografia. A Sud-Est troviamo invece il Capricorno e l’Acquario, costellazioni relativamente grandi ma prive di stelle brillanti e difficilmente riconoscibili senza l’ausilio di una carta del cielo. A Nord-Ovest la brillante stella Arturo contende a Vega il primato di astro più luminoso: essa fa parte del Bootes, dall’inconfondibile forma ad aquilone. Alla sua sinistra, la piccola costellazione della Corona Boreale. Nei pressi del Triangolo Estivo, formato da Vega Altair e Deneb, possiamo cimentarci nel riconoscimento delle costellazioni minori, come la Freccia(o Saetta) – tra il Cigno e l’Aquila – o il Delfino – facilmente individuabile per la sua forma a rombo – o la ancora più ostica Volpetta. In direzione Nord, la stella polare (non sai come trovarla?) è come sempre al centro della famiglia delle costellazioni circumpolari. L’Orsa Maggiore e l’Orsa Minore sono accompagnate, procedendo in senso orario, dal Dragone, da Cefeo e, con la caratteristica forma a “W”, da Cassiopea. Infine a Est vedremo sorgere il grande quadrilatero di Pegaso, seguito da Andromeda (da non perdere l’omonima galassia catalogata da Messier come M31) e Perseo, che ritroveremo protagonisti dei cieli autunnali. Ricordiamo che nel Perseo si trova il radiante dello sciame di meteore detto appunto delle Perseidi.
Perseidi del 2013
Come tutti gli anni ci prepariamo all’osservazione dello sciame delle Perseidi, residui della disintegrazione progressiva della cometa Swift-Tuttle. Le piccole particelle, scontrandosi a gran velocità con l’atmosfera terrestre, danno luogo a scie luminose di altissimo effetto.
Il nome di “Perseidi” è determinato dalla posizione del radiante, il punto sulla volta celeste dal quale sembrano provenire le meteore, situato nella costellazione del Perseo. La denominazione tradizionale di “Lacrime di San Lorenzo” deriva dal fatto che nel XIX secolo il massimo della loro frequenza avveniva il 10 agosto, giorno della ricorrenza del Santo: ai giorni nostri il massimo si è però spostato in avanti di circa due giorni.
Secondo le previsioni più attendibili il periodo di massima attività dello sciame meteorico si verificherà in particolare nella notte tra il 12 e il 13 agosto tra l’una le 5 del mattino. Quest’anno l’osservazione si presenta particolarmente favorevole poichè durante il periodo di picco la Luna (quasi al primo quarto) sarà già tramontata in prima serata. Vale la pena tenere d’occhio il cielo dal 10 al 15 agosto, periodo in cui il numero delle Perseidi supera quello delle meteore sporadiche. Infatti, specialmente all’aumentare della loro frequenza, sono particolarmente luminose e mostrano un’alta percentuale di persistenza delle scie.
In questi ultimi anni la corrente delle Perseidi si è leggermente spostata verso l’orbita della Terra per effetto della perturbazione gravitazionale di Giove, e ciò ha prodotto un aumento generale della frequenza delle meteore rispetto ai tassi (Tasso Orario Zenitale, in inglese Zenithal Hourly Rate: ZHR) di circa 80-90 meteore/ora mediamente rilevati dall’inizio di questo secolo. Come già constatato nel 2012, anche quest’anno le frequenze dovrebbero con molta probabilità essere nella notte del massimo ancora superiori alle 100 meteore/ora.
Occhi puntati al cielo… e buona visione!
Vuoi saperne di più sugli sciami meteorici?
Leggi l’articolo di Francesca Diodati
Per tutte e altre informazioni vai su Astronomia.com “Il cielo nel mese di agosto 2013” di Stefano Simoni

Meravigliosa NGC 4517 nella Vergine

Che dire di fronte alla bellezza di questa immagine che viene alla luce dagli archivi del telescopio spaziale Hubble. Si tratta della galassia a spirale NGC4517, Leggermente più grande della nostra Via Lattea,  è osservata  di profilo sovrastata da una stella molto luminosa. È ovviamente un gioco prospettico: la stella è infatti  molto più vicino a noi di quanto lo sia la galassia e questo spiega il motivo per cui sembra essere così grande e luminosa nella foto.  NGC 4517 si trova a circa 40 milioni di anni luce di distanza nella costellazione della Vergine e fu scoperta nel 1784 da William Herschel, che ha descritto la regione come “una stella abbastanza luminosa situata esattamente a nord del centro di un esteso raggio lattiginoso”. Naturalmente il “raggio lattiginoso” è in realtà questa galassia a spirale, ma con la sua attrezzatura d’osservazione del  17 ° secolo poteva solo intuire la presenza di  una struttura sfocate sfocata sotto la stella più brillante. L’immagine è stata ottenuta componendo dati nella luce visibile e nell’infrarosso.

Centauri, un po’ asteroidi un po’ comete

I Centauri sono una classe di asteroidi del Sistema solare e orbitano attorno a Giove e Nettuno. Un gruppo di astronomi, utilizzando il Wide-field Infrared Survey Explorer (WISE) della NASA, ha trovato una soluzione a un mistero sul quale gli esperti si interrogano da molti anni: sono asteroidi o comete? Proprio a causa della loro doppia natura sono stati battezzati in onore della mitologica razza dei Centauri, metà uomo e metà cavallo. Dai dati in possesso dei ricercatori si evince che si tratta di oggetti provenienti dalle profondità del nostro Sistema solare. Hanno un’origine cometaria, vale a dire che potrebbero essere stati comete attive in passato e potrebbero tornare ad esserlo in futuro. I dati di WISE si riferiscono anche a oggetti più distanti, quelli del disco diffuso, o disco sparso. Si chiama NEOWISE la missione che si occupa proprio dell’identificazione e dello studio degli asteroidi e ha già scattato moltissime immagini di 52 Centauri e di oggetti del disco sparso, 15 dei quali sono nuove scoperte. Si tratta di oggetti con un’orbita instabile, perché la gravità dei pianeti potrebbe lanciarli sempre più vicino al Sole e anche più lontano, in altri punti del Sistema solare. La caratteristica che potrebbe farli includere nella categoria delle comete è l’alone polveroso di cui molti di questi oggetti sono dotati. Nonostante precedenti osservazioni, anche con il telescopio spaziale sempre della NASA Spitzer, gli esperti non hanno mai determinato il numero preciso di asteroidi e comete in questa fascia di cielo. Almeno finora. Le immagini più recenti, invece, hanno fornito nuove informazioni sull’albedo degli oggetti (quindi la quantità di luce da essi riflessa): gli esperti possono distinguere oggetti opachi e dalla superficie scura da altri che riflettono più luce. Con dati precedentemente raccolti sul colore degli asteroidi Centauri si è arrivati a una conclusione più precisa: osservazioni in luce visibile hanno dimostrato che questi oggetti sono generalmente o blu-grigi o rossastri. Un oggetto grigio-blu potrebbe essere un asteroide o una cometa. NEOWISE ha mostrato che la maggior parte degli oggetti tra il blu e il grigio sono scuri, un segno rivelatore delle comete. Un oggetto rossastro e brillante è più probabile che sia un asteroide. In conclusione circa due terzi dei Centauri possono essere annoverati tra le comete provenienti dai confini estremi del nostro Sistema solare.
di Eleonora Ferroni (INAF)

I Love Q, stella di neutroni

“I Love Q”. Inizia così, in modo decisamente poco convenzionale e un po’ ammiccante, il titolo di un articolo appena pubblicato sulla prestigiosa rivista Science. La frase, per i non addetti ai lavori, sembrerebbe fuori luogo, ma è solo un gioco di parole che in realtà indica tre parametri fondamentali che descrivono oggetti celesti tra i più estremi che si conoscano, ovvero le stelle di neutroni e le stelle di quark. “I” infatti sta per il momento di inerzia, Love sta per il cosiddetto numero di Love, che indica la deformabilità della stella e Q il momento di quardupolo che nasce dalla perdita della simmetria sferica della stella deformata e che determina l’intensità della radiazione gravitazionale emessa dalla stella rotante. Tre valori legati alle proprietà dinamiche e rotazionali di questi oggetti celesti e in linea di principio osservabili, che Kent Yagi e Nicolas Yunes del Montana State University (gli autori del lavoro) hanno messo in relazione risolvendo le equazioni di Einstein per oggetti così estremi. I risultati ottenuti, limitati a stelle di neutroni che ruotano non troppo velocemente, ovvero entro qualche centinaio di giri ogni secondo, indicano che la correlazione tra I, Q e numero di Love trovata è universale, non dipende cioè dalle proprietà della materia all’interno della stella di neutroni. Un risultato importante poiché allo stato attuale delle nostre conoscenze possiamo solo ipotizzare quelle che sono le condizioni estreme di temperatura, densità e pressione dei mattoni che compongono le stelle di neutroni, modellandole attraverso le cosiddette equazioni di stato. Se quindi per una stella di neutroni si riesce a misurare una di queste tre quantità, le altre due vengono ricavate immediatamente e senza coinvolgere la sua equazione di stato, a patto però di conoscere anche la massa di quell’oggetto celeste. Il passaggio dalla teoria del lavoro di Yagi e Yunes alla pratica, ovvero alla effettiva misurazione di questi parametri e al loro confronto con le predizioni della relazione I-Love-Q, è però ancora di là da venire. Ma gli astrofisici sono convinti che promettenti sviluppi in questo settore potranno arrivare nei prossimi anni dai futuri osservatori per le onde gravitazionali di origine cosmica, come la seconda generazione degli interferometri terrestri VIRGO e LIGO e quello spaziale LISA, che in potenzialmente potrebbero riuscire a misurare il valore del parametro Q in sistemi composti da due stelle di neutroni. “L’aspetto più interessante del lavoro di Yagi e Yunes è quello di aver mostrato che  le relazioni che legano il momento di inerzia, il numero di Love e il momento di quadrupolo sono differenti a seconda che la stella sia una stella di neutroni “tradizionale” (ovvero i cui costituenti sono in larga misura neutroni) o una cosiddetta stella di quark (costituita da una miscela di quark up, down  e strange  deconfinati)” commenta Ignazio Bombaci, professore del Dipartimento di Fisica dell’Università di Pisa. “L’ esistenza in natura delle stelle di quark, ipotizzate indipendentemente da Arnold R.   Bodmer nel 1971 e da Eduard Witten nel 1984, a tutt’oggi non è stata né confermata né confutata.  Le relazioni  I-Love-Q potrebbero quindi contribuire a risolvere questo mistero della moderna astrofisica”.
di Marco Galliani (INAF)

Catturata al Polo sud l’eco oscura del Big Bang

Erano miliardi di anni che i “modi B”, i pesciolini più sfuggenti in quell’immenso e torbido oceano che è la radiazione cosmica di fondo a microonde, solcavano inosservati quel brodo di fotoni antico quanto l’universo. Affermare che i cosmologi ne sospettassero l’esistenza è poco: che ci fossero ne erano praticamente certi. Solo che per catturarli occorreva una rete a maglie troppo fini rispetto a quelle disponibili: nell’ordine di una parte su 10 milioni, per dirla a modo loro. Ora un team guidato da Duncan Hanson, dell’università canadese Mc Gill, annuncia d’esserci riuscito: lo fa con un articolo messo in rete nei giorni scorsi su arXiv e appena ripreso dalle pagine di Nature. Il risultato è stato ottenuto grazie alle misure su 100 gradi quadrati di cielo raccolte, fra marzo e novembre del 2012, dal South Pole Telescope: un gigante da 10 metri – situato presso la stazione antartica Amundsen-Scott – che monta uno strumento con due array di bolometri, a 95 e 150 GHz, sensibili alla polarizzazione. Ma cosa sono, questi “modi B”? «Sono una delle due componenti del pattern della polarizzazione presente nella radiazione di fondo cosmico», spiega Alessandro Gruppuso, ricercatore presso l’INAF IASF di Bologna. «L’altra componente è detta “modi E”, in analogia con la suddivisione fra campi magnetici ed elettrici usata per i campi elettromagnetici. L’interesse dei cosmologi per i modi B sta nel fatto che, a imprimerli sulla polarizzazione, sono le onde gravitazionali primordiali previste dai modelli inflazionari». Questo però vale solo per i modi B, appunto, primordiali. Già, perché esistono anche una sorta di modi B indiretti, secondari, generati dall’interazione fra i modi E primordiali e l’effetto di lensing gravitazionale. Ora, se è vero che l’osservazione dei modi B primordiali rappresenterebbe un risultato clamoroso, anche vedere i modi B da effetto lensingè un colpo degno di nota: per dirne una, apre una strada inedita al calcolo della massa del neutrino, una scorciatoia che potrebbe consentire di battere sul tempo gli esperimenti di fisica particellare impegnati nella stessa impresa. Ebbene, è proprio questo secondo tipo di modi B che il telescopio antartico è riuscito a intrappolare. Per i primi occorre ancora un po’ di pazienza. «Quelli emersi dalle osservazioni del South Pole Telescope sono i modi B della CMB polarizzata dovuti all’effetto del lensing gravitazionale sui modi E. È indubbiamente un grande successo», dice infatti Reno Mandolesi, responsabile dello strumento LFI del satellite dell’ESA Planck, «che ci rende ottimisti sui risultati attesi il prossimo anno dall’analisi dei dati in polarizzazione di Planck: la rivelazione dei modi B primordiali».
di Marco Malaspina (INAF)

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ISON, una cometa frizzante

La cometa ISON (ufficialmente nota come C/2012 S1) impegnerà gli studi degli astronomi ancora per molti mesi ed è ormai costantemente sotto osservazione. Il 13 giugno scorso un gruppo di ricerca della NASA, utilizzando il telescopio spaziale Spitzer, ha ripreso la cometa per 24 ore, durante il suo primo viaggio nel Sistema Solare interno, notando una particolare “effervescenza” dalla sua superficie, probabilmente dominata da emissioni di anidride carbonica che formano una coda di 300.000 chilometri. Le immagini sono state riprese con le fotocamere montate su Spitzer e funzionanti nelle lunghezze d’onda del vicino infrarosso, 3.6 micron (a sinistra) and 4.5 micron (a destra).
“Abbiamo calcolato che ISON sta emettendo un milione di chili di anidride carbonica e circa 55 milioni di chili di polvere ogni giorno”, ha detto Carey Lisse, a capo della campagna di osservazione della cometa per la NASA e ricercatrice capo all’Università John Hopkins. “Osservazioni precedenti realizzate col telescopio spaziale Hubble e con la sonda Swift Gamma-Ray Burst Mission and Deep Impact non hanno rilevato in questo modo emissioni di gas dalla cometa”. Grazie a Spitzer ora sappiamo che il gas ha funzionato come un propulsore.
Spitzer ha ripreso la cometa quando si trovava a circa 502 milioni di chilometri dal Sole, 3,35 volte più lontano della Terra (3AU). La cometa ISON ha un diametro inferiore a 4,8 chilometri e pesa tra i 3,2 miliardi di chili ma è ancora troppo lontana così la sua vera dimensione e la densità non sono stati determinati con precisione. Come ogni cometa, anche ISON può essere paragonata a una grande palla di neve e ghiaccio, fatta di polvere e gas freddissimi: gli elementi principali di cui è composta sono acqua, ammoniaca, metano e anidride carbonica.
Gli esperti credono che la cometa abbia iniziato il suo lungo viaggio dalla lontana Nube di Oort circa 10.000 anni fa e il 28 novembre prossimo raggiungerà il suo perielio (il punto di minima distanza di un corpo dal Sole) passando a 1,16 milioni di chilometri dal Sole. Avvicinandosi alla nostra stella si riscalderà gradualmente e molti gas verranno rilasciati, ma la sua attività sarà dominata dall’anidride carbonica fino a circa 3 volte la distanza Terra – Sole. Gli astronomi definiscono questo limite snow line e per ISON si verificherà proprio tra luglio e agosto quando la cometa si avvicinerà a Marte. Per snow line si intende quella cintura, dove si trova anche la Terra, dove l’acqua si mantiene costantemente allo stato liquido.
ISON è stata scoperta il 21 settembre 2012 da due astronomi russi dell’International Scientific Optical Network (ISON) in Russia, Vitali Nevski e Artyom Novichonok, quando si trovava tra le orbite di Giove e Saturno. “Questa osservazione ci dà una buona immagine di una parte della composizione di ISON e dell’estensione del disco protoplanetario da cui si sono formati i pianeti“, ha detto Lisse.
“Queste osservazioni pongono le basi per ulteriori scoperte non appena partirà la campagna osservativa globale della NASA“, ha detto James L. Green, direttore del Planetary Science della NASA a Washington. “ISON è molto eccitante – ha continuato – e crediamo che i dati raccolti ci possano aiutare a spiegare la formazione del nostro sistema solare“.
di Eleonora Ferroni (INAF)

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