Il lampo di Natale

Lo ricorderanno a lungo quel 25 dicembre del 2010 i ricercatori italiani del team di Swift, l’osservatorio orbitante della NASA, realizzato con la collaborazione di Italia e Regno Unito e dedicato alla ‘caccia’ dei lampi di raggi gamma. Nel pieno della festività vengono infatti informati che i sensori del satellite stavano registrando l’arrivo un flusso di radiazione di alta energia. Messi da parte panettoni, torroni e regali, iniziano il monitoraggio dei dati. E di lì a poco capiscono che l’evento preso in diretta da Swift è davvero qualcosa di unico. Intanto per la sua durata. GRB 101225A – questa la sigla del lampo di raggi gamma osservato da Swift – è stato infatti lunghissimo: oltre trenta minuti quando, di solito, i lampi di raggi gamma (GRB) durano al più qualche decina di secondi, eccezionalmente qualche minuto. Ma le stranezze di GRB 101225A non si sono fermate qui. La sua luminosità residua nella banda dei raggi X (chiamata dagli addetti ai lavori afterglow), che normalmente nei lampi di raggi gamma può persistere anche per diversi mesi, nel caso di GRB 101225A è scomparsa nel giro di solo 20 ore. Non solo: anche il suo flusso di radiazione non era stabile, ma presentava delle variazioni molto pronunciate, con alti e bassi che si riproponevano a intervalli quasi regolari di qualche ora. Le indagini nelle bande della radiazione visibile e ultravioletta hanno mostrato un’emissione abbastanza debole che è rimasta osservabile per più tempo: in ultravioletto per qualche giorno, come osservato da Swift, e in ottico per qualche mese, come registrato dalle osservazioni dei telescopi da Terra. Insomma, una concentrazione di caratteristiche così uniche non erano mai state riscontrate in un lampo di raggi gamma. E quanto osservato non poteva essere spiegato dagli attuali modelli teorici che descrivono queste immani emissioni di energia.
“Le osservazioni di Swift ci hanno davvero sorpreso” dice Sergio Campana, dell’INAF-Osservatorio Astronomico di Brera, primo autore dell’articolo sulle osservazioni di Swift pubblicato nell’ultimo numero della rivista Nature. “Abbiamo avuto non pochi problemi per riuscire a interpretare questi dati in modo convincente. Le repentine variazioni di flusso osservate nei raggi X, mai osservate in altri GRB, ci suggeriscono che questo lampo di raggi gamma abbia avuto origine durante un evento distruttivo ma in qualche modo periodico. Dopo vari tentativi di modellizzazione sia con oggetti della nostra Galassia che con oggetti extragalattici (c’è un lavoro concorrente che spiega il fenomeno con una supernova estremamente peculiare nell’Universo vicino), ci siamo focalizzati sull’ipotesi della caduta di un asteroide su una stella di neutroni appartenente alla nostra Galassia. E’ un fenomeno nuovo mai pensato teoricamente e mai osservato prima d’ora, ma sembra funzionare”.
D’altra parte sappiamo bene che comete ed asteroidi cadono sul Sole o su Giove. Basta ricordare le spettacolari immagini riprese dal telescopio Hubble nel 1994 che hanno testimoniato l’impatto dei frammenti della cometa Shoemaker-Levy 9 su Giove. Nel caso della nostra stella, una cometa che vi cade sopra si allunga leggermente, per effetto della gravità, prima di essere vaporizzata al contatto con la fotosfera solare. Se però consideriamo quello che accade per un oggetto veramente compatto come una stella di neutroni, dove una massa poco superiore a quella del Sole è concentrata in una sfera del raggio di dieci chilometri, la cometa o l’asteroide, avvicinandosi, sentirebbero una forza mareale estremamente intensa che porterebbe l’oggetto in caduta a distruggersi prima di schiantarsi sulla sua superficie.
Potrebbe essere questo il primo caso osservato di un simile fenomeno? E’ molto probabile, ma per eliminare ogni dubbio saranno necessarie ulteriori indagini su questa particolare sorgente. Anche perché un altro team ha presentato sullo stesso numero di Nature una spiegazione alternativa a quanto osservato in GRB 101225A, chiamando in causa una supernova estremamente peculiare nell’Universo vicino.
di Marco Galliani INAF

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Ecco tutte le meraviglie che offre il cielo di dicembre 2011

Ecco a voi il cielo di dicembre 2011! Il Sole si trova nella costellazione dell’Ofiuco fino al 18 quando passa nella costellazione del Sagittario.
Solstizio d’inverno
Il giorno 22, alle ore 05.23, si verifica il solstizio d’inverno e si entra ufficialmente nell’inverno astronomico. Il sole raggiunge la sua massima distanza al di sotto dell’equatore celeste circa -23,27°), e l’arco apparente descritto da sud-est a sud-ovest è ridotto al minimo, con il risultato di avere il giorno più corto dell’anno.
Ma come, non era Santa Lucia, il giorno più corto che ci sia?
Contrariamente a quanto si pensa, il 13 dicembre (Santa Lucia) non è il giorno più corto dell’anno. In realtà in prossimità del 13 dicembre si verifica il periodo in cui il Sole tramonta prima. Il primato del giorno più breve dell’anno spetta invece al giorno del solstizio d’inverno.
Dati alla mano, in effetti il giorno 22 il Sole tramonta alle 16.42, circa 3 minuti dopo rispetto al 13, ma anche il suo sorgere è ritardato di alcuni minuti (ben 6 rispetto al giorno 13), avendo luogo alle 7.35: a conti fatti, il Sole resta sopra l’orizzonte circa 3 minuti in meno rispetto al giorno 13. Possiamo quindi affermare che il giorno più corto del 2011 è il 22 dicembre.
Mercurio: il pianeta all’inizio del mese è inosservabile. Il giorno 4 si trova in congiunzione con il Sole. Nell’arco di poche settimane la situazione cambia notevolmente, fino a raggiungere le migliori condizioni di osservabilità dell’anno in corso nelle ore mattutine. Mercurio il 21 dicembre sorge quasi 1h e 50m prima del Sole. La massima elongazione (distanza angolare di quasi 22° dal Sole) è raggiunta il 23.
Venere: finalmente il pianeta più luminoso torna ad essere facilmente osservabile nelle prime ore della sera. Il suo tramonto tarda sempre più: alla fine del mese Venere tramonta oltre 2 ore e mezza dopo il Sole. Possiamo quindi ammirarlo sull’orizzonte occidentale al calare dell’oscurità. Il pianeta si trova nella costellazione del Sagittario fino al giorno 20, quando entra nel Capricorno.
Marte: come nei mesi precedenti il pianeta rosso continua ad incrementare il proprio intervallo di osservabilità. Ogni mese il pianeta anticipa il suo sorgere di circa un’ora: ad inizio dicembre compare sull’orizzonte orientale intorno alla mezzanotte, ma alla fine dell’anno Marte appare già alle 23 circa. Il pianeta rimane ancora per tutto il mese nella costellazione del Leone, avvicinandosi al limite con la Vergine.
Giove: l’astro più luminoso dopo Venere è ancora ben visibile sulla volta celeste, anche se l’intervallo di osservabilità è destinato a diminuire progressivamente. Giove culmina quindi a Sud già nelle prime ore della notte, mentre nelle ore successive lo si vedrà man mano più basso verso Sud-Ovest. Come nei mesi precedenti Giove continua a spostarsi lentamente in moto retrogrado, fino a lasciare la costellazione dell’Ariete rientrando, il giorno 4, nella costellazione dei Pesci. Il 26 Giove inverte il moto, che torna diretto: inizia il riavvicinamento al limite con l’Ariete, dove rientrerà a Gennaio.
Sempre degni di nota i 4 satelliti galileiani (Io, Europa, Ganimede e Callisto), che si mostrano come piccoli puntini bianchi che danzano da un lato all’altro del pianeta sulla linea dell’equatore, creando degli spettacolari fenomeni.
Saturno: il pianeta è osservabile nelle ultime ore della notte. Saturno continua ad anticipare il proprio sorgere, migliorando le condizioni per osservarlo. Prima dell’alba lo si può quindi individuare già alto in cielo, a Sud-Est, nella costellazione della Vergine, non lontano dalla luminosa stella Spica.
Urano:al calare dell’oscurità, nelle prime ore della sera, il pianeta è già al culmine di direzione Sud. Abbiamo quindi a disposizione solo la prima metà della notte per osservarlo, mentre gradualmente di avvia al tramonto, sempre più basso sull’orizzonte a Sud-Ovest. Il pianeta si trova nella costellazione dei Pesci, dove è rimasto per tutto l’anno.
In condizioni favorevoli all’osservazione, usando uno strumento ottico (anche un buon binocolo) appare come un oggetto di colore blu/verde, di magnitudine 5.7.
Nettuno: l’intervallo di osservabilità del pianeta è sempre più ridotto. Nel corso delle prime ore della notte lo si può individuare a Sud-Ovest, prima del suo tramonto.
Come sempre, per individuarlo è necessario utilizzare una strumentazione adeguata, un telescopio o un binocolo. Nettuno si trova nella costellazione dell’Acquario, dove è destinato a rimanere per molti anni ancora.
Plutone: Preso atto della riclassificazione di Plutone a plutoide da parte della IAU (Parigi , giugno 2008), la nostra rubrica includerà comunque l’osservabilità dell’astro.
Plutone si trova ancora nella parte alta della costellazione del Sagittario, dove è destinato a rimanere molto a lungo, fino al 2023. Nel corso del mese diventa del tutto inosservabile: infatti il 29 dicembre si trova in congiunzione con il Sole.
Con la sua magnitudine 14 sono necessari un cielo scuro, una buona carta stellare e almeno un telescopio da 8″ di apertura (200mm).
La seconda settimana di dicembre rappresenta il periodo più favorevole per l’osservazione delle meteore appartenenti allo sciame delle Geminidi. Il massimo è previsto nella notte tra il 13 e il 14. La costellazione dei Gemelli (”Gemini” in latino, da cui deriva il nome “Geminidi”), area della volta celeste in cui è situato il punto (”radiante“) da cui provengono le meteore di questo sciame, è molto alta in cielo in questo periodo, circostanza questa favorevole alle osservazioni.
Purtroppo quest’anno l’osservazione sarà disturbata dalla Luna, che sarà presente da poco prima della mezzanotte in poi.
Con l’arrivo dell’Inverno entriamo definitivamente nel periodo di migliore osservabilità delle grandi costellazioni che caratterizzeranno i prossimi mesi. Le costellazioni autunnali, povere di stelle brillanti e non sempre facilmente identificabili dal neofita – Capricorno, Acquario, Pesci – si avviano al tramonto nel cielo di Sud – Ovest, sostituite a Sud – Est dall’inconfondibile costellazione di Orione, accompagnata dal Cane Maggiore con la fulgida Sirio, dal Toro, dai Gemelli.
In queste costellazioni possiamo individuare alcune delle stelle più luminose dell’intera volta celeste; oltre alla già citata Sirio, ricordiamo la rossa Aldebaran nel Toro, Castore e Polluce nei Gemelli, Procione nel Cane Minore, Capella nell’Auriga. Orione, la più bella costellazione invernale, è caratterizzata dalle tre stelle allineate della cintura ed dai luminosi astri Betelgeuse, Rigel, Bellatrix e Saiph che ne disegnano il contorno. Con piccoli strumenti (è sufficiente anche un buon binocolo) non è difficile individuare la celeberrima nebulosa M42, situata nella spada, poco al di sotto della cintura.
Per alcune ore dopo il tramonto è ancora possibile osservare a Ovest alcune costellazioni che abbiamo potuto seguire per il periodo autunnale: il grande quadrilatero di Pegaso, Andromeda con l’omonima galassia. Perseo (nei pressi del quale quattro anni fa abbiamo ammirato la cometa 17P/Holmes), la minuscola costellazione del Triangolo, accanto all’altrettanto piccola costellazione zodiacale dell’Ariete. Dalla parte opposta del cielo, in tarda serata si potrà assistere al sorgere del Cancro e, successivamente, del Leone.
A Nord le costellazioni circumpolari compongono un cerchio ideale intorno all’Orsa Minore, con all’estremità la stella Polare: in senso antiorario incontriamo Cassiopea, Cefeo, il Dragone, l’Orsa Maggiore e la Giraffa.
di Stefano Simoni (tratto da Astronomia.com)

Dubbi sulla materia oscura

Era il 2008 quando dal satellite russo-europeo PAMELA giunse un risultato inatteso: nei raggi cosmici è presente un eccesso di particelle di antimateria opposte agli elettroni, i positroni. La scoperta sembrava aprire nuove possibilità nella ricerca della natura della materia oscura. Ora un nuovo studio conferma il risultato ma nello stesso tempo rimette in discussione proprio le teorie alimentate da quei dati. Una contraddizione che merita di essere approfondita.
Prima però è necessario descrivere i protagonisti di questo strano caso. Iniziando dai raggi cosmici: a dispetto del nome, sono in realtà flussi di particelle altamente energetiche e, per lo più, dotate di carica. Provengono dallo spazio profondo, e la loro analisi può darci molte informazioni sulla cosiddetta materia oscura, perché possono aver interagito con tale materia e portarne con sé i “segni”. Da tali segni si potrebbe risalire alla natura della materia oscura: sappiamo che è presente nello spazio tra le galassie per via della sua influenza gravitazionale sulla materia “visibile”, su quella materia cioè che riusciamo a vedere o comunque a identificare, ma non sappiamo in modo certo da cosa possa essere costituita. E non mancano ipotesi estreme, improbabili ma non impossibili, che ne mettono in discussione l’esistenza. Per questo i dati ottenuti da PAMELA erano estremamente importanti.
Dati che ora un nuovo studio in pubblicazione su Physical Review Letters conferma attraverso ulteriori misure ottenute con il satellite ai raggi gamma Fermi. Il satellite è in realtà in grado di ricevere particelle neutre, e non possiede uno strumento per separare particelle cariche, come quelle che si trovano nei raggi cosmici. Tuttavia, i ricercatori sono riusciti a ideare un metodo che sfrutta un magnete naturale molto vicino a Fermi: la Terra. Il suo campo magnetico devia la traiettoria delle particelle cariche. Calcolando con precisione la deviazione, è stato possibile utilizzare Fermi per risalire a una stima della quantità e tipologia delle particelle presenti nei raggi cosmici.
La conclusione, ottenuta dai ricercatori in collaborazione con il Kavli Institute for Particle Astrophysics and Cosmology della Stanford University, conferma che nei raggi cosmici sono presenti i positroni, che sembrano crescere in quantità man mano che si passa a energie maggiori. In altri termini, più sono energetici i raggi cosmici, più positroni sono presenti. Questo coincide con le previsioni di alcune teorie tra le tante formulate sulla materia oscura, indicandole di fatto come più probabili rispetto alle altre.
Purtroppo le buone notizie si fermano qui. Quelle stesse teorie prevedono che, oltre un certo livello di energia, il segnale emesso dai positroni cali drasticamente. Un calo che però non è stato misurato. Qualcosa non torna. E poiché le misure sembrano attendibili, non resta che ipotizzare che proprio quelle teorie non siano del tutto valide.
Questo non esclude la validità di altre ipotesi, già da tempo ritenute attendibili e supportate da risultati. Piuttosto, complica il percorso di quei modelli teorici che con PAMELA sembravano aver trovato la strada per primeggiare sugli altri, e che ora si ritrovano a dover tornare indietro per iniziare un nuovo cammino.
di Luca Nobili (INAF)

Raggi cosmici nei gusci del Cigno

La costellazione del Cigno, visibile in prima serata ad ovest, detiene una delle più ricche regioni di formazione stellare della nostra Galassia. Gli astronomi che osservano la regione nello spettro visibile vedono soltanto una parte della spettacolare attività, nascosta da un velo di polveri del piano galattico.
Cygnus X possiede raggruppamenti di molte giovani stelle, comprese le associazioni OB2 e OB9 e l’ammasso NGC 6910. I flussi combinati e le radiazioni ultraviolette delle numerose stelle della regione hanno scaldato e spinto il gas lontano dagli ammassi, producendo cavità di gas caldo e a bassa densità. Nell’immagine a 8 microns, nell’infrarosso, si notano regioni più scure come contorno di queste cavità (vedi sito Skylive).
L’emissione gamma scovata da Fermi riempie le bolle di gas caldo create dalle stelle più massive in Cygnus X. La turbolenza e le onde d’urto prodotte da queste stelle rendono difficile l’attraversamento ai raggi cosmici di alta energia.
Posta nei pressi della stella di seconda grandezza Gamma Cygni, la regione di formazione stellare è nota come Cygnus X per i raggi X scoperti durante le survey degli anni Cinquanta. Ora, uno studio basato sui dati di Fermi ai raggi gamma ha scoperto che il tumulto di una stella nata e morta in Cygnus X è causa delle particelle energetiche note come raggi cosmici. I raggi cosmici sono particelle subatomiche, principalmente protoni, che si muovono a velocità prossime a quelle della luce. Durante il loro viaggio attraversano la galassia e vengono deviate dai campi magnetici, per questo sono impossibili da tracciare nel loro percorso ed è impossibile risalire alla sorgente. Quando i raggi cosmici collidono con il gas interstellare producono raggi gamma, la forma di luce più energetica e penetrante, che viaggia verso di noi a partire dalla sua sorgente. Tracciando i raggi gamma nella galassia, Fermi aiuta gli astronomi a capire le sorgenti dei raggi cosmici ed il loro modo di accelerare. Le zone maggiormente candidate ad essere sorgente di accelerazione di raggi cosmici sono quelle con gusci in rapida espansione di gas ionizzato con campi magnetici associati ad esplosioni di supernova. Per le stelle, la massa rappresenta il loro destino e le stelle più massive vivono poco e muoiono giovani. Sono anche relativamente rare, visto che stelle così estreme, con masse superiori a 40 masse solari e con temperature otto volte maggiori, influenzano tremendamente il loro vicinato. Le intense radiazioni ultraviolette ed i venti stellari fortissimi disperdono la massa iniziale e limitano quindi il numero di stelle massive in ogni regione.
Torniamo a Cygnus X. Posto a circa 4500 anni luce di distanza, questa fabbrica di stelle contiene abbastanza materiale da formare due milioni di stelle come il Sole. Al suo interno ci sono molte stelle giovani e gruppi di stelle molto calde, legate in associazioni OB. Una, nota come Cygnus OB2, contiene 65 stelle di spettro O, le più massive, luminose e calde, e circa 500 stelle di spettro B. La massa totale dell’associazione si aggira intorno alle 30.000 masse solari, rendendo Cygnus OB2 la più grande associazione nel giro di 6.500 anni luce. Con una età inferiore ai 5 milioni di anni, poche delle sue stelle sono già esplose come supernovae.
Le stelle hanno scavato nel gas nelle vicinanze ed ora risiedono in cavità riempite da gas caldo circondato da confini più freddi, all’interno delle quali altre stelle si stanno formando. Proprio qui Fermi ha rintracciato intense emissioni gamma che proprio ora stanno iniziando il loro viaggio nel cosmo. Le onde d’urto smuovono gas e campi magnetici come in un idromassaggio ed i raggi cosmici restano intrappolati fino a che non raggiungono regioni più calme, dove possono muoversi più liberamente. Anche il ben noto resto di supernova Gamma Cygni, prossimo alla omonima stella, giace in questa regione: gli astronomi stimano la sua età a circa 7.000 anni. E’ possibile che il resto di supernova aiuti a produrre i raggi cosmici che poi restano intrappolati nel guscio di Cygnus X, ma un altro scenario può essere rappresentato dall’accelerazione delle particelle attraverso ripetute interazioni con le onde d’urto prodotte all’interno del guscio stesso dai forti venti stellari.
Fonte: NASA (vedi sito Skylive)

Un esopianeta troppo vicino alla sua stella

Si trova nella costellazione del Sestante, ed è stato possibile individuarlo attraverso la tecnica del transito con la WASP-South Camera Array, sita nell’Osservatorio Astronomico Sud Africano.
Si chiama WASP-43b e va a rendere più numerosa la pattuglia di pianeti extrasolari. Come WASP 17, il più grande pianeta extrasolare mai rilevato, anche WASP-43b ha una sua peculiarità.
Con un periodo orbitale di soli 19 ore e 31 minuti, è il Giove caldo più vicino alla sua stella madre conosciuto fino ad oggi. La sua massa è di 1,8 quella di Giove e le dimensioni nove decimi del pianeta più grande del nostro sistema solare.
Ma quello che rende questa scoperta più interessante e caratterizza ulteriormente il pianeta, è il fatto che la sua stella madre è solo 0,6 volte la massa del nostro Sole, come dire la metà, cioè è la più piccola conosciuta per avere nella propria orbita un Giove caldo.
Che cosa è allora WASP-43b, si chiedono i ricercatori: uno dei rari casi di “ultimi Mohicani”, cioè pianeti che precipitano sulla loro stella madre a causa delle interazioni mareali? O invece ci dice che le interazioni mareali sono molto più deboli di quanto si pensasse?
In sostanza un oggetto di quelle dimensioni così vicino alla sua stella madre dovrebbe essere sottoposto agli effetti dissipatori prodotti dall’attrazione mareale. Potrebbe essere così, ma se ciò non fosse e stella e pianeta fossero in equilibrio, allora le forze mareali sono appunto più deboli.
Grazie ad oggetti come questo, i modelli teorici della interazione stella-pianeta saranno messi alla prova, e si spera che portino ad una comprensione molto più chiara dei processi di dissipazione tra stelle e pianeti.
Dal 2006 WASP-South sta scandagliando l’emisfero sud del cielo alla ricerca di pianeti extrasolari, secondo la tecnica del transito. I dati combinati con l’osservatorio di Ginevra delle velocità radiali hanno permesso di trovare oltre 30 pianeti extrasolari orbitanti intorno a stelle di magnitudine 9-13.
Redazione Media Inaf

Misterioso Nettuno

Nettuno è un pianeta ancora molto misterioso. E’ il pianeta più esterno del sistema solare, visitato finora da una unica sonda spaziale, Voyager 2, che transitò vicino ad esso nel 1989. Questo non vuol dire che Nettuno non venga oggi osservato e studiato.
L’immagine del pianeta e di alcuni tra i suoi satelliti (pubblicata su sito INAF) è stata realizzata nel giugno del 2011, combinando diverse osservazioni dell’Hubble Space Telescope, il telescopio spaziale frutto della collaborazione tra NASA ed ESA, in orbita intorno alla Terra.
La più luminosa delle lune visibili è Tritone, sicuramente il satellite più interessante di Nettuno, l’unica che segue un’orbita retrograda intorno al pianeta, portando i ricercatori a pensare che Tritone sia un oggetto catturato da Nettuno in un secondo momento e che non si sia formato nella stessa regione della nebulosa solare del pianeta. Tritone risulta inoltre sorprendentemente attivo geologicamente. La sua superficie è relativamente recente e povera di crateri. All’epoca del fly-by della sonda Voyager 2 presentava numerosi vulcani ghiacciati e geyser attivi.
Sono 13 le lune di Nettuno note finora.
di Livia Giacomini (INAF)

Curiosity: Mission to Mars

È partito. Il Mars Science Laboratory (Mrl), la nuova impresa della Nasa, ha iniziato il suo viaggio per Marte. La missione, che porterà con se il più grande laboratorio mai atterrato sul pianeta rosso, Curiosity, è costata 2,5 miliardi di dollari, ed ha obbiettivi decisamente ambiziosi.
Le attese, infatti, sono grandissime perché Curiosity è il più grande laboratorio ”intelligente” mai inviato su Marte ed equipaggiato per scandagliare e analizzare il suolo marziano in modo molto più sofisticato di quanto non abbiano fatto negli ultimi anni i suoi predecessori, i rover della Nasa Spirit e Opportunity.
Pesante circa una tonnellata, si sposterà sul suolo di Marte con sei ruote capaci di affrontare un terreno irregolare e accidentato. Andrà a caccia di tracce di vita grazie al suo braccio robotico, videocamere e un set di sensori progettati per cercare le tracce di un’evoluzione organica passata o presente sul pianeta.
In questa missione non manca l’Italia. A bordo della sonda vi saranno la copia digitale dell’autoritratto di Leonardo Da Vinci e del suo Codice del Volo, grazie ad una iniziativa del Tg scientifico della RAI “Tg Leonardo” e in particolare della collega Silvia Rosa Brusin. Ma c’è anche tecnologia italiana in questa ambiziosa missione. La società SITAEL ha infatti realizzato il sofisticato circuito integrato di tipo ASIC operante nel cuore del Mars Science Laboratory (MSL), ovvero del rover NASA che avrà il compito di investigare sulla passata e presente capacità di Marte di sostenere la vita.
Il circuito integrato realizzato della SITAEL è un microchip sofisticato in grado di resistere alle radiazioni e alle temperature estreme di Marte. Installato all’interno della stazione meteorologica del rover, il circuito integrato andrà a rilevare i parametri ambientali di Marte (Vento, Umidità, Temperatura), dando un contributo fondamentale ai risultati della missione.
L’arrivo della sonda Msl su Marte è previsto nell’agosto 2012 e Curiosity scenderà sulla superficie del pianeta in corrispondenza del cratere di Gale, una delle zone più ricche di sedimenti e dove potrebbe essere piu’ probabile trovare testimonianze di vita.
di Francesco Rea (INAF)

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