Vita sulla Terra grazie a Giove? È possibile

Pensate che sia Giove a farci da scudo proteggendoci dalle comete provenienti dai confini del Sistema solare? Finora questo è stato il pensiero comune a quasi la totalità della comunità scientifica. Un recente studio comparso su Astrobiology e firmato da Kevin Grazier, PhD presso il Jet Propulsion Laboratory della NASA, conferma però una teoria che già una decina di anni fa circolava fra gli esperti: non solo Giove non ci fa da scudo (concetto sovrastimato), ma sarebbe da rivalutare il ruolo che avrebbe avuto nello sviluppo della vita sulla Terra. Considerando il ruolo di Saturno sull’evoluzione della vita -precedentemente sottovalutato – con la nuova simulazione, Grazier descrive l’evoluzione di decine di migliaia di particelle negli spazi vuoti tra i pianeti gioviani per un massimo di 100 milioni di anni. Sulla base dei suoi risultati, il ricercatore ha concluso che Giove non è esattamente uno scudo per la Terra. Anzi il contrario: Giove e Saturno contribuiscono ad attirare un grandissimo numero di particelle verso il Sistema solare interno (Mercurio, Venere, Terra e Marte) e verso le orbite che incrociano il percorso della Terra. A cosa è arrivato Grazier? Nello studio ha proposto che, se esistesse un altro sistema solare con uno o più pianeti simili a Giove oltre la regione dei potenziali pianeti terrestri, questo potrebbe essere vantaggioso per un eventuale sviluppo della vita. Sherry L. Cady, caporedattrice di Astrobiology, ha detto: «In questo lavoro capiamo che “Giove come scudo” è un concetto del passato, e la ricerca futura in questo settore richiederà l’uso continuato di simulazioni come quelle effettuate da Grazier».
di Eleonora Ferroni (INAF)

Attenti a quei cinque

Non capita tutti i giorni di poter vedere in un colpo solo cinque pianeti nel cielo. È lo spettacolo al quale abbiamo la possibilità d’assistere in questi primi giorni di febbraio, alzandoci di buon’ora e guardando, nuvole permettendo, tra ovest e sud est. Con una visuale sufficientemente libera, attorno alle 6 e 30 del mattino si potranno scorgere Giove, Marte, Saturno, Venere e Mercurio. Sarà proprio quest’ultimo pianeta il più difficile da individuare, data la sua vicinanza al Sole e la sua scarsa altezza sull’orizzonte. Il quintetto sarà visibile fin verso la metà del mese. E se voleste immortalare questo spettacolo celeste con uno smartphone o una fotocamera, o anche con un disegno per i più piccoli, mandateci i vostri scatti e le vostre opere al blog dell’iniziativa#givemefiveplanets sul social Tumblr che Media INAF ha realizzato per l’occasione (con annessi consigli di un astrofotografo). I disegni e le fotografie che riceveranno più apprezzamenti dagli utenti del web, quelle che avranno raccolto più “cuoricini” su Tumblr, verranno premiati da Media INAF con due libri rari editi da INAF Press. Per saperne di più su questa sfilata planetaria e gli altri fenomeni che ci attendono nel cielo di febbraio, non vi resta che guardare il video sul sito INAF.

Venere, Marte e Giove

Nel corso di questo mese di novembre sarà quasi impossibile osservare Mercurio. All’inizio del mese, quando sorge quasi un’ora prima del Sole, si può ancora tentare di scorgerlo tra le luci dell’alba sull’orizzonte orientale. Nei giorni successivi Mercurio si avvicina al Sole, fino alla congiunzione del 17 novembre. Il pianeta ricompare nel cielo serale, ma per diversi giorni sarà ancora molto basso sull’orizzonte, invisibile nella luce del tramonto. Prosegue il periodo di ottima osservabilità mattutina.

Venere sorge quasi 4 ore prima del Sole. Proprio il 1° novembre si registra il massimo anticipo dell’orario del sorgere di Venere rispetto al Sole: 3 ore e 57 minuti. Quando il cielo si rischiara per la luce dell’alba Venere è già molto alto sull’orizzonte di Sud-Est. Venere lascia la costellazione del Leone e dal 3 novembre inizia ad attraversare la Vergine.

Marte si può osservare al mattino presto, sull’orizzonte orientale. Le condizioni di osservabilità del pianeta rosso sono simili a quelle di Venere, con il quale si trova in congiunzione il giorno 3. Marte il 2 novembre attraversa il limite tra Leone e Vergine. Mentre Venere attraversa rapidamente la Vergine, Marte si sposta più lentamente, rimanendo nella parte alta della costellazione. Lo si può quindi osservare più a lungo e più alto sull’orizzonte, prima del sorgere del Sole.

Dei tre pianeti che caratterizzano la volta celeste nelle ore che precedono il sorgere del Sole, Giove è quello più alto sull’orizzonte. Sorge per primo e lo si può individuare facilmente. Nei giorni che seguono la congiunzione Marte – Venere (il 3 novembre), si può osservare il terzetto di pianeti allineati, con Venere, il più luminoso, più basso sull’orizzonte, il pianeta rosso in posizione intermedia e Giove, rimasto ancora nella costellazione del Leone, in posizione più elevata. Al comparire delle luci dell’alba Giove è ben visibile a Sud-Est.

Questo mese Saturno termina il lungo periodo di presenza nei cieli serali. Il pianeta all’inizio del mese è estremamente basso sull’orizzonte occidentale, tramonta poco dopo il Sole ed è difficile individuarlo nella luce del crepuscolo. Il 29 novembre Saturno si trova in congiunzione con il Sole, pertanto è del tutto inosservabile. Verso la fine dell’anno ricomparirà al mattino presto. Saturno si trova nella costellazione dello Scorpione.

Urano si è trovato in opposizione al Sole il mese scorso, condizione che lo rende ancora osservabile per quasi tutta la notte. E’ quindi possibili individuarlo e seguirlo agevolmente mentre, nel corso della prima parte della notte, si eleva fino a culminare a Sud. Essendo la luminosità del pianeta al limite della capacità di percezione dell’occhio umano, è consigliabile l’osservazione attraverso un telescopio. Il pianeta si sposta lentamente con moto retrogrado nella costellazione dai Pesci.

Nettuno è osservabile solo nel corso della prima parte della notte. L’intervallo di tempo a disposizione per osservarlo si riduce progressivamente nel corso del mese. Nella prime ore della sera lo si può osservare a Sud-Ovest, ma avvicinandosi alla mezzanotte si trova ormai molto basso sull’orizzonte.  L’osservazione va effettuata con l’ausilio del telescopio: la luminosità del pianeta è infatti inferiore ai limiti accessibili all’osservazione ad occhio nudo. Nettuno si muove lentamente con moto retrogrado fino al 18 novembre, giorno in cui inverte la marcia e torna a muoversi con moto diretto. Nettuno si trova ancora nella costellazione dell’Acquario, dove è destinato a rimanere ancora a lungo, fino all’anno 2022.

Congiunzioni

La lunga serie di congiunzioni mattutine dello scorso mese di ottobre prosegue anche in questo mese di novembre con una bella congiunzione stretta tra i pianeti Venere e Marte (la distanza angolareè inferiore a 1 grado). Lacongiunzione è osservabile al mattino presto del 3 novembre. I due pianeti si trovano nella costellazione della Vergine, dove sono appena entrati lasciando la costellazione del Leone. Un quartetto di astri illumina il cielo del mattino. La falce di Luna calante si avvicina ai tre pianeti protagonisti del cielo prima dell’alba. Il primo incontro si verifica il 6 novembre tra la Luna e Giove, nella costellazione del Leone. Il 7 novembre la Luna fa il suo ingresso nella costellazione della Vergine, dove si può ammirare la congiunzione con Marte e Venere. Poco più in alto si osserva Giove, nel Leone. Saturno, nella costellazione dello Scorpione, saluta i cieli della sera. Il 13 novembre tramonta, ormai quasi indistinguibile nella luce del crepuscolo, prima della sottilissima falce di Luna crescente.

Sciami meteorici

Dal 5 al 12 novembre sarà possibile osservare lo sciame meteorico delle Tauridi, sciame generato dal passaggio orbitale terrestre sui residui della cometa Encke. Come suggerisce il nome, il radiante dello sciame proviene dalla costellazione del Toro. Le Tauridi non sono numerose (circa 5 per ora), ma hanno la caratteristica di avere quasi sempre un intenso colore arancio e una lentezza fuori dal comune. Quest’anno l’osservazione della componente meridionale risulterà disturbata dal chiarore della Luna nella seconda parte della notte, quella settentrionale sarà invece interamente favorevole. Nel periodo compreso tra 16 e 18 novembre si verificherà la massima attività dello sciame meteorico delle Leonidi, una pioggia di “stelle cadenti” analoga a quella più nota del 12 agosto. Lo sciame meteorico delle Leonidi è prodotto dai minuscoli residui di una cometa periodica, la Tempel-Tuttle. Tali frammenti sono raccolti in una grande e rarefatta nube che viene attraversata ogni anno dalla Terra nella prima quindicina di novembre. L’osservazione quest’anno sarà tutto sommato favorevole, dato che la Luna sarà assente nei momenti in cui il radiante, vicino alla stella gamma Leonidi, sarà sopra l’orizzonte. Il massimo annuale è atteso quest’anno nella serata del 17 novembre, proprio quando l’area radiante sorgerà a est dall’orizzonte.
Astronomia.com

Mercurio strattonato da Giove?

Mercurio, il pianeta più interno del Sistema Solare, è in anticipo. Non un granché, solo 9 secondi: un piccolo passo per un globo di quasi 5.000 km di diametro, ma un grande salto per gli scienziati che cercano di determinare con la massima accuratezza il modo peculiare con cui piroetta su sé stesso. Mercurio, infatti, non ruota sul suo asse in maniera costante, ma presenta delle fluttuazioni regolari nella velocità di rotazione durante il periodo di circa 88 giorni in cui compie un’orbita completa attorno al Sole. Queste oscillazioni, dette librazioni, sono causate dalle interazioni gravitazionali del pianeta con la sua stella: l’attrazione gravitazionale del Sole accelera o rallenta la rotazione di Mercurio a seconda di dove questo si trovi all’interno della sua orbita ellittica, la più eccentrica tra gli otto pianeti del nostro sistema. Naturalmente gli scienziati avevano già calcolato le librazioni di Mercurio con misure da Terra, ma ora un nuovo studio, guidato da scienziati dell’Istituto per la ricerca planetaria al centro aerospaziale tedesco DLR, basato su dati raccolti dalla sonda spaziale MESSENGER, ha trovato che, in media, Mercurio ruota sul suo asse nove secondi più velocemente di quanto fosse stato previsto in precedenza. Per dare un’idea di cosa comportino quei 9 secondi di differenza, immaginiamo di piantare una bandierina in un punto all’equatore di Mercurio: dopo quattro anni non la troveremmo nel punto dove la prevedevano i vecchi calcoli ma 700 metri più in là. Secondo gli scienziati, una possibile spiegazione alla differenza nella velocità di rotazione può essere fornita da “strattoni” prodotti dal forte campo gravitazionale di Giove, che possono avere modificato la distanza orbitale di Mercurio dal Sole, e di conseguenza i suoi effetti sulla rotazione del pianeta. Gli autori ritengono che Giove abbia sovrapposto un periodo di circa 12 anni – che corrisponde all’anno gioviano – sopra il periodo di librazione di 88 giorni tipico di Mercurio. Questo librazione a lungo termine potrebbe essere la causa del leggero aumento della velocità osservata, ma per esserne certi bisognerà attendere la prossima missione dell’ESA, l’Agenzia spaziale europea, da lanciare nel 2017 e denominata BepiColombo. Il nuovo studio ha anche riscontrato che quando Mercurio si allontana dal Sole la sua rotazione perde 460 metri, una distanza che viene prontamente riguadagnata con l’accelerazione impressa dal suo riavvicinarsi alla stella. L’accuratezza di queste nuove misure permette agli scienziati di fare diverse considerazioni sulla composizione interna di Mercurio, che può essere dedotta proprio dalle instabilità periodiche del suo movimento orbitale. In particolare si può calcolare la proporzione tra materiale solido e liquido di cui è composto, un po’ come quando si riesce a distinguere se un uovo è sodo oppure no dal modo in cui ruota sul tavolo. «Le nostre misure, che coincidono con quelle effettuate dalla Terra, mostrano che la librazione di Mercurio è circa il doppio di quanto ci si aspetterebbe se il pianeta fosse interamente solido», spiega uno degli autori, Jean-Luc Margot dell’Università della California. «Questo conferma che Mercurio possiede un grande nucleo parzialmente liquefatto, il quale rappresenta più della metà del volume e approssimativamente il 70 per cento della massa del pianeta», aggiunge Jürgen Oberst del DLR Institute of Planetary Research. «Con la misura della velocità rotazionale e le risultanti conclusioni sulla composizione interna di Mercurio, abbiamo portato a termine uno dei principali obbiettivi della missione MESSENGER», commenta Alexander Stark del DLR Institute of Planetary Research, primo firmatario del nuovo studio, che sottolinea in conclusione come precisi modelli di rotazione del pianeta siano la base per generare mappe accurate, le quali, a loro volta, sono importanti per pianificare le future missioni su Mercurio, come BepiColombo.
di Stefano Parisini (INAF)

Guardando la Terra ‘seduti’ su Giove

Sfruttare un raro allineamento planetario per osservare, in modo indiretto, alcune caratteristiche dell’atmosfera terrestre impresse nella luce solare riflessa da Giove. Un’indagine senza dubbio fuori dagli schemi e che ha mostrato alcuni aspetti sorprendenti, realizzata da un team di ricercatori guidato da Paolo Molaro, astronomo dell’INAF presso l’Osservatorio Astronomico di Trieste. I dati sono stati raccolti il 5 gennaio 2014, giorno in cui si è verificato l’allineamento tra Sole, Terra e Giove. L’allineamento di due pianeti rispetto al Sole è un evento raro: Venere e Terra si trovano esattamente nella stessa direzione della nostra stella solo una volta ogni 105,5 o 121,5 anni, mentre per il prossimo allineamento Sole-Terra-Marte bisognerà aspettare fino al 2084. In questi allineamenti, il pianeta più esterno vede l’altro sfilare davanti al Sole. Durante il transito del 5 gennaio 2014 un osservatore su Giove avrebbe quindi visto passare la Terra passare davanti al disco solare. Impossibile dunque seguire da noi l’evento. Anzi, non proprio, se si ‘osserva’ il transito usando il pianeta esterno come uno specchio. Così hanno pensato Molaro e i suoi colleghi, che hanno studiato gli effetti del transito della Terra davanti al Sole usando la luce solare riflessa da Giove. Una impresa non nuova a questi scienziati, che avevano utilizzato lo stesso principio in occasione del transito di Venere nel 2012, in quel caso sfruttando la luce riflessa dalla Luna. «Nel caso del transito del 2014, è stato un po’ come osservare il passaggio della Terra davanti al Sole standosene comodamente seduti su Giove. O più precisamente, su una delle sue lune – Ganimede o Europa – perché il pianeta gigante, a causa della sua elevata velocità di rotazione e della sua turbolenta atmosfera , non si può certo definire uno specchio ideale» dice Molaro, primo autore dello studio, i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista Monthly Notices of the Royal Astronomical Society. L’obiettivo scientifico delle osservazioni era di rilevare l’impronta dell’atmosfera terrestre nella luce solare riflessa e di misurare un piccolo spostamento nelle posizioni delle righe spettrali provocato dalla occultazione di una parte del disco solare. Effetti che verranno utilizzati per studiare le proprietà dei pianeti extrasolari durante i transiti davanti alla loro stella. Le osservazioni sono state effettuate presso il Telescopio Nazionale Galileo dell’INAF a La Palma, sulle Isole Canarie, e al telescopio da 3,6 metri dell’Osservatorio Australe Europeo (ESO) di La Silla in Cile, gli unici al mondo in grado di osservare il transito grazie a spettrografi con la precisione necessaria. Con loro grande sorpresa, il gruppo di astronomi si è trovato ad osservare anche un nuovo fenomeno, del tutto imprevisto. Invece della prevista diminuzione della luminosità dovuta alla parziale eclissi solare, in realtà è stato registrato un aumento. «All’inizio abbiamo pensato di aver commesso un errore durante le osservazioni, o che qualcosa nella strumentazione non avesse funzionato correttamente. Abbiamo ricontrollato tutte le possibili cause senza trovare nulla di insolito o sbagliato» ricorda Molaro. «Finalmente, dopo quasi un anno, ci siamo resi conto di cosa fosse successo, e passo dopo passo siamo riusciti a interpretare ciò che aveva visto: un nuovo effetto fisico mai misurato prima». «Ricordate l’immagine in cui si può scorgere l’aumento di luce che circonda l’ombra della testa degli astronauti sulla Luna?» commenta Mauro Barbieri, dell’Università di Atacama. «Beh questo è più o meno quello che è successo anche durante le nostre osservazioni. Un effetto particolare che si verifica perché le lune di Giove Europa e Ganimede non hanno atmosfera e la luce dalla sorgente, ossia il Sole, viene da dietro l’osservatore che sta sulla Terra. L’aumento della luminosità osservato avviene solo quando l’allineamento è perfetto. Durante il passaggio davanti al disco solare, la Terra si è comportata come una lente virtuale, aumentando l’intensità della luce solare proveniente dalle zone del Sole immediatamente intorno la sua immagine proiettata. L’effetto sulle linee spettrali è stato esattamente l’opposto di quello provocato da un’eclissi, e di gran lunga più forte. «Il nostro modello spiega le osservazioni in ogni dettaglio», ha detto Simone Zaggia, astronomo dell’INAF-Osservatorio di Padova e co-autore del lavoro. «Il prossimo allineamento tra il Sole, la Terra e Giove si verificherà nel 2026, e speriamo di avere una seconda possibilità di seguire questo nuovo allineamento per confermare le nostre teorie con il nuovo spettrografo ad alta risoluzione dell’European Extremely Large Telescope di 39 m di diametro, in costruzione sulle Ande Cilene», conclude Lorenzo Monaco, dell’Università Andres Bello a Santiago del Cile.
di Marco Galliani (INAF)

 

I “giganti gassosi” del Sistema Solare

Gigante gassoso (denominato anche pianeta gioviano) è un termine astronomico generico, inventato dallo scrittore di fantascienza James Blish e ormai entrato nell’uso comune, per descrivere un grosso pianeta che non sia composto prevalentemente da roccia. I giganti gassosi, in realtà, possono avere un nucleo roccioso, ed effettivamente si sospetta che un tale nucleo sia necessario per la loro formazione. La maggior parte della loro massa è tuttavia presente sotto forma di gas (oppure gas compresso in uno stato liquido). A differenza dei pianeti rocciosi, i giganti gassosi non hanno una superficie ben definita. Sono solitamente definiti giganti gassosi i pianeti con massa superiore alle 10 masse terrestri. Un oggetto con massa superiore a 70 volte quella di Giove (cioè 0,08 volte la massa del Sole) ha calore e la pressione tali al suo interno per poter innescare una reazione di fusione nucleare, che trasforma il corpo celeste in una piccola stella. Ci sono poi oggetti di massa minore ma grandi abbastanza per poter innescare la fusione del deuterio, ma non sono considerati pianeti ma nane brune. È stato assunto un limite di 13 masse gioviane oltre il quale un corpo non è più definito pianeta ma nana bruna. Non si tratta di un limite dal preciso significato fisico ma di una convenzione adottata dall’Unione astronomica internazionale, in quanto oggetti di grandi dimensioni bruceranno la maggior parte del loro deuterio e quelli più piccoli ne bruceranno solo una piccola parte.

La quantità di deuterio bruciato dipende non solo dalla massa ma anche dalla composizione del pianeta, in particolare dalla quantità di elio e deuterio presenti. L’Enciclopedia dei Pianeti Extrasolari ad esempio comprende oggetti fino a 25 masse gioviane, e la Exoplanet Data Explorer fino a 24 masse gioviane. Il sistema solare presenta quattro giganti gassosi: Giove, Saturno, Urano e Nettuno. Giove e Saturno sono costituiti principalmente da idrogeno ed elio, e la maggior parte della sua massa è sotto forma di idrogeno allo stato liquido o metallico, forse con un nucleo roccioso o composto da nichel e ferro. Lo strato esterno è costituito da idrogeno molecolare, che circonda uno strato di idrogeno metallico liquido, con un nucleo fuso probabilmente roccioso e, nel caso di Giove, di 12 000 chilometri di diametro. Gli strati più esterni dell’atmosfera di idrogeno sono caratterizzati da nuvole visibili generalmente composte da acqua e ammoniaca. All’interno, l’idrogeno è definito “metallico” perché la grande pressione lo trasforma in un conduttore elettrico. La composizione degli altri giganti gassosi è simile, ma Urano e Nettuno contengono al loro interno molto meno idrogeno e maggiori quantità di acqua, ammoniaca, e metano per questo sono stati definiti anche giganti ghiacciati. Nonostante la composizione interna non sia ben conosciuta, possono essere presenti anche rocce e gas, ma in misura molto minore. Poiché era ritenuto plausibile che il metano potesse dissociarsi alle altissime pressioni raggiunte nelle profondità dei due pianeti e che il carbonio vi potesse cristallizzare direttamente come diamante, alcuni astronomi ritenevano che i nuclei di Urano e Nettuno fossero composti da diamanti; tuttavia, successive ricerche hanno escluso questa eventualità. Negli strati inferiori, l’idrogeno liquido all’interno dei giganti gassosi è così compresso che diventa di natura metallica. L’ idrogeno metallico è stabile solo a tali enormi pressioni. FOTO: i quattro giganti gassosi  in un fotomontaggio che ne rispetta le dimensioni ma non le distanze; dal basso verso l’alto, Giove, Saturno, Urano e Nettuno.

Occhio a Europa

Alzi la mano chi, vedendo per la prima volta questa immagine, ha pensato di trovarsi davanti alla foto di un bulbo oculare. In realtà, l’immagine raffigura tutt’altro, ovvero una porzione della superficie di Europa, il quarto satellite naturale per dimensioni di Giove. A inviarcela, la sonda Galileo, che ha esplorato il pianeta gigante e le sue lune tra il 1995 e il 2003. E’ anche grazie ai dati raccolti da questa missione che ha preso corpo la teoria secondo la quale Europa ospita un oceano liquido sotterraneo. Galileo ha anche rivelato la presenza di minerali argillosi nella crosta ghiacciata della luna e ha trovato prove di una tenue atmosfera che avvolge Europa, così come Ganimede e Callisto, altri due satelliti di Giove. Nonostante il loro aspetto effettivamente un po’ inquietante, le striature rossastre che si incrociano su Europa non hanno assolutamente alcunché di biologico. In realtà sono crepe e creste, alcune lunghe migliaia di chilometri, che segnano le fratture della crosta ghiacciata della luna. A produrle è l’interazione gravitazionale con Giove, che esercita intensi fenomeni mareali su Europa, deformandola. Il colore di queste striature, che è stato accentuato in fase di elaborazione, è invece prodotto da minerali emersi dal sottosuolo, probabilmente sali disciolti nel mare sotterraneo.
di Marco Galliani (INAF)

La farfalla e lo scorpione

La costellazione dello Scorpione è una delle più belle tra quelle visibili nel cielo estivo. Proprio nella zona di cielo che le compete, prossima al piano galattico tracciato dalla suggestiva Via Lattea, si concentrano numerosi oggetti celesti, alcuni dei quali possono essere osservati, seppure con un po’ di difficoltà, già ad occhio nudo. Uno di questi è l’ammasso stellare aperto denominato Messier 6, noto anche come Ammasso Farfalla. Un appellativo che nasce dalla distribuzione delle sue stelle, che ricorda ali dispiegate di una farfalla. Per individuare l’ammasso si può prendere come riferimento Shaula e Lesath, le due stelle che individuano idealmente la coda dello Scorpione e alzare leggermente lo sguardo. L’oggetto celeste è stato scoperto verso la metà del 1600 dall’astronomo italiano Giovanni Battista Hodierna e poi classificato come sesto elemento del celebre catalogo di Charles Messier. Esso è composto da un centinaio stelle e si estende per circa 12 anni luce. Quella che ancora non è stata confermata con precisione è la sua distanza, le cui attuali stime oscillano tra 1500 e 2000 anni luce. Ma luglio si apre anche con lo spettacolare evento che si verificherà proprio la sera del primo giorno del mese, di cui abbiamo già parlato qui su Media INAF: la congiunzione molto stretta di Venere e Giove. I due corpi celesti si troveranno a una distanza apparente addirittura inferiore del diametro della Luna piena. Il fenomeno è visibile ad occhio nudo e si potrà seguire facilmente cercando i due corpi celesti già sul fare della sera, verso ovest. L’avvicinamento di Giove a Venere è solo apparente, dovuto ad un effetto di prospettiva. I due pianeti in realtà sono separati da oltre 800 milioni di chilometri, più di cinque volte la distanza Terra-Sole.
di Marco Galliani (INAF)

Incontro ravvicinato tra Giove e Venere

La congiunzione Venere-Giove è uno spettacolo ogni anno atteso con trepidazione da astronomi e amatori perché regala una visione diversa dei due corpi celesti. Quest’anno, rispetto al nostro punto di vista, si avvicinano fino ad una distanza inferiore al diametro della Luna.

Nell'illustrazione vedete il percorso apparente dei due pianeti rispetto all’orizzonte. Crediti: Coelum

L’anno scorso il fenomeno si era verificato il 18 agosto prima dell’alba, domani invece l’ “abbraccio” tra i due pianeti potrà essere osservato dopo il tramonto, anche se il massimo avvicinamento si verificherà alle 6 ora italiana del primo luglio. Venere e Giove saranno ben visibili dall’Italia domani sera alle 22, basterà puntare i vostri telescopi verso ovest. Si tratta dei due oggetti più brillanti nel nostro cielo dopo il Sole e la Luna e già da un mese il processo di congiunzione è sotto attenta osservazione. A inizio mese i due pianeti erano separati di 20° (circa il doppio della larghezza del vostro pugno tenuto a braccio teso verso il cielo) e in poche settimane si sono avvicinati sempre di più. Tra la notte del 30 giugno e del primo luglio Venere e Giove saranno distanti solo 1/3 °: se allungate un braccio verso il cielo, sarete in grado di coprire entrambi i pianeti con la sola punta del vostro mignolo. La mezzaluna di Venere apparirà molto più luminosa rispetto al più “opaco” Giove. Gli esperti affermano che i due insieme sembreranno formare una stella binaria, proprio perché appariranno.o tanto vicini, anche se solo per poche ore. Oltre alle lune di Giove, sarà visibile anche Regolo, la stella della costellazione del Leone. Pensate che durante la famosa congiunzione del 17 maggio 2000, Giove e Venere si sono trovati alla distanza minima di soli 0,01°, ma erano entrambi troppo vicini al Sole per essere visti dalla Terra. L’anno prossimo, il 27 agosto 2016, torneranno a mostrarsi a braccetto durante una congiunzione serale, separandosi di soli 0,1°. Anche se i due pianeti sembreranno molto vicini alla Terra, in realtà li separerà comunque una grande distanza: Venere si trova a 77 milioni di chilometri e Giove a 909 milioni di chilometri. Visti da un telescopio amatoriale i due oggetti sembreranno della stessa dimensione, ma in realtà è un’illusione ottica, perché Giove, anche se molto più lontano, è decisamente più grande di Venere. Se siete appassionati di fotografia, o meglio di astrofotografia, prendete il vostro cavalletto, la vostra macchina fotografica e non perdetevi questo spettacolo. Uno speciale di Media INAF verrà dedicato proprio alla congiunzione Venere-Giove mercoledì 1 luglio.
di Eleonora Ferroni (INAF)

Giove e Venere vicini vicini

Nuvole nell'atmosfera di Venere, rivelate dall'osservazione ai raggi ultravioletti (missione Pioneer Venus, 1979)

Giove e Venere stanno per darsi appuntamento nel cielo vespertino. Il 30 giugno si troveranno alla minima distanza, pari a una ventina di primi (2/3 del diametro lunare) e appariranno come una brillante stella doppia. Nella foto il pianeta Venere.
Il Galassiere

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