Principal Galaxies Catalogue

Il Principal Galaxies Catalogue (abbreviato PGC) meglio noto anche con il nome di Catalogue of Principal Galaxies è uncatalogo astronomico di galassie creato e gestito dall’Osservatorio astronomico di Lione. Il catalogo originale fu pubblicato nel 1989 e raccoglie le coordinate equatoriali al 1950 e al 2000 e l’identificazione di 73 197 galassie. 40 932 coordinate hanno una deviazione standard inferiore ai 10′. Sono inoltre catalogati 131 601 nomi dai 38 più comuni cataloghi astronomici. PGC raggruppa per ogni galassia i valori medi disponibili in letteratura di varie grandezze:

  • 49 102 descrizioni morfologiche;
  • 52 954 misure della posizione degli assi maggiore e minore apparenti;
  • 67 116 magnitudini apparenti;
  • 20 046 misure di velocità radiale;
  • 24 361 angoli di posizione.

Questo catalogo servì da struttura di partenza per il database di sorgenti extragalattiche Lyon-Meudon extragalactic database (LEDA) e porta il numero di riferimento VII/119 nell’archivio dei cataloghi astronomici mantenuto dal Centre de données astronomiques de Strasbourg (VizieR). Il catalogo PGC originale del 1989 è diventato obsoleto dopo la pubblicazione nel 2003 del catalogo PGC2003, parte integrante del progetto HyperLeda, evoluzione di LEDA. PGC2003 raggruppa 983 261 galassie entro la magnitudine B inferiore a circa 18 e porta il numero di riferimento VII/237 nell’archivio dei cataloghi astronomici VizieR.

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Stelle neonate nei sobborghi della Via Lattea

Gli astronomi brasiliani hanno fatto una scoperta notevole: essi hanno identificato due ammassi stellari nelle regioni periferiche della Via Lattea. I risultati di questo studio, pubblicati su Monthly Notices of the Royal Astronomical Society, fanno luce su alcuni modelli di formazione stellare e mostrano come lo spazio attorno alla galassia è molto meno vuoto di quanto si possa immaginare. Sappiamo che la Via Lattea ha una struttura a barra da cui si dipartono bracci a spirale costituiti da stelle, gas e polveri. Se fosse vista di taglio, essa apparirebbe relativamente piatta e si vedrebbe come la maggior parte della materia è distribuita nel disco e nelle regioni centrali. Le stelle si formano all’interno di densi agglomerati di gas, nelle cosiddette nubi molecolari giganti (Giant Molecular Clouds, GMC) che sono situate principalmente nelle regioni più interne del disco galattico. Se esistono tanti addensamenti in una singola GMC, allora si possono avere le condizioni favorevoli per generare quasi tutte le stelle, un processo che alla fine determina la formazione di un ammasso stellare. Analizzando i dati dell’osservatorio spazialeWISE (Wide-Field Infrared Survey Explorer), i ricercatori, guidati da Denilso Camargo della Federal University of Rio Grande do Sul in Porto Alegre, Brasile e autore principale dello studio, non solo hanno trovato GMC distribuite a migliaia di anni luce sopra e sotto il piano galattico, ma ne hanno identificato una che contiene sorprendentemente due ammassi stellari. È la prima volta che gli astronomi trovano stelle “appena nate” presenti in queste regioni periferiche della galassia. Denominati con il nome dell’autore principale, Camargo 438 eCamargo 439, gli ammassi si trovano nellanube molecolare gigante HRK 81.4-77.8. Si ritiene che questa nube si sia formata 2 milioni di anni fa e che si estende per circa 16.000 anni luce al di sotto del disco galattico, una distanza ben oltre quella tipica in cui si formano le stelle. Per spiegare la formazione di questi due ammassi, Denilso ha proposto due ipotesi. Nella prima, basata sul cosiddetto “modello a camino”, eventi violenti di alta energia, quali le esplosioni di supernova, espellono gas e polveri al di fuori del disco galattico. Il materiale poi ricade in un processo di fusione che alla fine causa la formazione di una GMC. Il modello a camino, però, richiede l’esplosione di centinaia di stelle massicce, di diverse generazioni, affinchè si crei un “super vento” tale da spingere la nube HRK 81.4-77.8 nella posizione in cui si trova adesso. Inoltre, nel corso di milioni di anni, le “bolle” create dalle esplosioni stellari potrebbero aver compresso ulteriormente il materiale formando più stelle e alimentando così l’espulsione di altro materiale creando una sorta di “fontana galattica” dove il gas e le polveri ricadono nuovamente nel disco galattico. L’altra idea, invece, si basa sul fatto che l’interazione tra la Via Lattea e le galassie satelliti, cioè le Nubi di Magellano, potrebbe perturbare il gas che ricade nella galassia determinando di nuovo la formazione di una GMC e quindi la nascita di nuove stelle. «Il nostro lavoro mostra come lo spazio attorno alla Via Lattea sia molto meno vuoto rispetto a quanto si possa immaginare», commenta Denilso. «Gli ammassi stellari che abbiamo identificato sono veramente peculiari. Tra qualche milione di anni, una eventuale civiltà aliena, che magari potrà abitare su un pianeta che orbita attorno a una di quelle stelle, potrà ammirare in maniera più spettacolare la parte più esterna della nostra galassia, una vista panoramica che nessun altro qui sulla Terra potrà mai osservare. Insomma, vogliamo capire come gli ingredienti necessari per generare le stelle abbiano contribuito alla nascita di questi sistemi stellari. Certamente avremo bisogno di nuovi dati e di qualche modello numerico per tentare di rispondere a questa domanda».
di Corrado Ruscica (INAF)

 

 

Una foto super per la cometa Lovejoy

Chi l’avrebbe mai detto che un telescopio e la sua potentissima fotocamera digitale dedicati alla caccia della enigmatica energia oscura, che gli astronomi ritengono la responsabile dell’accelerazione dell’espansione dell’universo, avrebbero immortalato una delle più brillanti comete apparse nei nostri cieli negli ultimi anni?

La cometa C/2014 Q2 Lovejoyripresa il 27 dicembre 2014 dalla Dark Energy Camera. Crediti: Fermilab - Marty Murphy, Nikolay Kuropatkin, Huan Lin e Brian Yanny

L’immagine davanti ai vostri occhi è quella della cometa C/2014 Q2 Lovejoy, che ha dato spettacolo anche alle nostre latitudini tra fine 2014 e l’inizio di quest’anno. E’ stata ottenuta il 27 dicembre scorso dalla Dark Energy Camera, la macchina fotografica digitale più potente al mondo, con i suoi 570 Megapixel di risoluzione complessiva, installata al telescopio Blanco sul Cerro Tololo in Cile. L’immagine ottenuta (che potete scaricare anche in versione ad alta risoluzione, in formato jpeg di circa 50 Mb) è un collage di alcuni dei 62 singoli campi di ripresa di cui è dotato lo strumento. Al momento dello scatto, la cometa stava transitando a circa 82 milioni di chilometri dalla Terra, una distanza irrisoria per la Dark Energy Camera, progettata per captare la flebile luce di oggetti celesti distanti miliardi di anni luce. Nell’immagine è ben visibile la zona del nucleo della cometa, una “palla di ghiaccio” di quasi 5 chilometri di diametro. Attorno ad esso, la chioma di polveri e gas, di forma pressoché sferica, che si estende che per oltre 600.000 chilometri. Nella foto la cometa C/2014 Q2 Lovejoy ripresa il 27 dicembre 2014 dalla Dark Energy Camera. Crediti: Fermilab – Marty Murphy, Nikolay Kuropatkin, Huan Lin e Brian Yanny
di Marco Galliani (INAF)

20 marzo 2015 : eclissi parziale di Sole

L’appuntamento con la prossima eclissi parziale di Sole è per il 20 marzo 2015. Questa eclissi, con caratteristiche e modalità differenti a seconda della locazione da cui si osserva, interesserà tutta l’Europa, parte dell’Africa Settentrionale, il vicino Oriente e parte della Russia Asiatica e quasi tutta la Groenlandia: si tratta di un’eclissi totale e la fascia di totalità solcherà la parte settentrionale dell’Oceano Atlantico ed entrerà prepotentemente nelle Isole Fær Øer e successivamente nelle Isole Svalbard. Tutto questo lo possiamo verificare con il diagramma generato dal mio programma sulle eclissi di Sole, che utilizzo tutte le volte in occasione di questi fantastici eventi.

FOTO eclissi di Sole 20 marzo 2015 (UAI)
Alle nostre latitudini la magnitudine dell’eclissi andrà da poco più del 73%, nella parte più settentrionale dell’Italia, per scendere a poco più del 50% nel meridione: niente male e c’è subito da sperare che il meteo sia propizio per le osservazioni durante la mattinata.
A beneficio di chi non conoscesse e dunque non sapesse interpretare questo tipo di diagramma, riporto in breve il significato delle singole linee curve in base al loro colore.
Le linee verdi chiare indicano innanzitutto le zone della Terra in cui si verifica l’eclissi totale: sono le zone in assoluto più favorite e nelle quali si potrà osservare lo spettacolo di gran lunga più affascinante ed interessante della natura.
Le linee blu indicano le zone dove l’eclissi inizia o finisce all’alba o al tramonto: sono le zone-limite al di là delle quali il fenomeno è completamente invisibile.
La linea color porpora indica le zone della Terra in cui l’evento è alla sua fase massima al sorgere o al tramontare del Sole: ad esempio nella parte settentrionale della Groenlandia il Sole sorgerà già nella fase massima dell’eclissi, mentre in parte della Siberia e della Mongolia il Sole tramonterà durante la fase massima.
Le linee rosse indicano la percentuale di copertura del Sole nella sua fase massima: si tratta di un’eclissi totale e dunque da un lato all’altro della fascia di totalità (magnitudine pari al 100%) la grandezza dell’eclissi scenderà fino a 0%. Queste linee indicano le zone della Terra in cui la fase massima dell’evento è quella indicata a fianco della linea considerata: l’Italia si trova tra il 50-73% , come vedremo nella tabella di dettaglio.
Da qui si vede che più si va a Nord e maggiore sarà la grandezza dell’eclissi: dalle parti di Berlino si avrà l’80%, ma a Londra ancora di più. In Islanda, posta al di là della fascia di totalità rispetto al resto dell’Europa, la grandezza sarà intorno al 90%. La linea rossa più meridionale è quella relativa ai punti con magnitudine pari a 0 e perciò rappresenta il limite meridionale di visibilità dell’eclissi di sole parziale.
Le linee verdi scure infine indicano le zone del mondo in cui la fase massima avviene all’ora indicata (sempre espressa in TU, ora di Greenwich) ed in un certo senso possono dare un’idea dello svolgersi temporale dell’evento.
In questa animazione vediamo invece l’evolversi nel tempo della penombra dall’inizio alla fine dell’evento, nonché dell’ombra tra l’inizio e la fine della fase totale: la linea blu è il terminatore e cioè lo spartiacque tra la parte della Terra illuminata dal Sole e quella in ombra. Dal momento che siamo in stretta prossimità dell’equinozio, ritroviamo che il terminatore passa esattamente per i poli.
Qui possiamo vedere, istante per istante, come si sposta e si deforma la zona della Terra interessata dalla penombra della Luna, delimitata dalla curva rossa: durante la fase di totalità vediamo anche un puntino rosso che si sposta lungo una linea immaginaria che è proprio quella indicata con le linee verdi chiare del diagramma precedente.
Vediamo cosa succede in Italia
Innanzitutto vediamo una mappa più dettagliata dell’Italia in cui il mio programma ha tracciato delle curve rosse in corrispondenza di magnitudini pari al 40% (quella più in basso), del 50% e a salire verso l’80% (quella più in alto).
Nella tabella successiva invece possiamo vedere il dettaglio degli orari (in TU, l’ora di Greenwich, per cui bisogna sommare un’ora per avere la nostra ora locale) dell’eclisse in corrispondenza di alcune città italiane: per altre località nelle vicinanze si possono interpolare i valori senza grosse difficoltà, ma ovviamente abbiamo il forum in cui potrete chiedere gli orari e le caratteristiche per la vostra località, fornendo le coordinate geografiche.
Oltre al fatto che gli orari sono sempre in TU, per cui dobbiamo sommare un’ora per avere l’ora solare italiana, le colonne “Alt” indicano l’altezza del sole (in gradi) sull’orizzonte, mentre la colonna “Magn.” indica la percentuale di oscuramento del Sole da parte della Luna: dato che questi valori sono molto interessanti, sottolineo la necessità per tutti gli appassionati di Astronomia di non mancare assolutamente a questo evento imperdibile. Stavolta, a differenza delle ultime eclissi, abbiamo che all’inizio dell’evento il Sole è già bello alto e splendente al di sopra dell’orizzonte.
Ricordo di non osservare MAI direttamente il Sole nel proprio strumento (fotocamera, smartphone, cannocchiale o telescopio che sia), se non adeguatamente protetto da appositi filtri. Si può incorrere in danni permanenti alla vista e all’apparato utilizzato e non c’è da scherzare.
di Pierluigi Panunzi (Astronomia.com) Tutte le mappe si trovano sul sito Astronomia.com compresa una tabella degli orari dell’eclissi di Sole per alcune località italiane.

Sacche di resistenza attorno al buco nero

Utilizzando la schiera di radiotelescopi ALMA (Atacama Large Millimeter / submillimeter Array) in Cile, un gruppo di astronomi ha scoperto delle sacche di molecole organiche in prossimità del buco nero supermassiccio al centro della galassia NGC 1068, più nota agli appassionati come M77, a 47 milioni di anni luce da noi nella Costellazione della Balena. Contrariamente alle aspettative, queste nuvole di molecole organiche non vengono distrutte dalle intense radiazioni – in raggi X e ultravioletto – che usualmente permeano l’ambiente circostante i buchi neri supermassicci.
Secondo il team di ricerca, guidato da Shuro Takano dell’Osservatorio Astronomico Nazionale del Giappone (NAOJ) assieme a Taku Nakajima dell’Università di Nagoya, è come se le molecole organiche si trovassero in zone di calma relativa vicino all’occhio del ciclone, probabilmente difese da un scudo particolarmente denso di gas e polveri che filtra le radiazioni altrimenti letali.
Il gas interstellare contiene una grande varietà di molecole, differenziate a seconda dell’ambiente in cui vengono generate. Ad esempio, le roventi regioni di formazione stellare producono molecole diverse rispetto a quelle rintracciabili in regioni interstellari fredde. Ciò consente agli scienziati di dedurre la temperatura e la densità di alcune regioni galattiche studiando la loro composizione chimica. Di particolare interesse sono i dischi di accrescimento, gli anelli di materia che ricadono a spirale sul buco nero per alimentarlo. Queste regioni sono importanti per comprendere l’evoluzione delle galassie, ma le osservazioni sono spesso difficili.
Grazie alla potenza di ALMA, il team di Takano è riuscito a captare le deboli emissioni radio delle molecole presenti in M77. Questa galassia è noto per possedere un buco nero centrale che si sta alimentando voracemente da un pantagruelico disco circumnucleare. Disco che, a sua volta, è circondata da una zona ad anello di formazione stellare che si estende per 3.500 anni luce. Le nuove osservazioni di ALMA hanno mostrato chiaramente la distribuzione di nove tipi di molecole nel disco di accrescimento e nell’anello circostante.
«In questa osservazione, abbiamo utilizzato solo 16 antenne, che sono circa un quarto del numero complessivo di antenne di cui dispone ALMA, ma è stato davvero sorprendente poter ottenere molte mappe di distribuzione molecolare in meno di due ore. Non abbiamo mai ottenuto una tale quantità di mappe in una singola osservazione», ha detto Takano.
I risultati rivelano che la distribuzione molecolare varia a seconda del tipo di molecola. Contrariamente alle aspettative, in quanto i loro legami atomici sarebbero facilmente spezzati dalla radiazioni X e UV, le molecole organiche complesse si trovano abbondanti nel disco di accrescimento, molto meno nella regione di formazione stellare circostante.
«E’ stato abbastanza inaspettato trovare che molecole complesse con un gran numero di atomi, come acetonitrile e cianoacetilene, sono concentrate attorno al disco di accrescimento del buco nero», ha detto Nakajima.
Il gruppo di ricerca ipotizza che le molecole organiche rimangano intatte nel disco circumnucleare a causa della grande quantità di gas lì presente, che agisce come una barriera per i raggi X e UV, mentre non riescono a sopravvivere alla forte esposizione ai fotoni UV nella circostante regione di formazione stellare, in cui la densità del gas è relativamente bassa.
«ALMA ha proiettato l’astrochimica in una nuova era», ha commentato infine Eric Herbst, dell’Università della Virginia e membro del team di ricerca. «Rilevare e tracciare la distribuzione delle molecole in tutto il cosmo ci permette di conoscere tanto in più su aree altrimenti nascoste, proprio come le regioni che circondano il buco nero in M77».
di Stefano Parisini (INAF)

Un buco nero di taglia intermedia

Nell’universo c’è un oggetto cosmico di recente scoperta che potrebbe aiutarci a far luce su questioni irrisolte che riguardano l’evoluzione dei buchi neri e la loro influenza sull’ambiente che li circonda. Stando a quanto affermato in uno studio condotto con Chandra, il telescopio a raggi X della NASA, sembrerebbe che questo oggetto vada a completare il quadro di famiglia dei buchi neri. «In paleontologia, la scoperta di alcuni fossili può aiutare gli scienziati a colmare lacune evolutive tra differenti dinosauri», dice Mar Mezcua dell’Harvard-Smithsonian Center for Astrophysics, che ha condotto lo studio. «In astronomia facciamo la stessa cosa, ma dobbiamo andare a scavare in galassie lontane milioni di anni luce per dissotterrare le stelle che stiamo cercando». L’intrigante oggetto di cui stiamo parlando è stato chiamato NGC2276-3c e si trova in uno dei bracci a spirale della galassia NGC 2276, a circa 100 milioni di anni luce dalla Terra. NGC2276-3c sembra avere tutte le caratteristiche per essere ciò che gli astronomi chiamano un “buco nero di massa intermedia”.
Per molti anni gli scienziati hanno trovato prove convincenti dell’esistenza di buchi neri di taglia più piccola, che contengono da cinque a trenta volte la massa del Sole. Abbiamo anche molte informazioni circa i cosiddetti buchi neri supermassicci, che risiedono al centro delle galassie e contengono milioni o addirittura miliardi di masse solari.
Come suggerisce il nome, i buchi neri di massa intermedia rappresentano una classe che si colloca a metà tra questi due gruppi, con masse tra le centinaia e le migliaia di masse solari. Una delle ragioni per cui questi buchi neri intermedi sono importanti è che potrebbero essere i progenitori dei buchi neri supermassicci, formatisi nelle prime fasi di vita dell’universo. «Gli astronomi cercano da molto tempo questi buchi neri di taglia media», ha dichiarato Tim Roberts dell’Università di Durham, co-autore dello studio. «In passato ci sono state indicazioni che potevano esistere, ma si sono sempre comportati come parenti lontani che non hanno alcun interesse ad essere scovati».
Lo studio su NGC2276-3c si è basato su dati Chandra nella banda dei raggi X e su dati dell’European Very Long Baseline Interferometry (VLBI) Network per la banda radio. La sorgente è stata osservata circa per la stessa quantità di tempo nelle due bande, e i dati ottenuti, insieme ai modelli teorici per l’emissione in radio e nelle alte energie da parte di buchi neri, hanno permesso di stimare la massa di questo oggetto. Il risultato è stato una stima di circa 50.000 masse solari, ponendo NGC2276-3c nell’intervallo dei buchi neri di massa intermedia.
«Abbiamo trovato che NGC2276-3c presenta comportamenti analoghi sia ai buchi neri di natura stellare che a quelli supermassici», ha detto Andrei Lobanov del Max Planck Institute for Radio Astronomy di Bonn, co-autore del lavoro. «In altre parole, questo oggetto ci permette di riunire tutta la grande famiglia dei buchi neri».
Oltre alla sua massa, NGC2276-3c ha un’altra proprietà sorprendente: un getto radio che si estende fino a 2.000 anni luce. La regione che si trova davanti al getto sembra priva di stelle giovani per un raggio di circa 1.000 anni luce. Questo conferma che i buchi neri di massa intermedia hanno una forte influenza sull’ambiente circostante, poiché sembra che il getto abbia ripulito la regione dal gas, sopprimendo la formazione di nuove stelle. Studi futuri di questo getto potrebbero fornire preziose informazioni sugli effetti a larga scala di questo tipo di buchi neri sull’universo nelle sue prime fasi di vita.
La posizione di NGC2276-3c lungo un braccio a spirale della sua galassia ci pone davanti a nuove domande. Il buco nero si è formato all’interno della galassia o proviene dalla regione centrale di una galassia nana che ha colliso in passato con NGC 2276?
NGC2276-3c è una delle otto sorgenti note come ultraluminous X-ray sources (ULX, sorgenti ai raggi X ultra-luminose) presenti nella galassia NGC 2276. «Le ULX sono sorgenti non nucleari con luminosità X molto maggiore di quella che ci aspetta per un buco nero di massa stellare», dice Anna Wolter dell’INAF – Osservatorio Astronomico di Brera, «grazie alla “vista acuta” del satellite Chandra abbiamo trovato ben 8 ULX in tutta la galassia NGC 2276, un oggetto spettacolare e attivo in tutte le bande, terzo per numero di ULX ospitate». Si conoscono centinaia di ULX, scoperte nell’arco degli ultimi 30 anni, tuttavia la loro natura è ancora oggetto di dibattito, e per alcune l’ipotesi è che si tratti di buchi neri di massa intermedia.
Le osservazioni di Chandra hanno mostrato che un’apparente ULX vista da XMM-Newton, il telescopio a raggi X dell’ESA, è in realtà formata da 5 diverse ULX, tra cui proprio NGC2276-3c. Lo studio della dott.ssa Wolter ha concluso che NGC 2276 forma ogni anno tra cinque e quindici masse solari sotto forma di stelle. «Nel nostro articolo», prosegue la ricercatrice, «abbiamo stimato che la grande attività e il numero elevato di ULX siano dovuti all’interazione con il gas che circonda l’ellittica centrale del gruppo, NGC 2300, il primo gruppo in cui è stato trovato gas caldissimo, a qualche milione di gradi, proprio per mezzo di osservazioni nella banda dei raggi X. è un risultato che dovrebbe anche farci ragionare su quanto è importante mantenere una capacità di risoluzione elevata per i prossimi telescopi X in costruzione».
di Elisa Nichelli (INAF)

Sunset selfie per Curiosity

La mania dei selfie non ha invaso solo la Terra, ma anche lo spazio. E Marte non è da meno. L’immagine che vede qui sopra è un collage di foto scattate nel mese di gennaio dalla Mars Hand Lens Imager (MAHLI) camera montata sul braccio robotico del rover della NASA Curiosity, arrivato sul Pianeta rosso nell’agosto del 2012. Il veicolo a sei ruote attualmente si trova nel sito denominato “Mojave”, dove Curiosity ha “assaggiato” (per meglio dire analizzato) un campione di polvere marziana del Monte Sharp (vedi Media INAF) raccolto nel corso della sua seconda trivellazione.
Sullo sfondo è possibile notare l’affioramento collinare di “Pahrump Hills” e la parte superiore del Mount Sharp. Sulla destra potete vedere una porzione di terra più scura, mentre in basso a sinistra la superficie sabbiosa mossa dal vento marziano.

Crediti: NASA/JPL-Caltech/MSSS
Eppure è un selfie inusuale, perché nell’immagine non si vede il braccio robotico su cui c’è la fotocamera. Il tutto è stato reso possibile da complessi movimenti delle “articolazioni” e rotazioni di MAHLI che hanno permesso di acquisire gli scatti che compongono il mosaico lasciando il braccio fuori dall’inquadratura o comunque in porzioni di immagini che non sono state utilizzate. Un procedimento che che era già stato utilizzato in precedenza dai “fotografi” della NASA nei siti “Rocknest”, “John Klein” e “Windjana”.
Kathryn Stack, del Jet Propulsion Laboratory (California) della NASA, ha spiegato: «Rispetto agli altri selfie di Curiosity, questa volta abbiamo aggiunto delle immagini in più in modo da poter vedere pienamente i punti della campagna Pahrump Hills» e per capire i punti salienti della missione negli ultimi 5 mesi.
Nello specifico, gli scatti del rover sono stati presi durante il giorno marziano (sol) 868, cioè lo scorso 14 gennaio (oggi è il sol 908). Le altre immagini del terreno sono state aggiunte il 29 gennaio e quella dei fori di campionamento il 31 gennaio. Per comprendere meglio le dimensioni basti pensare che le ruote di Curiosity hanno un diametro di 50 centimetri e i fori praticati durante l’ultima trivellazione hanno un diametro di 1,6 centimetri.
di Elena Ferroni (INAF)

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