Marte, il metano, la vita

Marte, il metano, la vita. Il pianeta rosso è sicuramente il pianeta del sistema solare più studiato. Perché è vicino, perché non è dissimile alla Terra, perché rientra nella cosiddetta fascia di abitabilità, perché forse in passato ha ospitato vita avendo sicuramente ospitato acqua. Anzi di più. La vita sulla Terra verrebbe da Marte. Lo ha sostenuto recentemente Steve Brenner, lo avevo ipotizzato sul suo “I marziani siamo noi” l’astrofisico Giovanni Bignami: la vita può essere iniziata su Marte e poi portata sulla Terra, a fiorire mentre sul quarto pianeta pianeta del nostro sistema andava spegnendosi con l’inardirsi della terra, la fuga dell’atmosfera, la fine dei movimenti tettonici. A confortare l’ipotesi che comunque su Marte vi fosse ancora una presenza vitale che in qualche modo avvalorasse la vivibilità del pianeta, la presenza di metano nell’atmosfera di Marte. Una presenza, che per discontinuità, poteva essere attribuita alle emissioni di batteri primordiali. D’altronde le analisi condotte sia dai satelliti orbitanti il pianeta che dai rover, nella loro parziali misurazioni, indicavano una presenza media di metano nell’atmosfera da giustificare la sua produzione biologica. Uno studio che appare questa settimana su Science e che riporta le analisi dati fatte con lo strumento Tunable Laser Spectrometer (TLS), uno strumento appositamente progettato per la misurazione del gas su Marte, ci dice che la presenza di quel gas nell’atmosfera marziana è assai inferiore a quanto ipotizzato in precedenza, non superiore a 1.3 parti di miliardo per volume, una presenza troppo bassa per giustificare una percentuale di metano come precedentemente stimata anche in presenza di una semplice produzione geologica o proveniente da altri pianeti. Insomma lo studio guidato da Christopher Webster, del Jet Propulsion Laboratory, California Institute of Technology, che mette a confronto con TLS le precedenti misurazioni, rivelatesi, sia per la strumentazione a terra che orbitante, meno precise del Tunable Laser Spectrometer, fa nascere dubbi sull’attuale presenza microbiotica sul pianeta rosso. Secondo il presidente dell’INAF Giovanni Bignami siamo di fronte ad un’ipotesi. L’autore infatti, contrariamente a quanto pensato fin qui, afferma che il metano nell’atmosfera di Marte può resistere fino a cento anni, non solo uno. “Periodo limitato che giustificherebbe la continua produzione del gas da parte di microorganismi o per attività geologica” spiega Bignami “e che è stata l’ipotesi più accreditata finora. Inoltre viene da pensare che il TLS misuri la quantità di metano solo nel sito dove opera Curiosity. E’ come dire che trovandosi a Monte Mario a Roma (sede dell’INAF ndr) sarebbe in grado di misurare la presenza di zolfo nella solfatara vesuviana dove hanno ambientato il 47 morto che parla di Totò. E’ più facile che non trovandolo in situ ipotizzi che non ci sia”. Il che ci porta a considerare che fintanto che non porteremo abbastanza umanità su Marte, per poter approfondire compiutamente quanto si trova e si trovava sul pianeta rosso, per quanto ci si approssimi alla risposta, resteremo col dubbio se siamo o meno di fronte alla verità.
di Francesco Rea (INAF)

Voyager 1 verso l’infinito

Dopo molti falsi allarmi e rinvii, finalmente il momento tanto atteso è arrivato. La navicella della NASA Voyager 1 è ufficialmente il primo veicolo umano a entrare nello spazio interstellare. La sonda, che ha spento ormai la 36esima candelina, si trova a circa 19 miliardi di chilometri dal Sole. I nuovi dati appena pubblicati da Science rivelano che Voyager 1 ha viaggiato per circa un anno nel plasma e nel gas ionizzato, presente nello spazio tra le stelle. Ed Stone, il progettista dell’Institute of Technology di Pasadena in California ha detto: “È la prima volta che il genere umano è uscito al di fuori della culla del Sistema solare per esplorare la galassia”. Voyager 1 ha oltrepassato quindi la cosiddetta “bolla solare”, la regione di particelle cariche che circonda il Sole, ben oltre le orbite dei pianeti, entrando in una zona di transizione. Secondo la Nasa, Voyager 1 ha varcato quel confine più o meno il 25 agosto: è questa la prima volta che l’agenzia spaziale statunitense annuncia lo storico transito anche se in passato altri esperti avevano ipotizzato che fosse avvenuto. Già nel giugno scorso la navicella avrebbe dovuto trovarsi al di fuori del sistema solare, invece si trovava in una zona finora non prevista, chiamata “heliosheath depletion region”, in cui si sente ancora il campo magnetico solare. La navicella non è dotata di sensori che misurano fisicamente la densità del plasma, quindi gli scienziati hanno usato un metodo diverso per capire dove realmente si trovasse. Un’eruzione solare nel marzo del 2012 ha fornito i dati necessari. L’energia sprigionata dal Sole è arrivata a Voyager 1 13 mesi dopo, nell’aprile del 2013, quando il plasma attorno alla navicella ha cominciato a vibrare notevolmente. Le oscillazioni sono state come una manna dal cielo per i ricercatori, perché significa che la navicella era immersa nel plasma 40 volte più denso di quello che avevano incontrato nello strato esterno della eliosfera. Una densità di questo tipo è prevedibile anche nello spazio interstellare. Il segnale emesso da Voyager è molto debole: solo 23 watt, quasi quanto un lampadina da frigorifero.  Impiega 17 ore circa a raggiungere la Terra e, data la grande distanza, arriva ridotto a una frazione di un miliardo di watt: per riceverlo si utilizzano una serie di antenne che hanno un diametro che varia dai 34 ai 70 metri. All’interno del modulo spaziale c’è un disco dorato che conserva suoni e immagini della nostra Terra: una specie di messaggio in una bottiglia lanciata nel mare cosmico. La sonda fu lanciata nell’ambito del Programma Voyager della Nasa il 5 settembre 1977 da Cape Canaveral insieme alla sua sonda gemella Voyager 2. Le navicelle hanno già sfiorato due pianeti, Giove e Saturno, e hanno scoperto vulcani di zolfo che non erano mai stati osservati dalle altre sonde. Nel 1980 le gemelle della NASA passarono vicino Saturno fotografandone gli anelli. A oggi Voyager 2 sarebbe a 15,3 miliardi di chilometri dalla Terra. La sonda viaggia a una velocità di 17 chilometri al secondo circa, alimentata da una batteria che le permetterà di funzionare fin al 2025 quando dovrebbe aver raggiunto una distanza di oltre 25 miliardi di chilometri dal nostro pianeta. Il progetto costa alla Nasa circa 5 milioni di dollari l’anno e ha già raggiunto la cifra di 988 milioni di dollari complessivi.
di Eleonora Ferroni (INAF)

La materia oscura abita in centro

Per capire cosa sia davvero la materia oscura, bisogna prima appurare come si comporta e dove si nasconde. E gli astronomi hanno capito da tempo che un ottimo laboratorio naturale per studiare il comportamento della materia oscura sono le cosiddette galassie nane: galassie fatte di pochi miliardi di stelle il cui contenuto di materia oscura è, a quanto pare, fino a 1000 volte più del contenuto di materia ordinaria. Nelle galassie normali come la Via Lattea, per capirci, il rapporto è di appena 10:1. Da vent’anni però astronomi e cosmologi discutono su come sia distribuita quella materia oscura dentro alle galassie: uniformemente o concentrata al centro? L’astronomia osservativa sembra propendere per la prima ipotesi, ma i teorici preferiscono la seconda. Nel dibattito si inserisce uno studio appena pubblicato su The Astrophysical Journal Letters, firmato da John Jardel e Karl Gebhardt dell’Università del Texas a Austin. I due hanno messo assieme osservazioni al telescopio di diverse galassie nane che orbitano attorno alla nostra Via Lattea (tra cui quella del Sestante, quella della Carena, quella dello Scultore e diverse altre), e simulazioni al computer che provavano a calcolare in base alle immagini la distribuzione della materia oscura in ognuna di esse. Nelle immagini, va da sé, la materia oscura non si vede, ma la sua presenza si può dedurre dagli effetti gravitazionali rilevati sugli oggetti che emettono radiazione. I due ricercatori hanno scoperto che, prese singolarmente, le galassie mostrano distribuzioni della materia oscura molto diverse: in alcune la densità di materia oscura diminuisce decisamente andando dal centro verso i margini. In altre rimane più costante. Ma una volta aggregati i dati e fatta una media su più galassie nane, emerge chiaramente che i teorici avevano ragione: la densità di materia oscura tende a scendere man mano che ci si allontana dal centro della galassia. Lo studio, ammette Jardel, crea nuove domande più che rispondere a quelle attuali: su cosa sia la materia oscura e come interagisca con quella ordinaria. I ricercatori sperano di poter effettuare nuove osservazioni più dettagliate delle galassie nane, dai loro nuclei alle regioni esterne.
di Nicola Nosengo (INAF)

Ecco la regione centrale della Galassia

Due equipe di astronomi hanno usato dati provenienti dai telescopi dell’ESO per costruire la miglior mappa tridimensionale di sempre della regione centrale della Via Lattea. Hanno scoperto che la regioni interne assumono un aspetto simile a un’arachide, oppure a una X a seconda dell’angolo di vista. Questa strana forma è stata ricostruita usando dati pubblici del telescopio per survey VISTA dell’ESO insieme alla misura del moto di centinaia di stelle deboli del rigofiamento galattico.
Una delle zone più importanti e massicce della galassia è proprio il rigonfiamento galattico: questa enorme nube di circa 10 000 milioni di stelle si estende per migliaia di anni luce, ma la sua struttura e la sua origine non sono mai stati comprese adeguatamente.
Sfortunatamente, dal nostro punto di vista all’interno del disco galattico, la visuale sulla regione centrale – a circa 27000 anni luce di distanza – è disturbata da dense nubi di gas e polvere. Gli astronomi possono vedere meglio il rigonfiamento galattico osservando a lunghezze d’onda maggiori, come quelle della radiazione infrarossa, che può penetrare le nubi di polvere.
Osservazioni precedenti di tutto il cielo dalla survey infrarossa 2MASS avevano già lasciato intuire che il rigonfiamento galattico ha una strana struttura a forma di X. Ora due gruppi di scienziati hanno usato nuove osservazioni da diversi telescopi dell’ESO per ottenere una visuale migliore della struttura del rigonfiamento.
Il primo gruppo, dal Max Planck Institute for Extraterrestrial Physics (MPE) di Garching, Germania, ha usato la survey VVV nel vicino infrarosso ottenuta con il telescopio VISTA all’Osservatorio di Paranal dell’ESO, in Cile. Questa nuova survey pubblica riesce a identificare stelle trenta volte più deboli delle survey precedenti del rigonfiamento galattico. L’equipe ha raccolto un totale di 22 milioni di stelle che appartengono a una classe di giganti rosse le cui proprietà, ben note, permettono di calcolarne la distanza.
Le giganti rosse del ramo asintotico sono state scelte per questo studio perché possono essere usate come candele standard: in questa fase della vita di una stella gigante la luminosità è all’incirca indipendente dall’età o dalla composizione.
“La profondità del catalogo stellare di VISTA è di gran lunga maggiore dei lavori precedenti e può rivelare l’intera popolazione di queste stelle in tutte le regioni tranne le più oscurate”, spiega Christophe Wegg (MPE), primo autore di uno dei due articoli. “Da questa distribuzione delle stelle possiamo costruire una mappa tridimensione del rigonfiamento galattico. È la prima volta che viene fatta una tale mappa senza assumere un modello per la forma del rigonfiamento”.
“Troviamo che la regione interna della Galassia ha la forma di un’arachide nel suo guscio se vista di lato, mentre appare molto allungata dall’alto“, dice Ortwin Gerhard, coatore del primo articolo e a capo del Gruppo di Dinamica all’MPE. Strutture simili ad arachidi sono state osservate anche nel rigonfiamento centrale di altre galassie e la loro formazione è stata prevista da simulazioni numeriche che mostrano che la forma ad arachide è data dalle stelle in orbita che formano una struttura ad X.
“È la prima volta che vediamo così chiaramente nella Galassia e simulazioni del nostro gruppo e altri hanno mostrato che questa forma è caratteristica delle spirali con barra che sono iniziate come un puro disco di stelle”.
La seconda equipe internazionale, guidata dal dottorando cileno Sergio Vásquez (Pontificia Universidad Católica de Chile, Santiago, Cile e ESO, Santiago, Cile), ha scelto un approccio diverso per definire la struttura del bulge. Confrontando le immagini prese a undici anni di distanza con il telescopio da 2,2 metri dell’MPG/ESO hanno potuto misurare i minuscoli spostamenti dovuti al moto delle stelle del rigonfiamento in cielo. Questi sono stati combinati con misure del moto delle stesse stelle in direzione dalla Terra, avvicinandosi o allontanandosi, misurando così più di 400 stelle in tre dimensioni.
“Questa è la prima volta che così tante velocità in tre dimensioni vengono misurate per le singole stelle in entrambi i lati del rigonfiamento galattico”, conclude Vásquez. “Le stelle osservate sembrano muoversi lungo i bracci del rigonfiamento a forma di X mentre le orbite le portano sopra e sotto il piano della Galassia. È tutto ben descritto dalle previsioni dei modelli più all’avanguardia!”.
Gli astronomi pensano che la Via Lattea fosse all’origine un puro disco di stelle formate qualche miliardo di anni fa. La parte interna si è quindi incurvata a formare l’arachide tridimensionale che si vede nelle foto ad alta risoluzione.
Fonte ESO

E se fossimo tutti in una bolla?

La visione che abbiamo dell’espansione dell’universo potrebbe essere, almeno in parte, falsata se la Via Lattea si trovasse in una zona dove la concentrazione di materia è inferiore alla media dell’intero cosmo, cioè in una cosiddetta bolla di Hubble. Questo è l’assunto da cui è partito un gruppo di ricerca dell’Università di Heidelberg, guidato dall’astronomo italiano Luca Amendola, per sviluppare un modello teorico che colloca la nostra galassia proprio all’interno di una bolla di Hubble, nel tentativo di spiegare le differenze nelle misure finora effettuate sull’espansione dell’universo. L’universo osservabile è in continua espansione dal momento del Big Bang e la sua reale velocità di espansione, conosciuta come costante di Hubble, è un parametro importantissimo per dedurne le proprietà di base, come l’età. Per determinare la costante di Hubble vengono convenzionalmente usati due metodi, i cui risultati non sono tuttavia congruenti. Uno è basato sullo studio della radiazione di fondo cosmico in microonde, di cui pochi mesi fa sono state rese note le accurate misure realizzate dal satellite Planck dell’ESA. L’altro metodo prende invece in considerazione il movimento delle galassie vicine alla Via Lattea, movimento che si suppone principalmente dovuto all’espansione dell’universo. “Ma quando confronti i risultati ottenuti con i due metodi, trovi che c’è uno scarto di circa il 9 per cento” spiega Valerio Marra, un altro italiano del team di Heidelberg, primo autore dello studio pubblicato su The Physical Review Letters. Secondo i ricercatori questa differenza non sarebbe necessariamente frutto di errori nelle misurazioni ma potrebbe derivare da un effetto fisico. “Finora la nostra conoscenza del cosmo più vicino a noi è stata troppo imprecisa per stabilire se ci troviamo o meno in una zona a minore densità di materia”, continua Marra. “Ma assumiamo per un momento che la Via Lattea sia effettivamente localizzata in una bolla di Hubble: la materia fuori dalla bolla attrarrebbe allora le galassie a noi vicine in maniera così intensa che si muoverebbero con una velocità maggiore della media. In tal caso andremmo a misurare una costante di Hubble più grande, che si applicherebbe ai nostri dintorni ma non a tutto l’universo nel suo complesso.” Se così fosse, la costante di Hubble misurata dal satellite Planck rappresenterebbe allora una velocità mediaapplicabile all’intero universo, mentre ci si potrebbe aspettare un risultato differente considerando solo le immediate vicinanze (su scala cosmica) della Via Lattea. In altre parole, non è necessariamente detto che la nostra galassia si trovi in una regione tipica del cosmo, in cui la densità di materia sia pari a quella media dell’universo. Usando questo approccio nella loro ricerca, gli scienziati sono riusciti a dar conto per circa un quarto della differenza tra le due costanti di Hubble. Marra e colleghi si aspettano comunque che un’analisi più dettagliata ridurrà ancora di più questa discrepanza, assai dibattuta in ambito cosmologico. “Finora abbiamo lavorato con una bolla di Hubble sferica. Ma è molto probabile che la bolla sia in realtà asimmetrica, il che spiegherebbe ancora meglio lo scarto nelle misurazioni”, osserva Ignacy Sawicki, un altro membro del team di ricerca.  “Se invece risultasse palese che tale scarto esiste veramente,” conclude Sawicki “questo sarebbe un chiaro indizio che nella ricetta della nostra visione scientifica del cosmo manca almeno un ingrediente.”
di Stefano Parisini (INAF)

Un vulcano nell’atmosfera di Saturno

Capita più o meno una volta ogni 30 anni. Che poi da quelle parti, su Saturno, vuol dire una volta l’anno, perché tanto ci mette il gigante gassoso a fare un giro attorno al Sole. Comunque sia, ogni trenta dei nostri anni si vede una gigantesca e violenta tempesta attraversare l’emisfero nord del pianeti, tanto grande da poter essere osservata anche con strumenti amatoriali. Da quando è iniziata l’osservazione del cielo con telescopi, l’umanità ne ha osservate sei, l’ultima delle quali è in corso ora. E a studiarla, questa volta, ci sono gli affilati strumenti osservativi di Cassini, la sonda realizzata da NASA, ESA e ASI che si trova nel sistema di Saturno dal 2004. In uno studio pubblicato sulla rivista Icarus, un gruppo di ricercatori guidato da Lawrence Sromovsky dell’Università del Wisconsin a Madison ha usato le osservazioni in banda infrarossa raccolte da Cassini per studiare nei dettagli la composizione e i movimenti della supertempesta attualmente in corso, che ha iniziato a formarsi nel 2010 per raggiungere rapidamente le dimensioni di 15.000 kilometri di ampiezza. Lo studio è una rara occasione di osservare la composizione degli strati più profondi dell’atmosfera di Saturno. Normalmente sono schermati e resi invisibili dalla fitta “nebbia” degli strati superficiali, ma la tempesta rimescola le carte e porta in superficie gas dagli strati più profondi. La scoperta chiave è che i componenti principali delle nuvole che compongono la tempesta sono tre: ghiaccio d’acqua, ghiaccio di ammoniaca e un terzo gas che potrebbe essere idrosolfuro di ammonio. Impossibile, per ora, capire se i tre componenti siano mescolati nelle singole nuvole, o se si tratti piuttosto di nuvole d’acqua accanto a nuvole di ammoniaca: la prima ipotesi è più probabile, ma i dati sono compatibili anche con la seconda. In ogni caso, si tratta della prima osservazione diretta di acqua in forma di ghiaccio su Saturno (in precedenza era stata confermata la presenza di acqua allo stato liquido). “crediamo che la tempesta stia portando queste particelle di nuvole verso l’alto, proprio come un vulcano che fa risalire materiale dalle profondità, e le renda visibili dall’esterno dell’atmosfera” spiega Sromovsky. “L’atmosfera superiore è così densa, se osservata con strumenti ottici, che soltanto nelle regioni di tempesta, dove la foschia è attraversata da potenti risalite di materiale, che si vedono il ghiaccio di ammoniaca e di acqua”. Il modello prevalente dell’atmosfera di Saturno parla di una struttura “a sandwich”, con uno strato di nuvole d’acqua alla base, nuvole di idrosolfuro di ammonio a metà, e nuvole di ammoniaca in cima, proprio sotto la foschia (di composizione sconosciuta) che dal cielo oscura il tutto. Le nuove osservazioni di Cassini servono a convalidare in buona parte sia i modelli dell’atmosfera che quelli che descrivono la formazione delle supertempeste. In particolare la presenza di ghiaccio d’acqua, che si aggiunge a precedenti osservazioni di acqua allo stato liquido, supportano l’idea che le tempeste di questo tipo partano dalla condensazione di acqua negli strati più profondi, circa 200 km al di sotto del manto di nuvole normalmente visibile. Il vapor d’acqua, spiega sempre Sromovsky, è trascinato verso l’alto dai potenti moti convettivi che hanno origine sul fondo dell’atmosfera, condensa e congela mentre risale, probabilmente raccogliendo lungo la strada ammoniaca e idrosolfuro di ammonio.
di Nocola Nosengo (IMAF)

Le nebulose planetarie bipolari

Gli astronomi hanno usato l’NTT (New Technology Telescope) dell’ESO e il telescopio spaziale Hubble della NASA/ESA per esplorare più di 100 nebulose planetarie nel ringonfiamento galattico. Hanno trovato che i membri di questa famiglia cosmica a forma di farfalla tendono a essere misteriosamente allineati – un risultato sorprendente date le loro diverse storie e le proprietà differenti. Negli stadi finali della vita di una stella come il Sole gli strati esterni vengono espulsi nello spazio circostante, formando oggetti noti come nebulose planetarie, con un ampia casistica di forme suggestive. Un particolare tipo di queste nebulose, note come nebulose planetarie bipolari, creano strutture spettrali a forma di clessidra o di farfalla intorno alla stella madre.
Le nebulose si formano in luoghi diversi e hanno diverse caratteristiche. E né le singole nebulose né le stelle che le hanno formate di solito interagiscono con altre nebulose planetarie. In realtà un nuovo studio degli astronomi dell’Università di Manchester, Regno Unito, mostra sorprendenti analogie per alcune di esse: molte sono allineate nello stesso modo in cielo. L’”asse maggiore” di una nebulosa planetaria bipolare è quello che passa tra le ali della farfalla, mentre l’”asse minore” passa attraverso il corpo.
“Questo è una scoperta davvero sorprendente e, se confermata, molto importante”, ha speigato Bryan Rees dell’Università di Manchester, uno dei due autori dell’articolo. “Molte di queste spettrali farfalle sembrano avere l’asse maggiore allineato lungo il piano della Galassia. Usando immagini di Hubble e dell’NTT possiamo riprendere questi oggetti molto bene e studiarli così in gran dettaglio”.
Gli astronomi hanno osservato 130 nebulose planetarie nel rigonfiamento centrale della Via Lattea, hanno identificato tre diversi tipi e guardato con attenzione alle loro caratteristiche e al loro aspetto.  Le forme delle nebulose planetarie sono divise in tre categorie, per convenzione: ellittiche, con o senza una struttura interna allineata, bipolari.
“Mentre per due di queste popolazioni l’orientamento in cielo era assolutamente casuale, come previsto, abbiamo trovato per la terza – le nebulose bipolari – una sorprendente tendenza ad un allineamento particolare”, dice il secondo autore dell’articolo Albert Zijlstra, anch’egli dell’Università di Manchester. “Se l’allineamento in sè è una sorpresa, osservarlo nell’affollata regione centrale della Galassia è ancora più inatteso”.
Si pensa che le nebulose planetarie siano scolpite dalla rotazione del sistema stellare da cui si formano.Questa dipende a sua volta dalle proprietà del sistema – per esempio, se è un sistema binario o ha dei pianeti in orbita: queste situazioni possono influenzare la forma della bolla di gas che si gonfia. Le forme delle nebulose bipolari sono tra la più estreme e probabilmente dovute ai getti che soffiano via materia dal sistema binario perpendicolarmente all’orbita.
“L’allineamento che vediamo in queste nebulose bipolari ci suggerisce qualcosa di bizzarro sui sistemi stellari all’interno del rigonfiamento centrale”, ha spiegato Rees. “Per allinearsi nel modo che vediamo, il sistema di stelle che forma queste nebulose dovrebbe ruotare in modo perpendicolare alla nube interstellare da cui si è formato, il che è molto strano”.
Mentre le proprietà dei progenitori condizionano la forma delle nebulose, queste nuove scoperte suggeriscono un fattore ancora più misterioso. Inseme a queste caratteristiche stellari complesse si trovano quelle della Via Lattea: l’intero rigonfiamento centrale ruota attorno al centro galattico. Questo rigonfiamento potrebbe avere un’influenza maggiore di quanto si pensasse su tutta la Galassia – tramite i suoi campi magnetici. Gli astronomi suggeriscono che l’andamento ordinato delle nebulose planetarie potrebbe essere causato dalla presenza di forti campi magnetici durante la formazione del rigonfiamento.
Poichè le nebulose di questo tipo più vicine a noi non si allineano nello stesso modo ordinato, questi campi dovrebbero essere molto più forti di quello che si vede oggi nell’Universo locale.
“Possiamo imparare molto dallo studio di questi oggetti”, conclude Zijlstra. “Se veramente si comportano in modo inaspettato, ciò ha conseguenze non solo per il passato delle singole stelle, ma per quello di tutta la Galassia”.
Fonte: ESO

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