Le costellazioni di settembre

 Alla metà del mese il cielo della sera è completamente buio attorno alle 21.00 e la mattina comincia ad albeggiare solo dopo le ore 6.00. Il cielo di settembre, a causa delle giornate sempre più brevi, è sostanzialmente simile a quello di agosto, con la differenza che gli astri che eravamo abituati a vedere ben alti in cielo intorno alla mezzanotte, sono invece spostati verso occidente dove si accingono a tramontare. Nelle prime ore della sera sarà possibile scorgere sull’orizzonte lo Scorpione, seguito dal Sagittario e, più in alto, dall’Ofiuco e da Ercole. Più a Nord – Ovest tramonta invece la costellazione del Bootes, caratterizzata dalla supergigante rossa Arturo, circa 500 volte più grande del nostro Sole: al suo fianco sinistro notiamo la piccola costellazione della Corona Boreale. Qualche ora più tardi sarà il turno del Triangolo Estivo (descritto dettagliatamente nel cielo di luglio) ad avviarsi verso l’orizzonte occidentale. Con l’aiuto delle mappe del cielo si potranno facilmente identificare anche le costellazioni minori, disposte tra l’Aquila e il Cigno; in particolare, sono riconoscibili la Volpetta, la Freccia e il Delfino. Tornando alla fascia zodiacale, le costellazioni visibili verso Sud in questo periodo sono meno spettacolari e di più difficile identificazione rispetto a quelle osservate nei mesi precedenti. Capricorno, Acquario e Pesci sono piuttosto estese, ma prive di stelle brillanti. Più facile da trovare la minuscola costellazione dell’Ariete, che vedremo sorgere a Est. Per riconoscere queste costellazioni possiamo sfruttare gli allineamenti delle stelle più brillanti delle costellazioni che troviamo nelle vicinanze: Acquario e Pesci ad esempio si trovano proprio sotto il grande quadrilatero di Pegaso, il cavallo alato, che dopo il tramonto domina il cielo di Sud-Est. Partendo da Pegaso, verso Nord-Est, troviamo la costellazione di Andromeda, dove anche con un semplice binocolo (ma in cieli molto oscuri la si intravede già ad occhio nudo) è possibile osservare l’omonima galassia. Andromeda è seguita da Perseo, con una forma che ricorda una “Y” rovesciata. Più in alto rispetto ad Andromeda e Perseo, spostandoci a Nord verso la stella polare (non riesci a trovarla?), troviamo Cassiopea, con la sua caratteristica forma a “W”, e la meno appariscente costellazione di Cefeo, dalla forma di una casetta stilizzata. Tra Perseo e Cassiopea c’è un altro noto oggetto del profondo cielo che merita di essere osservato: si tratta del cosiddetto Doppio Ammasso del Perseo. I due ammassi contengono complessivamente circa 400 stelle e distano da noi oltre 7.000 anni luce, separati da circa un migliaio di anni luce l’uno dall’altro. Il “Doppio Ammasso” è un oggetto molto esteso: la visione migliore la si può avere con un binocolo, che permette di ammirare entrambe le concentrazioni di stelle, che di norma non entrano nel ristretto campo inquadrato da un telescopio., Completiamo la descrizione della volta celeste con l’Orsa Maggiore, che troviamo a Nord – Ovest, accompagnata dal Dragone, una vasta costellazione che si snoda come un serpente tra le due Orse. Tratto da Il cielo nel mese di Settembre 2015 di Stefano Simoni

 

New Horizons è pronto per la Fascia di Kuiper

Lo scorso 14 luglio, dopo 3462 giorni di volo, la sonda della NASA New Horizons (vedi Media INAF) è arrivata nell’orbita di Plutone per compiere una delle missioni più emozionanti della storia dei voli spaziali: osservare il pianeta nano da vicino. Dopo 50 anni, quindi, possiamo dire ufficialmente di aver esplorato tutto il Sistema solare, ma la missione della sonda (lanciata il 19 gennaio 2006 dalla base di Cape Canaveral) non è finita. La NASA ha infatti selezionato il possibile nuovo target di New Horizons, vale a dire un oggetto della Fascia di Kuiper (KBO) noto come 2014 MU69 che orbita a un miliardo di miglia da Plutone e dal suo sistema di lune ghiacciate. La missione deve ancora ricevere l’ok definitivo, che arriverà dopo aver valutato diversi dettagli di routine (tra cui i costi). «Mentre la sonda New Horizon si sta allontanando da Plutone dirigendosi nella fascia di Kuiper, siamo alla ricerca della prossima destinazione per questo intrepido esploratore», ha detto John Grunsfeld, astronauta e capo del Science Mission Directorate della NASA presso la sede dell’agenzia a Washington. «Ci aspettiamo che questa missione sia molto meno costosa rispetto alla prima, garantendo comunque risultati scientifici nuovi ed emozionanti». La proposta di prolungamento di missione dovrà essere consegnata entro il 2016 e verrà valutata anche in base alle disponibilità economiche della NASA. In ogni caso, conoscere già da adesso il target è importante perché il team ha bisogno di direzionare la sonda quest’anno per permettere di estendere la missione in maniera efficiente e con il minor dispendio di combustibile. Per questo New Horizons effettuerà una serie di 4 manovre verso la fine di ottobre e l’inizio di novembre. L’arrivo a PT1 (Potential Target 1) è previsto per il primo gennaio 2019 ed eventuali ritardi costerebbero prezioso carburante e aggiungerebbero parecchi rischi per la missione.
«2014 MU69 è una grande scelta», ha detto Alan Stern, Principal Investigator di New Horizons dal Southwest Research Institute (SwRI) a Boulder, Colorado. «Per raggiungere questo KBO è necessario meno combustibile rispetto ad altri obiettivi candidati, lasciandone delle scorte per il flyby, per gli esperimenti scientifici e per gli imprevisti», ha aggiunto. Al momento del lancio la sonda è stata fornita del combustibile necessario per affrontare un viaggio fino a Plutone e oltre, così come tutte le apparecchiature e i sistemi di comunicazione sono state progettate per funzionare nella Fascia di Kuiper per ancora molti anni, senza – si spera – interruzioni.
Identificare PT1 come eventuale nuovo obiettivo per New Horizons non è stato semplice e la ricerca è iniziata nel 2011, quindi molto prima che la sonda arrivasse su Plutone, utilizzando i telescopi a terra. I ricercatori hanno nel corso individuato dozzine di KBO, ma nessuno prima di PT1 soddisfava la richiesta di combustibile. Nel 2014 è stato Hubble a individuare 2014 MU69, insieme ad altri quattro oggetti: gli esperti stimano che PT1 sia grande circa 45 chilometri, quindi 10 volte più grande e 1000 volte più massiccio di una cometa (come 67P, ormai nota ai più per la missione Rosetta dell’ESA – vedi Media INAF), ma solo 1/10000° della massa di Plutone. Per questo si ritiene che PT1 sia uno dei “mattoni” che compongono i pianeti della Fascia di Kuiper, come lo stesso Plutone. A differenza degli asteroidi, gli oggetti della Fascia di Kuiper vengono riscaldati solo leggermente dal Sole e per questo si pensa che rappresentino un campione ben conservato (diciamo surgelato) di come appariva il Sistema solare esterno nei momenti successivi la sua nascita 4,6 miliardi di anni fa.
«C’è così tanto che possiamo imparare da queste osservazioni ravvicinate, come abbiamo visto con il flyby attorno a Plutone», ha detto John Spencer, membro del team di New Horizons. «Le immagini dettagliate e altri dati che New Horizons potrebbe ottenere da un flyby attorno al KBO rivoluzioneranno la nostra comprensione della Fascia di Kuiper«. La sonda New Horizons – attualmente a 4,9 miliardi di chilometri dalla Terra – ha appena iniziato a trasmettere la maggior parte delle immagini e altri dati.
di Eleonora Ferroni (INAF)

Il quasar più vicino con due buchi neri (Markarian 231)

Un quasar, un nucleo attivo brillante alimentato da due buchi neri che stanno orbitando a “ritmo elevato” l’uno attorno all’altro. E non è un quasar “qualunque”,ma Markarian 231 (Mrk 231), il quasar più vicino al nostro pianeta, a 581 milioni di anni luce. I risultati, ottenuti grazie osservazioni realizzate con il telescopio spaziale Hubble, sono pubblicati su Astrophysical Journal e suggeriscono che in generale i nuclei delle galassie attive potrebbero ospitare non uno bensì due buchi neri supermassicci, risultato della violenta fusione (merger) di due galassie. Come una coppia di pattinatori che ruotano vorticosamente, i due buchi neri stanno generando una enorme quantità di energia che rende il nucleo di Mrk 231 così brillante da superare la luminosità di miliardi di stelle che compongono la galassia ospite. Questa fenomenologia è caratteristica di quegli oggetti che gli astronomi chiamano quasar. I ricercatori hanno analizzato le immagini del nucleo di Mrk 231 in banda ultravioletta utilizzando l’archivio di Hubble per studiare alcune “proprietà estreme e sorprendenti” così come viene descritto nel loro articolo. Nel caso in cui fosse presente solo un quasar nel nucleo di Mrk 231, l’intero disco di accrescimento, costituito dal gas caldo e dalla polvere circostante, dovrebbe emettere radiazione ultravioletta. Invece, si nota che l’emissione in banda ultravioletta del disco cala bruscamente verso il centro. Ciò rappresenta una evidenza osservativa che indica la presenza nel disco di una sorta di “grande buco a forma di ciambella” che circonda il buco nero centrale. La migliore spiegazione ai dati osservativi, basata su modelli dinamici, suggerisce che la parte centrale del disco sia statascavata” dall’azione dei due buchi che orbitano l’uno attorno all’altro. Il secondo buco nero, quello più piccolo, orbita nell’estremità più interna del disco di accrescimento e possiede il suo “mini-disco” che emette anch’esso radiazione ultravioletta. «Siamo estremamente eccitati di questa scoperta poiché non solo mostra l’esistenza di una binaria stretta di buchi neri in Mrk 231 ma anche perché apre una nuova strada alla ricerca sistematica di coppie di buchi neri mediante lo studio della radiazione ultravioletta», spiega Youjun Lu del National Astronomical Observatories of China, Chinese Academy of Sciences e co-autore dello studio (vedasi anche l’articolo Due buchi neri nel cuore di un quasar). «La struttura del nostro Universo, caratterizzata dalle galassie giganti e dagli ammassi di galassie, evolve a seguito della fusione di sistemi più piccoli verso sistemi più grandi, perciò i buchi neri binari sono una conseguenza naturale del merger di galassie», aggiunge Xinyu Dai dell’University of Oklahoma e co-autore dello studio. Gli astronomi calcolano una massa di 150 milioni di Soli per il buco nero primario e di 4 milioni di masse solari per il buco nero compagno. Inoltre, i due oggetti completano un’orbita, l’uno attorno all’altro, ogni 1,2 anni. Si ritiene che il buco nero più piccolo sia il prodotto finale dell’interazione con una galassia più piccola che si è fusa nel corso del tempo con Mrk 231. Di fatto, l’evidenza di un recente merger deriva dall’asimmetria della galassia ospite e dalle lunghe code mareali delle stelle blu più giovani. Il processo dell’interazione galattica ha reso ora Mrk 231 una “galassia starburst” alquanto attiva caratterizzata cioè da un tasso di formazione stellare almeno 100 volte superiore a quello della Via Lattea. In altre parole, il gas che viene catturato alimenta il “motore centrale”, ossia il buco nero primario, creando una serie di perturbazioni che rendono il gas turbolento secondo un processo che fa partire in maniera significativa la nascita di nuove stelle. Gli scienziati, infine, stimano che i due buchi neri finiranno per collidere entro poche centinaia di migliaia di anni formando un quasar con un buco nero supermassiccio più grande.

Un’eruzione vulcanica dietro la grande estinzione (tra il Permiano e il Triassico)

Un recente studio, a firma di Seth D. Burgess e altri ricercatori, in uscita su Science Advances, ha utilizzato misure ad alta precisione sull’età delle rocce vulcaniche per dimostrare che un’intensa attività vulcanica precedette l’estinzione di massa del Permiano, quello che per molti esperti è il più grave evento estintivo mai verificatosi sulla Terra. Basti pensare che circa 251,4 milioni di anni fa (molto prima che dinosauri e mammiferi facessero la loro vera e propria apparizione) sparirono dal pianeta il 90% delle specie marine, il 75% delle specie terrestri (più che altro rettili) e degli alberi ne rimase una piccola traccia. L’evento distruttivo diede inizio al periodo del Triassico. I risultati ottenuti dai ricercatori offrono oggi le prove a sostegno di una teoria appoggiata dalla comunità scientifica: l’evento causò la rapida fuoriuscita di quantità gigantesche di gas serra nell’atmosfera portando a un repentino cambiamento climatico e alla conseguente destabilizzazione degli ecosistemi. È stata ipotizzata quindi una connessione tra una delle più grandi eruzioni vulcaniche continentali mai registrate e questa particolare estinzione, anche se per stabilire un nesso di causalità è necessaria una precisa comprensione delle tempistiche dei due eventi. E oggi si brancola ancora nel buio, come si suol dire. Per confermare la possibilità di una connessione casuale, Seth Burgess e i suoi colleghi hanno delineato una successione cronologica degli eventi che precedettero e seguirono l’estinzione di massa, individuando le età di alcune rocce vulcaniche tramite tecniche di datazione uranio-piombo. I campioni di roccia vulcanica sono stati prelevati da una vasta piattaforma lavica chiamata “trappola siberiana”, 2,6 milioni di chilometri quadrati in Russia dove sotto la città di Norilsk è stato trovato uno strato di lava con uno spessore di 4 chilometri. Da questo enorme giacimento di gas si pensa sia partita la miccia dell’eruzione vulcanica e quindi poi dell’estinzione che ha messo fine al Permiano. Gli esperti affermano che il magmatismo vulcanico iniziò 300 mila anni prima dell’evento distruttivo e continuò anche dopo. Insomma, un’eruzione al momento e al posto giusto (per così dire) ha portato alla più grave estinzione sulla Terra.
di Eleonora Ferroni (INAF)

Hubble: ali di farfalla (nebulosa Twin Jet)

Hubble Space Telescope ci regala una nuova e straordinaria immagine: un ritratto a colori scintillanti della nebulosa Twin Jet. Lo scatto ci mostra con una capacità di dettaglio sorprendente come il gas vada espandendosi dal centro alla periferia disegnando apparentemente due gigantesche ali di farfalla. Un battito iridescente di materiali che vanno allontanandosi dal sistema centrale e composti da enormi getti di gas che si muovono a velocità superiori al milione di chilometri orari. La nebulosa Twin Jet è conosciuta anche con la sigla PN M2-9, dove la M sta per Rudolph Minkwsli, l’astronomo cui si deve la sua scoperta nel 1947. Le lettere PN ci ricordano, invece, che M2-9 è una nebulosa planetaria. Le due ali incandescenti sono l’immagine più vivida della fine di una stella, che ha ormai espulso non solo i suoi strati più esterni, ma lo stesso nucleo, dando vita allo spettacolo a colori cui assistiamo osservando questa immagine (vedi MediaINAF).

Crediti: ESA / Hubble & NASA.

Oltre a essere una nebulosa planetaria, Twin Jet è anche una nebulosa bipolare. Ha quindi avuto origine da un sistema binario di stelle. Che in questo caso hanno ciascuna una massa simile al Sole. La più piccola ha una massa compresa fra 0,6 e 1,0 masse solari. La maggiore fra 1,0 e 1,4. È questa seconda ad aver espulso i suoi gas nello spazio, mentre la prima si è ulteriormente evoluta in una nana bianca. La caratteristica forma ad ali di farfalla è invece causata con tutta probabilità dal moto rotatorio delle due stelle attorno al centro comune. La nebulosa ha un’età approssimativa di 1200 anni. Il sistema binario ha un periodo di rotazione di circa 100 anni. Questo movimento reciproco delle due stelle è la causa principale dei due getti di materiale gassoso, come pure del disco di materiali che orbita intorno alle stelle e che si estende per una lunghezza nello spazio pari a 15 volte l’orbita d Plutone. Un disco gigantesco, e tuttavia non abbastanza grande da risultare visibile nell’immagine scattata da Hubble. FOTO: Crediti ESA / Hubble & NASA.
di Davide Coero Borga (INAF)

Nel futuro c’è Marte

L’uscita ormai prossima del film The Martian riaprirà sicuramente anche presso il grande pubblico il sogno, o per alcuni la questione, dell’esplorazione umana di Marte. Dalle osservazioni di Schiaparelli prima e di Lowell, che dalle osservazioni dell’astronomo italiano prese lo spunto, nacque l’idea che Marte potesse essere un pianeta abitabile e forse abitato. Un’ipotesi che, per inciso, diede lo spunto a tutta la letteratura di fantascienza e che continuò fino ai giorni nostri, o quasi. Fu infatti solo con le missioni spaziali, superando la barriera che l’osservazione astronomica da Terra impone con le misure che la scienza planetaria consente, che si fu in grado di stabilire che Venere, l’altro pianeta sospettato di essere abitabile, e Marte non ospitavano forme di vita visibili. Per Marte in particolare lo shock ci fu con le immagini che la prima missione americana, Mariner 4, che 50 anni fa raggiunse il pianeta. Mostravano, anche se a bassissima risoluzione, un pianeta arido, cosparso di crateri e totalmente privo dei “canali” visti da Schiaparelli e Lowell. Da quel primo lontano fly-by ad oggi molte altre missioni si sono succedute. Dal 1960 ad oggi le missioni lanciate verso Marte sono state 41 tra sovietiche, di cui nessuna ha raggiunto l’obiettivo, e americane, anche loro con 5 insuccessi, e poi una europea, una indiana ed una giapponese. Ogni missione ha aumentato la conoscenza del pianeta, solo per ricordarne alcune: Mariner 9 con le prime immagini a colori, il primo atterraggio con successo de la vista di Marte dalla sua superficie con i Viking nel 1979, il primo rover Pathfinder, piccolo ma in grado di dimostrare di potersi muovere sulla superficie, Mars Express, la prima missione europea con a bordo uno strumento, il radar sounder italiano MARSIS, che ha aperto una nuova frontiera di ricerca, MSL un grande rover mosso da energia nucleare che sta dimostrando che si può pensare ad una mobilità estesa per le missioni future. Ed il futuro, anche quello con astronauti che cammineranno sulla superficie del Pianeta Rosso, è quello che si sta ora iniziando a costruire. E’ vero che fino ad oggi non abbiamo l’evidenza che su Marte si sia sviluppatala vita, anche se in forma primitiva tipo quella dei batteri estremofili che con sorpresa abbiamo scoperto riescono a vivere anche nelle nicchie più ostili della Terra, ma è anche vero che abbiamo scoperto, e stiamo continuando a scoprire, che le condizioni geologiche necessarie ci sono state ad iniziare dalla presenza di acqua liquida sulla sua superficie ed anche della presenza di tutti i minerali necessari. Inoltre, grazie anche a strumenti sviluppati in Italia, si è potuto determinare che l’acqua, elemento essenziale per la sopravvivenza su lungo periodo dell’uomo, sia pure sotto forma di ghiaccio è abbondante. Ce lo hanno detto soprattutto i due radar sounder MARSIS e Sharad, sviluppati grazie all’ingegno di uno scienziato dell’Università la Sapienza, che ci ha lasciato da poco, il prof. Giovanni Picardi e dei suoi discepoli. Quando il primo di questi strumenti del tutto innovativi capaci di fare la radiografia fino a chilometri di profondità e di determinare la presenza di ghiaccio o acqua nascosti nelle viscere del pianeta, fu proposto per la missione Mars Express eravamo nel 1996 durante una riunione del gruppo internazionale di coordinamento per l’esplorazione di Marte IMEWG. La riunione era al KSC in occasione del lancio di Pathfinder, c’era stato da poco l’ennesimo fallimento di una missione sovietica. Mars ’96, che aveva a bordo anche quattro strumenti europei, tra cui quello italiano PFS di Vittorio Formisano dell’INAF, tutti gli strumenti avevano dei modelli “spare” disponibili in laboratorio ed ESA propose di realizzare una missione, fast, per portarli su Marte e che c’era posto per altri due strumenti. ASI propose MARSIS che comunque dovette superare una dura selezione visti che come sempre c’erano altri forti competitori, e poi lo realizzò. Era una nuova frontiera che fu seguita rapidamente dalla proposta che l’ASI fece alla NASA per un secondo radar dello stesso tipo, anche se con frequenze leggermente diverse per ampliare il ritorno scientifico con una sinergia operativa tra i due, che portò al lancio il 12 agosto del 2005 di SHARAD, a bordo di MRO. Oggi abbiamo una buona mappatura di Marte fino a circa 5 km di profondità, sappiamo dove sono le riserve di ghiaccio principali e che l’acqua contenuta nella sola calotta polare nord sarebbe sufficiente a ricoprire l’intero pianeta con un oceano dello spessore di 8 metri. Ora, e saranno le missioni in fase di sviluppo per il 2018 e 2020 dobbiamo cercare le riserve più prossime alla superficie. Questo è uno degli obiettivi che si pongono sia Exomars 2018 dell’ESA, che Mars 2020 della NASA. Exomars sarà il primo rover marziano equipaggiato con un drill, una trivella, capace di bucare fino a 2 metri di profondità, fare misure spettroscopiche all’interno del foro e dare campioni agli strumenti di bordo. Anche il drill è uno strumento made in Italy e lo spettrometro contenuto all’interno della sua punta di perforazione nasce dall’intuizione di un’altra scienziata italiana, prematuramente scomparsa, Angioletta Coradini dell’INAF. Un altro obiettivo di Exomars è cercare, nei campioni sottosuperficiali catturati dal drill e con l’utilizzo strumenti specifici, le tracce di elementi organici correlati alla vita per dirimere, si spera finalmente, la questione se c’è stata o c’è vita su Marte. Mars 2020 si concentrerà soprattutto sull’estendere le ricerche geofisiche già condotte da MSL e in particolare, collezionare dei campioni da mettere in un contenitore sigillato che resterà disponibile sulla superficie di Marte aspettando una successiva missione, nel 2022 o 24, che li riporterà a sulla Terra. Il ritorno dei campioni a terra ha una duplice valenza: da un lato scientifica, la possibilità di analizzarli con strumentazioni che non possono essere portate su un altro pianeta ad esempio per effettuare la datazione assoluta, dall’altra dimostrare che è possibile fare un viaggio di andata e ritorno. Provare le tecnologie per ripartire dalla superficie di Marte e tornare sulla Terra è uno dei passi fondamentali per il successo dell’esplorazione umana. Molte altre cose si devono provare anche con gli astronauti e la strategia che ora si sta delineando inizia con un ruolo, diverso da quello prevalente fino ad oggi, per la ISS che può diventare il campo di prova per studiare il comportamento del corpo umano a lunghissime esposizioni all’ambiente spaziale, a cominciare dagli effetti della microgravità sulla circolazione del sangue e dei liquidi linfatici per periodi di un anno e più, alle tecnologie per la protezione dalla radiazione fino alle tecniche di rendez-vous e docking. Il passo successivo, che in effetti sarà progettato me realizzato in parallelo, sarà quello di sviluppare un nuovo lanciatore molto potente per realizzare un outpost in orbita circumlunare, catturare un asteroide ed far operare degli astronauti in un ambiente via via più lontano dalla Terra. Dopo la Luna si prevede di andare in orbita intorno a Marte, operare da li, imparare ad andare e tornare nel modo più efficiente possibile e , finalmente, atterrare su Marte. La lista delle cose da fare è lunghissima e va dal realizzare nuove tute, nuovi attrezzi, rover per lo spostamento umano, moduli abitabili in grado anche di assicurare un adeguato schermaggio dalle radiazioni, realizzare impianti di produzione di energia anche per sciogliere il ghiaccio o alimentare le serre per la produzione di cibo, fino a realizzare un sistema di telecomunicazioni in grado di assicurare una capacità di collegamento continuo anche quando il Sole si frappone tra la Terra e Marte impedendo, come ora succede, di comunicare. Stiamo parlando di un orizzonte temporale che potrebbe vedere l’atterraggio su Marte nella sconda metà degli anni trenta di questo secolo. Nel frattempo si faranno altre missioni più tipicamente scientifiche per meglio caratterizzare e capire i meccanismi fondamentali che hanno determinato l’evoluzione di Marte, e quindi anche capire meglio quelli che determinano l’evoluzione della Terra, al contempo affinando alcune tecnologie critiche. Il primo esempio di queste missioni è Exomars 2016 che vedrà il prossimo anno il primo vero lander europeo, non un piccolo esperimento scientifico come fu Beagle2, atterrare su Marte e un satellite entrare in orbita. L’italia è in prima fila in questo sforzo europeo e guida il consorzio di nazioni che sta consentendone la realizzazione. Italiani saranno i due esperimenti scientifici sul lander, che è stato denominato su proposta italiana Schiaparelli, che effettueranno misure chiave delle condizioni dell’atmosfera, a cominciare dal contenuto di polveri, durante la discesa e la permanenza sulla superficie. A forte partecipazione italiana è anche la camera ad alta risoluzione che è a bordo del TGO, ovvero il satellite, che consentirà di produrre una mappa ad alta risoluzione dell’elevazione della superficie di Marte aiutando così in maniera fondamentale la selezione dei futuri siti di atterraggio a cominciare da quello per il rover del 2018. L’industria italiana , TAS-I, cui è stato assegnato il ruolo di prime industriale per Exomars sta ora completando i test finali su Schiaparelli ed il TGO che saranno spediti, a fine autunno, in Russia per il lancio. Il futuro dell’esplorazione di Marte sarà uno sforzo necessariamente internazionale cui l’Italia, con l’ASI e la comunità scientifica ed industriale, sta già guardando con attenzione. Abbiamo alle spalle una lunga tradizione di successo con gli strumenti scientifici ed una comunità scientifica al massimo livello mondiale, con la realizzazione di buona parte dell’area abitabile della ISS, con una grande tradizione di astronauti di riconosciuta capacità, una lunga tradizione di collaborazione internazionale dove l’Italia con l’ASI partecipa a tutti i board di progetto per l’esplorazione di Marte. Ci sono quindi tutte le condizioni per avere anche in questo scenario futuro dell’esplorazione di Marte, e dei necessari passi intermedi, un ruolo importante. Sarà lungo e c’è molto da lavorare non solo per noi ora, ma anche e soprattutto per le prossime generazioni.
Enrico Flamini coordinatore scientifico dell’Agenzia Spaziale Italiana

Cerere e i suoi rilievi, mai così vicini

Ci aveva lasciati a inizio agosto con un video-tour incantevole (lo potete vedere più sotto), la sonda Dawn della NASA. E con una promessa: entro fine mese le prime immagini di Cerere da meno di 1500 km, un’orbita tre volte più vicina di tutte quelle precedenti. Promessa mantenuta. Ecco qui a fianco le tre immagini a più alta risoluzione di sempre della superficie del pianeta nano: ottenute da fotografie scattate da 1470 km dal suolo, ogni loro pixel corrisponde a un quadratino di 140 metri di lato. Basta cliccare su di ognuna per apprezzarne il livello di dettaglio. La prima a partire dall’alto mostra un monte dalla caratteristica forma conica (anche se il soprannome con il quale è noto, almeno per ora, è “montagna piramidale”) e dai brillanti pendii uniformemente striati: si trova nell’emisfero sud del grande asteroide ed è alto circa seimila metri, più del Kilimangiaro. L’assenza di detriti ai suoi piedi ne rende il perimetro incredibilmente ben delineato (per comprenderne meglio la struttura, guardate il video a fondo pagina dal minuto 1:06, dove l’altezza dei rilievi è stata esaltata di cinque volte per renderli più evidenti). Nella seconda immagine, una porzione del cratere Urvara. È il terzo più grande di Cerere (163 km di diametro), e prende il nome dalla divinità indo-iraniana della fertilità. Al suo centro (nell’immagine, in basso a sinistra) è presente un rilievo montuoso. Nella terza immagine, infine, un altro cratere, Gaue (82 km di diametro), caratterizzato in questo caso per ospitare non un rilievo bensì una depressione. «Dawn, in questa nuova orbita, sta portando avanti in modo perfetto il suo ambizioso programma d’esplorazione. La vista della sonda è ora tre volte più nitida di quanto non fosse nell’orbita di mappatura precedente, rivelando così nuovi ed entusiasmanti dettagli di questo intrigante pianeta nano», è il commento di Marc Rayman del JPL della NASA, ingegnere capo di Dawn e direttore della missione. L’attuale altezza di crociera, raggiunta da Dawn a metà agosto, consente alla sonda di coprire l’intera superficie del pianeta nano ogni 14 orbite, per compiere le quali impiega 11 giorni. La tabella di marcia prevede che le osservazioni continuino in questo modo per altri due mesi, così da mappare completamente Cerere per sei volte. Oltre a raccogliere immagini, la sonda NASA esegue nel frattempo anche misure spettrali in banda ottica e infrarossa, necessarie per aiutare gli scienziati a ricostruire non solo l’aspetto delle rocce ma anche la natura dei minerali presenti in superficie. E a fine ottobre Dawn scenderà ancora più giù: la prossima orbita, quella finale, sarà ad appena 375 km dal suolo.
di Marco Malaspina (INAF)

 

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