Juno studierà Giove

Manca esattamente una settimana al lancio della missione Juno della NASA dedicata allo studio di Giove, il più grande dei pianeti del nostro Sistema Solare. Tutto sembra procedere secondo la tabella di marcia: nei giorni scorsi la sonda è stata agganciata con successo al potente razzo Atlas V551 che la lancerà fuori dell’atmosfera terrestre, dando inizio al suo lungo viaggio che la porterà, nel 2016, ad entrare nell’orbita di Giove e quindi ad iniziare la sua attività scientifica vera e propria.
Juno ci darà una visione dettagliata del pianeta e dell’ambiente ad esso circostante. E questo grazie al suo straordinario equipaggiamento, composto da ben 10 strumenti scientifici. Tra questi, due sono stati forniti dall’Agenzia spaziale Italiana. Il primo è Jiram (Jovian InfraRed Auroral Mapper), sviluppato con il supporto scientifico dell’INAF (Il PI è Angioletta Coradini dell’Istituto di Fisica dello Spazio Interplanetario di Roma), uno spettrometro a immagine, in grado di studiare la composizione chimica di Giove e della sua atmosfera. KaT (Ka-Band Translator), realizzato da Thales Alenia Space Italia con il supporto del team scientifico dell’Università di Roma “La Sapienza”, sarà dedicato allo studio sulla composizione interna del pianeta e sul suo campo gravitazionale.
Dopo otto anni di sviluppo della sonda, il “gran giorno” sta dunque per arrivare. E l’attesa è davvero grande: conoscere a fondo Giove sarà decisivo non solo per avere una visione migliore del nostro Sistema Solare, ma anche per caratterizzare con maggior precisione le proprietà degli esopianeti di tipo gassoso che popolano l’universo.
di Marco Galliani (INAF)

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Nella morsa del buco nero

Un buco nero supermassiccio al centro e una elevata turbolenza tutto intorno: questo quadro, che rappresenta il cuore di molte galassie, è noto da tempo, ma mai prima d’ora era stato possibile tratteggiarlo con tanta chiarezza. Il merito è di Chandra, l’osservatorio orbitante della NASA che ha permesso di seguire e documentare il percorso dei flussi di gas caldo che si muovono in direzione del buco nero al centro della galassia NGC 3115.
Nonostante i 32 milioni di anni luce che ci separano da questo sistema stellare, lo sguardo sensibile alla radiazione X di Chandra è riuscito a osservarne le correnti di gas nelle varie fasi del loro vorticoso viaggio: gli astronomi hanno così potuto individuare la soglia, il punto di non ritorno, quello oltre il quale il moto del gas viene interamente dominato dall’azione gravitazionale del buco nero. Questo confine è noto dalla teoria, è detto raggio di Bondi, ma per quanto le previsioni teoriche possano anticipare i risultati osservativi, vedere con i propri occhi (anzi, con quelli di Chandra) che le cose stanno proprio così, fa sempre un certo effetto. Il gas si trova nella morsa di un buco nero supermassivo. Nell’avvicinarsi al buco nero, il gas subisce una compressione e diventa più caldo e più brillante. La temperatura comincia ad aumentare a circa 700 anni luce dal centro: sarebbe questo il valore del raggio di Bondi nel caso di NGC 3115. Conoscendolo è possibile stimare la massa del buco nero che sarebbe pari a due miliardi di volte quella del Sole: fra i suoi colleghi di taglia simile individuati ad oggi, sarebbe quindi il più vicino al Sistema solare.
I dati di Chandra relativi a questo caso particolare sono di fondamentale importanza per la ricerca che riguarda i buchi neri galattici in generale, ricerca che punta alla comprensione di due questioni fondamentali, ovvero come crescono questi oggetti e come si comporta la materia sottoposta alla loro intensissima azione gravitazionale.
di Elena Lazzaretto (INAF)

Il cielo in agosto (e non dimenticate le Lacrime di San Lorenzo)

Come tutti gli anni ci prepariamo all’osservazione dello sciame delle Perseidi, residui della disintegrazione progressiva della cometa Swift-Tuttle. Le piccole particelle, scontrandosi a gran velocità con l’atmosfera terrestre, danno luogo a scie luminose di altissimo effetto. Il nome di “Perseidi” è determinato dalla posizione del radiante, il punto sulla volta celeste dal quale sembrano provenire le meteore, situato nella costellazione del Perseo. La denominazione tradizionale di “Lacrime di San Lorenzo” deriva dal fatto che nel XIX secolo il massimo della loro frequenza avveniva il 10 agosto, giorno della ricorrenza del Santo: ai giorni nostri il massimo si è però spostato in avanti di circa due giorni.
Secondo le previsioni più attendibili il periodo di massima attività dello sciame meteorico si verificherà in particolare nella notte tra il 12 e il 13 agosto tra l’una le 5 del mattino. Quest’anno, purtroppo, l’osservazione si presenta particolarmente sfavorevole poiché proprio durante il periodo di picco avremo la Luna Piena, pertanto presente per tutto l’arco della notte.
Vale comunque la pena tenere d’occhio il cielo dal 10 al 15 agosto, quando il numero delle Perseidi supera quello delle meteore sporadiche. Infatti, specie al crescere della loro frequenza, sono particolarmente luminose e mostrano un’alta percentuale di persistenza delle scie.
In questi ultimi anni la corrente delle Perseidi si è leggermente spostata verso l’orbita della Terra per effetto della perturbazione gravitazionale di Giove, e ciò ha prodotto un aumento generale della frequenza delle meteore rispetto ai tassi di circa 80-90 meteore/ora mediamente rilevati dall’inizio di questo secolo. Come già constatato nel 2010, anche quest’anno le frequenze dovrebbero con molta probabilità essere nella notte del massimo ancora superiori alle 100 meteore/ora.
Occhi puntati al cielo … e buona visione!
Le costellazioni
In una notte senza Luna, attendiamo lo spengersi delle ultime luci del crepuscolo e volgiamo lo sguardo verso Sud. Ci troviamo nel Sagittario, costellazione che occupa la zona della volta celeste nella quale è situato il centro della nostra galassia, la Via Lattea.
Se già ad occhio nudo possiamo apprezzare e intuire l’immensità del disco di stelle, oltre 100 miliardi, in cui siamo immersi, già con un binocolo il numero di astri visibili è incalcolabile, e innumerevoli sono le nebulose e gli ammassi stellari che si possono scorgere. Con un telescopio possiamo poi trovare una vera miniera di oggetti del cielo, splendidi soggetti per gli appassionati di astrofotografia.
A Sud-Est troviamo invece il Capricorno e l’Acquario, costellazioni relativamente grandi ma prive di stelle brillanti e difficilmente riconoscibili senza l’ausilio di una carta del cielo.
A Nord-Ovest la brillante stella Arturo contende a Vega il primato di astro più luminoso: essa fa parte del Bootes, dall’inconfondibile forma ad aquilone. Alla sua sinistra, la piccola costellazione della Corona Boreale.
Nei pressi del Triangolo Estivo, formato da Vega Altair e Deneb, possiamo cimentarci nel riconoscimento delle costellazioni minori, come la Freccia (o Saetta) – tra il Cigno e l’Aquila – o il Delfino – facilmente individuabile per la sua forma a rombo – o la ancora più ostica Volpetta.
In direzione Nord, la stella polare è come sempre al centro della famiglia delle costellazioni circumpolari. L’Orsa Maggiore e l’Orsa Minore sono accompagnate, procedendo in senso orario, dal Dragone, da Cefeo e, con la caratteristica forma a “W”, da Cassiopea.
Infine a Est vedremo sorgere il grande quadrilatero di Pegaso, seguito da Andromeda (da non perdere l’omonima galassia catalogata da Messier come M31) e Perseo, che ritroveremo protagonisti dei cieli autunnali. Ricordiamo che nel Perseo si trova il radiante dello sciame di meteore detto appunto delle Perseidi.
di Stefano Simoni (maggiori informazioni su Astronomia,com)

Ecco la Nebulosa planetaria Kn 61

A furia d’inseguire gli eventi astronomici più violenti e mediatici, può capitare di dare per scontato che la morte d’una stella finisca sempre con quel botto spettacolare che va sotto il nome di supernova. Ma non è così, anzi: nella maggior parte dei casi, il funerale d’una stella è una cerimonia all’insegna della riservatezza. Non per questo, però, l’esito è meno interessante. E anche dal punto di vista strettamente estetico, la fine d’una stella di dimensioni ordinarie, come può essere il nostro Sole, non ha nulla da invidiare al fuoco d’artificio che segna la dipartita delle sue sorelle maggiori. Ciò che le stelle medio-grandi si lasciano alle spalle nelle ultime fasi della loro vita, infatti, sono oggetti che, oltre a dare – con tutti gli elementi pesanti che contengono – un contributo cruciale alla “biodiversità” del cosmo, hanno sovente un aspetto incantevole: le nebulose planetarie. Oggetti come quello presentato lunedì scorso a Puerto de la Cruz, sull’isola di Tenerife, durante la giornata inaugurale del convegno “Planetary Nebulae: an Eye to the Future”
La scoperta è di un astrofilo austriaco
In onore del suo scopritore, la nebulosa è stata battezzata Kronberger 61 (o Kn 61). A scorgerne le tracce, nascoste fra i dati raccolti nella Digital Sky Survey (DSS), è stato infatti l’astrofilo austriaco Matthias Kronberger. Di giorno fisico delle alte energie al CERN di Ginevra, al calar del sole Matthias smette il camice da laboratorio per indossare le vesti di “cacciatore del cielo profondo”: è infatti membro d’un club d’appassionati chiamato Deep Sky Hunters. E poiché, almeno nel campo delle nebulose, non c’è praticamente differenza fra le tecniche di rilevazione utilizzate da chi il cielo lo studia per diletto rispetto a chi ne ha fatto una professione, il lavoro di squadra fra i due si è rivelato estremamente proficuo.
«Un vero e proprio match made in heaven, come si dice in inglese, un matrimonio divino, quello fra noi e il gruppo di Deep Sky Hunters», dice Orsola De Marco, l’astrofisica della Macquarie University di Sydney che, insieme a George Jacoby del Giant Magellan Telescope e a Steve Howell, deputy project scientist del telescopio spaziale Kepler, sta studiando le nebulose planetarie all’interno del campo di vista di Kepler. «Hanno lavorato su fotografie del cielo ottenute molti anni fa dall’osservatorio di Palomar, e in seguito scannerizzate e messe su Internet, a disposizione di tutti. Grazie ai metodi d’analisi che hanno sviluppato, molto sofisticati, riescono a individuare in queste fotografie anche le più piccole imperfezioni. Oggetti minuscoli, che a volte possono essere semplicemente difetti dell’immagine. Però, ogni tanto, a una successiva verifica con un telescopio professionale, possono rivelarsi oggetti reali. Così, quando io, George Jacoby e Steve Howell abbiamo cominciato il nostro progetto di ricerca sul campo di Kepler, il gruppo dei Deep Sky Hunters ci ha aiutato, intensificando le osservazioni proprio in quella porzione di cielo. Risultato: da una o due nebulose la cui presenza in quel campo era già nota, siamo già passati a sei, e forse cresceranno ancora».
A caccia di un compagno
Il campo di cui parla De Marco è una piccola porzione di cielo, circa 105 gradi quadrati (grosso modo, l’area occupata da una mano quando si tiene il braccio teso), situata nei pressi della costellazione del Cigno. È la “finestra sull’universo” di Kepler, l’osservatorio spaziale della NASA messo in orbita nel 2009 per cercare pianeti extrasolari. Vero e proprio cacciatore d’altri mondi, Kepler ha un occhio sensibilissimo alle più impercettibili variazioni di luminosità. Ma con le nebulose planetarie, che c’entra?
«Un aspetto interessante delle nebulose planetarie», spiega De Marco, «è che, nella maggior parte dei casi, non sono rotonde: è molto più facile che siano ellittiche, o bipolari, come delle clessidre. E presentano dei jet, delle bolle. Ora, queste strutture sarebbero difficili da spiegare attraverso il processo d’evoluzione d’una stella singola. Al momento, la spiegazione più plausibile è che le stelline che le originano, quando stanno per morire, vengano influenzate da un “compagno”: un’altra stella che orbita lì attorno, o addirittura dal sistema planetario della stella stessa. Dunque, grazie agli “occhi” estremamente sensibili di Kepler, in grado di percepire cambiamenti luminosi minimi, potremo verificare se, in effetti, le nebulose presenti nel suo campo di vista, come appunto Kronberger 61, hanno un compagno».
di Marco Malaspina (INAF)

Vulcani sul volto nascosto della Luna

Lì, di vulcani, proprio non s’aspettavano di trovarne. E tanto meno di quel tipo. Li hanno scoperti, come sempre più spesso succede, grazie alla fotogeologia. Ma le mappe che hanno usato non sono quelle di Google Earth, bensì le immagini lunari ad altissima risoluzione – 50 cm per pixel – scattate dalle Narrow Angle Cameras delLunar Reconnaissance Orbiter (LRO) della Nasa, che per l’occasione si è abbassato fino a 50 km d’altezza sulla superficie lunare. E ciò che hanno individuato è unaregione vulcanica anomala, di circa 25×35 km, incastonata fra i crateri Compton e Belkovic, sul lato nascosto del nostro satellite.
Per comprendere perché trovare questo tipo di tracce vulcaniche abbia così sorpreso il gruppo di ricerca, coordinato da Bradley Jolliff della Washington University di St. Louis, che ha firmato l’articolo uscito on-line su Nature Geoscience, occorre anzitutto tener presente che non tutti i crateri sono vulcanici, anzi: sulla Luna, nella grande maggioranza dei casi, si tratta di crateri da impatto. Certo, si sa da tempo che esistono anche formazioni vulcaniche, ma sono assai diverse da quelle terrestri. Relativamente piccolo e senz’atmosfera, la Luna è infatti un corpo celeste che, rispetto alla Terra, s’è raffreddato molto in fretta. Si stima che l’oceano di magma presente alle sue origini si sia solidificato in appena 100 milioni di anni. E le eruzioni che fecero seguito alla differenziazione fra crosta e mantello, costituite per lo più da lava ricca di basalto, sembrano risalire tutte a un’epoca molto antica, compresa fra i 3 e i 4 miliardi di anni fa. Inoltre, i resti di queste eruzioni sono distribuiti in modo tutt’altro che uniforme: ricoprono circa un terzo della faccia visibile della Luna, ma sono – inspiegabilmente – quasi del tutto assenti sul lato nascosto.
La regione vulcanica appena individuata, invece, si trova proprio là dove solo i satelliti possono allungare lo sguardo. E sia la sua conformazione – con una pendenza dei versanti rocciosi di circa 20-25 gradi, dunque ben più ripidi dei dolci pendii, 7 gradi al massimo, che contraddistinguono i vulcani basaltici – sia i dati raccolti da un altro strumento di LRO, il radiometro termico Diviner, sembrano indicare al di là di ogni dubbio che si tratti di rocce ricche di silicio, simili al granito o alla riolite. E che la loro formazione sia relativamente recente. «Tutto ciò è molto insolito: di conformazioni con rocce ricche di silicio, sulla Luna, ne conosciamo appena un’altra mezza dozzina», spiega Jolliff. «Ed è anche la prima volta che c’imbattiamo in un’attività vulcanica così recente sulla superficie lunare», aggiunge Ian Graham, della University of New South Wales, «e questo significa che la Luna, fino a 800 milioni di anni fa, era ancora geologicamente attiva, mentre prima si pensava che la sua attività si fosse arrestata da 1.2 miliardi di anni».
Insomma, una scoperta che potrebbe portare a rivedere parecchi capitoli della storia geologica del nostro satellite, nonché a fare nuove ipotesi sulla sua composizione interna. «Senza avere quelle rocce fra le mani, è impossibile dare alla regione vulcanica appena individuata una datazione precisa. Ma i pochi crateri da impatto presenti fanno ipotizzare che la superficie sia molto recente. E se si è formata così tardi, è difficile pensare che alla sua origine ci siano fenomeni dovuti al decadimento radioattivo, perché si tratterebbe di sorgenti di calore che diminuiscono con il tempo, facendo così sempre più fatica a spingere la lava in superficie. La Luna, però, potrebbe avere ancora un nucleo esterno liquido. Se così fosse, la missione GRAIL (Gravity Recovery and Interior Laboratory), il cui lancio è in programma entro la fine dell’anno, potrebbe essere in grado di confermarlo».
di Marco Malaspina (INAF)

Identikit a sette dimensioni per 150.000 stelle

Di solito le concedono col contagocce. Tre o quattro notti, non di più. E pure quando esagerano, ma devono essere proprio convinti che ne verrà fatto un ottimo uso, non superano mai le due o tre settimane. Perché anche una sola notte in uno dei quattro telescopi del VLT, le quattro suite più ambite dell’astronomia mondiale, basta a far la differenza: tale è la qualità di quelle gigantesche pupille tecnologiche – installate dall’ESO (European Southern Observatory) su Cerro Paranal, nelle Ande cilene – che ogni ora trascorsa a guardare il cielo con il Very Large Telescope può procurare, ai fortunati ospiti, dati sufficienti per uno o più paper sulle migliori riviste internazionali. Tutti ci vogliono andare, così anche per l’astronomia scattano le leggi di mercato: con una domanda che supera di gran lunga l’offerta disponibile, il “prezzo” sale – è il caso di dirlo – letteralmente alle stelle. E la valuta di scambio, per l’accesso ai migliori telescopi del mondo, è solo e soltanto quella della scienza: merito, credibilità e validità delle proposte.
Deve dunque essere una proposta straordinariamente valida, quella sottomessa all’ESO da una squadra di oltre 250 astronomi europei, 40 dei quali dell’INAF, guidati da Gerry Gilmore dell’Insitute of Astronomy di Cambridge e dall’italiana Sofia Randich, dell’INAF-Osservatorio astrofisico di Arcetri: il loro progetto ha polverizzato ogni precedente primato, ottenendo il diritto a ben 300 notti d’osservazione. «È un record assoluto», conferma Sofia Randich, «è la prima volta che l’OPC (l’Observing Program Committee, cioè il comitato di assegnazione tempo) dell’ESO concede sul VLT un numero di notti così alto. Tipicamente, un large program riesce a vedersi assegnate 15-20 notti. Qui stiamo parlando d’un ordine di grandezza in più».
Strumenti eccezionali per un telescopio da sogno
Per l’astronomia italiana, si tratta d’un grande successo e d’un’opportunità strepitosa: solo grazie al merito, le nostre ricercatrici e i nostri ricercatori avranno a disposizione per 300 notti, nell’arco dei prossimi 5 anni a partire dal 31 dicembre 2011, uno fra i migliori telescopi al mondo: l’unità 2 del VLT, Kueyen (“luna”, in lingua mapuche).
“Il coinvolgimento INAF è molto significativo: oltre all’osservatorio di Arcetri, partecipano alla proposta gli osservatori di Bologna, Torino, Padova, Catania, Napoli e Palermo, nonché qualche istituto universitario: in totale, una quarantina di ricercatori INAF coinvolti”, sottolinea Randich.
Durante le loro notti osservative, i nostri astronomi potranno avvalersi dello strumento FLAMES, installato sul telescopio stesso. A FLAMES sono associati due diversi spettrografi: GIRAFFE, in grado d’osservare 130 sorgenti in contemporanea, e UVES, che può ottenere “solo” 8 spettri per volta, ma a risoluzione elevatissima.
GAIA-ESO survey: l’identikit a sette dimensioni di 150mila stelle
Ma a che scopo questo grande dispiegamento di forze? E cos’è che ha convinto ESO a cedere, per un tempo così lungo, uno dei suoi gioielli più preziosi proprio al team di Randich e colleghi? Il loro progetto consiste in una sorta di super-censimento di un’ampia popolazione di stelle della nostra galassia: quello che si propongono di ottenere è l’identikit “a sette dimensioni” – posizioni, distanze, velocità, proprietà fisiche e chimiche – di circa 150mila sorgenti. «Osserveremo popolazioni d’ogni tipo», spiega Randich, «da quelle giovanissime, di appena qualche milione di anni, a quelle più antiche. Popolazioni a metallicità bassa e a metallicità più alta. Lo scopo è di misurare, dagli spettri, la velocità radiale (cioè la velocità con cui le stelle che osserveremo si avvicinano o allontanano da noi), determinarne le proprietà fisiche e, in particolare, la composizione chimica».
I dati ottenuti saranno resi pubblici – dunque liberamente accessibili a tutti gli astronomi – sull’archivio dell’ESO, e saranno complementari a quelli che raccoglierà dallo spazio il satellite GAIA, il telescopio per l’astrometria che l’Agenzia Spaziale Europea metterà in orbita nel 2013. “GAIA fornirà astrometria – ossia posizioni, moti propri e distanze molto precise – e fotometria per circa un miliardo di stelle, fino a magnitudine 20. Per una parte del campione, produrrà anche misure spettroscopiche, ma non altrettanto accurate quanto quelle astrometriche e fotometriche”, osserva Randich. “Il nostro obiettivo è quindi di ottenere, per una parte del campione di stelle che verrà osservato da GAIA, spettroscopia e misure di velocità radiale molto più accurate. In questo modo, riusciremo a completare l’informazione su quello che si chiama “spazio delle fasi a 6 dimensioni”. Questo contribuirà a fornirci una conoscenza migliore di quelli che sono i processi di formazione ed evoluzione della nostra galassia”.
Per saperne di più: ascolta sul sito INAF l’intera intervista a Sofia Randich
di Marco Malaspina (INAF)

L’età delle galassie

I modelli standard per la formazione delle galassie ellittiche sono sfidati da nuovi risultati ottenuti da un team di astronomi internazionali. I membri di CNRS, CEA, CFHT e dell’Osservatorio di Lione hanno pubblicato su Monthly Notice della Royal Astronomical Society i primi risultati degli studi su due galassie ellittiche che mostrano caratteristiche di recenti fusioni, lasciando capire che sono almeno cinque volte più giovani di quanto comunemente pensato. La comune idea assegna alle galassie una età tra i 7 e i 10 miliardi di anni, basandosi su massa e popolazione stellare. Una storia differente si basa invece su immagini molto profonde di due galassie osservate dal Canada-France-Hawaii Telescope. Gli astronomi hanno stabilito che la formazione delle due galassie ellittiche (NGC 680 e NGC 5557 vedi foto sul sito Skylive) ) sia stata originata da una fusione di due giganti spirali in un tempo compreso tra 1 e 3 miliardi di anni fa. Questa età si basa sulla presenza di filamenti molto deboli nelle galassie: queste strutture sono tipici residui di una fusione galattica e non sopravvivono per più di pochi miliardi di anni.
Fonte: Canada-France-Hawaii Telescope

Aurore d’altri mondi

Come veli sottili che ondeggiano nei cieli delle regioni polari, le aurore sono tra i fenomeni naturali più spettacolari. Ancora più emozionanti sono le aurore su altri pianeti, almeno secondo una simulazione al computer eseguita dai ricercatori del Harvard Smithsonian Centre for Astrophysics. La simulazione si basa su un modello che cerca di prevedere quali conseguenze ci possono essere su un pianeta gigante gassoso che orbita molto vicino alla sua stella, una situazione nella quale si trovano molti dei pianeti extrasolari finora individuati. E tra i risultati c’è anche la comparsa di aurore da 100 a 1000 volte più intense delle nostre.
Sulla Terra le aurore appaiono quando, a causa delle “eruzioni” solari, flussi intensi di particelle cariche colpiscono il nostro campo magnetico. Il campo incanala le particelle verso i poli: qui si scontrano con le molecole dell’atmosfera, facendole emettere una luce simile a quella dei neon. Più sono intense le eruzioni solari, più le aurore sono luminose e spettacolari. Non è quindi difficile immaginare come potrebbero essere le aurore su pianeti che orbitano molti vicini alle loro stelle, soggetti di conseguenza a flussi di particelle molto più intensi.
Secondo la simulazione nel caso di un pianeta gigante gassoso l’aurora appare come un anello attorno al’equatore, sino a 1000 volte più intensa che sulla Terra. Nell’arco di sei ore si estende verso i poli, coprendo buona parte del pianeta per poi scomparire gradualmente. Nonostante la vicinanza alla stella e la forza del fenomeno, il pianeta non riporterebbe alcun danno, perché protetto dal suo campo magnetico. Al di là dell’aspetto spettacolare, è questo il risultato che più interessa i ricercatori, già al lavoro su una nuova simulazione che dica se anche i pianeti rocciosi vicini alla propria stella, e sui quali potrebbe svilupparsi la vita, sono in grado di reggere una simile forza d’urto.
di Luca Nobili (INAF)

Spitzer nella tela del ragno

Non ci sono insetti intrappolati nella ragnatela cosmica ma stelle, poste tra noi ed un’altra spirale nota come IC 342. Il telescopio spaziale della NASA, Spitzer, ha catturato questa immagine in luce infrarossa, rivelando il brillante sentiero di polvere della galassia (vedi sito Skylive). A circa 10 milioni di anni luce dalla Terra, IC 342 è relativamente vicina rispetto alle altre galassie. Si trova perfettamente dietro il disco della nostra Via Lattea. La polvere che si trova tra noi e loro rende difficile vedere in luce visibile, ma la luce infrarossa penetra veramente facilmente. Mentre le stelle galattiche appaiono come punti bianchi o azzurri, il rosso mostra le strutture di polvere che contengono agglomerati di nuove stelle. Il centro della galassia, dove si potrebbe cercare il ‘ragno’, è attualmente casa di una enorme esplosione di formazione stellare. Dal lato opposto, una piccola barra di polvere e gas sta fornendo materiale per le nuove stelle.
FONTE: NASA

La superbolla nella Grande Nube

Una superbolla nella Grande Nube di Magellano. È questa la spettacolare immagine catturata dal Very Large Telescope dell’ESO: una suggestiva vista della nebulosa intorno all’ammasso stellare NGC 1929 che si trova nella piccola galassia vicina alla Via Lattea (vedi foto sul sito INAF).
Le mastodontiche dimensioni di quella che viene astronomicamente definita una superbolla, domina questa incubatrice stellare, scolpita dai venti delle giovani stelle molto brillanti e dalle onde d’urto causate dalle esplosioni di supernova. Questa nebulosa è ufficialmente nota come LHA 120-N 44, o per brevità N 44. Le stelle giovani e calde contenute nell’ammasso NGC 1929 emettono un’intensa luce ultravioletta che fa risplendere il gas. Questo effetto dà rilievo alla superbolla, risultato prodotto dalla combinazione di due processi. Innanzitutto i venti stellari — correnti di particelle cariche prodotte dalle stelle massicce e caldissime che si trovano nell’ammasso centrale — hanno spazzato la regione centrale. Successivamente alcune delle stelle massicce dell’ammasso sono esplose come supernove e hanno creato onde d’urto che hanno spostato il gas ancora più lontano, a formare la bolla rilucente. Anche se le forze che hanno dato forma alla superbolla sono distruttive, nuove stelle si stanno formando sui bordi, dove il gas viene compresso.
Redazione Media INAF

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