Luna, Saturno e Spica si sono dati appuntamento il 14 maggio …

Per chi, il mese scorso, avesse perso l’occasione di vedere in cielo la Luna, Saturno e la stella Spica che si davano appuntamento, può recuperare la sera del 14 maggio quando gli stessi protagonisti torneranno a formare un triangolo facilmente individuabile. Il nostro satellite naturale, un pianeta gigante gassoso e una stella sono corpi celesti molto diversi fra loro, che si trovano a distanze molto diverse, ma che potranno essere osservati con una sola occhiata. Una volta presa la Luna come punto di riferimento, sarà facile notare nelle sue vicinanze due punti luminosi dei quali il più alto è Saturno. Il pianeta con gli anelli continua ad essere il protagonista dei cieli notturni di maggio: si può cominciare ad osservarlo subito dopo il tramonto, quando si presenta già alto in cielo in direzione sud-est. Rimane visibile per quasi tutta la notte, senza temere rivali. Gli altri pianeti osservabili, infatti, sono tutti decisamente mattinieri e sfuggenti. Poco prima dell’alba si potrà cercare di distinguere Mercurio, piuttosto basso sull’orizzonte. Venere sorge un’ora prima del Sole e lo si potrà osservare appena un po’ più alto di Mercurio. Il 5 maggio si troverà in congiunzione con Giove mentre il 22 lo sarà con Marte, ma la scarsa altezza sull’orizzonte e il sopraggiungere delle luci dell’alba non renderanno molto agevoli queste osservazioni. Anche Marte è visibile all’alba, con le stesse difficoltà che si hanno per Mercurio e Venere. Verso fine mese, tuttavia, la sua altezza sull’orizzonte aumenta rendendone più agevole l’osservazione. Fra i pianeti del mattino sarà Giove a trovarsi nelle condizioni di migliore osservabilità. A fine mese sarà, fra tutti, il più alto sull’orizzonte e lo si potrà riconoscere facilmente, a est, prima del sorgere del Sole.
Se all’osservazione dei pianeti in prossimità dell’alba preferiamo dedicarci al cielo notturno, possiamo rivolgere la nostra attenzione alle stelle. Questo mese è possibile riconoscere la Chioma di Berenice che occupa, a nord, la regione di cielo delimitata dall’Orsa Maggiore, dalla stella Arturo e dalla Vergine. La Chioma di Berenice, che costituisce un gruppo molto sparso di stelle visibili a occhio nudo, contiene alcuni oggetti molto interessanti da osservare. Vicino alla sua stella alfa, ad esempio, un binocolo permetterà di intravedere l’ammasso globulare M53. Al telescopio appare come un suggestivo sistema molto ricco di stelle, così ravvicinate verso il centro da sembrare un tutt’uno. Sempre nella regione di cielo occupata dalla Chioma, è sufficiente un binocolo per distinguere M64, ovvero la Galassia Occhio Nero. Il nome è dovuto all’aspetto che le conferisce una regione scura a nord del suo nucleo, un dettaglio che, tuttavia, è possibile distinguere solo con telescopi sufficientemente potenti.
di Elena Lazzaretto (INAF)

Un pianeta denso come il piombo

È il ritratto di un pianeta paragonabile ad una super terra super esotica, quello svelato dagli astronomi sul più denso pianeta roccioso fin qui conosciuto.
Un team internazionale di astronomi ha infatti rivelato i dettagli di un pianeta extrasolare “super-esotico”, al cui confronto il pianeta Pandora del film Avatar impallidirebbe.
Il pianeta, chiamato 55 e Cancri, dal nome della sua stella madre, ha un diametro del 60% più grande di quello della Terra ma è otto volte più massiccio.
Due volte più denso della Terra – quasi più denso del piombo – è il più denso pianeta solido ad oggi conosciuto. Almeno secondo un team di astronomi. La ricerca, basata su osservazioni del telescopio spaziale canadese MOST sarà pubblicata sulla rivista Astrophysical Journal Letters.
Distante circa 40 anni luce dalla Terra, 55 Cancri e orbita intorno ad una stella – chiamato 55 Cancri A – in maniera così ravvicinata che il suo “anno” di rivoluzione è inferiore a 18 ore.
La temperatura sulla superficie del pianeta si aggirerebbe sui 2.700 gradi Celsius. “A causa del caldo infernale, è improbabile che 55 Cancri e abbia un’atmosfera”, dice l’autore della pubblicazione. “Quindi questo non è il tipo di posto in cui potrebbe essere presente vita”.
Tuttavia, 55 Cancri e è il tipo di posto che gli scienziati che studiano i pianeti extrasolari sono desiderosi di “visitare” con i loro telescopi. 55 Cancri e è il laboratorio ideale per testare le teorie della formazione dei pianeti, l’evoluzione e la sopravvivenza.
Mentre il pianeta non è visibile, anche attraverso un telescopio, la sua stella, 55 Cancri A, si può osservare a occhio nudo per i prossimi due mesi in una “limpida” scura notte.
In questo mondo, di giorno il sole apparirebbe 60 volte più grande e 3.600 volte più brillante.
Il primo pianeta intorno a 55 Cancri A, chiamato b fu scoperto nel 1997. Nei cinque anni successivi, lo stesso team della California rinvenne altri due pianeti c e d. Nel 2004, un team con sede in Texas, ha trovato 55 Cancri e mentre un quinto pianeta, f, è stato scoperto nel 2008.
di Francesco Rea (INAF)

Tutti i colori di Andromeda

I tanti colori della galassia di Andromeda. Questo il regalo che viene dai satelliti e dai telescopi dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA) che hanno avuto modo di “osservare” la vicina galassia in diverse bande dello spettro elettromagnetico, evidenziando particolari altrimenti invisibili all’occhio umano.
La galassia di Andromeda (nota anche come M31, secondo la classificazione del catalogo di Messier) dista dalla nostra poco più di due milioni di anni luce, il che la rende uno degli oggetti celesti più osservati e studiati. Anche gli occhi dell’ESA hanno avuto modo di concentrarsi su M31: mentre i telescopi a terra hanno ottenuto immagini nella luce visibile, i satelliti e i telescopi in orbita, al di fuori dei disturbi e delle limitazioni dovute alla presenza dell’atmosfera, hanno potuto osservare in altre bande dello spettro.
XMM-Newton, il telescopio spaziale che cattura radiazioni ultraviolette e X, ha studiato le stelle più vecchie, giunte al termine della loro evoluzione. Sempre nella banda ultravioletta è possibile osservare anche stelle giovani e alquanto massive: sono destinate a esaurire presto il loro combustibile e ad esplodere come supernovae dopo poche decine di milioni di anni dalla loro formazione. Il satellite Planck, attraverso le misure nelle microonde, ha delineato la distribuzione di particelle di polvere cosiddetta fredda, la cui temperatura media si aggira poco al di sopra dello zero assoluto della scala Kelvin. La distribuzione di particelle più “calde” è invece affare di Herschel, altro satellite dell’ESA che osserva nell’infarosso, una banda particolarmente importante perchè evidenzia quelle regioni dei bracci di spirale di Andromeda dove è più elevato il tasso di formazione di nuove stelle.
Osservazioni in bande diverse che permettono di ottenere immagini in diversi “colori” della vicina Andromeda. Per noi un gradito regalo, per gli astronomi l’occasione per scoprire nuove informazioni sul ciclo evolutivo delle galassie e delle stelle che le costituiscono, potendo così conoscere meglio anche passato e futuro della nostra Galassia e della nostra stella.
di Luca Nobili (INAF)

I fari celesti come Tycho

Chissà cosa pensò Tycho Brahe, il famoso astronomo danese, quando nel 1572 osservò la supernova che avrebbe poi preso il suo nome. Di certo non poteva immaginare che pochi secoli dopo il telescopio spaziale della NASA, Chandra, avrebbe svelato che cosa ha provocato quella grande esplosione stellare lontana 13.000 anni luce. Aiutando tra l’altro gli astronomi a migliorare ulteriormente le loro misure dell’Universo.
La supernova Tycho è oggi classificata di tipo Ia. Si tratta di una categoria di esplosioni stellari particolarmente brillanti e utili ai fini della ricerca astronomica: poiché conosciamo quale dovrebbe essere la luminosità di queste esplosioni, quando ne individuiamo una, grazie al confronto tra la luminosità osservata e quella teorica, è possibile determinarne la distanza. In pratica gli astronomi utilizzano le supernovae di tipo Ia come fossero dei fari lontani dalla cui brillantezza è possibile risalire alla loro distanza. Proprio le distanze calcolate attraverso questo tipo di supernovae ha permesso di stabilire che l’Universo sta accelerando la sua espansione, un fenomeno per ora imputato alla presenza di una forza sconosciuta, definita energia oscura, che starebbe “gonfiando” lo spazio.
Risulta quindi evidente l’importanza delle supernovae di tipo Ia per chi studia l’Universo, a patto che la loro luminosità teorica sia conosciuta con estrema precisione, il che a sua volta presuppone un ottima conoscenza dei meccanismi alla base dell’esplosione della stella. Nel caso della supernova Tycho a fare chiarezza ci ha pensato il telescopio spaziale Chandra e il gruppo di ricercatori che ha analizzato le sue recenti osservazioni nella banda X.
I risultati confermano che a esplodere è stata una stella nana bianca che ha risucchiato con la sua attrazione il materiale gassoso degli strati più esterni di una stella compagna simile al Sole. In questo modo la nana bianca si è accresciuta sino a superare un punto limite oltre il quale è esplosa come supernova. Le osservazioni di Chandra confermano inoltre che la stella compagna è uscita quasi indenne da questa esplosione: ha comunque ricevuto una spinta enorme e ora viaggia a grande velocità come fosse una pallone che ha preso un bel calcio.
Nell’immagine della supernova Tycho, ripresa da Chandra, si vede in basso a sinistra un arco blu: si tratta di materiale che sta emettendo intense radiazioni X. A originarlo sarebbe stata l’onda d’urto provocata da materiale strappato via alla stella compagna nel corso dell’esplosione, unito alla sua nuova traiettoria dovuta alla spinta subita. Si tratterebbe quindi di una ulteriore conferma dello scenario che vede una nana bianca accrescersi ed esplodere a spese di una compagna più grande. Scenario che ora gli esperti sperano di estendere a tutte le supernovae di tipo Ia stabilendo una volta per tutte il meccanismo alla base delle loro esplosioni, così importanti per chi le utilizza come lontani e insostituibili fari celesti.
di Luca Nobili (INAF)

Il cielo del Leone e della Vergine

Queste le costellazioni che caratterizzano il cielo di maggio. Alte, in direzione sud, le costellazioni del Leone e della Vergine, tra le più estese dello zodiaco, dominano la volta celeste del mese di maggio. Secondo la mitologia greca, la temibile fiera fu soffocata da Ercole, poiché risultava invulnerabile alle frecce ed alla clava, mentre la Vergine era considerata la dea della giustizia che si riteneva vivesse in mezzo agli uomini, ma per i misfatti di questi preferì lasciare la Terra per prendere posto nel firmamento. Non sono molte le stelle brillanti in questa zona di cielo: tra le più facili da individuare segnaliamo Regolo, nel Leone, e Spica, l’unica stella di notevole luminosità della Vergine. Sotto di essa possiamo riconoscere le costellazioni, di dimensioni decisamente minori, del Corvo e del Cratere. Le stelle più brillanti le troviamo più a Nord-Est; Arturo, nel Bootes, la costellazione del “pastore guardiano” delle due orse, e la stella Vega, della Lira, che dominerà i cieli estivi. Continua il periodo di visibilità ottimale per l’Orsa Maggiore, che si trova praticamente allo zenit. Unico punto fisso della volta celeste – almeno in prima approssimazione – la Stella Polare nell’Orsa Minore ci indica la direzione del Nord. Queste due costellazioni sono strettamente legate anche nella leggenda greca che narra della trasformazione in orse della ninfa Callisto e del figlio Arcade ad opera di Giunone, gelosa delle attenzioni di Zeus verso la bella Callisto. Per proteggerle dai cacciatori, Zeus decise quindi di porle in cielo, ma facendole ruotare intorno al polo celeste per non perderle mai di vista. Tra le due Orse, sinuosa come un serpente, troviamo la lunga costellazione del Dragone. Al centro del triangolo formato da Orsa Maggiore, Leone e Bootes, possiamo riconoscere le piccole costellazioni dei Cani da Caccia e della Chioma di Berenice. Il mito di quest’ultima è legato ad un personaggio storico realmente esistito.
Berenice era infatti la moglie di Tolomeo III Euergete, re d’Egitto (III secolo a.C.), della dinastia dei Tolomei, la cui più nota esponente, nonché ultima discendente, fu la famosissima Cleopatra.
Nelle prime ore della sera, basse sull’orizzonte occidentale, c’è ancora il tempo di ammirare alcune delle costellazioni che sono state protagoniste dei cieli invernali, in particolare l’Auriga, i Gemelli e, un po’ più in alto, la debole costellazione del Cancro. In tarda serata vedremo invece sorgere in successione a Sud-Est la Bilancia, lo Scorpione, l’Ofiuco e il Sagittario. Sopra l’Ofiuco possiamo riconoscere la Corona Boreale e la costellazione di Ercole. La panoramica della volta celeste si conclude a settentrione, sotto l’Orsa Minore, con Cassiopea e Cefeo. A Nord-Est cominciano ad affacciarsi a notte inoltrata la già citata Lira, il Cigno e l’Aquila, che si accingono a diventare le protagoniste del cielo estivo.
Unione Astrofili Italiani

Mini galassie maxi esplosioni

Può sembrate curioso il fatto che alcune fra le esplosioni stellari più potenti mai osservate si siano verificate all’interno di galassie molto piccole.
Queste esplosioni, dette supernovae, si verificano quando una stella massiccia giunge alla fine del proprio percorso evolutivo. Grazie ai molti monitoraggi effettuati nel corso di anni, si è visto che la loro incidenza è sorprendentemente elevata nelle galassie nane, sistemi stellari anche 1000 volte più piccoli della nostra Via Lattea. Ci si aspetterebbe invece che avvenisse il contrario, per una semplice questione di statistica: in una galassia più grande ci sono più stelle, in proporzione ci sono anche più stelle massicce e di conseguenza una maggiore probabilità che si verifichino eventi del tipo supernova.
Secondo i nuovi dati sembra che le stelle massicce all’interno delle grandi galassie seguano una sorta di dieta dimagrante: al momento dell’esplosione hanno perso parte della loro massa e così il loro “gran finale” si rivela sottotono. Questo non avviene nelle galassie nane, dove le stelle massicce continuano a restare tali per tutto il tempo della loro evoluzione, fino ad esplodere con una potenza che non teme rivali.
Il fatto che nelle galassie nane le future supernove non siano soggette a consistenti perdite di massa, dipende dalla giovane età degli stessi sistemi stellari che le ospitano. Le galassie nane sono giovani nel senso che le stelle che contengono non hanno avuto il tempo di arricchire lo spazio interstellare di atomi pesanti come il carbonio e l’ossigeno. La mancanza di questi atomi nell’ambiente che circonda le stelle massicce sarebbe un fattore che ostacola la loro perdita di massa attraverso, ad esempio, il vento stellare.
Lo studio delle galassie nane e di come evolvono le stelle al loro interno è particolarmente stimolante per gli astronomi nell’ipotesi che nell’universo primordiale fossero presenti sistemi stellari con caratteristiche molto simili.
di Elena Lazzaretto (INAF)

Con il mio PC potrei anche incontrare ET

Come saranno mai gli extraterrestri? Dolci e amorevoli come ET, o ostili e crudeli come le creature di Alien? Noi propendiamo per la prima ipotesi … in ogni caso per saperlo dobbiamo prima trovarli. Grazie al progetto SETI@home, da qualche anno è possibile dare il proprio contributo attraverso i nostri PC. Astronomia.com ha recentemente invitato tutti gli appassionati ad unirsi al proprio gruppo.
Da sempre la possibile esistenza di forme di vita al di fuori della Terra ha affascinato l’uomo. Ne sono prova le testimonianze trovate in testi anche molto antichi su fenomeni aerei e/o celesti interpretati come apparizioni di UFO. In effetti, è difficile escludere a priori l’esistenza di vita extraterrestre, considerando la vastità dell’Universo, con i suoi 50 miliardi di galassie, ognuna composta da centinaia di miliardi di stelle e i relativi pianeti. Secondo la nota equazione di Drake per la determinazione della probabilità che esistano pianeti in grado di ospitare vita intelligente (considerando parametri come lunghezza della vita della stella, distanza del pianeta dalla stella, grandezza del pianeta, condizioni per lo sviluppo della vita batterica, pluricellulare e intelligente) anche inserendo i valori in assoluto più pessimistici (ameno di escludere a priori la possibilità) esisterebbero nell’Universo migliaia di civiltà extraterrestri.
E’ una bellissima notizia! Tuttavia, la comunicazione tra civiltà che abitano mondi diversi è assai complicata. E non parliamo di barriere linguistiche, sebbene anche quelle ovviamente costituiscano un bel problema. Prima di tentare di parlarsi occorre “rilevarsi”, e ciò è reso difficile per due limiti principali, per certi versi correlati fra di loro: la distanza e il tempo.
Immaginiamo che scienziati extraterrestri tentino di captare i nostri segnali. Se si trovano su un pianeta lontano dalla Terra – anche non eccessivamente distante in termini cosmici,diciamo a 10000 anni luce – riceveranno solo fra 10000 anni i segnali radio provenienti dalla Terra, poiché gli esseri umani li emettono solo da un centinaio d’anni, con l’invenzione della radio. Il tempo poi gioca anche un altro scherzo: l’Universo esiste da oltre 13 miliardi di anni, l’uomo esiste da solo un paio di milioni di anni e solo da un secolo si è evoluto in civiltà tecnologica. Per comunicare, due civiltà devono ovviamente essere “pronte” a farlo nello stesso momento, il che non è certamente scontato, tanto più che potrebbero non sopravvivere per lunghissimi periodi (secondo Asimov ad esempio una civiltà tecnologica sopravvive in media un milione di anni), il che diminuisce il numero di civiltà tecnologiche contemporanee.
Questi ostacoli non devono però bloccare i tentativi della scienza, ne raffreddare l’entusiasmo di astronomi e non, sulla possibilità di entrare in contatto con i nostri “coinquilini” cosmici. L’idea di analizzare il cielo alla ricerca di emissioni elettromagnetiche con pattern non casuale, come le onde radio o televisive, fu avanzata e messa in pratica per la prima volta alla fine degli anni 50. Da allora sono nate molteplici iniziative in questo senso, comprendenti perfino la creazione, nel 1984, del SETI Institute, una organizzazione no profit con sede in California la cui missione è esplorare, comprendere e spiegare l’origine, la natura e la prevalenza della vita nell’Universo.
La cosa meravigliosa è che tutti possiamo contribuire a questa ricerca, che in fondo attrae ognuno di noi, non solo gli studiosi. Farlo è semplicissimo, non costa nulla e non richiede conoscenze specifiche. All’Università di Berkeley, California, nel 1999 è nato infatti il progetto SETI@home, che permette di analizzare segnali radio a banda stretta raccolti da radiotelescopi; tali segnali non sono di origine naturale, quindi una loro individuazione fornirebbe la prova evidente dell’esistenza di una tecnologia extraterrestre.
SETI si basa sul concetto di calcolo distribuito. Un sistema centrale si occupa di smistare automaticamente piccoli pacchetti sui nostri pc, che vengono elaborati in locale e successivamente rispediti al mittente per essere di nuovo assemblati. In questo modo si crea una rete neurale di macchine che lavorano per un fine comune, paragonabili ad un’unica entità di dimensioni inimmaginabili! Questo network senza precedenti di oltre 5 milioni di volontari costituisce il più grande supercomputer del mondo. Per partecipare è sufficiente installare e attivare sul proprio computer il software BOINC.
Questo software è altamente personalizzabile. E’ possibile impostare varie opzioni, ad esempio per lanciare l’elaborazione solo quando il PC non è utilizzato, evitando quindi rallentamenti del computer, oppure assegnare le risorse di memoria e cpu che desideriamo in modo che l’applicazione lavori sempre in “sottofondo” senza disturbare le nostre attività.
Per ulteriori informazioni vai al sito Astronomia.com e leggi l’articolo di Francesca Diodati pubblicato l’11 marzo 2011.

Una rosa per Pasqua

Il suo nome è Arp 273, ma in realtà è un oggetto composto da due galassie (la UGC 1810, la più grande, e la UGC 1813, la più piccola). Situata a circa 300 milioni di anni luce da noi, nella costellazione di Andromeda, è sicuramente molto fotogenica (vedi il sito astronomia.com) e le due strutture sembrano proprio formare una rosa galattica. In realtà, la galassia più piccola, in basso, ha quasi certamente attraversato la sorella maggiore e ora dista da lei qualche decina di migliaia di anni luce. L’incontro ravvicinato si evince facilmente dalla deformazione che hanno subito i bracci della spirale di UGC 1810 e dal grande numero di ammassi stellari molto giovani che brillano un po’ ovunque.
Per un momento, però, lasciamo da parte la descrizione tecnica e godiamoci questa straordinaria immagine dell’Universo.
di Vincenzo Zappalà

Supernovae vicine, sono davvero un pericolo per la Terra?

E’ in qualche modo possibile prevedere quali sono le stelle più vicine al Sole in procinto di esplodere trasformandosi in supernovae? La rivista Coelum in un articolo di Claudio Elidoro ha stilato un elenco ragionato limitato a quelle stelle che si trovano entro un raggio dalla Terra di 5000 anni luce.
In cima alla lista troviamo IK Pegasi, un sistema binario distante circa 150 anni luce nella costellazione di Pegaso. La stella IK Pegasi A è una variabile, mentre IK Pegasi B (quella destinata ad esplodere) è una nana bianca tra le più massicce che si conoscano. Si tratta quindi di un’ottima candidata, una volta raggiunto il limite di Chandrasekhar di 1,44 masse solari, ad esplodere come supernova di tipo Ia. La distanza che separa le due stelle è più o meno di 31 milioni di chilometri, poco più della metà di quella che separa Mercurio dal Sole. A questa distanza è già possibile che la nana bianca stia accumulando materia a spese della compagna, ma non appena l’atra stella evolverà in gigante rossa questo furto diventerà ancora più massiccio. Valutando l’attuale situazione evolutiva della variabile gli astronomi ritengono però che la fase di gigante rossa verrà raggiunta solamente tra alcune centinaia di milioni di anni. A causa della sua vicinanza dunque IK Pegasi è al primo posto delle candidate individuate da Coleum, ma l’esplosione della sua nana bianca è decisamente lontana nel tempo e in quel lontano futuro il Sole e la supernova saranno anche molto più distanti tra loro. Infatti la stella si allontana di un anno luce ogni 14700 anni e fra 5 milioni di anni disterà dal sistema solare oltre 500 anni luce. Peraltro la possibilità, peraltro già molto bassa, di causare danni alla vita sulla Terra si ridurrà ulteriormente.
Il secondo posto è occupato da Antares (Alfa Scorpii) una supergigante rossa il cui raggio è stimato circa 800 volte quello del Sole. La sua condizione di supergigante rossa la colloca a pieno titolo in questo elenco. Posta ad una distanza di 600 anni luce, Antares è in realtà un sistema doppio nel quale la componente più grande – che è propri la supergigante rossa – sovrasta con il suo bagliore la stella compagna. L’altra componente – Antares B – è una stella blu molto calda. Antares è una stella molto evoluta già entrata nella fase finale della sua esistenza. E’ destinata ad esplodere entro un milione di anni, tuttavia anche in questo caso l’esatto stadio evolutivo non è ancora conosciuto e quindi risulta impossibile sapere quando l’esplosione avverrà. Anche se alcuni studi hanno ipotizzato che Antares potrebbe concludere la sua esistenza entro pochissimi anni o addirittura averla già conclusa, sebbene la luce dell’esplosione non sia ancora giunta a noi.
Il terzo poto è occupato dalla famosa Betelgeuse (Alfia Orionis), una tra le stelle più grandi e luminose che conosciamo; la sua distanza dalla Terra è stimata in 600-640 anni luce. Betelgeuse avrebbe un diametro pari a circa 1000 volte il diametro solare. Betelgeuse si trova nelle ultime fasi della sua evoluzione: la fase di supergigante rossa, altamente instabile, è infatti il preludio alla sua fine. Data la sua grande massa gli astronomi ritengono che la stella concluderà la sua esistenza esplodendo in una brillantissima supernova di tipo II. Naturalmente non si sa affatto quando questo accadrà.
Al quarto posto incontriamo RS Ophiuchi un sistema doppio composto da una nana bianca e da una gigante rossa in orbita reciproca. Anche in questo caso sempre in agguato c’è il destino tipico delle nane bianche che superano il limite di Chandrasekhar: l’esplosione come supernova di tipo Ia.
E’ ora il momento di parlare di T Pyxidis e anche in questo caso siamo in presenza di un sistema composto da una nana bianca e da una stella compagna la cui distanza dalla Terra viene valutata in circa 3300 anni luce. Il futuro di T Pyxidis è di diventare una supernova di tipo Ia, anche si si parla di una decina di milioni di anni di attesa. E’ stato inoltre stimato che quando questo avverrà la supernova brillerà nel nostro cielo con una magnitudine di -9.
E per finire VY Canis Majoris, una stella veramente gigantesca – con un diametro di circa 18 UA – posta a circa 4900 anni luce dalla Terra. Si tratta di una stella 500.000 volte più luminosa del Sole. La stella si trova in una fase molto instabile della propria evoluzione, caratterizzata da potenti eruzioni durante le quali espelle grandi quantità di materia ad un ritmo sempre più intenso, materia che va a formare intorno all’astro una serie di anelli, archi e noduli in espansione. VY CMa potrebbe esplodere come supernova di tipo II in meno di 100 mila anni.
Rischio da supernova?
Queste le conclusioni di Elidoro. Sono dunque pericolose per la Terra queste eventuali esplosioni di supernova, come è stato recentemente ipotizzato sulla stampa per il caso Betelgeuse? Perché una supernova risplenda nel cielo come il Sole (che ha magnitudine apparente – 26,7) dovrebbe esplodere ad una distanza di circa 1 anno luce; mentre per risplendere come la Luna piena (mag – 12,6) non dovrà essere più lontana di 670 anni luce (che coincide più o meno con la distanza di Betelgeuse). Ipotizzando poi che per esercitare una qualche influenza sui bioritmi degli esseri viventi sulla Terrasia sufficiente una fonte luminosa pari ad un centomillesimo della luce solare (la Luna piena è 1/450.000), i conti indicano che la supernova dovrebbe accendersi a una distanza di 300 anni luce, il che significa che delle nostre candidate resterebbe in lizza solamente IK Pegasi. […]
Concludendo
La conoscenza piuttosto dettagliata che abbiamo delle stelle più luminose nelle immediate vicinanze del Sole ci permette di escludere l’esistenza di giganti o supergiganti rosse in procinto di trasformarsi in supernovae pericolose per il nostro pianeta. La più vicina è proprio Betelgeuse ma gli effetti della sua esplosione si limiterebbero ad uno spettacolo celeste indimenticabile. Siamo quasi altrettanto sicuri che non esiste alcuna coppia di stelle da cui potrebbe originarsi una supernova di tipo Ia più vicina di IK Pegasi, ma in questo caso non è da escudere completamente l’ipotesi che un sistema di stelle possa essere sfuggito all’indagine a causa della sua scarsa luminosità apparente. Per il momento sembra dunque essere stata disinnescata la minaccia dell’esplosione letale sventolata un po’ troppo affrettatamente da qualche catastrofista.

I capricci atmosferici di Marte

Marte? Ha un’atmosfera capricciosa. Essa infatti cambia drammaticamente ad ogni cambio di inclinazione dell’asse del pianeta. Lo proverebbero i dati raccolti dal radar SHARAD a bordo della sonda statunitense
Grazie al radar SHARAD, frutto di una collaborazione tra l’Agenzia Spaziale Italiana e l’Università di Roma “La Sapienza”, con la partecipazione scientifica dell’INAF, è stato infatti rilevata in profondità la presenza di un deposito di biossido di carbonio ghiacciato 30 volte più grande di quanto si potesse ipotizzare.
“Già era noto da molto tempo – ci spiega il coordinatore scientifico dell’ASI, Enrico Flamini – che il ghiaccio d’acqua della calotta polare sud era stagionalmente ricoperta da uno strato di anidride carbonica ghiacciata, ma non in questa quantità”.
Come avviene il processo?
Durante l’estate nell’emisfero sud di Marte, questo strato sublima andando ad arricchire l’atmosfera ed è forse la causa delle tempeste di sabbia che periodicamente alzano nell’atmosfera marziana, fino a grandi altezze particelle di sabbia finissima, che nascondo la superficie del pianeta rosso. La scoperta di questa grandissima dì riserva di anidride carbonica diventa di notevole importanza se si tiene presente che i modelli dinamici di Marte mostrano che l’inclinazione dell’asse di rotazione varia in maniera significativa con una periodicità di circa 100.000 anni. Ogni mille secoli quindi il polo sud marziano riceve una maggiore quantità di luce solare e quindi buona parte o tutta l’anidride carbonica può sublimare facendo innalzare la pressione atmosferica e di conseguenza l’effetto serra, creando quindi le condizioni per la sopravvivenza di acqua allo stato liquido per lunghi periodi. Durante questi periodi quindi marte è circondato da un’atmosfera abbastanza densa anche se composta quasi essenzialmente da anidride carbonica che sulla terra rappresenta solo lo 0,4%. Questo effetto secolare può quindi essere la causa di molte delle evidenze di scorrimento di acqua su Marte dove si possono vedere resti di fiumi e grandi estuari a delta. Quando l’asse di Marte ritorna all’inclinazione che misuriamo oggi, l’anidride carbonica precipita di nuovo sotto forma di ghiaccio e si concentra nella regione più fredda del pianeta: il polo sud.
Il cambio di atmosfera e l’ipotesi che l’acqua ora ghiacciata ai poli, in un lontano futuro, possa sciogliersi può aiutare l’esplorazione umana di Marte, o gli effetti atmosferici renderebbe questa esplorazione ancora più difficile?
La variazione di inclinazione dell’asse di rotazione avviene su un lunghissimo periodo di tempo. Ora non siamo nel periodo di scioglimento dell’anidride carbonica e non lo saremo per alcune migliaia di anni, quindi le condizioni di Marte non sembra che potranno variare molto nei prossimi decenni. Comunque se questo dovesse accadere, su Marte si avrebbero condizioni termiche decisamente più favorevoli, disponibilità di acqua allo stato liquido e un maggior schermo dalla radiazione ionizzante e quindi sarebbe un ambiente decisamente più favorevole all’uomo anche se dovremmo comunque muoverci sulla sua superficie respirando aria dalle bombole.
Un risultato scientifico dovuto ad uno strumento pensato e realizzato in Italia. Come il suo predecessore, MARSIS, a bordo della sonda europea Mars Express. Ad analizzare i dati di entrambi i radar, Roberto Orosei, dell’INAF-IFSI di Roma, deputy principal investigator di MARSIS e team member di SHARAD.
I due radar si differenziano per capacità di penetrazione nel sottosuolo, questo come ci aiuta e quali altre differenze vi sono se vi sono?
MARSIS e SHARAD si completano a vicenda, poiché uno ha i propri punti di forza là dove l’altro é debole. Nella realizzazione di un radar sottosuperficiale, infatti, la necessità di penetrare in profondità impone limitazioni alla risoluzione spaziale, e viceversa. MARSIS massimizza la capacità di ottenere echi da grandi profondità, riuscendo a penetrare per quasi quattro chilometri sotto le calotte polari, mentre SHARAD vede nelle stesse calotte strati spessi anche pochi metri che registrano la storia climatica recente di Marte.
In questi anni di lavoro lei ha avuto modo di analizzare i dati di questi due radar, da planetologo quanto stiamo apprendendo su Marte? Quanto avremmo voluto o dobbiamo avere più pazienza? Mars Express è stato lanciato nel 2003, MRO nel 2005, a loro era legata la speranza di trovare l’acqua un obiettivo manifesto che sembra essere più arduo raggiungere del previsto.
MARSIS ha misurato il volume di ghiaccio presente nelle calotte polari marziane, che risulta equivalente a quello di uno strato d’acqua profondo venti metri a coprire l’intero pianeta, mentre SHARAD ha rivelato la presenza di depositi di ghiaccio al di fuori delle calotte, in luoghi in cui se ne sospettava la presenza sotto strati di polvere che li proteggevano dalla sublimazione e ne rendevano impossibile l’identificazione con telecamere o spettrometri. È certamente vero che la scoperta dell’acqua liquida su Marte rimane un obiettivo elusivo, ma va anche detto che é proprio grazie ai radar che stiamo cominciando a capire perché finora non abbiamo ottenuto identificazioni certe. SHARAD in particolare ha mostrato che la crosta di Marte non si deforma sotto il peso delle calotte polari, contrariamente a quanto accade sulla Terra, a significare che tale crosta é più spessa e rigida di quella terrestre, e quindi che Marte é internamente più freddo di quanto si pensasse. L’acqua liquida può quindi ancora esistere, ma potrebbe trovarsi a profondità maggiori di quelle che i radar attuali possono sondare.
Di Francesco Rea (INAF)

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