La concezione pitagorica dell’universo

Pitagora (Samo, tra il 580 a.C. e il 570 a.C. – Metaponto, 495 a.C. circa) è stato un filosofo greco. Fu matematico, taumaturgo, astronomo, scienziato, politico e fondatore a Crotone di una delle più importanti scuole di pensiero dell’umanità, che prese da lui stesso il nome: la Scuola pitagorica. Il suo pensiero ha avuto enorme importanza per lo sviluppo della scienza occidentale, perché ha intuito per primo l’efficacia della matematica per descrivere il mondo. Le sue dottrine segnerebbero la nascita di una riflessione improntata all’amore per la conoscenza. La scuola a lui intitolata fu il crogiolo nel cui ambito si svilupparono molte conoscenze, in particolare quelle matematiche e le sue applicazioni come il noto teorema di Pitagora. La concezione pitagorica dell’universo mette al centro di questo non la Terra, come in altre cosmografie antiche, come ad esempio Anassimandro, ma il Fuoco: il nostro pianeta è solo uno dei corpi celesti che girano intorno al Fuoco. Gli altri astri erranti sono: l’Antiterra, che precede la Terra nella sua vicinanza al Fuoco in posizione all’esatto opposto della Terra e, dopo il nostro pianeta, seguono la Luna, il Sole e i cinque pianeti (Mercurio, Venere, Marte, Giove e Saturno), tutti astri che unitamente al Fuoco sono contenuti all’interno dell’universo sferico delle Stelle fisse. Secondo Aristotele, questa concezione pitagorica, decisamente non geocentrica, non è frutto di osservazioni empiriche quanto piuttosto si basa sulla loro valutazione della rilevanza degli enti: il Fuoco è il più importante anche rispetto alla Terra quindi il luogo che gli spetta è al centro del cosmo per questa ragione lo indicano anche come la “custodia di Zeus”. Secondo Filolao il Sole è di natura vitrea e quindi questo astro si limita a riflettere luce e calore che sono propri del Fuoco.

“Scienza” e musica

Riguardo alle elaborazioni scientifiche attribuite a Pitagora, gli storici della filosofia non sono in grado di averne certezza. Le dottrine astronomiche sono sicuramente state elaborate dai suoi discepoli nella seconda metà del V secolo a.C. Il teorema per cui il filosofo è famoso era già noto agli antichi Babilonesi, ma alcune testimonianze, tra cui Proclo, riferiscono che Pitagora ne avrebbe intuito la validità. Tale “teorema” è inserito alla proposizione 47 del I libro degli Elementi di Euclide. L’attribuzione a Pitagora di detto “teorema” la si deve tuttavia esclusivamente al commento di Proclo che, a sua volta, si rifaceva alla testimonianza di un oscuro Apollodoro il quale avrebbe sostenuto che Pitagora, dopo la scoperta del teorema avrebbe sacrificato un bue. Anche se è probabile che il “saggio” di Samo si sia interessato ad argomenti matematici e di filosofia della natura occorre ricordare che «fino a Platone e Aristotele inclusi, non esiste ombra di prova diretta che permetta di qualificare Pitagora come filosofo della natura o come matematico». Di contro, si deve a Pitagora l’aver indicato come sostanza primigenia (archè) l’armonia, determinata dal rapporto tra i numeri e le note musicali, da cui deriva l’invenzione della scala musicale. Pitagora avrebbe tradotto sperimentalmente la sua intuizione costruendo un monocordo: tese una corda fra due ponticelli e ricavò l’ottava ponendo una stanghetta esattamente al centro della corda (1:2). Poi ne pose un’altra a 2/3 della lunghezza della corda, stabilendo così l’intervallo di 5ª. Sistemando a 3/4 un’altra stanghetta trovò l’intervallo di 4ª. La distanza, in termini di altezza, fra la 4ª e la 5ª la chiamò tono. La scala musicale basata su questi intervalli, che nel Medioevo era attribuita allo stesso Pitagora, ebbe una  importanza teorica, al di là della pratica musicale: Platone, nel dialogo Timeo, la descrisse come fondamento numerico dell’anima del mondo.

Macchie solari in arrivo

Grande macchia solare in arrivo. L’alert è arrivato dagli scienziati del National Solar Observatory (Nso) statunitense. Diciamolo subito, a scanso d’equivoci: non c’è nessun particolare allarme in vista. Di macchie solari, ora che il Sole si sta risvegliando, ne torneremo a vedere spesso e numerose, nei prossimi anni. Il motivo per cui se ne parla, in questo caso, è dovuto al metodo impiegato dal team dell’Nso per prevederne l’arrivo: l’eliosismologia. Così come l’analisi delle onde sismiche che attraversano il nostro pianeta permette di scoprire qualcosa del suo interno, un cambiamento nelle misurazioni delle onde sonore del Sole – perturbate dagli intensi campi magnetici delle regioni attive – indica che potrebbero essere presenti macchie solari ancora non visibili sul lato della nostra stella rivolto verso la Terra. E ciò che è accaduto nel caso della regione attiva Ar 2786: in pratica si sono “sentiti”, nelle onde sonore che si propagano dall’interno del Sole, cambiamenti forieri dell’imminente comparsa di nuove macchie solari – macchie che ora possiamo vedere dalla Terra nei pressi del lembo solare orientale. «Abbiamo misurato una variazione nei segnali acustici sul lato del Sole più lontano da noi», spiega Alexei Pevtsov dell’Integrated Synoptic Program dell’Nso, il programma che si occupa delle previsioni. «È una tecnica che ci permette di capire cosa sta succedendo sul lato del Sole che non è rivolto verso la Terra alcuni giorni prima che il fenomeno diventi a noi visibile. Sapere con fino a cinque giorni di anticipo che ci sono macchie solari attive è estremamente prezioso per una società come la nostra, ad alto contenuto tecnologico». Proprio per anticipare l’arrivo di tempeste solari – potenzialmente dannose per le telecomunicazioni, i sistemi Gps e le reti di distribuzione dell’energia elettrica – l’Nso tiene d’occhio il Sole 24 ore su 24, 7 giorni su 7, attraverso il sistema Gong (Global Oscillation Network Group): una rete di sei stazioni di monitoraggio, posizionate in tutto il mondo, che tengono interrottamente monitorato il campo magnetico e altre caratteristiche della nostra stella. Sono comunque osservazioni che si compiono non solo da terra ma anche dallo spazio, con il Solar Dynamics Observatory della Nasa. «Le osservazioni del Sole dalla Terra sono limitate all’emisfero visibile, ovvero quello rivolto verso di noi. Emisfero che cambia continuamente: il Sole ruota intorno al proprio asse in circa 25 giorni all’equatore e 32 giorni ai poli, perciò vediamo una macchia solare comparire al bordo est, attraversare il disco solare e scomparire al bordo ovest dopo circa 14 giorni a latitudini intermedie. Possiamo però ricavare indirettamente la posizione della macchia, purché sia estesa e quindi con forte campo magnetico, anche quando la rotazione la porta nella parte del Sole non visibile dalla Terra», spiega a Media Inaf Mauro Messerotti, senior advisor dell’Inaf per lo space weather. «Potremo pertanto capire se la macchia esiste ancora e se dobbiamo aspettarci che compaia nuovamente al bordo est trascorsi altri 14 giorni. Oppure possiamo capire se si sia formata qualche grande macchia proprio nella parte che non vediamo e che la rotazione farà comparire al bordo est. Ciò si può fare grazie, appunto, all’eliosismologia, che sonda la parte a noi nascosta del Sole studiando le onde acustiche (oscillazioni) che si propagano nel plasma solare, rilevate sulla parte visibile con tecniche spettroscopiche e la cui velocità dipende dalla densità del plasma e dall’intensità dei campi magnetici lungo il percorso di propagazione. Così è stata identificata la regione attiva Ar 2786 diversi giorni prima che comparisse al bordo est. L’enorme macchia solare che la caratterizza è ora ben visibile». Media Inaf

Novità dalla Via Lattea

Secondo uno studio pubblicato su Nature Astronomy, la nostra galassia è tutt’altro che in equilibrio. Il suo bellissimo disco su cui giacciono i bracci di spirale pieni di stelle e pianeti, è stato strattonato e deformato con estrema violenza dalla forza gravitazionale di una galassia più piccola a noi vicina: la Grande Nube di Magellano (Lmc). Gli scienziati ritengono infatti che la Lmc sia passata molto vicino al confine della Via Lattea (indicativamente a 50 kpc, pari a circa 1.5 miliardi di miliardi di chilometri) circa 700 milioni di anni fa – quindi piuttosto recentemente, secondo gli standard cosmologici – e, a causa del suo grande contenuto di materia oscura, ha sconvolto il tessuto della nostra galassia, oltre che il suo moto. Secondo gli astronomi, gli effetti sono ancora oggi visibili e dovrebbero indurre a una revisione dell’evoluzione della nostra galassia. La Lmc – una galassia satellite della Via Lattea – è visibile come una debole nube nei cieli notturni dell’emisfero meridionale, come osservato dall’esploratore portoghese del XVI secolo Ferdinando Magellano, da cui ha preso il nome. Precedenti ricerche hanno rivelato che la Lmc, come la Via Lattea, è circondata da un alone di materia oscura – particelle di cui ancora non abbiamo compreso la natura, che circondano le galassie, senza assorbire o emettere luce, ma capaci di esercitare effetti gravitazionali drammatici sul movimento di stelle e gas. Utilizzando un sofisticato modello statistico che ha permesso il calcolo della velocità delle stelle più distanti della Via Lattea, il team dell’Università di Edimburgo ha scoperto che la Lmc ha modificato il movimento della nostra galassia. I ricercatori hanno infatti riscontrato che l’enorme attrazione dell’alone di materia oscura di Lmc sta tirando e torcendo il disco della Via Lattea a 32 chilometri al secondo (o, equivalentemente, a circa 115mila chilometri all’ora) verso la costellazione di Pegaso. Con loro sorpresa, hanno anche scoperto che la Via Lattea non si sta muovendo verso la posizione attuale di Lmc, come si è sempre pensato, bensì verso un punto della sua traiettoria passata. Credono che ciò sia dovuto al fatto che la Lmc, alimentata dalla sua grande forza gravitazionale, si stia allontanando dalla Via Lattea alla velocità ancora maggiore di 370 chilometri al secondo, ossia circa 1.3 milioni di chilometri all’ora. Questa scoperta aiuterà gli scienziati a sviluppare nuove tecniche di modellazione, capaci di comprendere l’interazione dinamica tra le due galassie. Intanto, intendono scoprire la direzione da cui Lmc si è avvicinata verso la Via Lattea e quando ciò sia accaduto. Questo rivelerà la quantità e la distribuzione della materia oscura, sia nella Via Lattea che nella Lmc, con dettagli senza precedenti. «Le nostre scoperte, per descrivere l’evoluzione della galassia», dice Michael Petersen, primo autore dello studio e ricercatore della School of Physics and Astronomy, «richiedono una nuova generazione di modelli della Via Lattea. Siamo stati in grado di dimostrare che le stelle a distanze incredibilmente grandi, fino a 300mila anni luce di distanza, conservano un ricordo della struttura della Via Lattea prima che la Lmc vi passasse vicino, e formano uno sfondo sul quale abbiamo misurato il disco stellare che si muove nello spazio, trainato dalla forza gravitazionale di Lmc». «Questa scoperta», osserva Jorge Peñarrubia, «rompe definitivamente l’incanto che la nostra galassia si trovi in una sorta di stato di equilibrio. In realtà, il recente passaggio di Lmc sta causando violente perturbazioni sulla Via Lattea. Comprendere questi aspetti può darci una visione senza precedenti della distribuzione della materia oscura in entrambe le galassie». Media Inaf

Grandi inondazioni su Marte

Inondazioni di portata inimmaginabile un tempo si riversarono nel cratere Gale vicino all’equatore di Marte: questa la recente scoperta di uno team di scienziati della Jackson State University, del Jet Propulsion Laboratory e dell’Università delle Hawaii grazie ai dati raccolti dal rover Curiosity della Nasa. Lo studio è stato pubblicato su Scientific Reports. L’impetuoso evento – datato circa 4 miliardi di anni fa, durante il periodo Noachiano, e causato probabilmente dal calore rilasciato da un impatto meteoritico che ha sciolto il ghiaccio immagazzinato nella superficie marziana – ha creato gigantesche increspature riconoscibili e incredibilmente analoghe alle strutture geologiche terrestri. «Abbiamo identificato per la prima volta queste alluvioni utilizzando dati sedimentologici dettagliati osservati dal rover Curiosity», dice Alberto G. Fairén, del centro di astrobiologia Csis-Inta di Madrid. I depositi lasciati dalle mega alluvioni sono stati individuati grazie alle immagini provenienti dall’High Resolution Imaging Science Experiment (Hirise), dalle fotocamere montate sull’albero (Mastcams) e dalla fotocamera Mars Hand Lens Imager (Mahli) montata sul braccio del rover Curiosity. Prove delle passate inondazioni catastrofiche su Marte erano già state dedotte dalle immagini scattate in orbita che mostravano la presenza di grandi canali e caratteristiche ondulazioni, mentre la prima conferma in situ era stata effettuata esaminando i depositi sedimentari nel sito di atterraggio di Mars Pathfinder: dalle caratteristiche sedimentologiche e dalla loro posizione – prossima alla foce dell’Ares e delle vallate di Tiu – gli scienziati avevano concluso che questi massi di dimensione variabile erano stati depositati in seguito a inondazioni e trasportati attraverso canali di deflusso. Le successive due indagini decennali del rover Spirit e del rover Opportunity e le osservazioni in corso del rover Curiosity nel cratere di Gale hanno finalmente portato alla luce prove geologiche di sedimentazione da processi eoliani, fluviali, deltaici e lacustri, ma prima di questo studio i depositi alluvionali non erano ancora stati individuati. Il terreno di gioco di Curiosity – il rover, ricordiamolo, è atterrato all’interno del cratere di Gale nell’agosto 2012 – si trova vicino all’equatore marziano (latitudine 5.3° S, longitudine 137.7° E), lungo il confine che separa gli altipiani meridionali dalle pianure settentrionali. Dopo la sua formazione, il cratere fu completamente riempito di sedimenti. I suoi margini sono stati successivamente scavati portando alla nascita del Monte Sharp, al centro, e alla comparsa della sua morfologia moderna. È la sua particolare storia geologica – che ha portato alla luce ampie esposizioni di rocce sedimentarie – a renderlo un ideale luogo per studiare l’evoluzione di Marte sin dai suoi primi anni di vita. Nel nuovo studio, la firma inequivocabile delle inondazioni è data da una serie di creste di ghiaia simmetriche, alte una decina di metri, visibili nelle cosiddette Hummocky Plains Unit – regioni caratterizzate da depositi di sabbia e massi fino a 20 cm di diametro. La loro spaziatura regolare, le strutture sedimentarie interne e il trasporto di frammenti grandi fino a 20 cm suggeriscono – secondo gli scienziati – che queste creste siano in realtà delle “antidune”: un tipo di struttura sedimentaria che si forma per effetto del transito di flussi molto forti. Inoltre, la loro “lunghezza d’onda” di 150 metri indica che l’acqua che le ha depositate era profonda almeno 24 metri e aveva una velocità minima di 10 metri al secondo. Le dune formate dal flusso della mega alluvione sul fondo del cratere Gale di Marte sono identiche a quelle formatesi con lo scioglimento dei ghiacci sulla Terra circa 2 milioni di anni fa. La causa più probabile dell’inondazione di Marte – la cui temperatura media attuale è di meno 60 °C – è stata lo scioglimento del ghiaccio a causa del calore generato da un grande impatto, che ha vaporizzato i serbatoi congelati di acqua iniettando grandi quantità di anidride carbonica e metano nell’atmosfera. Il vapore acqueo e il rilascio di gas si sono quindi combinati per interrompere temporaneamente il clima freddo e secco del pianeta creando le condizioni per l’avvento di un breve periodo caldo e umido. La condensa ha formato delle nuvole di vapore acqueo, che a loro volta hanno dato vita alle piogge torrenziali – verosimilmente su tutto il pianeta. L’acqua caduta nel Cratere di Gale, si è sommata all’acqua che scendeva originandosi dal Monte Sharp – un tumulo a forma di mezzaluna nel centro del cratere e costituito da 5 km di rocce sedimentarie – producendo gigantesche e rapidissime inondazioni e depositando le creste di ghiaia osservate da Curiosity nelle Hummocky Plains Unit. Le inondazioni sul Pianeta rosso sono poi diminuite rapidamente, erodendo le creste delle antidune, e ridepositando i sedimenti rimossi nelle aree di passaggio tra le creste, le cosiddette unità striate – ciascuna di dimensioni tipiche di 50-200 m rispettivamente in larghezza e lunghezza e costituita di 5-10 m di strati di immersione verso sud. Grazie a questo studio, il team scientifico del rover Curiosity ha stabilito che il cratere di Gale, in passato, aveva laghi e torrenti persistenti, buoni indicatori del fatto che il cratere, così come il Monte Sharp al suo interno, erano in grado di sostenere la vita microbica. All’inizio Marte era un pianeta estremamente attivo dal punto di vista geologico, e certamente ospitava le condizioni necessarie per sostenere la presenza di acqua liquida in superficie «Sulla Terra, dove c’è acqua, c’è vita. Marte era dunque un pianeta abitabile», conclude Fairen. «Era abitato? Questa è una domanda a cui il prossimo rover Perseverance – lanciato da Cape Canaveral lo scorso 30 luglio, e che dovrebbe raggiungere Marte il 18 febbraio 2021 – ci aiuterà a rispondere». (Media Inaf)

Un impatto nel 2022?

In base ai dati rilasciati dalla NASA e dall’ESA (Agenzia Spaziale Europea) un asteroide di 130 metri rischia di schiantarsi sulla Terra il 6 maggio 2022. Il sasso spaziale, noto come 2009 JF1, è grande come la Piramide di Giza e in caso di impatto sarebbe in grado di distruggere un’intera città, sprigionando un’energia di 230 chilotoni. Le probabilità di colpirci sono poche, ma statisticamente non trascurabili. di Andrea Centini scienze.fanpage.it

Un asteroide grande come la Piramide di Giza (o di Cheope) potrebbe colpire la Terra venerdì 6 maggio del 2022. Benché le probabilità al momento siano poche, ovvero 1 su 3.800, statisticamente si tratta di un rischio significativo. Il sasso spaziale, che ha un diametro stimato di 130 metri, si chiama 2009 JF1 (nome legato all’anno di scoperta) e fa parte dei cosiddetti NEO, acronimo di Near Earth Object, ovvero “oggetto vicino alla Terra”. Rientrano in questa categoria tutti gli asteroidi, le comete, i meteoroidi e persino le sonde che intersecano l’orbita del nostro pianeta e hanno un perielio – la minima distanza dal Sole – di 1,3 Unità Astronomiche, ovvero poco meno di 200 milioni di chilometri (una Unità Astronomica è pari a circa 150 milioni id chilometri, la distanza che separa la Terra dal Sole). A determinare le probabilità di impatto dell’asteroide 2009 JF1 sono state la NASA e l’Agenzia Spaziale Europea, che lo stanno monitorando attraverso specifici programmi. Per l’ESA la distanza minima possibile che potrebbe raggiungere a maggio del 2022 è pari a 0.0000172 Unità Astronomiche, appena 2.500 chilometri. Ciò significa che l’influenza gravitazionale di un altro oggetto celeste (compresa l’attrazione della Terra) potrebbe davvero spingerlo sullo stretto corridoio in grado di farlo schiantare con la superficie del nostro pianeta. Come indicato, le probabilità sono molto poche (0,026 percento) ma non trascurabili. Anche per il programma Sentry della NASA l’oggetto potrebbe colpire la Terra nel 2022, ma curiosamente, nello schema dedicato all’asteroide del Jet Propulsion Laboratory della NASA (che ha contribuito alla sua scoperta) il sorvolo del 2022 non è inserito tra i cosiddetti “close approach”, ovvero tra i passaggi ravvicinati. Probabilmente è un problema di aggiornamento dei database.

101955 Bennu

101955 Bennu è un asteroide Apollo. Scoperto nel 1999, presenta un’orbita caratterizzata da un semiasse maggiore pari a 1,1258996 au e da un’eccentricità di 0,2037196, inclinata di 6,03428° rispetto all’eclittica. Le sue caratteristiche spettrali ne permettono la classificazione tra gli asteroidi carbonacei di tipo B. L’asteroide ha una forma sferoidale, con un diametro medio di circa 500 metri. È stato oggetto di approfondite osservazioni condotte attraverso i radiotelescopi di Arecibo e di Goldstone. È stato selezionato quale obiettivo della missione OSIRIS-REX della NASA che, tra i suoi scopi, aveva anche il recupero di campioni dalla sua superficie per il loro successivo trasporto a Terra. Il lancio è avvenuto il 9 settembre 2016 e l’arrivo sull’asteroide, con l’inserimento in orbita, è avvenuto il 3 dicembre 2018. La raccolta dei campioni prevedeva la possibilità di un secondo tentativo, qualora il primo fosse fallito o avesse avuto come risultato il prelievo di una quantità troppo esigua di materiale. Il primo tentativo è stato eseguito con successo il 20 ottobre 2020, mentre il ritorno dei campioni a Terra è previsto per il 2023. Il 7 marzo 2020 l’UAI ha ufficializzato le prime denominazioni ufficiali delle caratteristiche della sua superficie. In origine era identificato con la designazione provvisoria 1999 RQ36, ma nell’aprile 2013, a seguito della scelta di porlo come obiettivo della missione OSIRIS, ha ricevuto la denominazione definitiva con riferimento all’omonima divinità minore egizia. L’asteroide percorre un’orbita moderatamente eccentrica, inclinata di circa 6° rispetto al piano dell’eclittica. L’afelio, esterno all’orbita della Terra, è a 1,35 UA dal Sole; il perielio, interno all’orbita terrestre, è a 0,89 UA dal Sole. Ciò lo caratterizza come un asteroide Apollo. Completa un’orbita in un anno e 73 giorni. Il nodo ascendente dell’orbita è prossimo all’orbita della Terra e l’asteroide ha ripetuti incontri ravvicinati con il nostro pianeta, che potrebbero condurre ad un impatto. In uno studio di dinamica orbitale del 2009 Andrea Milani, professore presso la Facoltà di Matematica dell’Università di Pisa, e collaboratori hanno individuato una serie di otto potenziali impatti con la Terra tra il 2169 ed il 2199. La probabilità d’impatto collettiva dipende dalle proprietà fisiche dell’oggetto, al momento poco conosciute, ma non sarebbe superiore allo 0,07% per tutti gli otto incontri. Per valutarla con maggiore accuratezza è necessario acquisire maggiori informazioni sulla forma dell’asteroide e determinare l’intensità dell’accelerazione cui 1999 RQ36 è soggetto per l’effetto YORP. Uno degli obiettivi della missione Osiris-Rex è proprio quello di stimare con precisione tale effetto ricavando informazioni morfologiche più dettagliate dell’asteroide.

(29075) 1950 DA

(29075) 1950 DA è un asteroide near-Earth del gruppo Apollo. È famoso per essere, tra gli asteroidi con più di un chilometro di diametro, quello con il valore più alto di probabilità di impatto con la Terra nella scala Palermo.  La prima osservazione di 1950 DA avvenne il 22 febbraio 1950 ad opera di Carl Alvar Wirtanen all’osservatorio Lick. Venne seguito per 17 giorni e poi se ne persero le tracce. Il 31 dicembre 2000 venne individuato un oggetto cui fu assegnato il nome provvisorio 2000 YK66. Lo studio dell’orbita con il metodo della precovery permise di associare questo ritrovamento a 1950 DA e di determinare con elevata precisione i parametri orbitali così da poter ricevere un numero di classificazione e assumere la denominazione attuale.  Tra il 3 e il 7 marzo 2001 1950 DA è transitato a 7,8 milioni di km permettendone lo studio radar dagli osservatori di Goldstone e Arecibo.Le dimensioni sono state stimate essere poco superiori al chilometro, il periodo di rotazione in poco più di due ore. La breve durata della rotazione e l’elevata albedo radar fa ritenere che 1950 DA sia molto denso, più di 3 g/cm³). L’orbita di 1950 DA lo porterà ad un incontro molto ravvicinato con la Terra il 16 marzo 2880, tanto che esso da solo assomma al 50% delle possibilità di impatto di tutti gli altri corpi da oggi ad allora. Le osservazioni radar non hanno permesso di chiarire il contributo dell’effetto Yarkovsky sulla sua orbita. I dati osservativi indicano due possibili direzioni polari; in un caso l’asteroide transiterebbe a qualche milione di chilometri, mentre nell’altro si avrebbe una probabilità di impatto dello 0,33%. L’energia che sarebbe rilasciata nell’impatto con un oggetto delle dimensioni di 1950 DA determinerebbe significativi cambiamenti nel clima e nella biosfera costituendo una minaccia per la civiltà poiché sarebbe l’equivalente della forza combinata di un milione di bombe atomiche, ovvero l’energia necessaria per radere al suolo in pochi secondi un’area delle dimensioni della Francia e generare un cratere ampio 40 chilometri e profondo 3000 metri.

Corpi celesti potenzialmente pericolosi

Tramite il sistema di monitoraggio automatizzato Sentry, la Nasa ha individuato i corpi celesti che hanno maggiori probabilità di entrare in collisione con la Terra in futuro La lista completa. Ecco tutti gli asteroidi attualmente conosciuti che in futuro potrebbero collidere con la Terra:

• 29075 (1950 DA) – Individuato un impatto potenziale nel 2880

• 101955 Bennu (1999 RQ36) – Individuati 78 impatti potenziali tra il 2175 e il 2199

• 99942 Apophis (2004 MN 4) – Individuati 12 impatti potenziali tra il 2060 e il 2105

• (2000 SG344) – Individuati 101 impatti potenziali tra il 2069 e il 2113

• (2007 FT3) – Individuati 164 impatti potenziali tra il 2024 e il 2116

• (2008 JL3) – Individuati 27 impatti potenziali tra il 2027 e il 2119

• (2009 JF1) – Individuato 1 impatto potenziale nel 2022

• (2010 RF12) – Individuati 62 impatti potenziali tra il 2095 e il 2118

• (2005 QK76) – Individuati 9 impatti potenziali tra il 2030 e il 2107

• (1994 GK) – Individuati 5 impatti potenziali tra il 2051 e il 2067

• (2008 UB7) – Individuati 31 impatti potenziali tra il 2048 e il 2100

• (2017 US) – Individuati 16 impatti potenziali tra il 2085 e il 2111

• (2012 HG2) – Individuati 469 impatti potenziali tra il 2052 e il 2119

• (2000 SB45) – Individuati 101 impatti potenziali tra il 2074 e il 2113

• (2020 FT3) – Individuati 7 impatti potenziali tra il 2089 e il 2110

• (2012 QD8) – Individuati 4 impatti potenziali tra il 2042 e il 2105

• (2007 DX40) – Individuati 41 impatti potenziali tra il 2030 e il 2111

• (2018 VP1) – Individuati 3 impatti potenziali tra il 2020 e il 2025

• (2088 EX5) – Individuati 16 impatti potenziali tra il 2061 e il 2090

• (2055 ED224) – Individuati 5 impatti potenziali tra il 2023 e il 2064

• (2013 VW13) – Individuati 9 impatti potenziali tra il 2071 e il 2084

L’asteroide Bennu

Tra gli asteroidi presenti nella lista, uno dei più noti è 101955 Bennu (1999 RQ36). Negli scorsi mesi, questo corpo celeste è stato esplorato dalla sonda Osiris-Rex, che nel il 2021 dovrebbe iniziare il suo viaggio di ritorno verso Terra. Se tutto andrà come previsto, il veicolo spaziale porterà con sé dei campioni dell’asteroide, che permetteranno alla comunità scientifica di condurre delle importanti analisi. (Sky Tg 24)

Una nuova stima per la costante di Hubble

Il numero più ambito dell’astrofisica? Si chiama costante di Hubble – H0, “acca-zero” in italiano, “eich-not” in inglese – ed è una costante, per l’appunto, che indica il tasso di espansione dell’universo. Si tratta di quel numerino che, nella famosa legge di Hubble, funge da fattore moltiplicativo fra la velocità di recessione di una sorgente astronomica – la velocità con la quale si sta allontanando da noi – e la sua distanza: ci dice, ad esempio, che più una galassia è lontana da noi, più la velocità con la quale la vedremo allontanarsi aumenta. Le sue dimensioni fisiche sono quelle di una velocità (in km/s) diviso una distanza (in Mpc) e la sua esistenza è uno dei pilastri fondanti della cosmologia moderna. Ma quanto vale? In quasi un secolo di tempo intercorso dalla scoperta della relazione da parte del cosmologo Edwin Hubble, nel 1929, diversi e numerosi metodi sono stati ideati e utilizzati per calcolarla – metodi che considerano sorgenti astrofisiche diverse e che portano con sé problematiche diverse, producendo stime spesso discrepanti. Utilizzando un metodo diverso rispetto ai due più famosi – basati uno sulla stima della distanza delle vicine supernove, l’altro sulle sottili increspature nella radiazione cosmica di fondo – chiamato time-delay cosmography, la collaborazione TdCosmo ha ottenuto nuove stime della costante di Hubble. Il fenomeno fisico su cui si fonda il nuovo metodo è quello delle “lenti gravitazionali forti” applicato a sorgenti variabili, e il valore ottenuto sarebbe in accordo con le stime di H0 provenienti da metodi indipendenti, con un potenziale di miglioramento della precisione di misura senza precedenti. I risultati sono stati pubblicati oggi nella rivista Astronomy & Astrophysics. Il metodo della time-delay cosmography (cosmografia con tempi di ritardo, letteramente) non è nuovo, e come dicevamo sfrutta il fenomeno dello strong gravitational lensing (lenti gravitazionali forti) per calcolare il tempo di ritardo nell’arrivo del segnale luminoso proveniente da sorgenti astronomiche a fotometria variabile – come lontani quasar o supernove – quando esse vengono visualizzate da terra come immagini multiple. Se la luce di un oggetto lontano, nel suo tragitto verso i nostri occhi telescopici, attraversa il campo gravitazionale di un oggetto massiccio – come una galassia, che chiameremo d’ora in poi lente – il suo fronte d’onda si scinde formando diverse immagini. Se tale oggetto poi ha una luminosità variabile, i fronti d’onda che formano le immagini multiple sono ritardati l’uno rispetto all’altro, poiché la luce viaggia per un tempo leggermente diverso nei percorsi seguiti attraverso il potenziale gravitazionale della lente. Misurando precisamente il ritardo relativo di ogni percorso, chiamato time-delay, si può misurare, fra le altre cose, come è distribuita la massa nella galassia lente. Il ritardo temporale dipende anche dalla geometria dello spazio-tempo, cioè dalla costante di Hubble, e dalla distribuzione di massa di tutti gli oggetti lungo la linea di vista. Convertire il time-delay in una stima della costante di Hubble richiede dunque un modello che descriva la distribuzione di massa della lente, a cui venga applicata una correzione che renda conto di tutta materia attraversata dal segnale luminoso dalla sua emissione fino all’osservatore e che potrebbe alterarne il percorso – il cosiddetto “effetto dell’ambiente lungo la linea di vista”. A sentirla così, sembra una procedura piuttosto complicata, ma – assicurano gli autori dello studio – questo metodo di misura è più diretto e meno affetto da errori sistematici di altri attualmente in uso. «Il nostro approccio è sicuramente complementare agli altri proposti e usati con successo per misurare l’espansione dell’universo», dice a Media Inaf Chiara Spiniello, ricercatrice Hintze Fellow presso il Sub-Department of Astrophysics dell’università di Oxford e associata presso la sede napoletana dell’Inaf. «Ogni metodo ha le sue limitazioni. In particolare però, la “time-delay cosmography” esplorata da TdCosmo è un metodo più diretto rispetto a quello basato sulla distanza delle supernove – che è costruito invece con una serie successiva di misure, ognuna delle quali ha un’incertezza associata. Tutte queste calibrazioni devono necessariamente essere precise e accurate per evitare che l’errore propagato sulla stima finale della costante di Hubble diventi enorme». Già negli anni ‘60 gli studiosi della teoria della gravità di Einstein, la relatività generale, avevano dimostrato di poter usare la deflessione della luce causata da lenti gravitazionali forti per misurare direttamente le distanze cosmiche – noti con precisione il tempo di arrivo relativo dei segnali luminosi di ciascuna immagine multipla e la distribuzione della materia nella galassia che funge da lente. Nell’ultimo decennio, spiegano gli esperti, la capacità di misura di questi due parametri è diventata sufficiente da consentire l’adozione di questo metodo, la time-delay cosmography appunto. Il lavoro di diversi team fra cui H0licow, Cosmograil, Strides e Sharp – ora sotto l’organizzazione congiunta TdCosmo – ha considerato sette lenti gravitazionali di quasar variabili ed è culminato nella prima misurazione della costante di Hubble, valutata essere 73 km/s/Mpc (chilometri al secondo per megaparsec), con una precisione del 2 per cento. Il valore si mostrava in accordo con le stime provenienti dalla distanza delle supernove, ma in tensione con le misure del fondo cosmico a microonde del modello cosmologico standard. Qualcosa comunque non quadrava, secondo Simon Birrer, ricercatore postdoc presso l’università di Stanford e membro del team di Strides – nonché primo autore dello studio pubblicato oggi. In particolare, i modelli di struttura delle galassie su cui si erano basati gli studi non erano abbastanza precisi da concludere che la costante di Hubble era davvero in disaccordo con le stime basate sulla Cmb. Occorreva trovare una nuova strategia per applicare lo stesso metodo senza dover contare su quelle assunzioni. «Questo è un punto chiave del nostro risultato. Secondo il nostro parere, la maggior parte degli studi precedenti, inclusi gli studi della collaborazione TdCosmo, usavano un modello per il profilo di densità di massa che non era preciso abbastanza e si fondava su un numero elevato di assunzioni in grado, potenzialmente, di influire sulla misura dell’accelerazione dell’universo», spiega Spiniello, ricordando come le precedenti pubblicazioni H0licow/Strides avessero sempre e solo considerato che le stelle nella “galassia lente” seguissero una distribuzione a legge di potenza, e che la materia oscura fosse descritta con un profilo Navarro Frenk & White. Il nuovo studio sfrutta invece una maggiore statistica grazie a una serie di lenti gravitazionali aggiuntive, allo scopo di stimare con più accuratezza la massa e la struttura delle galassie lente e sostituire le precedenti ipotesi. Si tratta di 33 lenti aggiuntive con proprietà simili – ma prive di una sorgente variabile di fondo che consenta di applicare direttamente il metodo dei ritardi temporali – indispensabili per stimare accuratamente le strutture galattiche. «È la prima di una serie di pubblicazioni in cui ci proponiamo di testare l’impatto di questa e delle altre molteplici assunzioni che entrano in gioco nel modellare le lenti, e che possono influenzare la misura della costante di Hubble. A mio parere», continua Spiniello, «l’assunzione che influenza maggiormente il nostro risultato odierno – e l’incertezza a esso associata – è quella che le 7 lenti TdCosmo e le 33 lenti Slacs usate infine nel nostro lavoro appartengano alla stessa popolazione di galassie, con un profilo di densità di massa uguale. Per testare questa assunzione in futuro, saranno necessari nuovi dati su un numero maggiore di lenti». La nuova stima della costante di Hubble, diciamolo, è scesa a circa 67 km/s/Mpc, con un’incertezza del 5 per cento, in buon accordo con le stime ottenute dall’analisi sulla Cmb, ma anche statisticamente coerenti con le precedenti determinazioni, date le incertezze. «In termini assoluti, otteniamo un risultato che è in accordo con alcuni dei risultati precedenti ottenuti sia con lo stesso metodo che con metodi diversi. Il nostro metodo ha però il potenziale di ottenere una stima di H0 con una incertezza minore rispetto ad altri metodi, fino a un livello di precisione dell’1 per cento – indispensabile per investigare la natura della materia oscura, la curvatura dell’universo e quindi confermare la validità della Relatività generale», conclude Spiniello.Il team sta già raccogliendo i dati necessari ad aumentare la precisione e stabilizzare le ipotesi, in attesa di ottenere inedite e precisissime immagini di lenti gravitazionali dal Rubin Observatory Legacy Survey of Space and Time a cui attingere (Media Inaf)

De l’infinito, universo e mondi

Filippo Bruno, noto con il nome di Giordano Bruno (Nola, 1548 – Roma, 17 febbraio 1600), è stato un filosofo, scrittore e frate domenicano italiano vissuto nel XVI secolo. Il suo pensiero, inquadrabile nel naturalismo rinascimentale, fondeva le più diverse tradizioni filosofiche — materialismo antico, averroismo, copernicanesimo, lullismo, scotismo, neoplatonismo, ermetismo, mnemotecnica, influssi ebraici e cabalistici — ma ruotava intorno a un’unica idea: l’infinito, inteso come l’universo infinito, effetto di un Dio infinito, fatto di infiniti mondi, da amare infinitamente.

Nel De l’infinito, universo e mondi Giordano Bruno riprende e arricchisce temi già affrontati nei dialoghi precedenti: la necessità di un accordo tra filosofi e teologi, perché «la fede si richiede per l’istituzione di rozzi popoli che denno esser governati»; l’infinità dell’universo e l’esistenza di mondi infiniti; la mancanza di un centro in un universo infinito, che comporta un’ulteriore conseguenza: la scomparsa dell’antico, ipotizzato ordine gerarchico, la «vanissima fantasia» che riteneva che al centro vi fosse il «corpo più denso e crasso» e si ascendesse ai corpi più fini e divini. La concezione aristotelica è difesa ancora da quei dottori (i pedanti) che hanno fede nella «fama de gli autori che gli son stati messi nelle mani», ma i filosofi moderni, che non hanno interesse a dipendere da quello che dicono gli altri e pensano con la loro testa, si sbarazzano di queste anticaglie e con passo più sicuro procedono verso la verità. Chiaramente un universo eterno, infinitamente esteso, composto di un numero infinito di sistemi solari simili al nostro e sprovvisto di centro sottrae alla Terra, e di conseguenza all’uomo, quel ruolo privilegiato che Terra e uomo hanno nelle religioni giudaico-cristiane all’interno del modello della creazione, creazione che agli occhi del filosofo non ha più senso, perché come già aveva concluso nei due dialoghi precedenti, l’universo è assimilabile a un organismo vivente, dove la vita è insita in una materia infinita che perennemente muta. Il copernicanesimo, per Bruno, rappresenta la “vera” concezione dell’universo, meglio, l’effettiva descrizione dei moti celesti. Nel Dialogo primo del De l’infinito, universo e mondi, il nolano spiega che l’universo è infinito perché tale è la sua Causa che coincide con Dio. Filoteo, portavoce dell’autore, afferma: «Qual raggione vuole che vogliamo credere che l’agente che può fare un buono infinito lo fa finito? e se lo fa finito, perché doviamo noi credere che possa farlo infinito, essendo in lui il possere et il fare tutto uno? Perché è inmutabile, non ha contingenzia nell’operazione, né nella efficacia, ma da determinata e certa efficacia depende determinato e certo effetto inmutabilmente: onde non può essere altro che quello che è; non può essere tale quale non è; non può posser altro che quel che può; non può voler altro che quel che vuole; e necessariamente non può far altro che quel che fa: atteso che l’aver potenza distinta da l’atto conviene solamente a cose mutabili». Essendo Dio infinitamente potente, dunque, il suo atto esplicativo deve esserlo altrettanto. In Dio coincidono libertà e necessità, volontà e potenza (o capacità); di conseguenza, non è credibile che all’atto della creazione Egli abbia posto un limite a sé stesso. Bisogna tener presente che «Bruno opera una netta distinzione tra l’universo e i mondi. Parlare di un sistema del mondo non vuol dire, nella sua visione del cosmo, parlare di un sistema dell’universo. L’astronomia è legittima e possibile come scienza del mondo che cade nell’ambito della nostra percezione sensibile. Ma, al di là di esso, si estende un universo infinito che contiene quei “grandi animali” che chiamiamo astri, che racchiude una pluralità infinita di mondi. Quell’universo non ha dimensioni né misura, non ha forma né figura. Di esso, che è insieme uniforme e senza forma, che non è né armonico né ordinato, non può in alcun modo darsi un sistema».

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