Mercurio si sta ancora restringendo

Terremoti anche su Mercurio. Una nuova analisi dei dati raccolti dalla sonda NASA MESSENGER ha rivelato che Mercurio, il più piccolo pianeta del Sistema solare, si sta ancora restringendo a causa del raffreddamento interno, rendendolo l’unico, oltre alla Terra, a presentare un’attività tettonica recente. Le immagini ottenute a distanza ravvicinata da MESSENGER hanno rivelato la presenza di piccole scarpate di linea di faglia lungo la superficie di Mercurio. Gli autori del nuovo studio, pubblicato sulla rivista Nature Geoscience, ritengono che le ridotte dimensioni di queste fratture siano indice di una loro recente formazione.«Estendendosi per pochi chilometri di lunghezza e con profondità di qualche decina di metri» spiega Maria Banks del Planetary Science Institute, fra gli autori delle ricerca, «queste scarpate di faglia su piccola scala sono diversi ordini di grandezza più piccole delle ben più grandi scarpate precedentemente riscontrate sulla superficie di Mercurio. Sono invece di dimensioni paragonabili a scarpate di faglia molto giovani individuate sulla superficie lunare e attribuite al restringimento della Luna». Mercurio ha un mantello più sottile rispetto agli altri pianeti rocciosi del Sistema solare. Si tratta di  un unico rigido strato roccioso, senza placche come la Terra, cha ha impedito l’attività vulcanica a partire da 3.5 miliardi di anni fa. Il raffreddamento del nucleo, ha portato il pianeta a contrarsi di circa 7 chilometri negli ultimi 4 miliardi di anni, un restringimento che ha modificato profondamente il volto del pianeta. La superficie di Mercurio si è spaccata, con alcune regioni che si sono rialzate lungo le linee di faglia, affiorando in forma di scarpate lunghe centinaia di chilometri ed alte fino a 1.5 chilometri, scoperte per la prima volta dalla sonda Mariner 10 negli anni ’70 e, molto più recentemente, studiate in dettaglio dalla missione MESSENGER. Proprio nelle immagini raccolte da MESSENGER negli ultimi 18 mesi di attività, prima di esaurire definitivamente il carburante nell’aprile 2015, gli scienziati hanno potuto osservare una serie di scarpate decine di volte più piccole di quelle identificate da Mariner 10. Scarpate così piccole sarebbero state eliminate molto rapidamente dagli impatti di meteoriti e comete, il che suggerisce che queste formazioni siano molto giovani, in termini geologici. «La giovane età di queste piccole scarpate permette a Mercurio di unirsi alla Terra nella famiglia dei pianeti tettonicamente attivi», commenta Tom Watters del Center for Earth and Planetary Studies allo Smithsonian Institution, primo autore del  nuovo studio. «Ancora oggi, nuove faglie si formano sulla superficie di Mercurio, mentre l’interno continua a raffreddarsi, contraendo il pianeta». Gli scienziati suppongono che Mercurio possa attualmente essere caratterizzato da attività di natura sismica. Future missioni potrebbero essere in grado di confermare questi sospetti, posizionando dei sismometri sulla superficie del pianeta, che rilevino le scosse sismiche associabili alle piccole faglie. Come fu fatto dalle missioni Apollo sulla Luna, dove i sismometri satellite terremoti poco profondi di magnitudine prossima alla 5 della scala Richter. «È per questo motivo che esploriamo», dice in conclusione Jim Green, direttore della Divisione di scienze planetarie della NASA. «Per anni gli scienziati hanno creduto che l’attività tettonica di Mercurio risalisse a un lontano passato. È emozionante sapere che questo piccolo mondo,  non tanto più grande della nostra Luna, è attivo ancora oggi».
di Stefano Parisini (INAF)

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Mercurio e i suoi segreti

Avevamo osservato il suo transito visibile dalla Terra solo qualche mese fa e pensavamo di conoscere quasi tutto di lui. Invece durante la conferenza di Goldschmidt, recentemente tenutasi a Yokohama, in Giappone, alcuni ricercatori della Nasa hanno presentato i risultati di alcune simulazioni realizzate per spiegare quello che con la missione MESSENGER era stato riscontrato nell’osservazione di Mercurio. E cioè una inspiegabile eterogeneità della superficie del pianeta, unica nel suo genere. Due le principali tipologie di superficie: una relativamente giovane è la Northern Volcanic Plains (NVP), con un’età stimata tra i 3.7 e i 3.8 miliardi di anni. Quella più antica, segnata da una marcata presenza di crateri da impatto, si attesta tra 4 e 4.2 miliardi di anni. Inoltre, questa regione mostra una larga chiazza ricca di magnesio, ma anche questa proprietà non spiega come mai la composizione della superficie del Pianeta sia così variegata, lasciando molti dubbi. Per questa ragione il team di ricercatori Nasa del Johnson Space Centre di Houston ha messo a punto una serie di esperimenti per capire l’eterogeneità e indagare sulla composizione chimica della superficie di Mercurio. Le simulazioni dei ricercatori si sono orientate nel cercare di ricostruire le condizioni di formazione delle rocce sotto condizioni simili a quelle che dovevano essere presenti nelle zone interne di un “giovane” Mercurio, ovvero oltre quattro miliardi di anni fa. Un dato certo è che Mercurio sia caratterizzato un’alta densità. Un altro dato certo è che le meteoriti di tipo condrite enstatite rinvenute sulla Terra presentano livelli di composizione chimica molto simili a quelli riscontrati sulle rocce mercuriane. Quindi partendo da queste ipotesi, le simulazioni effettuate hanno utilizzato campioni di polveri simili a queste meteoriti e graduato la pressione e temperatura alla quale questi matariali sono stati sottoposti. Il livello della pressione utilizzata è stata oltre i 5 GigaPascal, pari a 50mila volte la pressione dell’atmosfera terrestre, quella alla quale si formano i diamanti e lo stesso valore riscontrato su Mercurio nella zona di confine tra il mantello e il nucleo. Variando la pressione e la temperatura a cui sono stati sottoposti questi campioni, i ricercatori sono riusciti a riprodurre le differenti caratteristiche delle rocce riscontrate sulla superficie del pianeta, concludendo che le aree più antiche si siano formate con materiale fuso dall’alta pressione più o meno all’altezza della zona di separazione tra nucleo e mantello, posizionata a circa 400 km sotto la la superficie, mentre le aree più giovani si sono formate a minori profondità. Le simulazioni avvalorano quindi l’ipotesi che il materiale primitivo che componeva il pianeta sia stato simile a quello delle meteoriti Enstatiti condriti, che sono anche ricche di zolfo. Percentuali simili si riscontrano infatti anche sulla crosta di Mercurio, ma non su altri pianeti rocciosi del Sistema solare, come la Terra o Marte, dove le concentrazioni superficiali di questo elemento chimico sono assai più basse. In buona sintesi l’eterogeneità delle aree di superficie mercuriane unita a un’alta percentuale di zolfo nella crosta possono svelare segreti finora inesplorati: «La ricerca presentata su Mercurio e sulla ipotesi di un ‘alta concentrazione di zolfo sulla superficie, e probabilmente all’interno del nucleo, non è stata supportata dalle osservazioni in quanto MESSENGER non l’ha potuto rilevare, ma rappresenta uno degli obiettivi dello strumento italiano SIMBIO-SYS a bordo della missione Bepi Colombo» afferma Gabriele Cremonese dell’INAF di Padova.
di Giuseppina Pulcrano (INAF)

Mercurio è nero di carbonio

Gli scienziati si sono interrogati a lungo su ciò che rende la superficie di Mercurio così scura. Il pianeta più vicino al Sole riflette poca luce proveniente dalla stella; molta meno rispetto, ad esempio, alla Luna, un corpo il cui potere riflettente è determinato dall’abbondanza di minerali ricchi di ferro.
Minerali, questi, che sulla superficie di Mercurio sono assai poco presenti. Un possibile responsabile per la bassa riflettanza di Mercurio era considerato il carbonio, accumulato progressivamente grazie all’impatto di comete. Ora un gruppo di scienziati, guidato da Patrick Peplowski del Laboratorio di Fisica Applicata della Johns Hopkins University, hanno utilizzato i dati della missione Messenger per confermare che una grande abbondanza di carbonio è presente sulla superficie di Mercurio.
La sorpresa maggiore è che tutto questo carbonio, invece che essere trasportato da comete, secondo il nuovo studio pubblicato su Nature Geoscience si sarebbe originato in profondità sotto la superficie, sotto forma di un’antica crosta di grafite. Brandelli di questo vecchio guscio, ora frantumato e sepolto, sarebbero stati poi riportati in superficie da processi di impatto successivi alla formazione dell’attuale crosta superficiale di Mercurio.
«Abbiamo usato lo spettrometro a neutroni di Messenger per risolvere spazialmente la distribuzione di carbonio», spiega uno degli autori del nuovo studio, Larry Nittler della Carnegie Institution of Washington, «trovando che è correlata con il materiale più scuro su Mercurio. Inoltre, abbiamo utilizzato sia neutroni che raggi X per confermare che il materiale scuro non è arricchito in ferro, all’opposto di quanto riscontrato sulla Luna».
I dati utilizzati per identificare il carbonio sono stati ottenuti nell’ultimo anno di vita della sonda Messenger, fino a pochi giorni prima dello schianto programmato sul pianeta, avvenuto nell’aprile 2015. La combinazione delle osservazioni con diversi strumenti ha permesso di stabilire che nella composizione delle rocce superficiali di Mercurio è presente una percentuale di carbonio grafitico significativa, molto superiore a quella di altri pianeti.
Quando Mercurio era molto giovane, con tutta probabilità la maggior parte del pianeta era così calda da costituire un oceano globale di magma fuso. In base a esperimenti di laboratorio e simulazioni, gli scienziati ritengono che, mano a mano che questo oceano di magma si è raffreddato, la maggior parte dei minerali solidificati sarebbe affondata. Con l’eccezione della grafite che, galleggiando, sarebbe stata in grado di formare la crosta originale di Mercurio.
«Questo risultato, che rappresenta un’ulteriore testimonianza del successo fenomenale della missione Messenger, va ad ampliare la già lunga lista dei modi in cui Mercurio si distingue dai pianeti vicini, fornendo ulteriori indizi sull’origine e l’evoluzione del Sistema solare interno», conclude Nittler.
Per gli appassionati, ricordiamo che Mercurio transiterà davanti al Sole dal punto di vista terrestre il prossimo 9 maggio 2016. Un evento decisamente più frequente rispetto al transito di Venere, grazie alla maggiore vicinanza al Sole e velocità orbitale, ma comunque osservabile solo 13 o 14 volte per secolo. Da non perdere.
di Stefano Parisini (INAF)

Pioggia di meteoriti su Mercurio (lo sciame causato dallo cometa Encke)

Uno studio recente ha scoperto che Mercurio è stato bersagliato regolarmente dai grandi di polvere provenienti da una cometa. Questo bombardamento ha un effetto visibile sulla tenue atmosfera del pianeta e potrebbe portarci a comprendere come questi corpi privi di gas riescano a mantenere i loro rarefatti inviluppi.
I risultati verranno presentati questa settimana al meeting annuale della Division of Planetary Sciences dell’American Astronomical Society a National Harbor, da Apostolos Christouall’Osservatorio di Armagh in Irlanda del Nord, Rosemary Killen del Goddard Space Flight Centerdella NASA e Matthew Burger della Morgan State University di Baltimora, che lavora al Goddard.
Noi abitanti della Terra non siamo affatto estranei agli effetti della polvere cometaria su un pianeta e sul suo ambiente. In una notte chiara e senza Luna è possibile assistere alla comparsa in cielo di innumerevoli grani di polvere che bruciano attraversando l’atmosfera terrestre. Li chiamiamo meteore o “stelle cadenti”. In alcuni periodi dell’anno il loro numero aumenta in modo consistente, dando vita ad una sorta di fuochi d’artificio naturali: stiamo assistendo ad uno sciame meteorico. Questo spettacolo pirotecnico è causato dal passaggio della Terra attraverso una scia di particelle di polvere lasciate lungo il proprio cammino da una cometa.
Uno degli sciami più famosi, le Perseidi di agosto, ha origine da cometa Swift-Tuttle, che è stata osservata l’ultima volta nel 1992 e tornerà ad essere visibile tra circa un secolo. Ma la Terra non è l’unico pianeta del sistema solare a raccogliere la polvere cometaria. L’anno scorso, la cometa Siding Spring è passata a meno di 150.000 km da Marte, rilasciando nella sua atmosfera diverse tonnellate di materiale cometario. L’episodio è stato registrato dagli strumenti a bordo di varie sonde in orbita attorno a Marte, come della Mars Atmosphere and Volatile Evolution della NASA e Mars Expressdell’ESA.
Corpi come la Luna e Mercurio sono in genere considerati privi di atmosfera, ma sappiamo fin dai tempi degli sbarchi delle missioni Apollo che sono circondati da nubi di particelle provenienti dalla superficie o portate dal vento solare. Anche se queste “esosfere” sono molto rarefatte rispetto all’atmosfera della Terra o di Marte, le osservazioni hanno rivelato che sono piuttosto complesse e dinamiche.
La missione MErcury Surface Space ENvironment, GEochemistry, and Ranging (MESSENGER) della NASA, la prima sonda ad inserirsi in orbita attorno a Mercurio, ha misurato come varia l’esosfera del pianeta nel tempo. L’analisi dei dati effettuata da Burger e colleghi ha trovato una periodicità annuale (in anni di Mercurio) nella variazione di elementi come il calcio. Per approfondire l’indagine, Killen ha collaborato con Joe Hahn dello Space Science Institute e insieme hanno cercato di capire cosa succede quando Mercurio attraversa la cosiddetta nube zodiacale di polvere e la sua superficie è bersagliata da meteoroidi ad alta velocità.
I ricercatori hanno scoperto che la quantità di calcio osservata e l’andamento con cui variava potevano essere spiegati dalla caduta di materiale sulla superficie del pianeta in seguito agli impatti. Tuttavia, c’era un elemento dei dati che non aveva senso: il picco delle emissioni di calcio si vedeva subito dopo il passaggio di Mercurio al suo perielio, il punto di maggiore avvicinamento al Sole, mentre il modello di Killen e Hahn prevedeva che il picco dovesse verificarsi poco prima del perielio. Mancava ancora qualcosa.
Quel qualcosa si è poi rivelato essere polvere cometaria. La cometa Encke fu scoperta nel 18° secolo e prende il nome dal matematico tedesco che per primo ha calcolato la sua orbita. Ha un periodo estremamente breve: torna al proprio perielio ogni 3.3 anni ad una distanza di circa 50 milioni di chilometri dal Sole. La sua orbita, e dunque quella delle particelle di polvere rilasciate al suo passaggio, è abbastanza stabile, pertanto ha potuto formare nei millenni una densa scia di grani di polvere. Killen e Hahn hanno proposto che MESSENGER stesse vedendo le polveri lasciate dalla cometa Encke che impattavano sulla superficie di Mercurio. C’era ancora qualcosa che non tornava, però. Innanzitutto l’orbita di Encke incontra quella di Mercurio circa una settimana dopo rispetto al picco del calcio. Per spiegare questo i ricercatori hanno ipotizzato che nel corso di migliaia di anni la scia di particelle rilasciate dal nucleo cometario si fosse spostata dall’orbita della cometa a quella attuale.
Ma cosa stava provocando questo spostamento? Per scoprirlo Killen e Burger hanno collaborato conChristou, che ha simulato l’evoluzione del flusso di polveri della cometa Encke per diverse decine di migliaia di anni, ovvero la probabile durata di vita della cometa. Christou ha innanzitutto stimato l’”ipotesi migliore” dell’orbita della cometa molte migliaia di anni prima che venisse osservata. A partire da questo, ha ricostruito il tracciato della nube di polvere rilasciata dal nucleo della cometa per capire se, e soprattutto dove, si intersecasse con l’orbita di Mercurio. Ciò che ha scoperto è che la polvere, anziché spostarsi dall’orbita della cometa, si distribuiva lungo di essa formando una scia che incontra Mercurio esattamente quando lo fa la cometa.
Poi ha eseguito nuovamente la simulazione, aggiungendo una piccola interazione tra i grani di polvere e la luce solare chiamata effetto Poynting-Robertson. Questo effetto comporta la presenza di una forza aggiuntiva sui grani che, sebbene piccola, applicata per lunghi periodi di tempo può portare ad un cambiamento significativo dell’orbita. Il risultato è stato che l’orbita delle polveri si è spostata esattamente nella posizione in cui è stato osservato il picco di emissione di calcio. Tra l’altro, l’entità dello spostamento dipende dal momento in cui i grani vengono rilasciati dalla cometa e dalla loro dimensione: più sono grandi i grani meno è intenso l’effetto. Christou ha scoperto che era in grado di riprodurre la tempistica del picco del calcio per grani delle dimensioni di un millimetro o poco più, espulsi dalla cometa Encke tra 10.000 e 20.000 anni fa. Tutto questo è perfettamente coerente con ciò che sappiamo della polvere cometaria: sciami di granelli cometari di dimensioni millimetriche entrano nell’atmosfera della Terra ogni giorno, dando vita a meteore visibili.
«Scoprire che siamo in grado di spostare la posizione della scia di polvere per fare in modo che concordi con le osservazioni di MESSENGER è senza dubbio gratificante, ma il fatto che lo spostamento concordi anche con ciò che sappiamo della cometa Encke da fonti indipendenti ci rende fiduciosi della solidità del rapporto di causa-effetto», ha spiegato Christou.
Questo studio stabilisce un precedente interessante sull’importanza delle diverse popolazioni di polvere nella produzione di un’esosfera.
«Sapevamo già che gli impatti hanno un ruolo importante nella produzione delle esosfere», ha dettoKillen. «Quello che non conoscevamo era l’importanza relativa delle scie di polvere cometaria rispetto alla polvere zodiacale. A quanto pare le polveri cometarie possono avere un enorme effetto, sebbene periodico».
di Elisa Nichelli (INAF)

Mercurio strattonato da Giove?

Mercurio, il pianeta più interno del Sistema Solare, è in anticipo. Non un granché, solo 9 secondi: un piccolo passo per un globo di quasi 5.000 km di diametro, ma un grande salto per gli scienziati che cercano di determinare con la massima accuratezza il modo peculiare con cui piroetta su sé stesso. Mercurio, infatti, non ruota sul suo asse in maniera costante, ma presenta delle fluttuazioni regolari nella velocità di rotazione durante il periodo di circa 88 giorni in cui compie un’orbita completa attorno al Sole. Queste oscillazioni, dette librazioni, sono causate dalle interazioni gravitazionali del pianeta con la sua stella: l’attrazione gravitazionale del Sole accelera o rallenta la rotazione di Mercurio a seconda di dove questo si trovi all’interno della sua orbita ellittica, la più eccentrica tra gli otto pianeti del nostro sistema. Naturalmente gli scienziati avevano già calcolato le librazioni di Mercurio con misure da Terra, ma ora un nuovo studio, guidato da scienziati dell’Istituto per la ricerca planetaria al centro aerospaziale tedesco DLR, basato su dati raccolti dalla sonda spaziale MESSENGER, ha trovato che, in media, Mercurio ruota sul suo asse nove secondi più velocemente di quanto fosse stato previsto in precedenza. Per dare un’idea di cosa comportino quei 9 secondi di differenza, immaginiamo di piantare una bandierina in un punto all’equatore di Mercurio: dopo quattro anni non la troveremmo nel punto dove la prevedevano i vecchi calcoli ma 700 metri più in là. Secondo gli scienziati, una possibile spiegazione alla differenza nella velocità di rotazione può essere fornita da “strattoni” prodotti dal forte campo gravitazionale di Giove, che possono avere modificato la distanza orbitale di Mercurio dal Sole, e di conseguenza i suoi effetti sulla rotazione del pianeta. Gli autori ritengono che Giove abbia sovrapposto un periodo di circa 12 anni – che corrisponde all’anno gioviano – sopra il periodo di librazione di 88 giorni tipico di Mercurio. Questo librazione a lungo termine potrebbe essere la causa del leggero aumento della velocità osservata, ma per esserne certi bisognerà attendere la prossima missione dell’ESA, l’Agenzia spaziale europea, da lanciare nel 2017 e denominata BepiColombo. Il nuovo studio ha anche riscontrato che quando Mercurio si allontana dal Sole la sua rotazione perde 460 metri, una distanza che viene prontamente riguadagnata con l’accelerazione impressa dal suo riavvicinarsi alla stella. L’accuratezza di queste nuove misure permette agli scienziati di fare diverse considerazioni sulla composizione interna di Mercurio, che può essere dedotta proprio dalle instabilità periodiche del suo movimento orbitale. In particolare si può calcolare la proporzione tra materiale solido e liquido di cui è composto, un po’ come quando si riesce a distinguere se un uovo è sodo oppure no dal modo in cui ruota sul tavolo. «Le nostre misure, che coincidono con quelle effettuate dalla Terra, mostrano che la librazione di Mercurio è circa il doppio di quanto ci si aspetterebbe se il pianeta fosse interamente solido», spiega uno degli autori, Jean-Luc Margot dell’Università della California. «Questo conferma che Mercurio possiede un grande nucleo parzialmente liquefatto, il quale rappresenta più della metà del volume e approssimativamente il 70 per cento della massa del pianeta», aggiunge Jürgen Oberst del DLR Institute of Planetary Research. «Con la misura della velocità rotazionale e le risultanti conclusioni sulla composizione interna di Mercurio, abbiamo portato a termine uno dei principali obbiettivi della missione MESSENGER», commenta Alexander Stark del DLR Institute of Planetary Research, primo firmatario del nuovo studio, che sottolinea in conclusione come precisi modelli di rotazione del pianeta siano la base per generare mappe accurate, le quali, a loro volta, sono importanti per pianificare le future missioni su Mercurio, come BepiColombo.
di Stefano Parisini (INAF)

Mercurio, magnetico da 4 miliardi di anni

Doveva durare un solo anno, la ricognizione dell’orbiter MESSENGER della NASA. Invece la sonda ha resistito fino alla scorsa settimana – lo schianto è avvenuto la sera del 30 aprile – orbitando, per quattro anni, attorno al più infernale fra i pianeti del Sistema solare. Orbite che negli ultimi mesi si sono fatte sempre più ardite, sempre più strette: appena poche decine di km, al punto da consentire a MAG, il magnetometro di bordo, di rilevare le variazioni localizzate dovute alle rocce della crosta. E di ricostruire la storia del suo campo magnetico – prodotto dal ferro liquefatto in movimento nel cuore del pianeta – datandone l’origine fra i 3.7 e i 3.9 miliardi di anni fa.
Mercurio e la Terra sono gli unici due corpi del Sistema solare interno ad avere un campo magnetico (Marte sembra averlo avuto in passato, ma ora è scomparso). Certo, quello del nostro pianeta è assai più intenso (di circa cento volte), ma è dal 1974 – dall’epoca dei flyby della sonda Mariner 10 – che si sa dell’esistenza di quello di Mercurio, anche se alcune sue peculiarità sono emerse solo recentemente, proprio grazie a MESSENGER.
E non poteva essere altrimenti, visto che nel frattempo nessun’altra missione ha avuto il coraggio di affrontare quella che è considerata la “parete nord dell’Eiger” – il “muro della morte” – dell’esplorazione planetaria. Già, perché avvicinarsi a Mercurio è molto rischioso, e almeno per due ragioni. Anzitutto perché c’è da rimanere scottati: il caldo, da quelle parti, è talmente intenso che MESSENGER, pur protetto da uno scudo termico ad hoc, ha dovuto compiere fino all’ultimo ampie orbite ellittiche, così da allontanarsi periodicamente in cerca d’un po’ di refrigerio per la strumentazione di bordo. Poi per la tremenda forza di gravità esercitata dal Sole: per evitare che l’orbiter ne venisse fatalmente risucchiato, gli ingegneri della NASA hanno studiato il percorso d’avvicinamento al millimetro, impiegando circa sette anni dal momento del lancio (2004) a quello dell’effettivo ingresso in orbita (2011).
Prudenza che è stata messa saggiamente da parte negli ultimi mesi della missione, quando non c’era più niente da perdere. Con la vita della sonda ormai segnata dall’inevitabile esaurirsi del carburante, l’altezza minima dell’orbita – mantenuta negli anni precedenti sempre al di sopra dei 200 km – è andata calando fino a rischiare passaggi radenti vertiginosi: appena 15 km dal suolo, poco più della quota di crociera d’un volo di linea qui sulla Terra. Ed è stato un rischio che ha ampiamente pagato, non soltanto per la risoluzione delle immagini. Se infatti fino ai primi mesi del 2014 il magnetometro di bordo non riusciva a rilevare alcun segnale magnetico significativo dalla crosta del pianeta, ecco che con l’abbassarsi dei flyby sono comparse le prime variazioni (le “linee blu” dell’immagine qui accanto), via via più intense mano a mano che la sonda s’avvicinava al suolo, e modulate da una componente dominante corrispondente a circa 320 km. Segno probabile, ritengono gli scienziati, della presenza di uno strato di rocce magnetizzate situate fra i 7 e i 45 km di profondità. Non solo: la geografia e l’estensione delle regioni di massima intensità del segnale magnetico suggeriscono, si legge nello studio appena pubblicato su Science Express, che la magnetizzazione delle rocce sia alquanto antica, risalente appunto a un’epoca fra i 3.7 e i 3.9 miliardi di anni fa.
«La scienza che le osservazioni più recenti ci hanno permesso di fare è davvero interessante», dice la planetologa che ha guidato lo studio, Catherine Johnson, della University of British Columbia (Canada), «e ciò che abbiamo scoperto sul campo magnetico non è che l’inizio. Senza queste ultime osservazioni non avremmo mai potuto sapere come si è evoluto il campo magnetico di Mercurio nel corso del tempo».
di Marco Malaspina (INAF)

Conosciamo i nuovi 5 crateri di Mercurio: i nomi scelti dalla IAU

Mentre la sonda della NASA MESSENGER si prepara allo schianto sul pianeta Mercurio (che avverrà il 30 aprile), sono stati annunciati i nomi di altri 5 crateri sul primo pianeta del nostro Sistema solare. Messenger, lanciata nel 2004, cadrà sulla superficie di Mercurio (raggiunto nel 2001) a 3,91 chilometri al secondo e verrà ricordata come la prima sonda entrata in orbita intorno al pianeta più vicino al Sole.
La 3600 candidature per i nomi dei crateri sono state valutate da esperti del Working Group for Planetary System Nomenclature dell’International Astronomical Union (IAU). In semifinale ne sono arrivate 17 e le 5 vincitrici sono: Carolan, Enheduanna, Karsh, Kulthum e Rivera (CLICCA QUI per guardare i crateri nel dettaglio). Come prevedono le regole in questo caso, i nomi dei crateri su Mercurio devono ricordare un artista, un compositore o uno scrittore famoso da più di 50 anni o comunque morto da più di 3 anni.
Turlough O’Carolan (Carolan) è stato un compositore irlandese durante la fine del 16° secolo; Enheduanna, principessa degli Accadi vissuta nella città sumera di Ur nell’antica Mesopotamia, è considerata da molti studiosi la prima poetessa conosciuta;  Yousuf Karsh, armeno-canadese, e stato uno dei più grandi fotografi del 20° secolo; Umm Kulthum cantante egiziana, nonché autrice di canzoni e attrice di successo tra anni Venti e Settanta; infine Diego Rivera, un importante pittore messicano, marito di Frida Khalo.
La missione di MESSENGER volge al termine, ma la sonda della NASA ha superato tutte le aspettative: in circa quattro anni ha raccolto oltre 250.000 immagini numerose altre informazioni utili per comprendere l’origine e l’evoluzione del pianeta.
Per saperne di più:

di Eleonora Ferroni (INAF)

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