Ammasso Pozzo dei Desideri

NGC 3532 (noto anche come Ammasso Pozzo dei Desideri o con la sigla C 91) è un brillante ammasso aperto situato nella costellazione australe della Carena. Giace in uno dei tratti della Via Lattea più ricchi e luminosi dell’intera volta celeste; può essere osservato solo a sud del Tropico del Cancro, a causa della sua declinazione molto meridionale.

This image of the bright star cluster NGC 3532 was captured by the Wide Field Imager instrument at La Silla Observatory in 2013; some of the stars still shine with a hot bluish color, but many of the more massive ones have become red giants and glow with a rich orange hue. Image credit: ESO / G. Beccari.

Si tratta di un ammasso estremamente ricco, visibile ad occhio nudo come una macchia luminosa allungata in senso est-ovest poco a nordest della brillante Nebulosa della Carena, anche se la notte non è particolarmente buia, come nelle periferie delle città; già un binocolo 10×50 è in grado di risolverlo in una miriade di piccole stelline, distribuite attorno a due punti ben distinti: quello ad ovest, meno ricco e dominato da due stelle di ottava magnitudine, e quello ad est, dominato da una stella doppia di settima. A sud-est è ben visibile la stella di quarta grandezza x Carinae. Attraverso un telescopio amatoriale sono osservabili centinaia di stelle fino alla dodicesima magnitudine, e l’ammasso appare talmente esteso che in oculari di piccolo campo visivo non si riesce a contenere tutto; gli strumenti più adatti pertanto sono binocoli di media potenza o al più un piccolo telescopio. La sua declinazione è fortemente australe e fa sì che quest’ammasso non sia osservabile da molte delle regioni abitate dell’emisfero boreale, come l’Europa e quasi tutto il Nordamerica; da alcune regioni abitate dell’emisfero australe, al contrario, si presenza circumpolare.  Questo oggetto celeste fu notato da Nicolas Louis de Lacaille nel gennaio del 1752, e fu in seguito battezzato con il suggestivo nome di Pozzo dei Desideri, vista la similitudine con le scintillanti monete d’argento che si accumulano sul fondo di un pozzo dei desideri. Tuttavia appare ovvio pensare che un oggetto simile fosse stato osservato in epoche più antiche, data la sua notevole luminosità; inoltre fino all’età classica quest’oggetto si mostrava al di sopra dell’orizzonte mediterraneo, e assunse una posizione più meridionale in seguito, a causa della precessione degli equinozi. Fu in seguito riscoperto da James Dunlop, che lo osservò con suo telescopio dall’emisfero australe, e in seguito da John Herschel, che lo inserì nel suo catalogo. L’ammasso è composto da oltre 670 stelle, la gran parte delle quali sono bianche, di classe spettrale A, ma non mancano stelle di classe F, ossia di colore giallo. La metallicità delle componenti è simile a quella del Sole. NGC 3532 sarebbe distante dal Sole non più di 486 parsec (1584 anni luce), dunque risulterebbe essere lontano dagli altri oggetti di fondo, molto più remoti e giacenti nel Braccio del Sagittario; la sua magnitudine complessiva è pari a 3,0. Le stime sulla sua età attestano un valore sui 300 milioni di anni, il che lo pone a metà via fra le età di M37, di 200 milioni di anni, e dell’ammasso del Presepe, di 400 milioni di anni; la sua massa complessiva è pari a circa 2000 masse solari ed è particolarmente ricco di stelle di classe spettrale A, ossia di stelle bianche. Sono presenti pure un gran numero di stelle doppie, come era stato indicato anche da John Herschel. Lungo la sua linea di vista non sono presenti dense aree di polvere interstellare cosicché la sua osservazione e il suo studio risultino piuttosto facili. Studi volti a riconoscere e a determinare la presenza di nane bianche in alcuni ammassi aperti hanno permesso di individuare quattro possibili membri di quest’ammasso. (This image of the bright star cluster NGC 3532 was captured by the Wide Field Imager instrument at La Silla Observatory in 2013; some of the stars still shine with a hot bluish color, but many of the more massive ones have become red giants and glow with a rich orange hue. Image credit: ESO / G. Beccari*.

Messier 47 è sempre più blu

Le stelle dello spettacolare dell’ammasso stellare Messier 47 sono sempre più blu. La foto è stata ottenuta nell’ambito del programma Gemme Cosmiche con la camera WFI (Wide Field Imager) montata sul telescopio da 2,2 metri dell’MPG/ESO all’Osservatorio dell’ESO di La Silla, in Cile. Questo giovane ammasso aperto presenta brillanti stelle blu, ma contiene anche alcune stelle molto diverse, rosse e giganti. Messier 47 si trova a circa 1600 anni luce dalla Terra, nella costellazione della Poppa (quella della nave mitologica Argo). È stato notato per la prima volta poco prima del 1664 dall’astronomo italiano Giovanni Battista Hodierna e successivamente scoperto indipendetemente da Charles Messier stesso, che sembra non fosse a conoscenza delle osservazioni precedenti di Hodierna. Il colore bianco-blu brillante di queste stelle è un indicazione della loro temperatura, con le stelle più calde che appaiono più blu e le stelle più fredde che appaiono più rosse. La relazione tra colore, luminosità e temperatura si può visualizzare mediante la curva di Planck. Ma lo studio più dettagliato dei colori delle stelle attraverso la spettroscopia racconta agli astronomi molte più cose – tra cui la velocità di rotazione delle stelle e la loro composizione chimica. Ci sono nell’immagine anche alcune stelle rosse e luminose – sono giganti rosse più avanti nel loro breve ciclo di vita rispetto alle più leggere e più longeve stelle blu. La durata della vita di una stella dipende soprattutto dalla sua massa. Le stelle massicce, che contengono molte volte il materiale che compone il Sole, vivono vite brevi, misurate in milioni di anni. Invece le stelle molto meno massicce possono continuare a brillare per molti milardi di anni. In un ammasso, le stelle sono tutte più o meno della stessa età e con la stessa composizione chimica iniziale. Perciò le stelle massicce e brillanti evolvono più in fretta, diventano prima giganti rosse e prima terminano la loro vita, lasciando le stelle meno massicce e più fredde a sopravvivere loro a lungo. Anche se è brillante e facile da vedere, Messier 47 è uno degli ammassi aperti meno densamente popolati: sono visibili solo una cinquantina di stelle in una regione di circa 12 anni luce, a confronto con altri oggetti simili che possono contenere migliaia di stelle. Messier 47 non è sempre stato facile da identificare. Infatti, per anni è stato dato per perso, poichè Messier aveva registrato le coordinate in modo non corretto. L’ammasso fu riscoperto successivamente e ottenne una diversa designazione di catalogo – NGC 2422. La natura dell’errore di Messier e la conclusione definitiva che Messier 47 e NGC 2422 sono lo stesso oggetto sono state stabilite solo nel 1959 dall’astronomo canadese T. F. Morris. Per caso Messier 47 appare in cielo vicino a un altro ammasso stellare molto diverso – Messier 46. Messier 47 è relativamente vicino, a circa 1500 anni luce, ma Messier 46 si trova a circa 5500 anni luce di distanza e contiene molte più stelle, almeno 500. Nonostante contenga molte più stelle, appare significativamente più debole a causa della sua maggiore distanza. Messier 46 potrebbe essere considerato il fratello maggiore di Messier 47, a circa 300 milioni di anni rispetto ai 78 milioni di quest’ultimo. Di conseguenza, molte delle stelle più massicce e brillanti in Messier 46 hanno già trascorso la loro breve vita e non sono più visibili, perciò molte delle delle stelle di questo ammasso più vecchio sono rosse e più fredde.
di Eleonora Ferroni (INAF)
[Clicca QUI per il comunicato stampa dell’ESo in italiano]

L’ESO fotografa il Pozzo dei desideri

Quello che vedete in questa variopinta immagine, realizzata con il telescopio da 2,2 metri dell’MPG/ESO all’Osservatorio dell’ESO a La Silla (in Cile), è l’ammasso stellare luminoso NGC 3532 a circa 1300 anni luce da noi, nella costellazione della Carena.

Il telescopio da 2,2 metri dell'MPG/ESO all'Osservatorio dell'ESO di La Silla in Cile ha ottenuto questa ricca e variopinta veduta del brillante ammasso stellare NGC 3532. Alcune delle sue stelle sono caldissime e blu, ma molte delle più massicce sono divenute giganti rosse e brillano di colore arancione. Crediti: ESO/G. Beccari

È noto in modo informale come l’ammasso del “Pozzo dei Desideri”, poiché ricorda una manciata di monete d’argento lanciate in un pozzo. Viene anche chiamato l’ammasso del “Football” (cioè del Pallone) a causa della sua forma ovale, che può sembrare, per chi è familiare con il gioco, un pallone da rugby. È uno degli ammassi aperti più spettacolari di tutto il cielo. Particolari sono i suoi colori: alcune giovani stelle brillano ancora di un colore caldo e bluastro, ma molte delle più massicce sono diventate giganti rosse e brillano di una ricca tonalità arancio. Le stelle più massicce dell’ammasso originale hanno già trascorso la loro vita breve ma brillante e sono esplose tempo fa come supernove. Altre stelle deboli, numerose ma meno appariscenti, sono le stelle di piccola massa e vita più lunga. NGC 3532 è formato da circa 400 stelle in totale. Questa immagine di NGC 3532 è stata ottenuta con lo strumento WFI (Wide Field Imager) all’Osservatorio dell’ESO a La Silla nel febbraio 2013. Lo sfondo del cielo è una zona della Via Lattea molto ricca di stelle. È visibile anche qualche nube di gas rosso incandescente, così come sottili strisce di polvere che bloccano la vista sulle stelle più distanti. Queste non sono probabilmente collegate all’ammasso stesso, abbastanza vecchio da aver eliminato da tempo tutto il materiale circostante. NGC 3532 molto brillante è visibile facilmente a occhio nudo dall’emisfero australe. È stato scoperto dall’astronomo francese Nicolas Louis de Lacaille osservando dal Sud Africa nel 1752 e catalogato tre anni dopo nel 1755.  NGC 3532 copre un’area di cielo pari a circa il doppio della Luna piena ed stato descritto come un ammasso ricco di binarie da John Herschel, il quale vi osservò “diverse eleganti stelle doppie” durante il suo soggiorno nel sud dell’Africa intorno al 1830. Di importanza storica più recente, NGC 3532 è stata la prima sorgente osservata dal telescopio spaziale Hubble di NASA/ESA il 20 maggio 1990. Questo raggruppamento di stelle ha circa 300 milioni di anni: è perciò di mezz’età, secondo gli standard degli ammassi aperti. Le stelle di massa molto maggiore del Sole vivono per pochi milioni di anni, il Sole dovrebbe vivere circa 10 miliardi di anni, mentre le stelle di massa più piccola per centinaia di miliardi di anni – molto di più dell’età attuale dell’Universo.
di Eleonora Ferroni (INAF)

Dove nascono i giganti

R136, formalmente conosciuto come RMC 136, è un ammasso che si trova circa nel centro  di 30 Doradus complesso (conosciuta anche come Nebulosa Tarantola ), nella Grande Nube di Magellano . Si tratta di un giovane ammasso stellare, 1-2 milioni di anni, di stelle giganti e supergiganti . Molte delle stelle più luminose sono di tipo spettrale O3.  In aggiunta, ci sono diverse stelle di Wolf-Rayet . R136 produce la maggior parte dell’energia che rende la Nebulosa Tarantola visibile. La massa stimata del cluster è 450.000 masse solari, suggerendo che probabilmente diventerà un ammasso globulare in futuro.  L’ammasso R136 contiene numerosi componenti.  Al suo interno si trovano stelle anomale con volumetrie oltre il limite empirica di 150 masse solari. Ll’ammasso stellare è teorizzato provenire dalla collisione e la fusione delle massicce componenti stellari di stretti sistemi binari , con conseguente formazione di stelle ultramassive.
R136a è stata considerata  come una stella ipergigante di circa 1500 masse solari, 32 milioni di volte più luminosa del Sole, con una temperatura superficiale di 55-60,000 K e circa 50 milioni di miglia di diametro. R136a è risultato poi essere un ammasso denso che contiene, tra le altre cose, dodici stelle molto massicce e luminose nel suo nucleo. Tre stelle estremamente luminose (R136a1, R136a2 e R136a3) dominano il cluster e sono separate da solo 0,10 e 0,48 secondi d’arco. Una delle stelle, R136a1, è la più massiccia stella trovato fino ad oggi con 265 masse solari,  così come la più luminosa (8.700.000 volte la luminosità del Sole).
Hodge 301 è un altro ammasso stellare nella Nebulosa Tarantola. Il cluster e la nebulosa si trovano a circa 168.000 anni luce di distanza (Grande Nube di Magellano) . Hodge 301, insieme con il cluster R136 , è uno dei due grandi ammassi stellari situati nella Nebulosa Tarantola , una regione che ha visto intense esplosioni di formazione stellare nelle ultime decine di milioni di anni. R136 è situato nelle regioni centrali della nebulosa , mentre Hodge 301 si trova a circa 150 anni luce di distanza, a nord-ovest.  Hodge 301 è stata costituita nella fase iniziale della attuale ondata di formazione stellare, con un’età stimata  fra i 20 e i 25 milioni di anni. E’ circa dieci volte più grande di R136. Si stima che almeno 40 stelle al suo interno sono esplose come supernovae , dando luogo a movimenti di gas violenti all’interno della circostante nebulosa e l’emissione di raggi x . Ciò contrasta con la situazione intorno a R136, che è abbastanza giovane che nessuna delle sue stelle sono ancora esplose come supernovae; invece, le stelle di R136 emettono forti venti stellari , che si scontrano con i gas circostanti.

Ammasso aperto di anatre selvatiche

Messier 11 è un ammasso aperto, noto anche come NGC 6705 o Ammasso dell’Anitra Selvatica, a volte indicato come ammasso galattico. Si trova a circa 6000 anni luce dalla Terra nella costellazione dello Scudo. Scoperto dall’astronomo tedesco Gottfried Kirch nel 1681 dall’Osservatorio di Berlino, appariva come una macchia indistinta al telescopio. Fu solo nel 1733 che per la prima volta la macchia fu risolta in stelle distinte dal reverendo William Derham in Inghilterra, mentre Charles Messier lo incluse nel suo famoso catalogo nel 1764. Studiare un ammasso aperto è un ottimo modo per verificare le teorie di evoluzione stellare, poiché le stelle si formano tutte dalla stessa nube di gas e polvere e perciò sono molto simili tra di loro – hanno più o meno tutte la stessa età, la stessa composizione chimica e la stessa distanza dalla Terra. Tuttavia, ogni stella nell’ammasso ha una massa diversa e le stelle più massicce evolvono più rapidamente delle loro compagne di massa più piccola perchè consumano l’idrogeno più rapidamente. In questo modo si possono confrontare direttamente i diversi stadi evolutivi all’interno dello stesso ammasso: per esempio, è vero che una stella di 10 milioni di anni con una massa pari a quella del Sole evolve in modo diverso da un’altra stella della stessa età ma di massa pari alla metà? In questo senso, gli ammassi aperti sono ciò che gli astronomi possiedono di più vicino alle “condizioni di laboratorio”. Gli ammassi aperti si trovano di solito nei bracci delle galassie a spirale o nelle regioni più dense delle galassie irregolari, dove è ancora attiva la formazione stellare. Messier 11 è uno dei più ricchi e compatti ammassi aperti: misura circa 20 anni luce di diametro e ospita quasi 3000 stelle. Gli ammassi aperti sono diversi dagli ammassi globulari, che tendono a essere molto densi, legati strettamente dalla forza gravità, e contengono centinaia di migliaia di stelle molto vecchie – alcune vecchie quasi quanto l’Universo stesso. Poiché le stelle di un ammasso aperto sono legate le une alle altre in modo molto debole, le singole stelle possono essere facilmente espulse dal gruppo principale a causa degli effetti della gravità degli oggetti celesti vicini. NGC6705 ha almeno 250 milioni di anni e perciò tra alcuni milioni di anni probabilmente la formazione delle Anatre selvatiche si disperderà e l’ammasso si spezzerà e si mescolerà con l’ambiente circostante.
Redazione Media Inaf

Pleiadi: più vicine che mai, anzi no

Sembra quasi di poterla toccare la Chioccetta che il Pascoli, ne Il gelsomino notturno, immagina zampettare nel cielo notturno seguita da un pigolio di stelle. E dev’essere sembrato vicino per davvero al satellite europeo Hipparcos l’ammasso delle Pleiadi, se dai suoi dati risulta distante appena, si fa per dire, 390 anni luce dal nostro pianeta. Un dato preoccupante per chi, in astronomia, era abituato a figurarselo almeno 40 anni luce più lontano. L’ammasso delle Pleiadi è composto da stelle giovani e calde, molto luminose, formatesi circa 100 milioni di anni fa. Un piccolo laboratorio cosmico per comprendere come possano formarsi simili strutture. E un punto di riferimento per chi si è servito delle Sette sorelle come parametro di riferimento per stimare la distanza di altri ammassi stellari, più lontani. Per verificare la misura di Hipparcos è sceso in campo un gruppo di ricerca guidato da Carl Melis, dell’Università della California, San Diego. Melis e colleghi si sono serviti di una rete mondiale di radiotelescopi per rendere la nuova misurazione più accurata possibile. Un parco mezzi impressionate: Dal Very Long Baseline Array (VLBA), il sistema di dieci radiotelescopi che si estende dalle Hawaii alle Isole Vergini, al Robert C. Byrd Green Bank Telescope in West Virginia, dal William E. Gordon Telescope dell’Osservatorio di Arecibo a Puerto Rico all’Effelsberg Radio Telescope in Germania. Per saperne di più abbiamo raggiunto al telefono Mario Lattanzi dell’INAF – Osservatorio Astrofisico di Torino e responsabile del gruppo di coordinamento italiano di Gaia, il satellite dell’ESA lanciato alla fine dello scorso anno (che dovrà mappare circa 1,5 miliardi di oggetti nella Galassia), e cui toccherà in qualche modo dare una risposta definitiva alla questione aperta sulla distanza delle Pleiadi. “La rete di radiotelescopi da Terra messa in piedi dal team statunitense fornisce una misura diretta della distanza dell’ammasso, determinata attraverso la misura della parallasse trigonometrica, proprio come per le misure di Hipparcos”, spiega Lattanzi. “La differenza sta nella qualità del dato. La precisione relativa della rete di radiotelescopi statunitensi si aggira attorno all’1%. Decisamente meglio del dato di Hipparcos. Tanto meglio che la differenza fra i due rilevamenti, quello dei radiotelescopi e quello del satellite, non può essere spiegata in termini di margine di errore”. Ed ecco la discrepanza diventa problema, controversia scientifica. Secondo il gruppo di Melis le Pleiadi si trovano a 443 anni luce di distanza. Si tratta della misura più accurata e precisa mai fatta prima d’ora. Il che è un sollievo, perché saremmo abbastanza vicini ai dati precedenti a Hipparcos, su cui si basano una serie di modelli standard di formazione stellare.Cos’è successo però al satellite? In oltre quattro anni di lavoro ha raccolto dati per 118.000 stelle, e le cause di errore sulla misurazione delle Pleiadi resta sconosciuta. Ecco allora che il satellite Gaia, lanciato il 19 dicembre dello scorso anno e appena entrato in fase operativa dopo alcuni mesi di messa a punto tecnica, è destinato a diventare il ‘giudice’ di questa controversia astronomica. “Ci aspettiamo che la misura della parallasse a fine missione sarà migliore di un quarto di mas ovvero 25 micro-secondi-d’arco per le stelle più brillanti della quindicesima magnitudine (ndr: come Hipparcos anche Gaia lavora nella parte visibile dello spettro), che è il caso delle stelle misurate (nel radio) dall’esperimento che ha interessato VLBI”, spiega Lattanzi. “Questa precisione di Gaia promette un errore relativo sulla distanza delle Pleiadi di meno dello 0.3%, quindi almeno tre volte meglio del dato VLBI”.
di Davide Coero Borga (INAF)

NGC 290, uno scrigno stellare

Più brillante di un gioiello. Solo le stelle possono essere così. Sono proprio come gemme quelle che risplendono nell’ammasso aperto NGC 290. L’ammasso è davvero fotogenico e in questa immagine catturata dal Telescopio Spaziale Hubble (proposto da APOD qualche giorno addietro) fa una figura davvero maestosa. Gli ammassi aperti, lo sappiamo, sono ben diversi dalla loro controparte globulare. Intanto si trovano per lo più nel piano del disco galattico, mentre i globulari sono sparsi per tutto l’alone. Poi, contengono molte meno stelle (gli ammassi globulari più popolati possono arrivare a diverse centinaia di migliaia), e la percentuale di stelle giovani e blu è molto più elevata.  La teoria moderna dell’evoluzione stellare si è giovata molto dello studio degli ammassi aperti e globulari e ne ha derivato un quadro ormai abbastanza consistente della loro natura. Gli ammassi globulari sono certamente più antichi, di una età paragonabile all’età dell’universo stesso, e pertanto contengono stelle di massa piccola e in fasi evolutive avanzate. Gli ammassi aperti sono ben più giovani e scoppiettanti, pieni di stelle molto grosse e molto calde.  NGC 290 si trova a circa duecentomila anni luce dalla Terra, e (udite udite) non è nella nostra Galassia, ma in una galassia vicina, la Piccola Nube di Magellano. Contiene qualche centinaio di stelle e si dispiega per circa 65 anni luce di larghezza. Uno scrigno cosmico i cui incantati colori ci raggiungono della profondità dell’universo. Un delicato tesoro di luci colorate, affogato nel nero limpido e terso di un cielo perennemente stellato.
GruppoLocale.it

Una goccia d’inchiostro tra le stelle

La parte della costellazione del Sagittario chiamata NGC 6520 è uno dei campi stellari più ricchi dell’intero cielo – la Grande Nube Stellare del Sagittario. L’enorme numero di stelle che illuminano questa regione enfatizza l’oscurità di nubi oscure come Barnard 86.
Questo oggetto, una piccola e isolata nebulosa oscura nota come un “globulo di Bok”, è stato descritto come “una goccia d’inchiostro nel cielo luminoso” dal suo scopritore, Edward Emerson Barnard, un astronomo americano che ha scoperto e fotografato numerose comete e nebulose oscure, una della lune di Giove, e molto altro. Osservatore eccezionale e appassionato astro-fotografo, Barnard è stato il primo a utilizzare lunghe pose fotografiche per esplorare le nebulose oscure.
Attraverso un piccolo telescopio, Barnard 86 appare come una mancanza di stelle, una finestra su un piccolo pezzo di cielo sgombro, più distante. In realtà questo oggetto sta davanti al campo stellare – una nube fredda, scura e densa composta da piccoli grani di polvere che bloccano la luce delle stelle e rendono opaca la regione. Si pensa che si sia formata dai resti di una nube molecolare collassata per formare il vicino ammasso stellare NGC 6520, che si vede a sinistra di Barnard 86 in questa immagine.
NGC 6520 è un ammasso aperto che contiene molte stelle calde che risplendono di luce bianco-azzurra, un segno inequivocabile della loro giovinezza. Gli ammassi aperti di solito contengono poche migliaia di stelle che si sono formate tutte allo stesso tempo e perciò hanno la stessa età. Questi ammassi di solito vivono relativamente poco, dell’ordine di diverse centinaia di milioni di anni, prima di disgregarsi.
L’incredibile numero di stelle in questa zona di cielo complica le osservazioni dell’ammasso, rendendo difficile imparare molto su di esso. Si pensa che l’età di NGC 6520 sia di circa 150 milioni di anni e che sia l’ammasso stellare che il vicino ricco di polvere si trovino ad una distanza di circa 6000 anni luce dal nostro Sole.
Le stelle che appaiono in Barnard 86 in questa immagine si trovano in realtà di fronte ad esso, cioè tra noi e la nube oscura. Anche se non sappiamo se questo sia vero per Barnard 86, molte nebulose oscure ospitano nuove stelle in formazione all’interno – come ad esempio nella famosa Nebulosa Testa di Cavallo (eso0202), nell’appariscente oggetto Lupus 3 (eso1303) e in qualche misura anche in un’altra delle scoperte di Barnard, la Nebulosa Pipa (eso1233). Tuttavia, la luce delle stelle più giovani è bloccata dalle zone di polvere circostanti, cosa che le rende visibili solo in luce infrarossa o di lunghezza d’onda maggiore.
Redazione Media Inaf

L’ammasso stellare Cygnus OB2

La Via Lattea ed altre galassie nell’universo nascondono molti giovani ammassi stellari e associazioni contenenti ciascuno centinaia o migliaia di stelle calde, massive e azzurre di tipo O e B. L’ammasso stellare Cygnus OB2 contiene più di 60 stelle di tipo O e un migliaio di stelle di tipo B. Ad una distanza di “soli” 5000 anni luce da noi, è l’ammasso più vicino ad avere questa massa. Osservazioni profonde con Chandra, a raggi X, hanno scoperto una emissione X dalla corona (atmosfera esterna) delle giovani stelle a provare che questa immense fabbriche stellari si formano e si evolvono. Sono state trovate circa 1700 sorgenti X, comprendendo 1450 che si ritiene appartenenti all’ammasso. Nell’immagine, i dati di Chandra in spettro X sono in blu mentre quelli infrarossi di Spitzer sono in rosso e quelli ottici del telescopio Isaac Newton sono in arancio.
Le stelle giovani hanno età comprese tra un milione e sette milioni di anni. I dati infrarossi indicano che una piccolissima frazione di stelle possiede un disco di gas e polveri. Pochi dischi sono stati trovati intorno alle stelle di tipo O e B, visto che la loro intensa radiazione spazza via più facilmente il disco in formazione. Le stelle di popolazione più antica sono in numero inferiore, visto che molte sono già esplose come supernovae.
Infine, la massa dell’intero ammasso è stimata in circa 30 mila masse solari.
Chandra Harvard

Sette sorelle, anzi mille

Per la mitologia greca erano sette sorelle, ninfe delle montagne figlie di Atlante e Pleione. Per gli astrofisici oggi  sono un ammasso stellare che conta oltre 1000 astri. Sono le Pleiadi, splendido oggetto celeste che scintilla brillantissimo nel cielo di novembre e che rimarrà ben visibile per tutto l’autunno e l’inverno. Già alto in prima serata verso est, questo caratteristico gruppo di astri è situato nella costellazione del Toro. Ad occhio nudo e in assenza di luci o inquinamento luminoso, è possibile contare tra 6 e 8 stelle dell’ammasso, ma già con un semplice binocolo se ne individuano alcune decine. Dal punto di vista astronomico, le Pleiadi sono un ammasso stellare aperto — dove tutti gli oggetti che lo compongono si sono formati dalla stessa nube proto stellare — che ha un raggio del suo nucleo centrale di circa 4 anni luce e dista da noi poco più di 400 anni luce. Può sembrare sorprendente ma l’estensione delle Pleiadi è davvero elevata: basti pensare che la sua ampiezza apparente equivale a quattro volte il diametro della luna piena. Un’altra particolarità di questo ammasso è la sua età, relativamente giovane in termini astronomici: circa cento milioni di anni. Nonostante ciò, le previsioni degli astrofisici non prospettano una lunga vita per questo ammasso, che dovrebbe disgregarsi (per effetto di interazioni gravitazionali con altri oggetti celesti massicci come gruppi di stelle o nebulose), nell’arco di qualche centinaio di milioni di anni.
Se volete trovare facilmente l’ammasso delle Pleiadi e con l’occasione dare uno sguardo a quello che sarà il cielo notturno di novembre e i suoi fenomeni più caratteristici, nonché conoscere la visibilità dei principali pianeti, troverete le mappe stellari e altre informazioni sulle osservazioni nel video pubblicato sul sito INAF.
di Marco Galliani (INAF)

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