Un innocuo asteroide

L’asteroide 2009 JF1 è stato scoperto il 4 maggio 2009 dal riflettore Cassegrain da 1,52 m che si trova sul monte Lemmon in Arizona, telescopio che va alla ricerca di nuovi asteroidi near-Earth nell’ambito della Catalina Sky Survey (Css). Dopo la scoperta, l’asteroide venne confermato dal telescopio da 50 cm di diametro dell’australiana Siding Spring Survey (Sss), l’equivalente australe della Css. La Sss è stata chiusa nel 2013 per mancanza di fondi, un vero peccato perché era l’unica survey professionale di asteroidi near-Earth di tutto l’emisfero australe. Nel complesso, di 2009 JF1 sono state raccolte 25 osservazioni astrometriche in 30 ore. L’arco orbitale osservato è quindi molto breve, di conseguenza l’orbita dell’asteroide è incerta, specie per quanto riguarda la posizione dell’asteroide lungo l’orbita. Chiaramente l’incertezza sulla posizione dell’asteroide nello spazio aumenta a mano a mano che ci si allontana dalla data della scoperta. Sappiamo che la minima distanza che l’orbita nominale può raggiungere con l’orbita terrestre è di circa 15mila km, di conseguenza 2009 JF1 può arrivare a passare a meno di 9mila km dalla superficie terrestre. La magnitudine assoluta di 2009 JF1 è elevata, circa +27, per cui è un oggetto di piccole dimensioni, fra i 7 e i 24 metri di diametro a seconda del valore che si assume per la riflettività superficiale. Si tratta di un asteroide che può essere osservato solo quando è molto vicino alla Terra e il fatto che sia stato scoperto a inizio maggio non è casuale: è in questo periodo dell’anno che la Terra passa per il nodo discendente dell’orbita dell’asteroide e quindi – se l’asteroide si trova più o meno nella stessa posizione – la probabilità di scoprirlo è maggiore rispetto a ogni altro periodo dell’anno. Il 6 maggio 2022 alle 08:10 Ut 2009 JF1 passerà a circa 12 milioni di km dalla Terra, circa 31 volte la distanza media Terra-Luna. Si tratta di una distanza enorme, ma a causa dell’arco orbitale osservato molto corto, la posizione è incerta e – secondo i calcoli del sistema Sentry della Nasa – c’è una probabilità di 1/4000 che 2009 JF1 possa colpire la Terra. La probabilità d’impatto è molto bassa, ma anche ammettendo di ricadere nello scenario peggiore l’eventuale collisione dell’asteroide con la Terra non avrebbe conseguenze di rilievo: l’atmosfera terrestre disintegrerebbe l’asteroide durante la caduta e – a seconda delle dimensioni – si avrebbero scenari simili a quelli dalla caduta del piccolo asteroide in Cina il 22 dicembre 2020 fino all’evento di Chelyabinsk del 15 febbraio 2013. Quindi niente che non sia già successo senza serie conseguenze. Per questo motivo il rischio di 2009 JF1 è valutato zero nella Scala Torino e -2,88 nella Scala Palermo. La Scala Torino va da 0 a 10, dove 0 indica una probabilità di collisione remota o con effetti trascurabili, mentre 10 indica una collisione certa con un oggetto in grado di sconvolgere la superficie e l’atmosfera terrestre. La Scala Palermo è un po’ più tecnica perché è il logaritmo in base 10 del rischio e può assumere anche valori negativi. Comunque, solo quando si trovano valori compresi fra -2 e 0 la situazione richiede attenzione, mentre per valori positivi la situazione si fa pericolosa. Come si vede, entrambe la scale ci dicono che 2009 JF1 non è un problema. Addirittura, secondo il sistema NeoDyS-2 dell’Università di Pisa, il valore del rischio nella Scala Palermo è di -3,72. La velocità d’impatto dell’asteroide è stimata in circa 26,4 km/s, assumendo un diametro medio di 15,5 m e una densità media di circa 2500 kg per metro cubo (un valore ragionevole per un piccolo asteroide), risulta un’energia cinetica di circa 400 kt, pari a 25 volte l’energia sviluppata durante l’esplosione atomica di Hiroshima. Nonostante questo valore dell’energia cinetica posseduta da 2009 JF1 possa apparire elevato, l’asteroide molto probabilmente si disintegrerebbe in atmosfera fra i 30 e i 40 km di quota e al suolo arriverebbero solo piccoli frammenti, oltre a una debole onda d’urto praticamente innocua. Per quanto riguarda 2009 JF1 possiamo dormire sonni tranquilli. Media Inaf

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Un impatto nel 2022?

In base ai dati rilasciati dalla NASA e dall’ESA (Agenzia Spaziale Europea) un asteroide di 130 metri rischia di schiantarsi sulla Terra il 6 maggio 2022. Il sasso spaziale, noto come 2009 JF1, è grande come la Piramide di Giza e in caso di impatto sarebbe in grado di distruggere un’intera città, sprigionando un’energia di 230 chilotoni. Le probabilità di colpirci sono poche, ma statisticamente non trascurabili. di Andrea Centini scienze.fanpage.it

Un asteroide grande come la Piramide di Giza (o di Cheope) potrebbe colpire la Terra venerdì 6 maggio del 2022. Benché le probabilità al momento siano poche, ovvero 1 su 3.800, statisticamente si tratta di un rischio significativo. Il sasso spaziale, che ha un diametro stimato di 130 metri, si chiama 2009 JF1 (nome legato all’anno di scoperta) e fa parte dei cosiddetti NEO, acronimo di Near Earth Object, ovvero “oggetto vicino alla Terra”. Rientrano in questa categoria tutti gli asteroidi, le comete, i meteoroidi e persino le sonde che intersecano l’orbita del nostro pianeta e hanno un perielio – la minima distanza dal Sole – di 1,3 Unità Astronomiche, ovvero poco meno di 200 milioni di chilometri (una Unità Astronomica è pari a circa 150 milioni id chilometri, la distanza che separa la Terra dal Sole). A determinare le probabilità di impatto dell’asteroide 2009 JF1 sono state la NASA e l’Agenzia Spaziale Europea, che lo stanno monitorando attraverso specifici programmi. Per l’ESA la distanza minima possibile che potrebbe raggiungere a maggio del 2022 è pari a 0.0000172 Unità Astronomiche, appena 2.500 chilometri. Ciò significa che l’influenza gravitazionale di un altro oggetto celeste (compresa l’attrazione della Terra) potrebbe davvero spingerlo sullo stretto corridoio in grado di farlo schiantare con la superficie del nostro pianeta. Come indicato, le probabilità sono molto poche (0,026 percento) ma non trascurabili. Anche per il programma Sentry della NASA l’oggetto potrebbe colpire la Terra nel 2022, ma curiosamente, nello schema dedicato all’asteroide del Jet Propulsion Laboratory della NASA (che ha contribuito alla sua scoperta) il sorvolo del 2022 non è inserito tra i cosiddetti “close approach”, ovvero tra i passaggi ravvicinati. Probabilmente è un problema di aggiornamento dei database.

101955 Bennu

101955 Bennu è un asteroide Apollo. Scoperto nel 1999, presenta un’orbita caratterizzata da un semiasse maggiore pari a 1,1258996 au e da un’eccentricità di 0,2037196, inclinata di 6,03428° rispetto all’eclittica. Le sue caratteristiche spettrali ne permettono la classificazione tra gli asteroidi carbonacei di tipo B. L’asteroide ha una forma sferoidale, con un diametro medio di circa 500 metri. È stato oggetto di approfondite osservazioni condotte attraverso i radiotelescopi di Arecibo e di Goldstone. È stato selezionato quale obiettivo della missione OSIRIS-REX della NASA che, tra i suoi scopi, aveva anche il recupero di campioni dalla sua superficie per il loro successivo trasporto a Terra. Il lancio è avvenuto il 9 settembre 2016 e l’arrivo sull’asteroide, con l’inserimento in orbita, è avvenuto il 3 dicembre 2018. La raccolta dei campioni prevedeva la possibilità di un secondo tentativo, qualora il primo fosse fallito o avesse avuto come risultato il prelievo di una quantità troppo esigua di materiale. Il primo tentativo è stato eseguito con successo il 20 ottobre 2020, mentre il ritorno dei campioni a Terra è previsto per il 2023. Il 7 marzo 2020 l’UAI ha ufficializzato le prime denominazioni ufficiali delle caratteristiche della sua superficie. In origine era identificato con la designazione provvisoria 1999 RQ36, ma nell’aprile 2013, a seguito della scelta di porlo come obiettivo della missione OSIRIS, ha ricevuto la denominazione definitiva con riferimento all’omonima divinità minore egizia. L’asteroide percorre un’orbita moderatamente eccentrica, inclinata di circa 6° rispetto al piano dell’eclittica. L’afelio, esterno all’orbita della Terra, è a 1,35 UA dal Sole; il perielio, interno all’orbita terrestre, è a 0,89 UA dal Sole. Ciò lo caratterizza come un asteroide Apollo. Completa un’orbita in un anno e 73 giorni. Il nodo ascendente dell’orbita è prossimo all’orbita della Terra e l’asteroide ha ripetuti incontri ravvicinati con il nostro pianeta, che potrebbero condurre ad un impatto. In uno studio di dinamica orbitale del 2009 Andrea Milani, professore presso la Facoltà di Matematica dell’Università di Pisa, e collaboratori hanno individuato una serie di otto potenziali impatti con la Terra tra il 2169 ed il 2199. La probabilità d’impatto collettiva dipende dalle proprietà fisiche dell’oggetto, al momento poco conosciute, ma non sarebbe superiore allo 0,07% per tutti gli otto incontri. Per valutarla con maggiore accuratezza è necessario acquisire maggiori informazioni sulla forma dell’asteroide e determinare l’intensità dell’accelerazione cui 1999 RQ36 è soggetto per l’effetto YORP. Uno degli obiettivi della missione Osiris-Rex è proprio quello di stimare con precisione tale effetto ricavando informazioni morfologiche più dettagliate dell’asteroide.

(29075) 1950 DA

(29075) 1950 DA è un asteroide near-Earth del gruppo Apollo. È famoso per essere, tra gli asteroidi con più di un chilometro di diametro, quello con il valore più alto di probabilità di impatto con la Terra nella scala Palermo.  La prima osservazione di 1950 DA avvenne il 22 febbraio 1950 ad opera di Carl Alvar Wirtanen all’osservatorio Lick. Venne seguito per 17 giorni e poi se ne persero le tracce. Il 31 dicembre 2000 venne individuato un oggetto cui fu assegnato il nome provvisorio 2000 YK66. Lo studio dell’orbita con il metodo della precovery permise di associare questo ritrovamento a 1950 DA e di determinare con elevata precisione i parametri orbitali così da poter ricevere un numero di classificazione e assumere la denominazione attuale.  Tra il 3 e il 7 marzo 2001 1950 DA è transitato a 7,8 milioni di km permettendone lo studio radar dagli osservatori di Goldstone e Arecibo.Le dimensioni sono state stimate essere poco superiori al chilometro, il periodo di rotazione in poco più di due ore. La breve durata della rotazione e l’elevata albedo radar fa ritenere che 1950 DA sia molto denso, più di 3 g/cm³). L’orbita di 1950 DA lo porterà ad un incontro molto ravvicinato con la Terra il 16 marzo 2880, tanto che esso da solo assomma al 50% delle possibilità di impatto di tutti gli altri corpi da oggi ad allora. Le osservazioni radar non hanno permesso di chiarire il contributo dell’effetto Yarkovsky sulla sua orbita. I dati osservativi indicano due possibili direzioni polari; in un caso l’asteroide transiterebbe a qualche milione di chilometri, mentre nell’altro si avrebbe una probabilità di impatto dello 0,33%. L’energia che sarebbe rilasciata nell’impatto con un oggetto delle dimensioni di 1950 DA determinerebbe significativi cambiamenti nel clima e nella biosfera costituendo una minaccia per la civiltà poiché sarebbe l’equivalente della forza combinata di un milione di bombe atomiche, ovvero l’energia necessaria per radere al suolo in pochi secondi un’area delle dimensioni della Francia e generare un cratere ampio 40 chilometri e profondo 3000 metri.

Corpi celesti potenzialmente pericolosi

Tramite il sistema di monitoraggio automatizzato Sentry, la Nasa ha individuato i corpi celesti che hanno maggiori probabilità di entrare in collisione con la Terra in futuro La lista completa. Ecco tutti gli asteroidi attualmente conosciuti che in futuro potrebbero collidere con la Terra:

• 29075 (1950 DA) – Individuato un impatto potenziale nel 2880

• 101955 Bennu (1999 RQ36) – Individuati 78 impatti potenziali tra il 2175 e il 2199

• 99942 Apophis (2004 MN 4) – Individuati 12 impatti potenziali tra il 2060 e il 2105

• (2000 SG344) – Individuati 101 impatti potenziali tra il 2069 e il 2113

• (2007 FT3) – Individuati 164 impatti potenziali tra il 2024 e il 2116

• (2008 JL3) – Individuati 27 impatti potenziali tra il 2027 e il 2119

• (2009 JF1) – Individuato 1 impatto potenziale nel 2022

• (2010 RF12) – Individuati 62 impatti potenziali tra il 2095 e il 2118

• (2005 QK76) – Individuati 9 impatti potenziali tra il 2030 e il 2107

• (1994 GK) – Individuati 5 impatti potenziali tra il 2051 e il 2067

• (2008 UB7) – Individuati 31 impatti potenziali tra il 2048 e il 2100

• (2017 US) – Individuati 16 impatti potenziali tra il 2085 e il 2111

• (2012 HG2) – Individuati 469 impatti potenziali tra il 2052 e il 2119

• (2000 SB45) – Individuati 101 impatti potenziali tra il 2074 e il 2113

• (2020 FT3) – Individuati 7 impatti potenziali tra il 2089 e il 2110

• (2012 QD8) – Individuati 4 impatti potenziali tra il 2042 e il 2105

• (2007 DX40) – Individuati 41 impatti potenziali tra il 2030 e il 2111

• (2018 VP1) – Individuati 3 impatti potenziali tra il 2020 e il 2025

• (2088 EX5) – Individuati 16 impatti potenziali tra il 2061 e il 2090

• (2055 ED224) – Individuati 5 impatti potenziali tra il 2023 e il 2064

• (2013 VW13) – Individuati 9 impatti potenziali tra il 2071 e il 2084

L’asteroide Bennu

Tra gli asteroidi presenti nella lista, uno dei più noti è 101955 Bennu (1999 RQ36). Negli scorsi mesi, questo corpo celeste è stato esplorato dalla sonda Osiris-Rex, che nel il 2021 dovrebbe iniziare il suo viaggio di ritorno verso Terra. Se tutto andrà come previsto, il veicolo spaziale porterà con sé dei campioni dell’asteroide, che permetteranno alla comunità scientifica di condurre delle importanti analisi. (Sky Tg 24)

ATLAS: arriva la sentinella anti asteroidi

È operativo da pochi giorni sulla cupola dell’osservatorio di Maui, alle isole Hawaii: il telescopio Asteroid Terrestrial-impact Last Alert System, o ATLAS 1, è appena stato completato sulla cima del vulcano Haleakala. È uno dei due strumenti progettati dall’Università delle Hawaii con il sostegno economico di NASA per proteggere la Terra da tutti quegli asteroidi che potrebbero rappresentare una minaccia. Una volta completato ATLAS garantirà un monitoraggio costante del cielo notturno mappando tutti gli oggetti in movimento. La promessa di ATLAS è diventare una sorta di sentinella anti Armageddon. Nell’attesa di avere tecnologia e Bruce Willis a disposizione per organizzare una missione suicida sull’asteroide in rotta di collisione con il nostro pianeta, possiamo credibilmente avvistare con un anticipo di 24 ore tutti gli oggetti che minacciano di impattare al suolo generando una potenza di 30 chilotoni. L’impatto del secolo a Chelyabinsk, in Russia, il 15 febbraio 2013 (vedi MediaINAF), tanto per avere un metro di confronto sprigionò una potenza di oltre 500 chilotoni. I tempi si allungano, per fortuna, mano a mano che gli oggetti aumentano di dimensione: per gli asteroidi da 5 megatoni c’è una settimana di pre-allarme. Per i giganti da 100 megatoni si arriva alle tre settimane. Il telescopio si trova sulla sommità del vulcano Haleakala, sull’isola di Maui, e sta rispondendo bene a questa prima fase operativa. Si legge sul sito di ATLAS: «Prevediamo di arrivare a una risoluzione ottimale dopo aver apportato alcune piccole modifiche. Tutto sta andando per il meglio ma occorrerà un po’ di tempo perché lo strumento possa ottenere immagini a massima risoluzione». Lo strumento è insomma ancora in fase di sviluppo, ma già alle condizioni attuali l’Asteroid Terrestrial-impact Last Alert System telescope riesce a completare un monitoraggio dell’intera volta celeste in poco più di una notte. E la banca immagini inizia a farsi consistente. ATLAS 2, il telescopio che andrà a far coppia con lo strumento appena inaugurato sull’isola di Maui, verrà montato sul Mauna Loa, il vulcano che domina la principale dell’arcipelago hawaiiano. L’International Astronomical Union meeting, che è in corso proprio in questi giorni a Honolulu (vedi MediaINAF), potrebbe aprire le porte anche a un terzo strumento con base in Sud Africa. Il team di ATLAS deve incontrare i rappresentanti di Stato insieme a NASA nelle prossime ore. La caccia all’asteroide continua. A testimoniare quanto lo studio e il controllo degli asteroidi sia ormai la priorità delle agenzia spaziali di tutto il mondo, basti ricordare il Centro di Coordinamento per gli Oggetti Vicini alla Terra, aperto nel 2013 da ESA presso la sua sede di Frascati, ESRIN. Un polo che in questi anni ha rafforzato il contributo dell’Europa alla caccia a livello mondiale agli asteroidi ed agli altri oggetti naturali pericolosi per il nostro pianeta. Ma c’è anche il caso dell’asteroide 2014 KC46: la conferma che non avrebbe colpito la Terra è arrivata lo scorso dicembre dal Large Binocular Telescope (LBT), il grande telescopio binoculare operativo in Arizona (USA), e di cui l’Istituto Nazionale di Astrofisica è uno dei partner.
di Davide Coero Borga (INAF)

L’impatto da asteroide più grande del mondo

In Australia centrale sono stati trovati frammenti di un enorme meteorite che, frantumato in due parti, ha impattato con la Terra milioni di anni fa, producendo un cratere di ben 400 chilometri di larghezza (la zona d’impatto più grande mai trovata sul nostro pianeta). Cratere che però è stato nascosto dal passare del tempo.
Nonostante questo i ricercatori hanno però trovato due tracce dell’impatto, come delle cicatrici sulla superficie, nascoste in profondità nella crosta terrestre. Le due zone di impatto coprono l’enorme area di 400 chilometri nel bacino Warburton in Australia centrale e si estendono in verticale nelle profondità della crosta terrestre, che è spessa circa 30 chilometri in questa zona. Il materiale ritrovato è stato classificato come suevite, vale a dire una roccia formata in parte di materiale fuso e che tipicamente contiene vetro e cristallo o frammenti litici, derivante da un impatto violento.
A capo dello studio Andrew Glikson, della ANU School of Archaeology and Anthropology, il quale ha detto che la zona d’impatto è stata scoperta durante una trivellazione nell’ambito di una ricerca geotermica in un’area ai confini con l’Australia Meridionale, il Queensland e la Tasmania. «I due grandi oggetti dovevano misurare 10 chilometri di larghezza», ha detto Glikson. Aver scoperto un evento di tale violenza e portata potrà, in futuro, aiutare i geologi a capire qualcosa di più sulle origini del nostro pianeta. «Grandi impatti come questi possono aver avuto un ruolo nell’evoluzione della Terra molto più significativo di quanto si pensasse prima», ha aggiunto.
Si parla di milioni di anni fa, ma la datazione precisa non è stata ancora raggiunta. Le rocce circostanti hanno dai 300 ai 600 milioni di anni, ma è ancora difficile capire quando questi due meteoriti siano caduti in Australia. Ad esempio, 66 milioni di anni fa un grande meteorite e la sua coda di ceneri incandescenti ha sparso sedimenti sulle rocce di tutto il mondo. E gli esperti credono che questa scia di “morte” abbia portato all’estinzione di un gran numero di esseri viventi che allora vivevano sulla Terra, a partire dai dinosauri. C’è da dire, però, una simile prova non è stata trovata sulle rocce di 300 milioni di anni fa nella zona del ritrovamento in Australia centrale.
E proprio i ricercatori guidati da Glikson si sono imbattuti per caso su questi impatti scendendo a una profondità di oltre due chilometri nella crosta terrestre. Il campione estratto conteneva tracce di rocce che erano state trasformate in vetro a causa dell’estreme temperature e dalla pressione causata dal violento impatto. Modelli magnetici della crosta terrestre hanno rintracciato dei rigonfiamenti (come delle sacche) nascosti nelle profondità della Terra e ricchi di ferro e magnesio (materiali che corrispondo al mantello terrestre – cioè a profondità ben superiori). Glikson ha spiegato che «ci sono due enormi e profonde cupole nella crosta, che si sono formate proprio dai “rimbalzi” della stessa crosta provocati dai numerosi impatti, che hanno anche portato “in superficie” materiale dal mantello sottostante».
Si parla di un mistero: «Non siamo in grado di trovare un evento distruttivo» nella storia degli esseri viventi sulla Terra «che corrisponda a questa doppia collisione. Il mio sospetto è che l’impatto possa essere più vecchio di 300 milioni di anni» ha aggiunto Glikson.
di Eleonora Ferroni (INAF)

Violento impatto fra due grossi asteroidi

Chiunque sia stato, quel che è certo è che ha sollevato un bel polverone. Chi ne è stato testimone, dice il comunicato stampa della NASA, ne è rimasto addirittura scioccato. Ma cos’è successo di così catastrofico? Una collisione di quelle serie: se la ricostruzione della dinamica dell’incidente proposta sulle pagine di Science è corretta, si tratterebbe d’un frontale fra due asteroidi. Di quelli grossi. Due tir protoplanetari di massa sufficiente a dar vita, con i rottami prodotti dall’impatto, a un pianeta roccioso nuovo di zecca. Teatro dello scontro è una stella da bollino rosso, NGC 2547-ID8. Situata nella costellazione delle Vele a circa 1.200 anni luce da noi, con i suoi 35 milioni di anni d’età è ancora una bambina. Là attorno, dunque, tutto deve ancora accadere: in media occorrono infatti circa 100 milioni di anni per arrivare a pianeti rocciosi pienamente formati. Perciò gli astronomi già sapevano che valeva la pena tenerla d’occhio. Dal maggio 2012 l’avevano così posta sotto stretta osservazione, orientando la telecamera a infrarossi del telescopio spaziale Spitzer in quella direzione molto di frequente, anche una volta al giorno. Dall’agosto 2012 al gennaio del 2013 la sorveglianza venne forzatamente interrotta a causa del Sole, che si era messo di mezzo, rischiando di accecare il sensibilissimo occhio del telescopio. Ma non appena Spitzer poté tornare a volgere il suo sguardo verso la stella, lo scenario che si parò innanzi agli scienziati si presentò drammaticamente cambiato: NGC 2547-ID8 appariva circondata da una massa di detriti che prima non c’era, frammenti di materiale planetario che avevano tutta l’aria di essere i rottami d’una recente collisione. «Riteniamo che due grandi asteroidi si siano schiantati l’uno contro l’altro, sollevando un’enorme nube di grani di polvere – grani con dimensioni come quelle di una sabbia finissima – che si stanno ora frantumando a vicenda, allontanandosi lentamente dalla stella», ricostruisce il primo autore dello studio pubblicato sull’ultimo numero di Science, Huan Meng, dottorando presso l’Università dell’Arizona, a Tucson. Già in passato Spitzer aveva osservato i resti di possibili collisioni fra asteroidi, ma questa è la prima volta in cui gli scienziati hanno a disposizione i dati sia prima che dopo l’impatto planetario. Dati che consentono di approfondire la dinamica del processo violento all’origine, si ritiene, della formazione di pianeti rocciosi come il nostro. La stessa Luna, del resto, sembra essere il prodotto di un gigantesco impatto fra una proto-Terra e un oggetto delle dimensioni di Marte. «Stiamo assistendo alla formazione d’un pianeta roccioso proprio sotto ai nostri occhi», dice uno dei coautori dell’articolo, George Rieke, anch’egli dell’Università dell’Arizona. «È un’occasione unica per studiare questo processo praticamente in tempo reale».
di Marco Malaspina (INAF)

18 modi per acchiappare un asteroide

Forse la NASA ha finalmente trovato il modo di recuperare qualche buona idea per sviluppare il suo ambizioso progetto di cattura asteroidi. 4,9 milioni di dollari per 18 proposte concrete di recupero rocce spaziali, che punta a trascinare un oggetto di piccole dimensioni (fino a 10 metri di diametro) attorno alla Luna in vista di future scampagnate di equipaggi di astronauti. “Investendo su questi progetti, la NASA acquisisce una serie di conoscenze utili per completare una Asteroid Redirect Mission, e contemporaneamente sviluppa tecnologie necessarie per immaginare le future missioni esplorative”, spiega James Reuther, vice amministratore della tecnologia spaziale NASA presso il quartier generale di Washington. Dall’apertura della call for proposals lo scorso marzo, la NASA ha ricevuto 108 candidature. I 18 studi selezionati sono molto diversi fra loro, alcuni cercano di sviluppare un nuovo sistema di recupero degli asteroidi, altri si concentrano sulla tecnologia di aggancio, altri su piccole modifiche ai veicoli commerciali già in uso. Fra i progetti vincenti anche quello presentato dalla no-profit Planetary Society, che suggerisce di caricare la sonda robot acchiappa asteroidi con una vivace popolazione di microbi resistenti per verificare come se la cavino nel viaggio da un pianeta all’altro a bordo di una roccia di quelle dimensioni (o infilati negli interstizi del minerale come vorrebbero gli esobiologi). L’idea è una variante del Living Interplanetary Flight Experiment (LIFE) già pensato per la missione sulla luna marziana Phobos – e che doveva ritornare sulla Terra con la missione Phobos-Grunt – vittima di un errore di lancio che nel gennaio 2012 ha fatto schiantare il vettore nell’Oceano Pacifico. Nel frattempo la NASA medita sul da farsi: è meglio recuperare un piccolo asteroide tutto intero o prelevare un pezzo da un asteroide più grande? Se si riesce a trascinare un oggetto di piccole dimensioni fino all’orbita lunare potrebbe essere facile raggiungerlo con missioni umane, magari facendo uso della capsula Orion e lo Space Launch System, il cui lancio è previsto per il 2021. La missione umana è già fissata per il 2025. In questo modo si potrebbero soddisfare gli obiettivi indicati dal presidente Barack obama nel 2010. E la missione da ‘acchiappa-asteroidi’ potrebbe essere d’aiuto nello sviluppo delle tecnologie fondamentali per il volo umano su Marte, previsto entro la metà dei prossimi anni Trenta.
di Davide Coero Borga (INAF)

I piani della NASA per catturare asteroidi

Quando quasi un anno fa la NASA ha annunciato ufficialmente i piani di una nuova missione mirata a neutralizzare gli asteroidi potenzialmente pericolosi per la Terra, gli articoli di giornali e riviste si sono popolati di citazioni di Armageddon, il blockbuster hollywoodiano dove un nerboruto Bruce Willis si fa inviare in una missione senza speranza per far saltare in aria un asteroide delle dimensioni del Texas che sta per colpire il nostro pianeta. La missione ARM (Asteroid Redirect Mission) della NASA è però meno machista e decisamente più complessa di così. “Conosci il nemico”, ammoniva Sun Tzu ne “L’arte della guerra”, e l’agenzia spaziale statunitense sembra aver deciso di prendere alla lettera l’insegnamento dell’antico generale cinese. I piani della missione ARM sono infatti quelli di catturare un asteroide (non per forza pericoloso, ma se pericoloso tanto meglio) e spingerlo nella nostra regione spaziale immettendolo in orbita attorno alla Luna. Una volta neutralizzato e domato, l’asteroide diventerebbe così una comoda meta per una missione con equipaggio e una tappa intermedia per la prossima missione su Marte. La NASA sta valutando due possibili prototipi di navicelle robotiche capaci di catturare e reindirizzare la massa di un asteroide in un’orbita stabile attorno alla Luna. Una prima proposta è quella di lavorare direttamente con un asteroide intero, molto piccolo, la seconda è quella di riuscire a prelevare una parte di un asteroide più grande. Una missione di questo tipo è interessante per diverse ragioni. Non solo riusciremmo a mettere in piedi (se non subito almeno gradualmente) un sistema di difesa contro asteroidi pericolosi, ma avremmo anche (entro il 2020) un traguardo intermedio per una missione umana in attesa della missione NASA su Marte, prevista per il 2030. La cosa più interessante dal punto di vista scientifico sarà invece riuscire a studiare l’esatta composizione degli asteroidi, che sono tra gli oggetti più antichi del sistema solare, una sorta di Stele di Rosetta per poter decifrare molti dei quesiti cosmici ancora aperti riguardanti il sistema solare primordiale. Come si capisce sin da subito, le fasi del programma ARM sono diverse, ognuna delle quali conferisce un grado di complessità aggiuntivo alla missione. Il programma sarà in grado di fare affidamento su diverse novità tecnologiche ancora in fase di sviluppo, tra cui il nuovo veicolo spaziale Orion e il potente razzo Space Launch System (SLS). Ma gran parte della ricerca di base per la missione si farà da Terra. E la caccia è già iniziata. Il primo passo sarà infatti quello di riuscire a identificare gli asteroidi interessanti. Per quanto potenti e avanzate saranno le sonde che cattureranno gli asteroidi, non potremo scegliere a caso nel catalogo cosmico: bisognerà trovare un asteroide che viaggi già su una traiettoria favorevole, e che pesi tra le 500 e le 1.000 tonnellate. Dati alla mano non sono poi troppi gli oggetti vicini alla Terra che potrebbero diventare buoni candidati per ARM. La maggior parte degli asteroidi conosciuti sono troppo grandi per essere catturati, o hanno orbite radicalmente differenti da quelle utili perché un veicolo spaziale possa riuscire a spingerli nei dintorni della Luna. Per i piccoli asteroidi che si avvicinano alla Terra, invece, il programma Near-Earth Object della NASA ha sviluppato un sistema di risposta rapida il cui obiettivo principale è quello di mobilitare le attività di osservazione quando un asteroide appena osservato potrebbe rivelarsi un un potenziale candidato per la missione ARM . “Ci sono diversi elementi in gioco, ma se la dimensione fosse l’unico fattore ci piacerebbe trovare un asteroide più piccolo di una decina di metri di diametro”, spiega Paul Chodas, scienziato senior del programmma Near-Earth Object del Jet Propulsion Laboratory della NASA. “Ci sono centinaia di milioni di oggetti là fuori in questo intervallo di grandezza, ma sono piccoli, non riflettono molta luce solare e possono essere difficili da individuare. Il momento migliore per scoprirli è quando sono più brillanti, quando sono vicini alla Terra”. Le indagini che scandiscono ripetutamente il cielo alla ricerca di oggetti di questo tipo rilevano centinaia di asteroidi in movimento in una sola notte. Secondo alcune stime, decine di asteroidi delle giuste dimensioni sorvolano ogni anno la Terra a una distanza più vicina di quella della Luna. Ma solo una frazione di questi viene effettivamente osservata (circa la metà passa vicino alla Terra durante il giorno rendendosi invisibile nel bagliore luminoso della luce solare), e solo una parte ancora più piccola viaggia in orbite favorevoli per ARM. Ma Chodas è ottimista sulle possibilità di trovare il bersaglio perfetto per la missione “Ci sono un sacco di asteroidi là fuori, e ci sono un sacco di persone a lavoro qui sotto”, spiega. “Metti insieme le due cose ed è solo una questione di tempo prima di trovare alcune rocce spaziali che si adattino alle nostre esigenze”.
di Metteo De Giuli (INAF)

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