Uppsala General Catalogue

L’Uppsala General Catalogue of Galaxies (Catalogo Generale di galassie di Uppsala, meglio noto con l’abbreviazione UGC) è un catalogo di oggetti del profondo cielo pubblicato nel 1973 e contenente 12.921 galassie visibili nell’emisfero boreale.
Questo catalogo comprende tutte le galassie a nord della declinazione -02° 30′, con un diametro più grande di 1,0 arcominuti e più luminose della magnitudine apparente 14,5. La principale fonte di dati utilizzata per la sua compilazione fu una copia delle lastre fotografiche in banda blu della Palomar Observatory Sky Survey (POSS), a cui furono aggiunte anche galassie più piccole di 1,0 arcominuti di diametro, ma più brillanti della magnitudine 14,5 prese dal Catalogue of Galaxies and of Clusters of Galaxies (CGCG) compilato da Fritz Zwicky.
Le informazioni contenute nel catalogo UGC comprendono la descrizione delle galassie e dei loro dintorni, la loro classificazione secondo lo schema di classificazione di Hubble e l’angolo di posizione per le galassie piatte o viste di taglio. Altre informazioni che sono state incluse sono il diametro apparente in banda blu e una descrizione delle galassie che tiene conto il più possibile del loro aspetto visibile sulle lastre fotografiche. Gli autori del catalogo svilupparono un complesso sistema di classificazione che comprendesse vari tipi di peculiarità come interazioni con altre galassie, distorsioni della loro forma, presenza di ponti di materia, getti o pennacchi. I diversi sistemi di classificazione sviluppati allo scopo furono utilizzati in modo complementare per poter registrare nel catalogo il maggior numero di informazioni che era possibile estrarre dalle immagini. La precisione delle coordinate del catalogo è sufficiente soltanto all’identificazione dell’oggetto.
Tratto da Wikipedia

La classifica dei mondi abitabili

L’esopianeta Gliese 581g è attualmente il numero 1 dei mondi potenzialmente abitabili al di fuori del Sistema Solare grazie ad una nuova ricerca eseguita dallo stesso team che ne annunciò la scoperta nel 2010. In orbita attorno ad una stella a 20 anni luce di distanza, Gliese 581g è il primo di una lista di esopianeti (comprendente Gliese 667Cc, Kepler 22b, HD85512 e Gliese 581d) “abitabili” ovvero simili alla Terra  … e quindi idonei a ospitare forme di vita. Le misure eseguite su Gliese 581g gli assegnano una massa di circa 2,2 masse terrestri e un’orbita nella zona abitabile della sua stella alla distanza di 0,13 UA dove è possibile la presenza di acqua liquida in superficie. Ricevendo dalla sua stella una quantità di luce simile a quella solare ricevuta dalla Terra Gliese 581g è oggi considerato il maggior candidato al ruolo di mondo simile alla Terra.
Tratto da: Orione ottobre 2012 n. 245 pagina 24 “La classifica dei mondi potenzialmente abitabili”

Il letto di un corso d’acqua su Marte

Questa volta non c’è dubbio. Quello che il rover della NASA “Curiosity” ha fotografato su Marte è proprio ciò che resta del letto di un corso d’acqua, che un tempo scorreva impetuoso sulla superficie del pianeta. Non è la prima dimostrazione in assoluto della presenza di acqua su Marte, ma una struttura di questo tipo non si era mai osservata direttamente.
“Dalla conformazione dell’avvallamento, possiamo ipotizzare che l’acqua scorresse alla velocità di circa un metro al secondo, con una profondità che arriverebbe tra la caviglia e l’anca di una persona” spiega il co-investigator di Curiosity William Dietrich dell’Università della California a Berkeley. “Ci sono decine di studi sui canali scavati dall’acqua su Marte, e molte ipotesi diverse su cosa scorresse al loro intero. Ma questa è la prima volta che si passa dalla speculazione sulle dimensioni di un corso d’acqua alla sua osservazione diretta”.
Il sito della scoperta si trova fra la parte nord del cratere Gale e la base del Monte Sharp, che sorge all’interno del cratere stesso.
Redazione Media Inaf

M 87: zoom sul buco nero

Una rara istantanea della regione che circonda il buco nero supermassiccio al centro di una galassia, dove la materia gira vorticosamente mentre precipita verso il buco nero stesso. L’hanno ottenuta, scrutando con un telescopio virtuale (composto da più telescopi in località diverse) la galassia M87, Shepherd Doeleman e colleghi del Massachusetts Institute of Technology, che pubblicano i loro risultati sull’ultimo numero di Science. In questo modo sono riusciti, forse, a spiegare come si formino quei getti di materia ad altissima energia che si osservano all’interno di alcune galassie.
Mettendo assieme i segnali raccolti da più antenne radio dalle Hawaii alla California, i ricercatori sono riusciti a ottenere la risoluzione necessaria per studiare la parte basale del getto che parte dal centro della galassia M87. In questo modo hanno scoperto che il punto da cui parte il getto è molto piccolo. Attraverso una complicata serie di calcoli, questo permette di convalidare alcune ipotesi sulla formazione del getto ed escluderne altre.
“La novità più grande di questo studio è proprio il fatto di essere riusciti a osservare il punto esatto in cui il buco nero e il suo ambiente circostante producono questa cosa strana e per certi versi inaspettata” commentaMarcello Giroletti dell’Istituto di Radioastronomia dell’INAF di Bologna. “In alcune condizioni il buco nero, anziché mangiarsi tutta la materia che lo circonda, ne accelera una parte e la getta fuori fino a migliaia di anni luce di distanza”. Come avviene questo fenomeno? Lo studio di Doeleman propone una risposta. “Sembra che il ‘trucco’ sia che in questo caso, a differenza di altri, il buco nero gira su stesso e la materia che ci cade dentro gira nello stesso senso. Questo innesca meccanismi molto complicati che fanno sì che parte della materia sfugga e venga accelerata fino a grande distanza”.
A portare a questa conclusione è proprio l’osservazione della regione alla base del getto. C’erano infatti diversi modelli teorici che potevano spiegare la formazione del getto, ma solo quello appena descritto è compatibile con le dimensioni del punto di base osservate dai ricercatori americani.
A Bologna, il gruppo di Giroletti lavora da anni sullo studio della stessa sorgente in M87. “Non è di per sé una sorgente molto particolare o molto luminosa, ma tra le galasse con buco nero attivo e getto con emissione radio è quella più vicina, quindi la migliore da studiare. Tra l’altro con noi lavora un ricercatore giapponese (Kazuhiro Hada) che ha dato un contributo fondamentale allo studio di questa sorgente, tanto è verso che il suo lavoro è citato nell’articolo di Science”. Il gruppo bolognese è ora in attesa di completare una sua osservazione di 25 ore con VLBA (Very Long Baseline Array), con cui conta di di dare un ulteriore contributo allo studio dei meccanismi che producono il getto.
di Nicola Nosengo (INAF)

Il cielo in ottobre: Pegaso, Andromeda, Perseo e Auriga

Il cielo ad ottobre vede in prima serata alcune costellazioni davvero degne di nota, ma è un po’ penalizzato dalla parte bassa del cielo in meridiano e soprattutto da due cieli poco visibili: quello estivo con il famoso Triangolo ormai è quasi un ricordo, sebbene Deneb sia ancora ben alta in cielo, mentre quello di autunno inverno sta ancora sorgendo in tutto il suo splendore.
Un cielo di transizione quindi, che vede come costellazioni principali quelle di Pegaso e Andromeda al meridiano, alte, e Perseo con l’Auriga. Come detto, nella parte di sud est il cielo più basso offre una carrellata di costellazioni molto deboli che nelle città lasciano intravedere a malapena qualche stella.
Il lato nord, invece, presenta sempre le solite costellazioni circumpolari.
ORIZZONTE NORD – ore 23.00
Ma andiamo per gradi, partendo come sempre dal lato nord del cielo.
Il cielo dell’orizzonte nord di prima serata vede l’Orsa Maggiore nel suo punto più basso nel giro intorno alla Polare, contrariamente a Cassiopea che invece si appresta a raggiungere la cima più alta, allo zenit. Le due costellazioni, infatti, sono sempre rintracciabili ai lati opposti rispetto alla Polare, in un inseguimento senza fine.
L’Orsa Maggiore è riconoscibile per la forma a mestolo delle sette stelle principali, mentre cassiopea in questo periodo ha una inconfondibile forma a M, o quasi. Prolungando di tre volte il segmento che unisce Dubhe e Merak è possibile giungere dritti dritti alla Polare, posta ad una altezza pari alla latitudine del luogo di osservazione. Continuando con il nostro segmento si arriva, invece, alla stella Errai, o gamma Cephei, ad indicare il tetto della casetta che caratterizza la forma della costellazione del Cefeo.
Sul versante di nord ovest sta scendendo la debole ed estesa costellazione del Drago, mentre proprio sotto cassiopea sta salendo il triangolo di stelle della debole Giraffa. Vicino alla Polare è possibile scorgere due stelle, una rossa ed una bianca. Si tratta dei cosiddetti Guardiani della Polare, Kochab, la rossa, e  Pherkad, la bianca, ambedue dell’Orsa Minore. Sono le due stelle più brillanti che effettuano il giro curcumpolare più vicino alla Polare, e proprio per questo sembrano effettuare una ronda intorno all’astro del Nord. Proprio per questo sono dette Guardiani della Polare.
Proprio sotto queste due stelle è rintracciabile Thuban, la stella più importante del Drago nonché passata e futura stelle del Nord. Con il passare delle ore, le costellazioni circumpolari continuano il loro viaggio intorno alla Polare in senso antiorario, salendo verso nord-est e scendendo verso nord-ovest senza mai tramontare.
Ore 02.00
In piena notte, l’Orsa Maggiore si mette sulla coda durante la risalita verso nord-est, mentre Cassiopea, raggiunto l’apice dell’orbita, inizia la discesa verso nord-ovest preceduta dal Cefeo. Le costellazioni sono sempre le stesse, ma cambiano la posizione, quindi ora la zona più bassa del cielo è occupata dal debole Drago mentre la Giraffa occupa lo zenit in condivisione con Cassiopea.
Al centro, come sempre, la Polare.
Ore 05.00
Prima dell’alba ci si presenta un cielo di fine inverno-inizio primavera, con L’Orsa Maggiore e cassiopea quasi alla stessa altezza dall’orizzonte ed alla stessa distanza dalla Polare, mentre la zona più alta del cielo è occupata dalla Giraffa e dalla Lince posta sopra l’Orsa Maggiore, e la zona più bassa è occupata sempre dal Drago. Proprio sotto il Cefeo sta tramontando Deneb nel Cigno..
LE STELLE DI PRIMA SERATA – Ore 23.00
Il passaggio in meridiano di prima serata è occupato quasi esclusivamente, nella zona alta del cielo, dal grande quadrato di Pegaso-
Occasione ancora valida per l’osservazione, anche al binocolo, dell’ammasso globulare M 15, nella costellazione di Pegaso, mentre poco più ad Est una coppia di galassie sarà sicuramente una grande attrazione: M 31, la famosa Galassia di Andromeda, e M 33, la Galassia del Triangolo nell’omonima costellazione.
Il resto del cielo vede costellazioni molto deboli e vaste, come quella zodiacale dei Pesci preceduta da Acquario e Capricorno.. La zona di cielo è illuminata quasi esclusivamente da due stelle brillanti: la prima è Fomalhaut, ne Pesce Australe , mentre la seconda è Diphda, nella Balena.
Nel frattempo, verso Ovest stiamo perdendo alcune delle costellazioni che ci hanno accompagnato per tutto il periodo estivo. Ercole è ridotto al lumicino nell’orizzonte basso di nord ovest, mentre il Triangolo Estivo vede Vega nella Lira e Altair nell’Aquila ancora presenti ma molto basse, al contrario di Deneb nel Cigno che si presenta ancora ad una altezza buona, tanto che come abbiamo visto tramonterà poco prima dell’alba.
Il cielo dell’orizzonte est invece riserva le sorprese stagionali, una anteprima di ciò che apparirà nei mesi a venire. Il Perseo è molto alto all’orizzonte, ottima occasione per non mancare l’appuntamento con il Doppio Ammasso, uno dei gioielli più belli di tutto il cielo. Più in basso, scampoli di autunno vengono dati dalle Pleiadi nella costellazione del Toro e dalle brillanti stelle Aldebaran, nel Toro, dall’accentuato colore arancione, e Capella nell’Auriga, tra le stelle più brillanti di tutto il cielo. Ancora è presto per guardare più in basso, ma basta aspettare un po’ per veder sorgere lo spettacolo invernale. Alle due di notte il Perseo ha raggiunto la massima altezza.
La vera novità, tuttavia, è data dalla presenza in cielo, a mezza altezza, della costellazione di Orione, vera guida per tutte le altre costellazioni del cielo di autunno inverno. Una serie numerosa di stelle brillanti per la costellazione di Orione, nella quale spiccano la rossa Betelgeuse e la azzurra Rigel, molto riconoscibili. Al loro centro, una serie di tre stelle in verticale a rappresentare la cintura del cacciatore Orione. Queste stelle  forniscono la chiave di lettura di tutto il cielo del periodo. Prolungando verso l’alto il loro segmento, infatti, arriviamo prima ad Aldebaran e poi alle Pleiadi, mentre prolungandolo verso il basso giungiamo a Sirio nel Cane Maggiore, la stella più brillante del cielo. La sua costellazione a quest’ora è ancora nascosta dietro l’orizzonte. E’ ancora molto bassa Sirio, e data la sua enorme brillantezza la vedrete scintillare in un arcobaleno di colori.
L’unione di Rigel con Betelgeuse, invece, ci porta dritti alla costellazione dei Gemelli, con Castore e Polluce,  stelle più brillanti. Tra i Gemelli e Sirio sarà evidentissima un’altra stella molto brillante, Procione, nella costellazione del  Cane Minore. In piena notte l’orizzonte sud è solo in attesa del cielo invernale, dal momento che oltre alle costellazioni transitate in prima serata, talmente grandi da ingombrare ancora l’orizzonte, si aggiunge il grande fiume dell’Eridano, che a parte la stella Cursa posta proprio al fianco di Rigel non fa altro che arricchire il cielo di zone apparentemente buie.
PRIMA DELL’ALBA
Giusto uno sguardo prima dell’alba, per veder riapparire verso est le costellazioni primaverili di Cancro e Leone.  L’elevata inclinazione dell’eclittica offre margini per una osservazione di qualche oggetto di profondo cielo, ma è effettivamente troppo presto per osservare questi oggetti, quindi rimanderemo il tutto al periodo giusto.
a cura di Stefano Capretti (Skylive)

In arrivo una nuova cometa

Nei forum di astronomia si parla insistentemente di questa nuova cometa denominata C/2012 S1 (ISON), attualmente (25-9-2012) ubicata oltre l’orbita di Giove. La cometa ha in programma un incontro estremamente avvicinato con la nostra stella che avverrà nel prossimo anno; nel novembre 2013 passerà a meno di 1.8 milioni di km (0.012 UA) dalla superficie solare. L’intenso calore cui verrà sottoposta potrebbe farla diventare un oggetto molto brillante, con magnitudo negativa (addirittura sino a -12, secondo alcune stime!) e dovrebbe restare visibile a occhio nudo per almeno un paio di mesi. Tuttavia non è uno scenario scontato: come già avvenuto per la cometa Elenin — che ha avuto un passaggio ravvicinato con nostro pianeta a metà ottobre dello scorso anno — potrebbe invece spezzettarsi in piccoli frammenti, vanificando così lo spettacolo. Ma è proprio in questo sta il fascino delle comete, ossia nella loro imprevedibilità. Avremo comunque modo di riparlarne. Per saperne di più potete consultare l’articolo de il Galassiere.

Vesta, pianeta mancato?

Un vasto sistema di avvallamenti trovati sull’asteroideVesta ha sorpreso gli scienziati. Sulla base delle immagini fornite lo scorso anno dal veicolo spaziale Dawn della NASA durante il suo passaggio vicino all’asteroide, i ricercatori hanno effettuato nuove misurazioni della topografia di Vesta, da cui hanno tratto alcune ipotesi sulla formazione di queste molteplici depressioni. Secondo Debra Buczkowski, del dipartimento di Fisica Applicata della Johns Hopkins University, la cui ricerca sarà pubblicata online questo sabato su Geophysical Research Letters, Vesta è stato caratterizzato da forti collisioni che hanno formato le profonde crepe presenti sulla sua superficie. Questo sarebbe stato possibile perché l’asteroide avrebbe al suo interno una differenziazione di livelli in un nucleo, un mantello e una crosta di base. Per questo, i suoi strati hanno densità differenti, che reagiscono diversamente alla forza di impatto e rendono la sua superficie ricca di avvallamenti. “Dicendo che è differenziato, stiamo praticamente affermando che Vesta era un piccolo pianeta che provava a formarsi”.
La ricerca ha mostrato la presenza di segni di roccia ignea su Vesta, segno che questa roccia era una volta fusa sull’asteroide. Questa anomalia, dato che la maggior parte degli asteroidi sono molto semplici, sarebbe la prova della sua struttura differenziata. Sempre secondo Buczkowski, le crepe trovate sulla superficie dell’asteroide sarebbero dei graben, cioè delle fosse tettoniche. “Le immagini della missione Dawn mostrano che le depressioni di Vesta hanno molte delle qualità dei graben” ha detto Buczokwski. “Ad esempio le pareti degli avvallamenti su semplici asteroidi come Eros e Lutetia sono a forma di V. Quelli di Vesta, invece, hanno piani o piatti o curvi e hanno pareti distinte su entrambi i lati, come la lettera U”.
Vesta è il secondo asteroide più massiccio del Sistema Solare ed è largo un settimo della Luna. È percorso da un vasto sistema di depressioni. La più grande, denominata Divalia Fossa, supera la dimensione del Grand Canyon e si estende per 465 chilometri di lunghezza, 22 chilometri di larghezza e 5 chilometri di profondità.
La sonda Dawn ha lasciato l’asteroide per esplorare un altro asteroide, Cerere.
di Silvia Dragone (INAF)

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