A ottobre arriva l’asteroide 2012 TC4

Si chiama 2012 TC4, ed è un asteroide.  Ha un diametro stimato – a oggi – fra i 15 e i 30 metri, e si accinge a transitare a 44mila km sopra le nostre teste il prossimo 12 ottobre. Fortunatamente è troppo lontano per rappresentare un pericolo, visto che è grande grosso modo quanto quello all’origine dell’evento di Chelyabinsk del 2013. Ma comunque abbastanza vicino per offrire agli astronomi, nonostante le piccole dimensioni, un’ottima opportunità per esercitarsi nell’osservazione e caratterizzazione di questi oggetti – i cosiddetti Neonear-Earth object. Ecco allora che già è stata lanciata la 2012 TC4 Observing Campaign, una campagna osservativa per mettere alla prova la nostra abilità nel tracciare queste rocce vaganti e valutare la nostra capacità di prendere contromisure il giorno in cui dovesse arrivarne uno di quelli davvero minacciosi. Individuato la prima volta nel 2012, come s’intuisce dal nome, dall’osservatorio Pan-Starss, alle Hawaii, 2012 TC4 aveva in seguito fatto perdere le sue tracce. A riacchiapparlo, e a ricostruirne con precisione l’orbita, è stato ora il Vlt dell’Eso, in Cile, nell’ambito di un programma fra Eso ed Esa per il monitoraggio dei Neo.

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OSIRIS-REx: la caccia all’asteroide è aperta

Dal Kennedy Space Center di Cape Canaveral, Florida, è stato lanciato OSIRIS-REx (Origins, Spectral Interpretations, Resource Identification, Security – Regolith EXplorer), la missione NASA selezionata nell’ambito del programma New Frontiers e che promette di riportare a Terra il primo campione di un asteroide prelevato “in vivo”. L’obiettivo di OSIRIS-REx è il Near Earth Asteroid (NEA) 101955 Bennu, che la sonda raggiungerà solo nel 2018. Una volta giunta a destinazione OSIRIS-REx studierà in dettaglio le caratteristiche fisiche dell’asteroide e selezionerà la zona da cui prelevare il campione, il cui ritorno al nostro pianeta è previsto per il 2023. Con Media INAF abbiamo raggiunto Elisabetta Dotto dell’INAF-Osservatorio Astronomico di Roma e John Robert Brucato dell’INAF- Osservatorio Astrofisico di Arcetri, entrambi negli Stati Uniti per seguire il lancio. Esperta nello studio delle proprietà fisiche dei NEA, Elisabetta Dotto è coinvolta nell’analisi e interpretazione dei dati spettroscopici che verranno acquisiti dagli strumenti OVIRS (OSIRIS-REx Visible and IR Spectrometer) e OTES (OSIRIS-REx Thermal Emission Spectrometer). Il suo contributo sarà fondamentale anche nello studio delle immagini che verranno acquisite dalla camera OCAMS (OSIRIS-REx Camera Suite). «OSIRIS-REx è una missione estremamente ambiziosa, che ci permetterà di aprire un nuovo capitolo nello studio del materiale primordiale del Sistema solare», spiega Dotto. «Per la prima volta potremo analizzare direttamente il materiale che compone uno degli asteroidi potenzialmente pericolosi per il nostro pianeta e investigare i meccanismi che ne guidano l’evoluzione fisica e dinamica. I dati acquisiti ci permetteranno inoltre di far luce sui processi che hanno governato le prime fasi di formazione del nostro sistema planetario». John Robert Brucato è Sample and Contamination Control Scientist della missione. È coinvolto negli strumenti OVIRS (OSIRIS-REx Visible and IR Spectrometer) e OTES (OSIRIS-REx Thermal Emission Spectrometer). «Le analisi dei campioni che saranno prelevati dall’asteroide Bennu da OSIRIS-REx ci permetteranno di capire per la prima volta quale è l’origine della materia organica che più di quattro miliardi di anni fa, cadendo sulla Terra, ha dato l’avvio alla nascita della vita sul nostro pianeta», sottolinea Brucato. «Bennu è un asteroide primitivo ricco di carbonio rimasto praticamente inalterato dalla formazione del Sistema solare che ha, quindi, mantenuto il materiale di cui è composto nello suo stato originario. La Terra di contro, così come gli altri pianeti del Sistema solare, attraverso i processi geologici, ha cancellato, differenziandosi, tutte le tracce del materiale da cui si è formata, rimescolando tutti gli elementi chimici. Nei 60 grammi di materia che avremo recuperato nel 2023 saranno contenuti, dopo essere stati sintetizzati dalle stelle e disseminati nello spazio, tutti gli elementi chimici presenti nel Universo. Tutta la nostra storia sarà raccolta sul palmo della mano e richiederà solo di essere decifrata utilizzando i migliori strumenti di analisi disponibili oggi nei laboratori di tutto il mondo». Mentre la missione NASA Dawn è ancora in pieno svolgimento attorno a Cerere, ecco arrivare il turno di OSIRIS-REx: primo, concreto passo verso quella che sarà la missione ARM, ancora più ambiziosa. Entro il prossimo decennio potremmo avere una sonda robotica in grado di agganciare letteralmente un asteroide e trascinarlo su un’orbita stabile attorno alla Luna. Da lì sarebbe semplice raggiungerlo con un equipaggio umano, esplorarlo e studiarlo da vicino. È un interesse, quello per gli asteroidi, che cresce con le prospettive economiche di un eventuale sfruttamento commerciale di quei corpi celesti, attraverso vere e proprie attività minerarie. Dentro alcuni asteroidi si accumulano metalli nobili e terre rare sempre più richiesti qui sulla Terra.

Asteroidi pericolosi: quando è meglio colpirli?

Anche se il nemico sembra invincibile, ha pur sempre un punto debole. Quando te lo mostrerà, muovi all’attacco. Così Sun Tzu nell’Arte della Guerra. Probabilmente l’antico stratega non pensava a un nemico in arrivo dallo spazio. Eppure, come vedremo, il suo suggerimento torna valido anche quando la minaccia – forse l’unica in grado d’assestare un colpo fatale a livello planetario – è rappresentata dagli asteroidi. Lo studio non è nuovissimo, se n’era parlato già a inizio anno, ma lo rimette sotto i riflettori in questi giorni una delle accademie russe nelle quali è stato condotto, la Tomsk State University. Complice, forse, l’avvicinarsi della notte di San Lorenzo – il più celebre bombardamento spaziale fra quelli che investono la Terra ogni anno. Celebre e innocuo, date le ridottissime dimensioni dei frammenti che, bruciando in atmosfera, screziano il cielo estivo. Stelle cadenti nel linguaggio comune, meteore in gergo tecnico: così gli astronomi chiamano i meteoroidi che stanno attraversando l’atmosfera. Se una parte riesce ad arrivare fino al suolo, ecco che abbiamo un meteorite. Lessico a parte, il problema sta però nella dimensione di questi oggetti. Quando cominciamo ad andare oltre il metro, ecco che dai meteoroidi passiamo agli asteroidi, e il primo desiderio da formulare è che il loro piano di volo non punti verso la Terra. Era di circa 17 metri quello esploso il 15 febbraio 2013 nel cielo sopra Chelyabinsk, in Russia, causando centinaia di feriti a seguito dell’esplosione delle vetrate provocata dall’onda d’urto. Sempre in Russia, in Siberia, ma un secolo prima, siamo nel 1908, un pietrone da 40 metri rade al suolo alberi e foreste su oltre duemila chilometri quadrati. Per salire di scala, e di conseguenza di livello di devastazione, basta andare un po’ più indietro nel tempo. Di quasi 50 mila anni per l’evento che produsse il Meteor Crater (dimensioni stimate dell’asteroide: 46 metri). Se il killer che causò, circa 66 milioni di anni fa, l’estinzione dei dinosauri è lo stesso che ha lasciato come impronta il cratere di Chicxulub, doveva trattarsi d’un bestione da 10-12 km di diametro. E ancora più grande, ancora più antico, il bolide da una cinquantina di km (le stime lo collocano fra i 37 e i 58) che stando ad alcune testimonianze geologiche avrebbe deturpato il nostro pianeta 3.26 miliardi di anni fa. Insomma, asteroidi o comete che siano, i nemici sono là fuori, alcuni di loro sono temibili, e prima o poi uno di quelli grossi colpirà di nuovo – anche se nel breve termine, garantiscono gli scienziati, non c’è alcuna minaccia seria all’orizzonte. Ce lo dicono vari programmi di monitoraggio dei NEO, i Near Earth Objects, ultimo in ordine di tempo quello affidato alla NASA con l’obiettivo di censire almeno il 90 percento di tutti gli oggetti potenzialmente pericolosi con un diametro superiore ai 140 metri. Quando dunque il nemico arriverà, dovremmo essere in grado d’avvistarlo per tempo. Ma per tempo per fare cosa? Disintegrarlo? Deviarlo? Sì, ma come? Qui le scuole di pensiero divergono. La NASA, per esempio, sembra più propensa a un approccio “soft”, senza il ricorso a testate nucleari, che potrebbero rivelarsi un rimedio più dannoso della minaccia – per esempio, nell’eventualità che una cascata di frammenti radioattivi finisse per riversarsi in atmosfera. I ricercatori della Tomsk State University russa suggeriscono però un escamotage. Una soluzione alternativa che sfrutta, come scrivevamo all’inizio, un “punto debole” di asteroidi e comete: la periodicità. I loro incontri ravvicinati con la Terra, infatti, nella maggior parte dei casi sono ricorrenti. Dunque è ragionevole ipotizzare che il “passaggio fatale” possa essere preceduto da uno o più passaggi magari radenti ma innocui. Ed è qui che il modello al computer messo a punto dagli scienziati russi – simulando un asteroide da 200 metri di diametro bombardato con una testata nucleare da un megatone – suggerisce di colpire. E il segreto è: colpire alle spalle. “Muovi all’attacco”, dunque, non quando l’asteroide – o la cometa – si sta avvicinando al nostro pianeta, ma mentre si sta allontanando. In questo modo, sostiene Tatiana Galushina, del Dipartimento di meccanica celeste e astrometria della Tomsk, la maggior parte dei frammenti prodotti dall’esplosione nucleare volerà in avanti, in direzione opposta alla Terra. La loro orbita verrà alterata in modo significativo rispetto a quella iniziale dell’asteroide. Quanto a quei pochi frammenti che in seguito si dovessero comunque riversare in atmosfera, l’intervallo di tempo trascorso sarà tale da averne ridotto drasticamente la radioattività. Dunque tutto risolto? Non proprio. Tanto per dirne una, val la pena ricordare che, a tutt’oggi, i trattati internazionali vietano qualunque tipo d’esplosione nucleare nello spazio. Certo, in caso d’emergenza si potrebbe forse fare uno strappo alla regola… Ma per nostra fortuna, rassicura il monitoraggio dei NEO, stiamo comunque parlando d’una minaccia al momento remota.
di Marco Malaspina (INAF)

 

Elektra e le sue lune

Si chiama Elektra, fluttua all’interno della fascia principale di asteroidi – la regione del Sistema solare situata grossomodo tra le orbite di Marte e di Giove e occupata da numerosi corpi di forma irregolare – ed è appena stato promosso alla categoria di asteroide triplo. Già perché attorno al corpo principale orbitano due piccole lune, due sassi irregolari che brillano come diamanti nella bellissima immagine pubblicata dallo European Southern Observatory. Il gruppo di ricerca, guidato da Bin Yang del centro Eso di Santiago, si è servito delle potenti ottiche dello strumento SPHERE (Spectro-Polarimetric High-contrast Exoplanet REsearch instrument), montato sulla Unit Telescope 3 del Very Large Telescope sul Cerro Paranal, in Cile. La nuova piccola luna di Elektra ha un diametro di circa due chilometri ed è stata battezzata provvisoriamente S/2014 (130) 1. Ma Elektra non è l’unico asteroide triplo scoperto da SPHERE in questa regione della fascia principale.Anche per l’asteroide Minerva è stato individuato un secondo corpo orbitante attorno al corpo celeste che naviga in questa apparentemente affollata regione del Sistema solare. «Gli asteroidi sono le vestigia di un passato che ha visto nascere i grandi e piccoli pianeti che sappiamo abitare il sistema stellare di cui fa parte anche la nostra Terra», spiega Franck Marchis, astronomo di origine francese e specializzato nella caratterizzazione di questi corpi multipli, in forze presso l’istituto di ricerca SETI (Search for Extraterrestrial Intelligence) di Mountain View, in California, e fra i firmatari dello studio. Studiare asteroidi con più satelliti è di fondamentale importanza per l’astronomia: comprendere i meccanismi che hanno portato alla loro formazione può infatti fornire nuove e importanti informazioni sull’evoluzione seguita dai pianeti del Sistema solare. Utilizzando i dati raccolti con lo strumento SPHERE, Yang e colleghi hanno potuto scoprire, per esempio, che entrambi gli asteroidi tripli Elektra e Minerva sono stati creati a seguito di un impatto erosivo. Blocchi di materiale possono dunque staccarsi dal corpo principale e formare piccoli satelliti partendo dal materiale fornito dal corpo principale.
di Davide Coero Borga (INAF)

Asteroidi: se li conosci, li eviti

Immaginatevi una valigetta da viaggio lasciata sulla Piramide di Cheope a Giza: avrete un’idea sulle dimensioni sia del micro-lander che dell’asteroide su cui vorrebbe farlo posare l’ESA, l’Agenzia spaziale europea. Il trolley spaziale sarebbe appunto una piccola sonda da mettere nella stiva della Asteroid Impact Mission (AIM) per poi farla atterrare – o asteroidare, se preferite – sul più piccolo dei due corpi che compongono il sistema binario Didymos, target sia della missione AIM che del “proiettile” statunitense DART della NASA: un’impresa racchiusa nell’etichetta comune Asteroid Impact and Deflection Assessment (AIDA) (spiegata in questo video di Media INAF). Il lander, denominato MASCOT-2 (Mobile Asteroid Surface Scout-2), è attualmente in fase di studio al Centro aerospaziale tedesco DLR, in attesa del definitivo via libera per la missione AIM. Una decisione che verrà presa a fine 2016, con eventuale lancio nel 2020 e arrivo a Didymos nel 2022. Nel frattempo, il suo fratellino MASCOT-1 sta già viaggiando a bordo della sonda giapponese Hayabusa 2, partita il 3 dicembre 2014 per incontrare il suo spasimato asteroide 162173 Ryugu nel 2018 (vedi il relativo video di Media INAF). Come il suo predecessore, MASCOT-2 porterà a bordo una fotocamera grandangolare e un radiometro per un esame ravvicinato della superficie. In aggiunta, sarà equipaggiato anche con un accelerometro e un radar a bassa frequenza per studiare l’interno dell’asteroide. I pannelli solari dovrebbero poi fornire a MASCOT-2 una vita operativa di almeno tre mesi, ben più lunga delle 12 ore concesse dalle batterie di MASCOT-1. Uno degli scopi principali della missione congiunta AIDA è quello di mettere alla prova delle tecnologie utili a deviare un asteroide in rotta di collisione verso la Terra. In questo ambito, l’ESA collabora all’organizzazione dello Asteroid Day, che quest’anno vedrà la sua seconda edizione il 30 giugno. Si tratta di un’iniziativa per sensibilizzare l’opinione pubblica verso una maggiore conoscenza degli asteroidi, in particolare di quelli che rappresentano una potenziale minaccia per il nostro pianeta. A questo proposito, e per tornare all’attualità, abbiamo chiesto a Giovanni Valsecchi, ricercatore dell’INAF presso l’Istituto di Astrofisica e Planetologia Spaziali di Roma, esperto di meccanica celeste, se l’asteroide 2013 TX68, previsto passare vicino alla Terra il 5 marzo 2016, rappresenti una minaccia o meno. «Non può colpire la Terra, perché le due orbite in questo momento non sono sufficientemente vicine – rassicura il ricercatore. Permane una grossa incertezza sulla posizione lungo l’orbita, ma l’incertezza in direzione trasversale è invece piccolissima; quindi, qualunque sia la posizione lungo l’orbita, 2013 TX68 “mancherà la Terra” il prossimo 5 marzo. Magari di poco, ma la mancherà».
di Stefano Parisini (INAF)

493 Griseldis: colpito ma non affondato

Qualcosa ha colpito 493 Griseldis, un asteroide della fascia principale. L’analisi dei dati raccolti dal Subaru Telescope a Mauna Kea, isole Hawaii, parlano chiaro: il 17 marzo 2015 l’asteroide ha assunto una forma allungata, una coda temporanea, un fenomeno transitorio e non collegabile con un fenomeno di vento solare dal momento che l’estensione non si è allineata in direzione opposta al Sole. Deve essersi verificato un evento da impatto, hanno spiegato i ricercatori nel corso del meeting annuale della Division for Planetary Sciences of the American Astronomical Society, che si svolge in questi giorni poco lontano da Washington, DC. A differenza della coda delle comete, che scorre in direzione opposta al Sole sotto le forti spinte del vento solare, l’asteroide 493 Griseldis ha sviluppato una coda anomala ed effimera. Il fenomeno si è infatti esaurito in breve tempo, fatto che suffraga l’ipotesi di una collisione fra l’asteroide della fascia principale (che si trova tra l’orbita di Marte e Giove) e un corpo estraneo. Il telescopio Magellano ha registrato lo stesso fenomeno quattro notti più tardi, rilevando ancora le tracce di un’estensione della coda, sebbene più debole. Nessuna traccia invece nelle osservazioni eseguite il 24 marzo dal telescopio dell’Università delle Hawaii o dallo stesso telescopio Magellano tra il 18 aprile e il 21 maggio. Naturalmente anche il confronto con gli archivi ha dato esito negativo. L’evento registrato su 493 Griseldis è dunque unico nel suo genere. «Le osservazioni sono coerenti con l’ipotesi di un evento da impatto sull’asteroide», concludono i ricercatori che si sono occupati dello studio: David Tholen dell’Istituto di Astronomia presso l’Università delle Hawaii a Manoa, Scott Sheppard della Carnegie Institution, e Chad Trujillo del Gemini Observatory.
di Davide Coero Borga (INAF)

ATLAS: arriva la sentinella anti asteroidi

È operativo da pochi giorni sulla cupola dell’osservatorio di Maui, alle isole Hawaii: il telescopio Asteroid Terrestrial-impact Last Alert System, o ATLAS 1, è appena stato completato sulla cima del vulcano Haleakala. È uno dei due strumenti progettati dall’Università delle Hawaii con il sostegno economico di NASA per proteggere la Terra da tutti quegli asteroidi che potrebbero rappresentare una minaccia. Una volta completato ATLAS garantirà un monitoraggio costante del cielo notturno mappando tutti gli oggetti in movimento. La promessa di ATLAS è diventare una sorta di sentinella anti Armageddon. Nell’attesa di avere tecnologia e Bruce Willis a disposizione per organizzare una missione suicida sull’asteroide in rotta di collisione con il nostro pianeta, possiamo credibilmente avvistare con un anticipo di 24 ore tutti gli oggetti che minacciano di impattare al suolo generando una potenza di 30 chilotoni. L’impatto del secolo a Chelyabinsk, in Russia, il 15 febbraio 2013 (vedi MediaINAF), tanto per avere un metro di confronto sprigionò una potenza di oltre 500 chilotoni. I tempi si allungano, per fortuna, mano a mano che gli oggetti aumentano di dimensione: per gli asteroidi da 5 megatoni c’è una settimana di pre-allarme. Per i giganti da 100 megatoni si arriva alle tre settimane. Il telescopio si trova sulla sommità del vulcano Haleakala, sull’isola di Maui, e sta rispondendo bene a questa prima fase operativa. Si legge sul sito di ATLAS: «Prevediamo di arrivare a una risoluzione ottimale dopo aver apportato alcune piccole modifiche. Tutto sta andando per il meglio ma occorrerà un po’ di tempo perché lo strumento possa ottenere immagini a massima risoluzione». Lo strumento è insomma ancora in fase di sviluppo, ma già alle condizioni attuali l’Asteroid Terrestrial-impact Last Alert System telescope riesce a completare un monitoraggio dell’intera volta celeste in poco più di una notte. E la banca immagini inizia a farsi consistente. ATLAS 2, il telescopio che andrà a far coppia con lo strumento appena inaugurato sull’isola di Maui, verrà montato sul Mauna Loa, il vulcano che domina la principale dell’arcipelago hawaiiano. L’International Astronomical Union meeting, che è in corso proprio in questi giorni a Honolulu (vedi MediaINAF), potrebbe aprire le porte anche a un terzo strumento con base in Sud Africa. Il team di ATLAS deve incontrare i rappresentanti di Stato insieme a NASA nelle prossime ore. La caccia all’asteroide continua. A testimoniare quanto lo studio e il controllo degli asteroidi sia ormai la priorità delle agenzia spaziali di tutto il mondo, basti ricordare il Centro di Coordinamento per gli Oggetti Vicini alla Terra, aperto nel 2013 da ESA presso la sua sede di Frascati, ESRIN. Un polo che in questi anni ha rafforzato il contributo dell’Europa alla caccia a livello mondiale agli asteroidi ed agli altri oggetti naturali pericolosi per il nostro pianeta. Ma c’è anche il caso dell’asteroide 2014 KC46: la conferma che non avrebbe colpito la Terra è arrivata lo scorso dicembre dal Large Binocular Telescope (LBT), il grande telescopio binoculare operativo in Arizona (USA), e di cui l’Istituto Nazionale di Astrofisica è uno dei partner.
di Davide Coero Borga (INAF)

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