Il cielo di novembre con Tauridi e Leonidi

La notte si allunga, il Sole anticipa sempre più il suo tramonto, e questo ci regala qualche ora in più di osservazione della volta stellata. È così che allo spengersi delle ultime luci del crepuscolo avremo ancora l’opportunità di ammirare brevemente, sull’orizzonte occidentale, alcuni degli astri caratteristici del cielo estivo come il Triangolo Estivo (descritto ampiamente nelle rubriche dei mesi precedenti). Lungo la fascia zodiacale nelle prime ore della sera possiamo riconoscere il Capricorno e l’Acquario, deboli costellazioni prive di stelle particolarmente brillanti. Proseguendo verso Sud, troviamo i Pesci e la minuscola costellazione dell’Ariete. Chi osserva da luoghi con l’orizzonte meridionale privo di ostacoli – in pianura o sul mare – può cimentarsi nel riconoscimento delle costellazioni che si estendono al di sotto dell’eclittica: la Balena e più a Ovest, sotto l’Acquario, il Pesce Australe, dove si può facilmente riconoscere una stella brillante, Fomalhaut. Verso Est vedremo sorgere le costellazioni zodiacali che domineranno il cielo nell’imminente inverno: vedremo così prima il Toro e successivamente i Gemelli. In tarda serata nel cielo orientale si inizieranno a vedere altre costellazioni prossime protagoniste dei cieli invernali: il Cancro, a sinistra dei Gemelli, e nella seconda parte della notte, il Leone. Inconfondibili, a Sud-Est nelle prime ore della notte, le costellazioni di Orione e del Cane Maggiore, con la luminosissima Sirio. Sopra i Gemelli e il Toro è facilmente identificabile un’altra costellazione che vedremo ben alta in cielo per i prossimi mesi: si tratta dell’Auriga, dalla caratteristica forma a pentagono, in cui uno dei vertici è rappresentato da una delle stelle più luminose della volta celeste, Capella. In prossimità dello zenit, sulla nostra verticale, godono ancora di visibilità ottimale le costellazioni già descritte nel “cielo di ottobre”: il grande quadrilatero di Pegaso, seguito, verso Nord Est, da Andromeda e da Perseo e, più vicine al Polo Nord Celeste, la “W” di Cassiopea e il meno appariscente Cefeo. Proseguiamo il tour e soffermiamoci sulla piccola costellazione del Triangolo, tra Andromeda e l’Ariete: in essa si trova la galassia spirale M33, ben nota a tutti gli astrofili: è la terza componente per importanza del Gruppo Locale la concentrazione di galassie di cui fanno parte la nostra Via Lattea e la notissima galassia di Andromeda. A Settentrione troviamo come sempre l’Orsa Maggiore e l’Orsa Minore, con la stella polare immobile ad indicarci il Nord tra le due Orse possiamo riconoscere il Dragone.
Dal 5 al 12 novembre sarà possibile osservare lo sciame meteorico delle Tauridi, sciame generato dal passaggio orbitale terrestre sui residui della cometa Encke. Come suggerisce il nome, il radiante dello sciame proviene dalla costellazione del Toro. Le Tauridi non sono numerose (circa 5 per ora), ma hanno la caratteristica di avere quasi sempre un intenso colore arancio e una lentezza fuori dal comune.
Nella notte tra 17 e 18 novembre si verificherà la massima attività dello sciame meteorico delle Leonidi, una pioggia di “stelle cadenti” analoga a quella più nota del 12 agosto. Lo sciame meteorico delle Leonidi è prodotto dai minuscoli residui di una cometa periodica, la Tempel-Tuttle. Tali frammenti sono raccolti in una grande e rarefatta nube che viene attraversata ogni anno dalla Terra attorno alla metà di novembre. Agli appassionati osservatori di meteore che non temono il freddo e il sonno si consiglia tuttavia di prolungare le osservazioni anche nelle notti successive. Le previsioni indicano infatti un ulteriore probabile massimo di attività nelle ore che precedono l’alba del giorno 19. Il radiante – punto di provenienza della meteore – si trova nella costellazione del Leone (da cui deriva il nome dello sciame). Purtroppo quest’anno verso mattina, quando il radiante sarà più alto sull’orizzonte e quindi meglio osservabile, ci sarà il disturbo della Luna.
Tratto da: Astronomia.com

Il paradosso di Olbers

Immaginiamo di entrare in un bosco. Dapprima gli alberi sono piuttosto radi, ma poi la foresta si fa sempre più fitta. Ad un certo punto, in qualsiasi direzione noi guardiamo vediamo qualche albero, vicino o lontano che sia.
Se non vi è un sentiero segnalato o se non abbiamo una bussola, sarà ben difficile uscire fuori da quel groviglio verde. Tutto appare uguale e ci consideriamo persi. Nelle favole quello è il momento in cui facilmente arriva l’orco o il lupo. Una cosa simile dovrebbe succedere anche nel cielo. Dovunque guardassimo dovremmo vedere qualche stella. Dato che le stelle sono simili al Sole, il cielo dovrebbe avere una luminosità costante pari a quella del Sole. E invece non è assolutamente vero. In altre parole, sorgerebbe ovvia una domanda: “Com’è possibile che il cielo notturno sia buio nonostante ci sia un numero infinito di stelle?”. Già nel 1610 Keplero si era posto questa domanda, ma fu nel 1826 che l’astronomo tedesco Olbers l’enunciò in modo chiaro e preciso, come un vero e proprio paradosso.
Forse i meno esperti potrebbero dire: “Ma dove sta il paradosso? In una foresta, gli alberi che spuntano in qualsiasi direzione sono abbastanza vicini e quindi riesco a vederli tutti. Nel cielo, invece, le distanze sono enormi e le stelle diventano sempre meno luminose al crescere della distanza. Vedo ovviamente solo le più vicine e conseguentemente il cielo mi appare nero con un numero maggiore o minore di stelle a seconda delle condizioni di trasparenza dell’atmosfera. Certamente, però, non può mai essere luminoso come la superficie del Sole.” In realtà, anche il telescopio più potente del mondo, lo Space Telescope, pur riuscendo a guardare lo spazio più profondo, vede un cielo nero.
Qualcuno insisterebbe ancora: “Sì, è vero, anche l’occhio più acuto costruito dall’uomo non vede il cielo completamente luminoso … ma il problema è più o meno lo stesso …”. Qualche dubbio, però, comincerebbe a nascere. E’ inutile sforzarsi di più sulla verità della domanda di Olbers. Il paradosso da lui sollevato esisteva veramente e lui lo dimostrò in modo molto semplice.
Prima di cominciare, però, devo enunciare, per onestà, quali erano le convinzioni del mondo scientifico ai tempi dell’astronomo tedesco:
L’universo è infinito
L’universo esiste da tempo infinito
L’universo è omogeneo e isotropo, ovvero le stelle sono distribuite in modo uniforme nello spazio
Sotto queste condizioni il paradosso esiste e come! Infatti, è pur vero che la luminosità diminuisce con l’aumento della distanza, ma è altrettanto vero che più guardiamo lontani più aumenta il numero delle stelle visibili. I due effetti si bilanciano perfettamente. Non ci credete? Usiamo una semplice figura e qualche banale formula (Fig. 4 del sito Astronomia.com). L’Universo che vediamo viene diviso in gusci o strati sferici di distanza crescente. I calcoli che sono riportati in figura si riferiscono ad uno qualsiasi di questi strati.
In parole povere essa ci dice che la luminosità diminuisce con il quadrato della distanza, mentre il numero di stelle (comprese nello stesso campo visivo) aumenta con il quadrato della distanza. Le due relazioni permettono di eliminare la distanza e quindi se ne deduce che la quantità di luce che riceviamo è INDIPENDENTE da lei. Da ogni strato di stelle poste a distanze diverse ci giunge sempre la stessa luce. Dato che gli strati sono INFINITI, vuol dire che la luce che giunge è anch’essa INFINITA. Il ragionamento non fa una grinza ed ecco come dovrebbe apparire il cielo notturno secondo una perfetta dimostrazione matematica, geometrica e fisica (Fig. 5 del sito Astronomia.com).
Insomma, Olbers aveva proprio ragione e il suo paradosso a prima vista inspiegabile. Qual è allora la ragione di tutto ciò? Facile. Le ipotesi di partenza dovevano essere sbagliate, almeno qualcuna di esse se non tutte. Anche se sembra un poco assurdo, la soluzione del paradosso di Olbers ha dato il via alla cosmologia moderna e al modello cosmologico basato sul Big Bang. Infatti, oggi sappiamo rispondere, considerando valide le ipotesi che derivano dall’evoluzione e dalla struttura dell’Universo.
In realtà, ancora oggi si discute sulle varie ragioni del perché il paradosso non esista. Ogni tanto qualcuno inserisce una nuova spiegazione. Tuttavia, bastano a renderlo privo di senso, due tra le più importanti considerazioni della conoscenza attuale dello Spazio -Tempo: (1) la velocità della luce è finita, (2) l’universo è in espansione. Esse sono più che sufficienti e non vi è reale bisogno di inserire altri ragionamenti (a volte se ne leggono di strani e di controversi), anche se a volte sono logici e accettabili. Ad esempio, si legge che potrebbe dipendere dal fatto che le stelle non sono distribuite in modo omogeneo. Questo potrebbe essere anche vero, ma le galassie sono presenti un po’ ovunque. Oppure che le nubi scure assorbono la luce. Questo non è vero perché i principi della termodinamica ci dicono che se un gas assorbe energia deve prima o poi riemetterla. Si sente anche dire che l’Universo è finito e allora il discorso degli strati o gusci infiniti non è valido. Questo è sicuramente vero, ma non ve ne è bisogno. O, ancora, che le stelle hanno una vita limitata e quindi molte si possono estinguere prima che la loro luce arrivi fino a noi. Giustissimo, ma ricade in una delle due considerazioni fondamentali fatte precedentemente. Vediamo, allora, perché esse distruggono da sole il paradosso. La velocità della luce per quanto enorme è finita e quindi noi possiamo vedere solo le stelle la cui luce è giunta fino a noi dalla nascita dell’Universo, ossia 13,7 miliardi di anni. Molte altre stelle esistono nell’Universo, ma la loro luce non è ancora arrivata fino a noi e probabilmente mai ci riuscirà. L’universo si espande e quindi lo spettro della luce degli oggetti che vediamo subisce uno spostamento verso il rosso (effetto Doppler). Oggetti troppo distanti hanno un tale spostamento che diventano invisibili alle lunghezze d’onda che percepiscono i nostri occhi. Insomma, il paradosso non esiste e le motivazioni rispondono perfettamente al modello cosmologico attuale. In altre parole, le ipotesi accettate ai tempi di Olbers non erano vere. La faccenda è però un po’ più complicata e ancora si discute. Tuttavia, cerchiamo di essere comunque contenti: grazie ad alcune ricadute del modello del Big Bang riusciamo a dormire in una notte buia. Vi immaginate se fossimo circondati da un cielo notturno ovunque luminoso almeno quanto il Sole?
di Vincenzo Zappalà (Astronomia.com)

Il Quintetto di Stephan

A circa 300 milioni di anni luce da noi ce ne sono 4 mentre, più vicina, a 50 milioni di anni luce, ce n’è un’altra: formano il cosiddetto Quintetto di Stephan e sembrano 5 galassie tutte vicine fra loro, anche se una non appartiene effettivamente al gruppo. È un quintetto apparente, quindi, che percepiamo come tale perché le immagini non ci permettono di cogliere un elemento importante quale è la profondità e di distinguere cosa è in primo piano e cosa invece sullo sfondo. Un ostacolo che il telescopio Subaru, delle Hawaii, è riuscito a superare utilizzando, per osservare il quintetto, una alternanza di filtri specifici. Dal confronto delle immagini prodotte è stato possibile discriminare le regioni di formazione stellare anche in funzione della distanza della galassia alla quale appartengono, ottenendo quindi una visione d’insieme tridimensionale. Nello specifico sono stati utilizzati filtri per emissioni H-alfa, che lasciano passare cioè solo una porzione specifica e molto ristretta della radiazione luminosa ovvero quella che caratterizza proprio le regioni, più ricche di idrogeno (H), in cui si formano nuove stelle. Uno dei filtri H-alfa, inoltre, era sensibile a radiazione emessa da sorgenti la cui velocità di recessione rispetto all’osservatore è pari a zero: in grado cioè di evidenziare regioni di formazione stellare in regioni non troppo lontane, come quelle appartenenti alla galassia più vicina, in primo piano (NGC 7320, vedere il diagramma su sito INAF)
L’altro filtro H-alfa, invece, era in grado di evidenziare lo stesso tipo di regioni, però in zone lontane. Il risultato è che ciascuno dei due evidenzia aspetti che l’altro non mostra, permettendo di capire al contempo quanto “in là” stiamo guardando. L’immagine ottenuta con il filtro “per oggetti vicini”, ad esempio, evidenzia (con colorazione rossastra) solo le regioni di nascita stellare della galassia in primo piano. L’altro filtro sottolinea le analoghe regioni nelle 4 galassie più lontane, mettendo in luce anche le zone in cui queste interagiscono.
Il lavoro ad alternanza di filtri di Subaru dimostra così come si possa aggiungere profondità allo sguardo anche quando lo si punta a sistemi stellari che distano dalle decine alle centinaia di milioni di anni luce.
di Elena Lazzaretto (INAF)

Il Sole che verrà

Quando si parla dell’attività solare e dei cicli di minimo e massimo della nostra stella si entra in un campo insidioso. Al momento non esistono modelli che permettano di prevedere nel dettaglio il comportamento del Sole, se non a grandi linee. Eppure sono sempre più frequenti articoli e ipotesi su cosa ci aspetta nei prossimi anni, che spaziano da scenari caldi ad altri gelidi.
L’attività solare è strettamente legata alle macchie solari. Da quando sono state osservate e studiate con metodo scientifico dagli inizi del 1600, compreso il contributo di Galileo Galilei, le macchie solari hanno avuto un grande impatto sulla nostra conoscenza del Sole, considerato prima di allora nella cultura europea dominante come un corpo celeste perfetto, immutabile e incorruttibile. Successivamente si individuò l’esistenza di un ciclo periodico: le macchie aumentano e diminuiscono di numero seguendo periodi che in media durano 11 anni e a una maggior quantità di macchie corrisponde una maggiore intensità dell’attività solare. Non mancano però cicli anomali come quelli registrati dal 1645 al 1715 quando si arrivò a contare un minimo “storico” di macchie. Nello stesso periodo l’Europa venne attraversata da una lunga ondata di freddo, oggi denominata piccola era glaciale, segno di una probabile correlazione tra il clima e intensità dell’attività solare. Anche se va detto che la piccola glaciazione durò ben oltre il termine di tale periodo di minimo.
Ora il Sole sta raggiungendo un nuovo massimo il cui picco è previsto nel 2103 per poi tornare al minimo successivo nel 2020. Di questo passo il ciclo attuale stabilirà il record di durata, risultando il più lento tra quelli conosciuti. Per questo, e al contrario di chi preannunciava infuocate tempeste solari che avrebbero inaridito la Terra, alcuni esperti prevedono l’arrivo di un periodo di minimo più lungo del solito, forse analogo a quello avvenuto all’epoca della piccola era glaciale. Prima di giungere a una qualsiasi conclusione va ribadito che si tratta di previsioni quantomeno azzardate: il legame tra attività solare ed ere glaciali non è univoco, inoltre abbiamo iniziato a misurare con precisione i cicli solari solo da pochi decenni, da quando abbiamo spedito sonde nello spazio che hanno permesso di ottenere osservazioni più accurate. Troppo poco per costruire modelli che ci permettano di prevedere nel dettaglio il comportamento del Sole che tra l’altro ha già attraversato cicli anomali che potrebbero rivelarsi a loro volta normali periodi di variabilità.
di Luca Nobili (INAF)

NGC 281, la nebulosa in Cassiopea

In luce visibile, la nube di formazione stellare catalogata NGC 281 e posta nella costellazione di Cassiopea appare come uno dei famosi videogiochi degli anni Ottanta, Pacman (vedi foto sul sito Skylive) Alla luce infrarossa, ottenuta da WISE della NASA, Pacman assume una nuova espressione. Invece della sua forma tipica, con una bocca a triangolo, appaiono dei denti. La nebulosa è posta nella parte alta della figura, leggermente in direzione dell’angolo in alto a sinistra.
I denti sono dei pilastri nei quali si stanno formando nuove stelle. Queste strutture sono formate dalla radiazione e dai venti provenienti da stelle massicce di un ammasso centrale che sta soffiando gas e polvere in ogni direzione, lasciando soltanto il materiale più denso a formare queste strutture. I punti rossi dovrebbero essere stelle giovani, ancora avvolte dal loro bozzolo di formazione.
La Pacman è posta a circa 9.200 anni luce di distanza da noi. L’immagine è stata scattata da WISE. Il blu ed il ciano rappresentano la luce infrarossa alle lunghezze di 3.4 e 3.6 micron, proveniente principalmente dalle stelle più calde. Verde e rosso sono la luce a 12 e 22 microns, proveniente dalla polvere riscaldata.
Fonte: NASA JPL (Skylive)

2005 YU55, tutto pronto per il flyby

Gli scienziati della NASA seguiranno l’asteroide 2005 YU55 durante il sorvolo ravvicinato della Terra, che avverrà il giorno 8 novembre 2011. L’asteroide è grande 400 metri di diametro e rappresenta una ottima opportunità per studiarlo e per affinare la strumentazione osservativa. Il tracciamento dell’asteroide avrà inizio alle ore 9.30 locali del 4 novembre attraverso il Deep Space Network da 70 metri. L’asteroide continuerà dopo due ore ad essere seguito per quattro ore al giorno da Goldstone dal 6 novembre al 10 novembre. Le osservazioni radar da Arecibo inizieranno l’8 novembre, lo stesso giorno del flyby. La traiettoria di 2005 YU55 è ben nota. Nel punto di maggiore avvicinamento alla Terra sarà distante 324.600 chilometri, circa l’85% della distanza della Luna. L’influenza gravitazionale dell’asteroide non avrà effetti riscontrabili sulla Terra, neanche sulla tettonica planetaria. L’asteroide è solito passare dalle nostre parti, oltre che da quelle di Marte e Venere, ma questo è l’incontro più ravvicinato in duecento anni. L’asteroide è pressoché sferico, ruota lentamente su se stesso in circa 18 ore e la sua superficie appare scura. Gli amatori potranno osservarlo a partire da diametri di circa 15 centimetri. L’ultima volta che un corpo di dimensioni paragonabili è passato a simile distanza era il 1976, mentre il prossimo ci sarà nel 2028.
Fonte: NASA JPL (Skylive)

RCW 86: svelato un antico mistero

Un mistero antico di circa 2.000 anni, da quando gli astronomi sono stati testimoni di ciò che in seguito si è rivelata una stella esplosa. Nuove osservazioni all’infrarosso effettuate da Spitzer e dalla survey WISE hanno mostrato come la prima supernova mai registrata sia esplosa e veloce il suo resto sia stato sparato a grandi distanze.
Le scoperte mostrano che l’esplosione stellare si è verificata in una cavità, consentendo al materiale espulso dalla stella di viaggiare molto più velocemente e più lontano di quanto avrebbe fatto in altre circostanze. Il resto di supernova è veramente grande e veloce, da due a tre volte più grande di quanto ci si possa attendere da una supernova esplosa soltanto 2000 anni fa. Ora possiamo finalmente capirne la causa. Nel 185 A.C. gli astronomi cinesi notarono una nuova stella apparire nel cielo, per circa otto mesi. Dagli anni Sessanta, gli scienziati hanno determinato che il misterioso oggetto era in realtà la prima supernova mai documentata. più tardi, indicarono con RCW 86 il resto di supernova, posto a circa 8000 anni luce di distanza, ma un rebus era ancora li: il resto sferico della stella era più grande di quanto atteso, abbracciando una zona più grande della nostra luna piena. La soluzione è giunta attraverso le osservazioni infrarosse di vari telescopi. L’evento è stato una supernova di tipo Ia, creata dalla morte relativamente pacifica di una stella di massa media divenuta nana bianca. La nana bianca avrebbe poi sottratto materia da una stella vicina, riaccendendosi in una esplosione di dimensioni catastrofiche.
Le osservazioni mostrano anche per la prima volta che una nana bianca può creare una cavità intorno a sé prima di incorrere nell’esplosione. Una cavità potrebbe spiegare il motivo per il quale i resti di RCW 86 sono così grandi. Al momento dell’esplosione, il materiale espulso ha viaggiato senza impedimenti da parte di gas e polveri circostanti e lo ha fatto più rapidamente. Spitzer e WISE hanno consentito di misurare la temperatura delle polveri a -200°C, calcolando poi quanto gas avrebbe dovuto essere presente all’interno del resto per riscaldare la polvere a queste temperature. Il risultato mostra una densità molto bassa per gran parte della vita del resto di supernova, quindi una cavità. Gli scienziati hanno inizialmente sospettato che RCW 86 fosse il risultato di un collasso stellare, il più potente tipo di supernova. Le prove però hanno poi portato lontano da questo tipo di esplosione: i dati ai raggi X di Chandra e XMM-Newton indicano che l’oggetto era formato in prevalenza da ferro, tipico delle supernovae di tipo Ia.
Fonte: NASA JPL (Skylive)

Buchi neri: uno studio su 20.000 galassie

Cosa fa crescere i buchi neri giganti al centro di certe galassie? Quali sono i fattori che riescono ad accrescerli sino a masse milioni di volte quella del Sole? John Silverman dell’ IPMU (Institute for the Physics and Mathematics of the Universe), insieme a un gruppo di oltre 50 ricercatori appartenenti al team COSMOS, ha la risposta, ottenuta dopo un lungo lavoro attorno alle misure della posizione di un campione di 20.000 galassie e le osservazioni ai raggi X del telescopio spaziale Chandra: una galassia nata dalla fusione di galassie.
Punto di partenza l’ipotesi che il fattore più importante nella crescita di un buco nero gigante sia la quantità di materia presente nelle regioni circostanti. Più stelle, polveri e gas sono presenti, più il buco nero può attirarne a se aumentando di massa. Ma cosa determina una maggiore o minore quantità di materia nelle zone centrali di una galassia? Probabilmente il fatto che sia nata dalla fusione precedente di due o più galassie o che stia subendo una fusione. Dimostrare quest’ultima correlazione non è però così semplice come sembra: la luce emessa dal centro delle galassie che ospitano buchi neri giganti sovrasta quella proveniente dalle rimanenti regioni, nascondendo così la presenza di eventuali galassie vicine e in fase di fusione.
Per questo lo studio effettuato dal gruppo di John Silverman ha seguito un’altra strada. Da una parte si è servito delle misure accurate di posizione di 20.000 galassie ottenute nell’ambito del progetto zCOSMOS dal Very Large Telescope in Cile. In questo modo ha potuto stabilire, tra tutte quelle del campione sotto esame, quando due galassie sono abbastanza vicine da poter interagire tra loro e quando invece siamo di fronte a una galassia “isolata”. Dall’altra parte si è ricorsi alle osservazioni del telescopio spaziale Chandra la cui vista ai raggi X riesce a individuare quelle galassie con al centro un buco nero supermassivo. Effettuati i conteggi, è risultato che tra tutte le galassie che hanno al centro un gigantesco buco nero, quelle in coppia superano del doppio quelle singole.
Anche se ci sono altri fenomeni fisici che contribuiscono alla crescita del buco nero centrale, il risultato conferma che tali giganti oscuri riescono a raggiungere masse di milioni se non miliardi di volte quella del Sole con maggiore facilità in galassie nate dalla fusione di altre galassie. Una conclusione palese che ora è stata legittimata anche dalla statistica
di Luca Nobili (INAF)

La prima cometa troiana di Giove

Basandosi sulle osservazioni di A.D.Grauger, Giovanni Sostero ed Ernesto Guido hanno immortalato quella che potenzialmente è la prima prova diretta di una cometa troiana di Giove. La cometa P/2010 T020 (Linear-Grauer) è stata immediatamente riconosciuta dal team indagando sull’orbita, ma soltanto attraverso le osservazioni effettuate al telescopio Faulkes si è capita la reale natura dell’oggetto.
Le osservazioni hanno mostrato una apparenza nettamente cometaria, con una condensazione centrale, una chioma compatta ed una coda molto lunga.
Non si tratta di un oggetto normale, un pianetino. Analisi ravvicinate mostrano che è composta di ghiaccio di acqua e da un sottile strato di polvere, e finora nessuno dei troiani di Giove aveva mostrato evidenza di una coda e di una chioma.
Non si tratta quindi di un pianetino, ma proprio di una cometa. Questa scoperta potrebbe fornire la chiave di volta per la comprensione dell’evoluzione del sistema solare, provando che i giganti gassosi si sono formati vicino al Sole per poi muoversi più lontano, causando perturbazioni nella Fascia di Kuiper.
Fonte: Universe Today (Skylive)

Tutti astronomi con Gloria, rete globale di telescopi robotici

Non più solo lo scampolo di cielo sopra le nostre teste, ma l’intera volta celeste. Da osservare con telescopi professionali e non, gratuitamente e su base meritocratica. È quanto si propone il progetto europeo GLORIA (GLObal Robotic telescopes Intelligent Array for e-Science), finanziato dal Settimo Programma Quadro con l’obiettivo di dar vita a una sorta di “astronomia 2.0: condivisione via rete dei telescopi e accesso libero agli appassionati del cielo di tutto il mondo, per fare tutti insieme scienza “dal basso” senza spostarsi dal proprio computer.
Tutto grazie a una rete di telescopi robotizzati sparsa per il globo e a una piattaforma software per la raccolta e la valutazione peer-to-peer delle proposte d’osservazione. Esattamente come avviene per chi è astronomo di professione. Uno studente italiano potrà così, per esempio, aggiudicarsi tempo d’osservazione su un telescopio situato in Cile per studiare galassie visibili solo dall’emisfero sud. E un’astrofila nigeriana che voglia seguire nell’arco di 24 ore il comportamento d’una sorgente variabile potrà assumere al suo servizio, gestendone l’avvicendamento nel corso della giornata, telescopi presenti in Nuova Zelanda, in Sud America e alle Canarie, così da non perdere mai di vista l’obiettivo.
La rete iniziale sarà formata da 17 telescopi, ma chiunque – singoli cittadini od osservatori astronomici – potrà mettere a disposizione i propri strumenti, anche solo qualche ora per notte, magari quando non sono utilizzati. Proprio come avviene con progetti di calcolo distribuito quali SETI@home (per la ricerca di segnali extraterrestri) o Folding@Home (per lo studio della struttura 3D delle proteine). L’auspicio è dunque quello di arrivare ad avere in rete centinaia, migliaia o anche decine di migliaia di telescopi. Tutti in condivisione.
«Il criterio che verrà utilizzato per gestire l’assegnazione del tempo sui telescopi», spiega Luciano Nicastro, ricercatore presso l’INAF IASF Bologna e coordinatore, nel progetto GLORIA, delle attività di comunicazione e divulgazione, «è quello del “karma”, già applicato con successo in molti siti Web 2.0: una sorta di “reputazione”, che aumenta o diminuisce in base al giudizio espresso dall’intera comunità degli utenti secondo criteri come sulla validità delle proposte o la bontà dei risultati ottenuti. Questo per consentire a GLORIA di produrre vera citizen science: scienza fatta dai cittadini».
Il progetto, finanziato per tre anni con 2.5 milioni di euro, è coordinato dalla Facoltà d’informatica della Universidad Politécnica di Madrid (UPM), e comprende 13 partner di 8 Paesi. L’Italia è presente con l’INAF, e in particolare con lo IASF Bologna. Il primo appuntamento in calendario con il grande pubblico è per il 5 giugno 2012, in occasione del transito di Venere sul Sole: non osservabile dall’Italia, il fenomeno sarà seguito e trasmesso in diretta web e satellitare grazie a tre telescopi solari appositamente installati dal team di GLORIA a Tromsø (in Norvegia), a Sapporo (in Giappone) e a Cairns (in Australia).
Per saperne di più: Redazione Media INAF

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