Un cielo sempre più grande

Le 48 costellazioni di Tolomeo non coprivano l’intero firmamento e ampie zone del cielo non erano state ancora mappate. Mancavano ancora le costellazioni dell’emisfero australe (per motivi logistici) e quelle meno luminose (per motivi tecnici). Tra il XVI e il XVIII secolo furono introdotte le nuove costellazioni dell’emisfero australe e furono anche colmate alcune lacune dell’emisfero boreale.
Una delle opere più celebri della storia dell’astronomia è certamente l’Uranometria Nova di Johann Bayer (1572-1625). Bayer fu contemporaneo di Tycho Brahe e autore appunto del primo atlante stellare completo, pubblicato nel 1603.
In sintesi Uranometria fu il primo catalogo a coprire l’intera sfera celeste; era formato da 51 mappe, una per ciascuna delle 48 costellazioni tolemaiche, più una per i cieli dell’estremo sud che erano ignoti a Tolomeo e due planisferi.
Le riproduzioni delle costellazioni australi erano ricavate dalle osservazioni dei grandi navigatori come Amerigo Vespucci, Pieter Dirkeszoon Keyser e Frederick De Houtman.
In breve tempo l’Uranometria diventò uno strumento fondamentale per chi volesse effettuare osservazioni e venne più volte ristampata già nel corso del XVII secolo. Ma quest’opera è passata alla storia dell’astronomia anche per un altro motivo. Al suo interno infatti Bayer introdusse un nuovo criterio di catalogazione per le stelle di ciascuna costellazione. Assegnò alla stella più luminosa la sigla alfa (la prima lettera dell’alfabeto greco) e poi, a seguire, la sigla beta al secondo astro più luminoso e così via. Si tratta di un criterio di classificazione ancora utilizzato ai giorni nostri.
Grande osservatore dei cieli fu anche Johannes Hevelius (1611-1687) che redasse un catalogo che conteneva la misurazione della posizione di 1500 stelle. In questo catalogo comparvero altri dieci nuovi gruppi di stelle, di cui sei sono stati riconosciuti nel 1922 dall’Unione Astronomica Internazionale (Cani da Caccia, Leone Minore, Lince, Lucertola, Sestante e Volpetta).
Noto soprattutto per il suo catalogo di quasi 10000 stelle del cielo australe fu l’astronomo francese abate Nicolas-Louis de Lacaille (1713 – 1762). Il catalogo, chiamato Coelum Australe Stelliferum, fu pubblicato postumo nel 1763 e introdusse 14 nuove costellazioni: la Bussola, il Bulino, il Compasso, la Fornace, la Macchina Pneumatica, la Mensa, il Microscopio, l’Orologio, l’Ottante, il Pittore, il Regolo, il Reticolo, lo Scultore e il Telescopio.
L’Unione Astronomica Internazionale (UAI) nel 1922 divise il cielo in 88 costellazioni ufficiali con confini precisi, di modo che ogni punto della sfera celeste appartenga ad una ed una sola costellazione.
Le 88 costellazioni si dividono, secondo un criterio storico e di importanza, in tre gruppi: le 12 costellazioni dello Zodiaco, che si trovano lungo l’eclittica, e vengono quindi percorse dal Sole nel suo moto apparente sulla volta celeste durante l’anno; le altre 36 costellazioni elencate da Tolomeo nel suo Almagesto, oggi diventate 38 con la suddivisione di una di esse (la Nave Argo) in tre costellazioni distinte; le rimanenti 38 costellazioni, definite in epoca moderna (a partire dal 1600 circa) negli spazi vuoti tra le costellazioni tolemaiche e nell’emisfero meridionale. Queste nuove costellazioni sono generalmente composte da stelle poco brillanti (quelle brillanti erano, ovviamente, già state incluse nelle costellazioni dello Zodiaco e di Tolomeo).
Una stella per amica

WR 22, Eta Carinae e la Nave Argo

Una nuova spettacolare immagine ottenuta con il Wide Field Imager dell’ESO (European Southern Observatory – Osservatorio di La Silla in Cile) mostra l’insolita e brillante stella WR 22 e i suoi dintorni pieni di colore. WR 22 è una stella molto calda e luminosa che sta spargendo la sua atmosfera nello spazio molti milioni di volte più velocemente del Sole. WR 22 si trova nella parte esterna della sensazionale Nebulosa della Carena da cui si è formata.
Le stelle molto massicce vivono velocemente e muoiono giovani. Alcuni di questi fari stellari hanno una tale intensa radiazione che passa per le loro spesse atmosfere durante la loro vita, che spargono materiale nello spazio molti milioni di volte più velocemente di stelle relativamente calme come il Sole. Questi rari, caldissimi e massicci oggetti, sono noti come stelle di Wolf-Rayet, dai nomi dei due astronomi francesi che per primi le hanno individuate alla metà del XIX secolo, e una fra le più massicce mai misurata è nota appunto come WR 22.
WR 22 è parte di un sistema stellare doppio, e la sua massa è almeno 70 volte quella del sole. WR 22 si trova nella costellazione meridionale della Carena, la chiglia della nave di Giasone, Argo, nella mitologia greca. Sebbene la stella si trovi a oltre 5000 anni luce dalla Terra è così brillante che può essere vista, anche se solo debolmente, ad occhio nudo in condizioni atmosferiche favorevoli. WR 22 è una delle molte stelle particolarmente brillanti associate alla bella Nebulosa Carina (conosciuta anche come NGC 3372), un enorme complesso di gas e polvere. Questa zona comprende la notevole stella Eta Carinae. (Fonte: ESO)
Due parole sull’ESO
L’ESO (European Southern Observatory) è la principale organizzazione intergovernativa di astronomia in Europa e l’osservatorio astronomico più produttivo al mondo. È sostenuto da 14 paesi: Austria, Belgio, Repubblica Ceca, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Italia, Olanda, Portogallo, Spagna, Svezia, Svizzera e Gran Bretagna. L’ESO mette in atto un ambizioso programma che si concentra sulla progettazione, costruzione e gestione di potenti strutture astronomiche da terra che consentano agli astronomi di fare importanti scoperte scientifiche.
L’ESO gestisce tre siti unici di livello mondiale in Cile: La Silla, Paranal e Chajnantor. A Paranal, l’ESO gestisce il Very Large Telescope, l’osservatorio astronomico nella banda visibile più d’avanguardia al mondo.
Stelle di Wolf-Rayet
Le stelle di Wolf-Rayet sono stelle supergiganti calde e brillanti, con temperature pari a quelle delle stelle O. Queste stelle perdono massa a grande ritmo e sono dominate dalla presenza di elio. Si distinguono in WN e WC: le prime hanno molto azoto e piccole tracce di idrogeno, le seconde invece sono ricche di carbonio.
La Nave Argo
Questa notizia ci fornisce l’occasione di parlare della Nave Argo che era una grande costellazione meridionale raffigurante la nave Argo usata da Giasone e gli Argonauti.
È l’unica delle 48 costellazioni elencate da Tolomeo che non è più ufficialmente riconosciuta come tale, essendo stata divisa da Nicolas Louis de Lacaille in Carena, Poppa e Vele. Se fosse ancora un’unica costellazione, sarebbe la più estesa di tutte (ora invece il primato spetta all’Idra).
Quando la Nave Argo fu divisa, anche la nomenclatura di Bayer delle sue stelle fu divisa: la Carena ha infatti le stelle Alfa, Beta e Epsilon, le Vele hanno Gamma e Delta, la Poppa ha Zeta, e così via.
La costellazione della Bussola occupa una zona che nell’antichità era ritenuta parte della Nave Argo, mentre adesso viene considerata una costellazione separata, ed in particolare la sua nomenclatura di Bayer è del tutto autonoma.
La costellazione si può osservare nella sua interezza solo dalle regioni dell’emisfero australe, e in quelle boreali solo in prossimità dell’equatore. Si trattava della più vasta costellazione del cielo, e coi confini attuali avrebbe un’estensione di 1800 gradi quadrati di volta celeste; è attraversata dalla Via Lattea da nord-ovest a sud-est e conta un gran numero di stelle luminose, prima fra tutte Canopo, la seconda stella più brillante del cielo, ora nella costellazione della Carena.
La Carena
Alfa Carinae è Canopo, la seconda stella più luminosa di tutto il cielo (magnitudine apparente 0,6 e magnitudine assoluta -5,53). Purtroppo non è visibile dall’Europa. E’ una supergigante giallo-bianca e si trova a oltre 300 anni luce di distanza. La sua luminosità supera di 14.000 volte quella del Sole mentre il diametro è 68 volte quello della nostra stella.
Eta Carinae è una variabile irregolare molto instabile che potrebbe trasformarsi in una supernova. E’ una stella ipergigante blu e prima della scoperta di R136a1 era la stella più massiccia conosciuta.
La stella si trova all’interno di una vasta e luminosa nebulosità nota come Nebulosa della Carena (NGC 3372) o Nebulosa Buco della Serratura ed è circondata da un inviluppo, eruttato dalla stella stessa. Data la sua massa ed i fenomeni di instabilità manifestati dall’astro, gli stronomi ritengono che la stella esploderà in supernova.
Osservazioni recenti sembrano indicare che Eta Carinae sia in realtà una stella binaria con una compagna non troppo vicina che le orbita attorno in 5,52 anni.
Una stella per amica

La Lucertola nasconde un blazar

La Lucertola è una piccola costellazione introdotta da Hevelius nel 1690, pubblicando il suo Prodromus Astronomiae, un catalogo di 1564 stelle, elencate secondo le costellazioni di appartenenza. La Lucertola si trova fra Cassiopea e il Cigno e non contiene stelle particolarmente brillanti. Le sue stelle principali formano il caratteristico asterismo a zig zag che ricorda Cassiopea in piccolo. Sfiorata dalla Via Lattea nella parte nord, la Lucertola offre diversi ammassi e qualche oggetto esotico.
La stella Alfa è una stella bianca (spettro A0) di magnitudine 3,78. Si trova a 102 anni luce.
Beta è una stella di colore giallo-arancio (spettro K0) di mag. 4,42. E’ distante 170 anni luce da noi.
8 Lacertae è una stella multipla. Le due stelle principali, di colore azzurro, sono di magnitudine 5,7 e 6,5. Non tutte le stelle del gruppo sono fisicamente legate fra loro.
S Lacertae è una variabile di tipo Mira con variazioni di magnitudine tra 7,6 e 13,9. Il periodo è di 241 giorni.
AR Lacertae è una variabile ad eclisse che passa dalla magnitudine 6,11 alla 6,77 in un periodo di 1.98 giorni. Il sistema è composto da due subgiganti gialle.
NGC 7209 è un ammasso aperto; la distanza stimata è di 4300 anni luce.
NGC 7243 è un ammasso aperto e le stime indicano una distanza di 2600 anni luce.
Questa costellazione è però famosa perché contiene un oggetto peculiare diventato prototipo di una nuova categoria di nuclei galattici attivi chiamati blazar. La prima identificazione avvenne nel 1968 quando una radiosorgente venne riconosciuta, come controparte ottica, in una stellina di magnitudine 13 ritenuta fin dal 1929, una stella variabile e come tale chiamata BL Lac. Ricerche successive hanno rivelato che in realtà non si tratta di una stella ma di una galassia ellittica caratterizzata da variazioni luminose analoghe a quelle osservate nelle quasar. Da allora sono stati identificati numerosi oggetti classificabili nella famiglia di BL Lac.
Una stella per amica

Ma dov’è un’altra Terra…?

Un pianeta extrasolare è un pianeta che non appartiene al Sistema Solare, ma orbita intorno ad una stella diversa dalla nostra. A causa dei limiti delle tecniche di osservazione attuali la maggior parte dei pianeti individuati sono giganti gassosi come Giove e, solo in misura minore, pianeti rocciosi massivi del tipo Super Terra. L’interesse scientifico sugli esopianeti è cresciuto sempre più a partire dal 1995 anno della conferma di una delle prime scoperte: 51 Pegasi b. Inizialmente l’individuazione è proseguita lentamente, ma a partire dal 2002 con l’affinamento dei metodi di osservazione, sono stati scoperti più di 20 pianeti extrasolari all’anno. Sull’argomento è arrivata una notizia importante dall’INAF (Istituto Nazionale di Astrofisica) che ha reso noti alcuni dati molto interessanti riguardanti appunto i pianeti extrasolari. Negli ultimi 15 anni i progressi fatti in campo spaziale e astronomico – è scritto nel comunicato INAF – hanno permesso di scoprire quasi 500 pianeti extrasolari. Nella maggior parte dei casi, però, si tratta di giganti gassosi simili a Giove. Sono di sicuro inospitali per la vita, e non ci aiutano a rispondere a un’antica domanda: siamo soli nell’Universo oppure no? Le cose, però, stanno per cambiare. A rivoluzionare il panorama dei mondi “alieni” che popolano la nostra galassia è la sonda Kepler della NASA, lanciata tra le stelle un anno e mezzo fa con un obiettivo ben preciso: cercare esopianeti abitabili, ovvero con dimensioni e caratteristiche simili alla Terra. I risultati preliminari, anticipati alla TED Global Conference a Oxford dall’astronomo bulgaro Dimitar Sasselov (i dati ufficiali saranno resi noti a febbraio), indicano che la sonda avrebbe già stanato circa 150 gemelli della Terra. Una cifra sorprendente che, se estrapolata sull’intera galassia, porta a ipotizzare l’esistenza di 100 milioni di corpi celesti abitabili solo nella Via Lattea. I telescopi spaziali come Kepler possono rilevare presenza e taglia di un pianeta osservando la diminuzione di luminosità provocata dal transito davanti alla stella. Una marcia in più, insomma, per vedere quello che finora non era possibile osservare. C’è una spiegazione semplice per cui la maggior parte degli esopianeti scoperti fin qui sono simili a Giove – ha detto Sasselov – vediamo solo i pianeti grandi”.
Ora gli occhi ultrasensibili di Kepler spalancano nuovi orizzonti. La scoperta di molti potenziali pianeti abitabili è solo la prima puntata della nuova “rivoluzione copernicana” che ci aspetta. “Poi potremo studiarli a distanza, – ha specificato l’astronomo bulgaro – con tutte le tecniche di cui disponiamo per scoprire di cosa sono fatti, se hanno un’atmosfera o presentano tracce di acqua, anidride carbonica e metano”. Tracce potenzialmente vitali.
A seguito riportiamo l’articolo dell’INAF “La vita degli altri” nello Speciale Esopianeti, con l’intervista completa a Ennio Poretti, ricercatore dell’INAF – Osservatorio di Brera, impegnato nella preparazione della missione PLATO e interessato alle tematiche dell’astrobiologia.

Che cos’è la fascia di abitabilità?

È quella fascia di mezzo attorno a una stella nella quale un pianeta può avere acqua allo stato liquido sulla superficie. Se il pianeta è troppo vicino, le temperature sono troppo elevate e l’acqua evaporerebbe, se è troppo lontano l’acqua ghiaccerebbe. La distanza e l’ampiezza della fascia di abitabilità variano da stella a stella. Una stella con temperatura superficiale fredda ha una fascia di abitabilità ravvicinata a sé rispetto a una stella più calda.

Quali pianeti possono orbitare nella fascia di abitabilità?

I circa 500 pianeti extrasolari scoperti finora ci hanno mostrato una grande variabilità di condizioni orbitali e fisiche. Ci possiamo aspettare pianeti gassosi nella fascia di abitabilità ma si tratta di pianeti inospitali per la vita.

Quali sono le condizioni perché si sviluppi la vita?

Possiamo basarci su quanto vediamo sulla Terra e sugli esperimenti che realizziamo in laboratorio. Oltre all’acqua liquida, c’è bisogno di un’atmosfera che filtri le radiazioni ma lasci passare abbastanza energia. Servono vaste zone di terraferma, forse anche un asse di rotazione abbastanza inclinato per permettere il ciclo delle stagioni… E poi un lungo periodo di tempo senza catastrofi naturali sul pianeta o esplosioni di supernovae nelle vicinanze o asteroidi che entrino in collisione. La vita ha bisogno inizialmente di tempo e tranquillità per svilupparsi.

Secondo recenti ricerche su Titano o Europa potrebbe essersi sviluppata la vita. Com’è possibile, se orbitano fuori della fascia di abitabilità?

Alcuni satelliti possono avere degli ecosistemi molto particolari, condizioni estreme nelle quali però particolari batteri sono in grado di sopravvivere. In particolare, si pensa che Europa abbia un mantello di silicati a contatto con acqua intrappolata sotto la superficie. Questa struttura è simile a quella terrestre e proprio nelle zone del nostro pianeta dove sono conservate zone fossili abbiamo trovato segni dell’antica presenza di batteri. Le condizioni fisiche dei satelliti dei grandi pianeti non fanno però pensare che questi ecosistemi possano evolvere in forme di vita più complesse.

Quali sono gli strumenti con cui gli scienziati vanno a caccia di altri pianeti extrasolari simili al nostro?

Essenzialmente, le tecniche sono due. Da Terra si possono fare osservazioni molto precise della velocità radiale delle stelle più vicine e simili al Sole. In presenza di un sistema planetario, le velocità radiali variano nel tempo a causa del moto gravitazionale del sistema stella-pianeti. Successive analisi possono arrivare a determinare la massa. Con questa tecnica lo spettrografo HARPS ha scoperto un trio di pianeti aventi 4.2, 6.7 e 9.4 masse terrestri. Dallo spazio invece si cercano le diminuzioni di luminosità provocate dal transito del pianeta sul disco del suo sole. In questo modo il satellite CoRoT ha scoperto un pianeta di 11 masse terrestri in orbita circolare attorno a una stella simile alla nostra, ma non nella fascia di abitabilità. È talmente vicino che orbita in 20 ore! Un altro pianeta di 6.5 masse terrestri scoperto da Terra ha un periodo molto rapido, un giorno e mezzo, e si trova in uno stadio intermedio fra i giganti gassosi e i pianeti rocciosi. In effetti è relativamente semplice scoprire pianeti molto vicini alle stelle perché i periodi orbitali sono brevi. Quelli a più lungo periodo, e quindi nella fascia d’abitabilità, richiedono osservazione più lunghi e strumenti più precisi.

Se trovassimo un pianeta nella fascia di abitabilità, come potremmo sapere se si tratta di un pianeta come la Terra oppure di un gemello di Marte o di Venere?

La sola possibilità è studiare la luce che proviene dal pianeta stesso, non gli effetti che esso provoca sulla stella vicina (variazioni di velocità radiale o di luminosità). Coi grandi telescopi terrestri e con quelli spaziali si cercano i cosiddetti biomarkers. Ad esempio, se fosse possibile studiare in dettaglio le atmosfere dei pianeti extrasolari si noterebbe la presenza delle molecole che sono legate alla presenza della vita e, forse, anche di una civiltà. Ma per questi studi così dettagliati dobbiamo aspettare ancora, lavorando per sviluppare gli strumenti che li possano permettere.

Venere e Marte avevano acqua in forma liquida. Perché la vita non si è sviluppata?

Nel caso di Venere, la forte attività endogena ha favorito un effetto serra così forte da portare la temperatura superficiale a circa 460 gradi. Al contrario, quella di Marte è così rarefatta da non fare schermo alle radiazioni nocive. Marte nella sua evoluzione come pianeta non ha mai sviluppato un vero ciclo dell’acqua simile al nostro.

È ipotizzabile un “contatto” con la vita extraterrestre?

La statistica ci dice che non dovremmo essere soli nell’Universo. Tutti i tentativi di entrare in contatto con civiltà extraterrestri sono però rimasti senza esiti. Il progetto SETI (Search for ExtraTerrestrial Intelligence), attivo da decenni, non ha registrato nessun segnale proveniente dallo spazio. Non ci scoraggiamo. Passo dopo passo cercheremo di trasformare questa speranza in realtà. Le nuove missioni spaziali come PLATO e i nuovi grandi telescopi terrestri come E-ELT sono il prossimo traguardo.

Scopo scientifico principale della missione PLATO (PLAnetary Transits and Oscillations of stars) è la scoperta e lo studio di sistemi planetari extrasolari tramite l’identificazione e l’analisi dei transiti. PLATO osserverà un grande campione di stelle brillanti e permetterà la completa caratterizzazione dei pianeti e delle loro stelle ospiti. In particolare, la caratterizzazione include l’analisi sismica delle stelle ospitanti pianeti dalla quale ottenere una precisa misura di masse, raggi ed età, parametri fondamentali per poi ricavare una precisa misura delle stesse quantità per i pianeti ospitati. L’acronimo PLATO coincide con il nome inglese del filosofo PLATONE. Secondo la testimonianza di Simplicio (VI secolo d.C.), Platone avrebbe proposto agli astronomi dell’Accademia un problema così formulato: “Quali sono i moti uniformi e regolari, la cui assunzione salva completamente i fenomeni relativi ai movimenti degli astri erranti?” PLATONE era quindi alla ricerca di una legge fisica che fosse in grado di spiegare il moto dei pianeti (astri erranti) e di rispondere contemporaneamente al bisogno filosofico di “uniformità” e “regolarità”. (ASI – Agenzia Spaziale Italiana)

La missione KEPLER è un programma di ricerca astronomica sviluppato dalla NASA. Questo satellite artificiale è il primo strumento capace di cercare pianeti della dimensione della Terra e anche più piccoli al di fuori dei confini del nostro Sistema Solare. Esso infatti sarà in grado di osservare la luminosità di oltre 100.000 stelle per più di quattro anni. Osservando tale luminosità si potranno identificare eventuali pianeti grazie al metodo del transito. Secondo i ricercatori, tale missione potrà portare alla scoperta di molte centinaia di pianeti. Il telescopio Kepler è stato correttamente lanciato in orbita da Cape Canaveral nel marzo del 2009.
Sull’argomento vedi anche articolo “Il punto sulla missione PLATO” in Pianeti extrasolari

I massimi sistemi di Galileo

Nel 1609 il grande scienziato pisano Galileo Galilei, puntò per la prima volta il suo piccolo cannocchiale verso il cielo, scoprendo con enorme stupore la polvere bianca della Via Lattea, le stelle e i crateri della Luna. Non sorprende dunque che l’ONU abbia scelto opportunamente il 2009 come Anno Internazione dell’Astronomia. E’ opinione comune infatti che l’astronomia telescopica sia nata ufficialmente il 12 marzo 1610 quando entrarono in circolazione le 550 copie del Sidereus Nuncius nel quale Galileo descriveva con ardore le sue prime scoperte. Scritto in latino, ebbe talmente tanto successo, che dopo solo cinque anni era stato tradotto anche in cinese. La descrizione dell’aspetto della Luna ed i satelliti di Giove sono le due più importanti scoperte che Galileo presenta nel Sidereus Nuncius. Non mancano però anche importanti osservazioni riguardanti le stelle: Galileo esplora l’ammasso aperto delle Pleiadi, la Nebulosa di Orione e la Via Lattea.
Galileo era un copernicano convinto e sebbene mancasse ancora la prova incontrovertibile del moto della Terra intorno al Sole, ben quattro satelliti ruotavano intorno al pianeta Giove e questa osservazione minava alla radice le tesi cosmologiche aristoteliche.
Nel 1610 Galileo è nominato Primario Matematico Filosofo del Granduca di Toscana. Si trattava di un incarico di grande importanza, ma ben altri problemi stavano per arrivare. Il conflitto con la Chiesa infatti rimase a lungo latente, ma era destinato ad esplodere nel 1630 con la pubblicazione del Dialogo sopra i massimi sistemi. In quest’opera ci sono tre protagonisti: Salviati, brillante pensatore, alter ego di Galileo, Sagredo, personaggio dotato di grande intelligenza, ma poco ferrato in astronomia e Simplicio, che ricopriva la parte di difensore del sistema tolemaico. Il dialogo è suddiviso in quattro giornate. La prima giornata è dedicata a confutare la concezione aristotelica del cosmo; nel corso del secondo giorno si accende la disputa pro e contro il sistema copernicano, durante la quale Salviati confuta tutte le affermazioni a favore della staticità della Terra; la terza giornata è dedicata alla dimostrazione della superiorità del sistema astronomico copernicano, mentre nella quarta e ultima giornata viene spiegato lo studio delle maree in base all’inclinazione dell’asse terrestre e alle variazioni mensili nella velocità del moto di rivoluzione terrestre intorno al Sole. Il libro fu pubblicato nel 1632. Nell’agosto dell’anno successivo venne confiscato e a Galileo fu ingiunto di presentarsi a Roma davanti alla Santa Inquisizione. L’accusa era quella di aver sostenuto, insegnato e difeso la teoria di Copernico.
Galileo ormai anziano e malato non si comportò come Giordano Bruno e rinnegò la teoria copernicana e l’abiura gli valse una pena più mite. Finì così agli arresti domiciliari prima presso l’arcivescovo di Siena di cui godeva la stima ed infine in una villetta ad Arcetri, sulle colline fiorentine.
Adesso mancava solo Newton!
Una stella per amica
7 – continua

Gli oggetti di Messier

Il Catalogo di Messier è stato il primo catalogo astronomico di oggetti celesti non stellari. Fu compilato dall’astronomo francese Charles Messier (1730 – 1817) con il nome originale Catalogue des Nébuleuses et des Amas d’Étoiles, e pubblicato nel 1774.
Messier era un cacciatore di comete, come molti degli astronomi dei suoi tempi. Egli si occupò della compilazione del catalogo per riuscire a distinguere facilmente una nuova cometa, che si presenta al telescopio come un debole oggetto di natura nebulare, da quegli oggetti di aspetto simile che sono però fissi nel cielo, e non sono affatto comete.
La prima edizione del catalogo comprendeva 45 oggetti, numerati da M1 a M45. La lista finale è di 110 oggetti, numerati da M1 a M110. Il catalogo finale fu pubblicato nel 1781.
Il catalogo di Messier consiste di oggetti piuttosto brillanti, alcuni visibili addirittura ad occhio nudo; per questo motivo, è ancora oggi molto usato dagli astronomi non professionisti. Nelle carte celesti un oggetto appartenente al catalogo di Messier si riconosce dal prefisso M davanti al suo numero.
Gli oggetti catalogati sono molto eterogenei: l’unico legame tra loro è di avere un aspetto diffuso e di essere relativamente brillanti. A questa descrizione corrispondono nebulose, ammassi stellari e grandi galassie. Fra gli oggetti catalogati da Messier troviamo infatti M1, la Nebulosa del Granchio; M31, la galassia di Andromeda; M42, la Grande Nebulosa di Orione; M45, le Pleiadi; M104, la Galassia Sombrero.
Come abbiamo accennato Messier fu un grande cacciatore di comete (ne avrebbe scoperte almeno 21) ma è certamente ricordato più per il suo catalogo che per lo studio delle comete.
Da allora astronomi dotati di strumenti sempre più potenti, inserirono nuovi oggetti non stellari in altri cataloghi: il New General Catalogue (NGC) e l’Index Catalogue (IC) sono i più celebri.
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I segreti della Volpetta

Un’altra costellazione estiva è la Volpetta. Fu inventata dall’astronomo di Danzica Hevelius nel 1660, per indicare alcune stelle che si trovano tra il Cigno e la Freccia. Questa zona è molto interessante, se vista con un binocolo, in quanto si proietta in direzione della Via Lattea. Hevelius collocò in questa direzione anche la costellazione dell’Oca, rappresentata nelle carte antiche in bocca alla Volpetta. Della costellazione dell’Oca, poi scomparsa ed assorbita dalla Volpetta, è rimasto solo il nome attribuito alla stella Alfa che viene chiamata appunto Anser (in latino oca).
Questa costellazione è nota a tutti gli amanti del cielo perché ospita una famosa nebulosa planetaria Messier 27.
Alfa Vulpeculae è una bella stella doppia. La principale, di magnitudine 4,4, è chiamata Anser, la secondaria, 8 Vulpeculae, è di magnitudine 5,8. Anser è una stella rossastra di classe M e si trova a circa 280 anni luce da noi. Pare che le due stelle non siano legate fisicamente fra loro, ma il contrasto è veramente interessante.
T Vulpeculae è una stella variabile di tipo cefeide che passa dalla magnitudine 5,2 alla 6,1 in 4 giorni e mezzo.
E adesso veniamo all’oggetto più interessante della Volpetta, la nebulosa planetaria Messier 27. La distanza è stimata in circa 1000 anni luce, mentre il diametro reale è di 1,7 anni luce. La stella centrale è una nana bianca molto calda di magnitudine 13,9 e spettro O7. La velocità di espansione è 30 Km/s. Osservata con un telescopio e in buone condizioni di cielo, Messier 27 è fra gli oggetti celesti più affascinanti.
Le nebulose planetarie portano questo nome perché ai primi osservatori ricordavano la forma di un pianeta. Sono ciò che rimane di una stella morente di tipo solare o dell’esplosione che determina il fenomeno delle supernove.
E’ interessante ricordare che nel 1968 in questa costellazione fu scoperto il primo segnale emesso da una pulsar (CP 1919). I suoi impulsi radio hanno un periodo di 1,337 secondi. Invisibile nei telescopi, CP 1919 si trova a 2,5° a sud-sud-ovest da Alfa Vulpeculae.
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