Superbolla superbrillante

Si trova lassù, nella Grande Nube di Magellano (una piccola galassia satellite a circa 160 mila anni luce di distanza da noi), una fra le regioni più inquiete dell’universo locale. Avvolto dalla nebulosa N44, l’ammasso stellare noto come NGC 1929 sforna stelle massicce senza tregua. E queste, a loro volta, emettono radiazioni a gogò e fiotti di materia ad alta velocità, per poi esplodere come supernove. Sembra paradossale, ma proprio nel bel mezzo di quest’inferno di luce e gas si trovano anche immense zone vuote, seppur tutt’altro che quiete. A produrle sono le stesse supernove: le tremende onde d’urto delle loro emissioni creano infatti nel gas circostante enormi cavità che gli astronomi chiamano “bolle”.
Ebbene, è proprio osservando le  bolle presenti all’interno di NGC 1929 che il telescopio spaziale Chandra della NASA ha messo fine a uno fra gli enigmi dell’astrofisica delle alte energie: l’abbondanza anomala, rispetto a quanto suggerivano i modelli, di radiazione X proveniente da alcune fra le bolle più grandi, o “superbolle”. Un eccesso non giustificato dai processi già noti, come l’emissione dovuta ai gas caldi prodotti dal vento stellare e dai resti di supernove. Ciò che Chandra ha scoperto è che a questi processi si aggiungono altri due meccanismi alla base della produzione di radiazione ad alte energie. Ed entrambi hanno a che fare, appunto, con le superbolle. O meglio, con le loro pareti. Quest’ultime, infatti, emettono a loro volta raggi X sia a seguito della sollecitazione dovuta alle onde d’urto delle supernove, sia per l’evaporazione della materia calda che le forma.
Una di queste superbolle è ora stata immortalata in tre diverse bande dello spettro elettromagnetico – infrarossa, ottica e X – grazie, rispettivamente, al satellite Spitzer della NASA, al telescopio MPG da 2.2 metri (a La Silla, in Cile) dell’ESO e, appunto, a Chandra. A ognuno dei tre è stato assegnato un colore per dipingere, su di un’unica tela, ciò che aveva osservato. L’opera a sei mani che ne è risultata, resa pubblica oggi, è un meraviglioso affresco multibanda denso d’informazioni scientifiche. Il bagliore della nebulosa, prodotto dall’incontro fra il gas e la radiazione ultravioletta emessa delle stelle più giovani, è ritratto nei toni gialli dell’MPG. Le pennellate blu di Chandra evidenziano le regioni più calde, quelle sottoposte allo stress del vento stellare e delle onde d’urto. Infine, esaltati dal tocco rosso di Spitzer, gli addensamenti di gas e di polveri.
di Marco Malaspina (INAF)

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Un lampo nel buio

Come una torcia accesa improvvisamente in una stanza buia. Così Edo Berger dell’Università di Harvard ha descritto la stella morente scoperta dal suo gruppo di ricerca in una galassia lontanissima, a 9,5 miliardi di anni luce da noi. É la più lontana esplosione stellare di questo tipo mai osservata (si tratta di una supernova del tipo chiamato ultra-luminous core-collapse supernova) e dà ai ricercatori una straordinaria opportunità di studiare la composizione di una galassia molto antica.
La stella in questione è stata scoperta studiando le immagini del telescopio Pan-STARRS1 di Haleakala a Maui, nelle isole Hawaii, seguite poi dalle analisi spettroscopiche esegite usando il Multiple Mirror Telescope in Arizona and il Gemini North telescope di Mauna Kea. Gli spettri della radiazione emessa dalla stella hanno rivelato i tipici tratti di una supernova ultraliminosa, assieme alle caratteristiche linee di emissione di ferro e magnesio, evidentemente presenti nei dintorni dell’esplosione. La luce prodotta dalla stella ha consentito ai ricercatori di studiare i suoi dintorni, raccontando i risultati in uno studio pubblicato su Astrophysical Journal. La galassia contiente stelle molto giovani (dai 15 ai 45 milioni di anni) per una massa totale di circa 2 miliardi di volte quella del Sole.
La supernova appartiene a un famiglia particolare, scoperta da poco, che produce esplosioni dalle 10 alle 100 volte più luminose delle altre, e caratterizzata da un’emissione di luce blu. Non ci sono ancora certezze, ma il processo che porta a questo tipo di supernova è probabilmente il collasso del nucleo di una stella di massa pari ad almeno cento volte quella solare. L’esplosione “spara” nello spazio grandi quantità di elementi pesanti.
Berger spiega che lo spazio interstellare in questa galassia lontanissima appare “normale in modo rassicurante”, se paragonato alle condizioni che si trovano in galassie molto più vicine a noi. “Questo ci mostra il grande potenziale dell’uso delle supernove più luminose per studiare l’Universo primordiale” spiega, “che a sua volta ci aiuterà a capire coem si sono formate galassie come la nostra Via Lattea”.
“La bellezza di questo metodo è che non richiede l’uso di satelliti e che ci dà molto tempo, perché una supernova ultraluminosa rimane visibile per molte settimane” spiega Alicia Soderberg, altra ricercatrice di Harvard e coautrice dello studio.
di Nicola Nosengo (INAF)

Il cielo di settembre: pianeti, congiunzioni e costellazioni

Il Sole si trova nella costellazione del Cancro, dove permane fino al giorno 10 settembre, quando passa nella costellazione del Leone.
Alle ore 22:14 del giorno 22 termina l’estate astronomica e si entra ufficialmente in autunno. Tecnicamente, il Sole si trova in corrispondenza dell’equatore celeste nel punto della Bilancia (nodo discendente), e inizia la sua “discesa” nell’emisfero australe.
Il 7 alle ore 05:51 la Luna raggiunge l’apogeo (404.296 Km di distanza), mentre il giorno 19 alle ore 03:18 si troverà nel punto più vicino alla Terra nel corso della sua orbita, il perigeo (365.753 km).

I pianeti

Mese sfavorevole all’osservazione di Mercurioo. Il 10 settembre il pianeta si trova in congiunzione con il Sole. In seguito ricompare alla sera, dopo il tramonto, ma rimane talmente baso sull’orizzonte da essere praticamente inosservabile. Alla fine del mese tramonta appena mezz’ora dopo il Sole. E’ quindi quasi impossibile distinguerlo tra le luci del crepuscolo.

Prosegue il periodo di migliore osservabilità mattutina del pianeta Venere. Il giorno 2 raggiunge il massimo anticipo nell’orario in cui sorge: 3 ore e 43 minuti prima del Sole. Per alcune ore prima dell’alba Venere brilla incontrastato nel cielo orientale. Il 4 settembre il pianeta lascia i Gemelli ed entra nella costellazione del Cancro, che attraversa completamente in breve tempo. Il giorno 23 Venere è già nel Leone e si avvicina alla stella Regolo

Nei prossimi mesi Marte sarà quasi inosservabile, ma continuerà a rimanere a lungo appena sopra l’orizzonte occidentale ad una altezza di una decina di gradi al calare della sera. Si verifica una sorta di inseguimento tra Marte e il Sole. Quest’ultimo si sposta tra le costellazioni zodiacali, ma Marte fa altrettanto nella stessa direzione, senza lasciarsi raggiungere dal Sole per diversi mesi. Marte resterà quindi a lungo molto basso in cielo, ad Ovest, osservabile per pochi minuti all’attenuarsi delle luci del crepuscolo serale. Il 5 settembre lascia la costellazione della Vergine ed entra nella Bilancia.

Giove è osservabile per tutta la seconda parte della notte. E’ l’astro più brillante della volta celeste prima del sorgere di Venere. Già prima della mezzanotte lo si può scorgere sull’orizzonte orientale, dove sorge quasi in contemporanea con la brillante stella Aldebaran, nella costellazione del Toro, dove rimane per tutto il mese. Sempre degni di nota i 4 satelliti galileiani (Io, Europa, Ganimede e Callisto), che si mostrano come piccoli puntini bianchi che danzano da un lato all’altro del pianeta sulla linea dell’equatore creando spettacolari configurazioni.

All’inizio del mese si può ancora tentare di scorgere Saturno  appena sopra l’orizzonte occidentale, più a destra e più basso rispetto a Marte. Il lungo periodo di osservabilità serale è comunque ormai al termine. Il prossimo mese si verifica la congiunzione con il Sole. Saturno ormai si confonde con la luce del tramonto e tornerà visibile tra alcune settimane, ma solo prima dell’alba. Il pianeta si trova ancora nella Vergine, costellazione che lo ha ospitato tutto l’anno.

Si avvicina il periodo di migliore osservabilità di Urano per quest’anno. Il 29 settembre infatti il pianeta si trova all’opposizione, pertanto è osservabile per l’intera notte. Il giorno 16 termina la sua escursione nella costellazione della Balena (consultare in proposito l’approfondimento dedicato alle costellazioni zodiacali ) e con moto retrogrado torna nella costellazione dei Pesci. La luminosità di Urano è al limite della visibilità occhio nudo e per poterlo osservare è necessario l’uso di un telescopio

Dopo l’opposizione del mese scorso le condizioni di osservabilità di Nettuno permangono ideali. Abbiamo a disposizione quasi l’intera notte per osservarlo, in particolare nelle ore centrali della notte, quando culmina a sud. Tuttavia ricordiamo che Nettuno si avvicina appena alla soglia della percezione ad occhio nudo e per poterlo l’ausilio di un telescopio rimane indispensabile. Nettuno si trova ancora nella costellazione dell’Acquario, dove è destinato a rimanere molto a lungo, fino all’anno 2022.

Congiunzioni

Luna – Pleiadi

Nelle ore centrali della notte tra il 6 e il 7 è possibile ammirare il sorgere di un ricco insieme di astri raggruppati nella costellazione del Toro. La Luna, prossima all’Ultimo Quarto, si avvicina alle Pleiadi. Più in basso le Iadi (la “V” che rappresenta la testa del Toro) con la luminosa stella Aldebaran. Chiude il “corteo” di astri il pianeta Giove.

Luna – Giove

La Luna, ormai oltre l’Ultimo Quarto, prosegue il suo cammino nella costellazione del Toro. Oltrepassate le Pleiadi e Aldebaran, nella notte tra il 7 e l’8 settembre si avvicina alla congiunzione con Giove

Luna – Venere

Prima dell’alba del 12 settembre possiamo ammirare ad Est la congiunzione della falce di Luna calante con il luminosissimo Venere. I due astri si trovano nella costellazione del Cancro.

Luna – Saturno

Saturno è ormai individuabile con difficoltà tra le luci del crepuscolo serale, e la Luna è una sottile falce ad appena due giorni dalla Luna Nuova. E’ comunque l’ultima opportunità per quest’anno per osservare una congiunzione serale tra i due astri. La data è il 18 settembre e la Luna e Saturno sono nella costellazione della Vergine.

Luna – Marte

Le condizioni di osservabilità sono appena migliori rispetto alla congiunzione con Saturno. Il cielo sarà un po’ più buio, la Luna e Marte sono leggermente più alti sull’orizzonte occidentale e la distanza tra i due astri è davvero minima. Vale quindi la pena osservare questo incontro ravvicinato che si verifica la sera del 19 nella costellazione della Bilancia.

Costellazioni

Alla metà del mese il cielo della sera è completamente buio attorno alle 21.00 e la mattina comincia ad albeggiare solo dopo le ore 6.00. Il cielo di settembre, a causa delle giornate sempre più brevi, è sostanzialmente simile a quello di agosto, con la differenza che gli astri che eravamo abituati a vedere ben alti in cielo intorno alla mezzanotte, sono invece spostati verso occidente dove si accingono a tramontare.
Nelle prime ore della sera sarà possibile scorgere sull’orizzonte lo Scorpione, seguito dal Sagittario e, più in alto, dall’Ofiuco e da Ercole. Più a Nord – Ovest tramonta invece la costellazione del Bootes, caratterizzata dalla supergigante rossa Arturo, circa 500 volte più grande del nostro Sole: al suo fianco sinistro notiamo la piccola costellazione della Corona Boreale.
Qualche ora più tardi sarà il turno del Triangolo Estivo ad avviarsi verso l’orizzonte occidentale. Con l’aiuto delle mappe del cielo si potranno facilmente identificare anche le costellazioni minori, disposte tra l’Aquila e il Cigno; in particolare, sono riconoscibili la Volpetta, la Freccia e il Delfino.
Tornando alla fascia zodiacale, le costellazioni visibili verso Sud in questo periodo sono meno spettacolari e di più difficile identificazione rispetto a quelle osservate nei mesi precedenti. Capricorno, Acquario e Pesci sono piuttosto estese, ma prive di stelle brillanti. Più facile da trovare la minuscola costellazione dell’Ariete, che vedremo sorgere a Est. Per riconoscere queste costellazioni possiamo sfruttare gli allineamenti delle stelle più brillanti delle costellazioni che troviamo nelle vicinanze: Acquario e Pesci ad esempio si trovano proprio sotto il grande quadrilatero di Pegaso, il cavallo alato, che dopo il tramonto domina il cielo di Sud-Est.
Partendo da Pegaso, verso Nord-Est, troviamo la costellazione di Andromeda, dove anche con un semplice binocolo (ma in cieli molto oscuri la si intravede già ad occhio nudo) è possibile osservare l’omonima galassia. Andromeda è seguita da Perseo, con una forma che ricorda una “Y” rovesciata.
Più in alto rispetto ad Andromeda e Perseo, spostandoci a Nord verso la stella polare (non riesci a trovarla?), troviamo Cassiopea, con la sua caratteristica forma a “W”, e la meno appariscente costellazione di Cefeo, dalla forma di una casetta stilizzata.
Tra Perseo e Cassiopea c’è un altro noto oggetto del profondo cielo che merita di essere osservato: si tratta del cosiddetto Doppio Ammasso del Perseo. I due ammassi contengono complessivamente circa 400 stelle e distano da noi oltre 7.000 anni luce, separati da circa un migliaio di anni luce l’uno dall’altro. Il “Doppio Ammasso” è un oggetto molto esteso: la visione migliore la si può avere con un binocolo, che permette di ammirare entrambe le concentrazioni di stelle, che di norma non entrano nel ristretto campo inquadrato da un telescopio.
Completiamo la descrizione della volta celeste con l’Orsa Maggiore, che troviamo a Nord – Ovest, accompagnata dal Dragone, una vasta costellazione che si snoda come un serpente fra le due Orse.

di Stefano Simoni (tratto da Astronomia.com dove troverete ulteriori e più approfondite informazioni))

A caccia di “increspature” nello spazio tempo

Il bosone di Higgs lo abbiamo trovato. La materia oscura non ancora, ma ci stiamo avvicinando. Resta almeno un altro grande oggetto del desiderio della fisica moderna: le onde gravitazionali. Previste dalla teoria della relatività di Einstein, sono “increspature” nello spazio tempo causate dal movimento di oggetti dotati di massa, che si propagano con andamento ondulatorie. Nonostante gli sforzi di osservatori terrestri (come l’esperimento VIRGO dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, che si trova vicino a Pisa), finora sono state osservate solo indirettamente: Russel Hulse e Joseph Taylor si sono aggiudicati il Nobel per la fisica nel 1993 per la scoperta di una pulsar la cui emissione radio era coerente con l’ipotesi che perdesse una parte di energia sotto forma di onde gravitazionali.
Ora, un gruppo di astronomi ha rilevato lo stesso fenomeno nella luce visibile emessa da una coppia di nane bianche. “Questo risultato è una delle più chiare e forti rilevazioni dell’effetto delle onde gravitazionali” ha commentato Warren Brown dello Smithsonian Astrophysical Observatory, tra gli autori dello studio appena pubblicato su The Astrophysical Journal Letters.
La coppia di nane bianche (ovvero ciò che resta di stelle come il nostro Sole alla fine della loro evoluzione) era stata scoperta lo scorso anno, e battezzata SDSS J065133.338+284423.37 (J0651 per gli amici). Le due stelle, a 3000 anni luce da noi, sono così vicine tra loro (un terzo della distanza tra Luna e Terra) che completano un’orbita una attorno all’altra in meno di 13 minuti. Ogni sei minuti, si eclissano l’un l’altra (viste dalla Terra), andando a costituire un orologio di altissima precisione. Bene, rispetto all’aprile del 2011, quando furono scoperte, le eclissi ora si verificano sei secondi prima, un anticipo che i ricercatori attribuiscono alla perdita di energia del sistema sotto forma di onde gravitazionali. Sul lungo periodo, le due stelle finiranno per fondersi tra circa due milioni di anni. Per il momento, se l’ipotesi è giusta, l’anticipo delle eclissi dovrebbe arrivare a 20 secondi entro il maggio 2013, man mano che l’orbita delle due stelle si contrare. “E’ un raro caso in cui un effetto relativistico si può misurare con un orologio da polso” spiega Brown.
di Nicola Nosengo (INAF)

Venere, Giove e Betelgeuse, un triangolo che non ti aspetti

Qualche giorno fa ero nella mia terrazza verso le 04.30 del mattino a godermi un po’ di fresco. In questo mese di agosto il caldo in città è stato veramente insopportabile tanto da abituarmi a numerose veglie notturne che si sono rivelate veramente piacevoli dal punto di vista dell’osservazione diretta del cielo (non tutto il male vien per nuocere …). Insomma, ho guardato il cielo e mi sono imbattuta in un triangolo isoscele veramente molto particolare. I tre punti che uniti formavano il triangolo erano certamente due pianeti e una stella. Si trattava di Venere, Giove e Betelgeuse (alfa Orionis). Non essendo però del tutto certa della mia deduzione ho scritto subito al Galassiere il quale mi ha confermato di aver visto giusto! Sono rimasta veramente soddisfatta ed ho riflettuto che anche noi “apprendisti” che, per mancanza di esperienza e di strumenti, spesso cerchiamo di studiare e ammirare il cielo sui libri o si Internet, abbiamo le nostre soddisfazioni. Io un triangolo così non me lo sarei mai aspettato e vi assicuro che era veramente straordinario: due punti luminosissimi (i pianeti) e la rossa Betelgeuse, un terzetto di tutto rispetto.
Una Stella per Amica

Blue Moon

Nel 1883 una spaventosa eruzione del vulcano indonesiano Krakatoa aveva immesso nell’a tmosfera una tale quantità di polveri fini che i tramonti apparivano colorati di verde, mentre il nostro satellite aveva assunto una tinta bluastra per quasi 2 anni! Nel 1927 i monsoni indiani arrivarono in ritardo e la prolungata siccità della regione aveva, anche in questo caso, prodotto molta polvere da far apparire blu la Luna (un fenomeno analogo si produce quando, ad esempio, si osserva una sorgente di luce bianca attraverso il fumo di una sigaretta). Stessa cosa capitò nel Nord America in seguito agli enormi incendi che nel 1951 devastarono il Canada occidentale.
Siccome fenomeni come questi sono fortunatamente rari, il detto popolare once in a blue moon sta a indicare qualcosa che si verifica una volta ogni tanto. Esattamente come due pleniluni nello stesso mese. La cosa non sorprende affatto, in quanto tutti i mesi dell’anno, escluso Febbraio, hanno una durata superiore ai 29 giorni e mezzo del mese sinodico lunare (l’intervallo di tempo necessario perché una certa fase si replichi in modo identico). Non si tratta quindi di un fenomeno così insolito, dal momento che capita circa 7 volte ogni 19 anni.
Nel mese di Agosto avverrà proprio questo: poiché il primo plenilunio s’è verificato il giorno 2 attorno alle 5:30 (ora universale), il secondo avrà luogo il 31 alle 16:30. Ma non fatevi suggestionare da chi afferma di vedere veramente la Luna azzurrata!
Il Galassiere

Perché non esistono molte più stelle nell’Universo?

Esiste una domanda di astrofisica poco conosciuta, a cui non è mai stata data una risposta certa e convincente: perché non esistono molte più stelle nell’Universo? Forse siamo vicini alla risposta. Alla Boston University (BU) si sta eseguendo la Galactic Plane Infrared Polarization Survey (GPIPS) usando il telescopio Perkins da 1.8 metri, per creare la prima mappa di densità del campo magnetico di una gigantesca nube interstellare.
Le stelle si formano quando grandi nubi interstellari di gas e polvere si concentrano e si addensano attorno a nuclei estremamente densi. La forza di gravità comanda poi il collasso del gas e della polvere. Questo processo è ormai abbastanza ben conosciuto, mentre restano molti dubbi sul tasso di formazione stellare. In realtà, molti modelli predicono che dovrebbero nascere molte più stelle, fino a dieci volte quelle osservate. Esiste qualcosa che limita le nascite?
Lavorando su più di 3000 misure di polarizzazione infrarossa (su circa un milione ottenute dal GPIPS), i ricercatori sono stati in grado di determinare l’esistenza di un debole campo magnetico nella nube di gas, posizionata a 6000 anni luce da noi, nella costellazione dell’Aquila.
La nube copre un’area di 30 per 120 anni luce e contiene più di 17 000 masse solari sotto forma di polvere e gas. Tuttavia, malgrado le sue dimensioni enormi, è stato misurato un campo magnetico di una densità media che è centomila volte inferiore di quella del campo magnetico terrestre.
Gli astronomi della BU hanno anche osservato sette nuclei molto densi all’interno della nuvola, con una massa media di circa 100 volte quella del Sole. Questi nuclei, alla fine, dovrebbero formare  nuove stelle. Tuttavia, essi presentano un campo magnetico abbastanza intenso, tale da  contrapporsi e fermare il collasso gravitazionale. E’ veramente sorprendente che un campo magnetico così debole possa prevenire la formazione stellare, ma è proprio quello che sta capitando nella nube dell’Aquila.
Questo è stato il primo studio così completo e accurato e sicuramente dovrà essere ripetuto su altri nubi di formazione stellare.
Insomma, il campo magnetico, anche se estremamente debole, potrebbe agire come contraccettivo stellare!
di Vincenzo Zappalà (Astronomia.com)

La Sequenza di Hubble

La sequenza di Hubble è uno schema di classificazione dei tipi di galassie sviluppato da Edwin Hubble nel 1926 e successivamente perfezionato nel 1936. È stata descritta e illustrata per la prima volta sotto forma di catalogo nell’ Hubble Atlas of Galaxies (1961) curato da Allan Sandage contenente poche centinaia di galassie ed in seguito applicata a più di 1200 galassie nel “A Revised-Shapley Ames Catalog of Bright Galaxies” (1981 Sandage & Tammann). Nel 1994 Sandage insieme a Bedke pubblica “The Carnegie Atlas of Galaxies” dove sono illustrate le galassie descritte nel precedente catalogo.
Dove i tipi da E0 a E7 sono galassie ellittiche, S0 e SB0 sono tipi intermedi, da Sa a Sc sono galassie spirali, da SBa a SBc sono spirali barrate e Irr sono galassie irregolari e il diagramma è chiamato diagramma a Diapason.

  • le galassie ellittiche hanno una forma ellissoidale, con una distribuzione di stelle piuttosto uniforme. Il numero descrive la loro ellitticità: le galassie E0 sono quasi sferiche, mentre le E7 sono molto appiattite. Questo numero descrive più che altro l’aspetto della galassia perché, essendo sconosciuto l’angolo di vista, non è dato sapere la sua forma reale soltanto atteaverso delle semplici immagini. È però possibile avere qualche indizio sulla loro forma reale attraverso dell’analisi fotometrica.
  • le galassie lenticolari (S0 e SB0) hanno una struttura simile ad un disco, con un bulge centrale sferico. Ognuna delle due classi si divide in tre sottoclassi designate con gli indici 1,2,3. Non mostrano alcuna struttura a spirale. Le SB0 presentano una barra che a seconda della prominenza ne definisce l’appartenenza ad una delle sottoclassi precedentemente elencate. Per le normali ellittiche lo sottoclassificazione è definita dalla presenza di gas e polveri nel disco.
  • le galassie spirali hanno un bulge centrale ed un disco esterno che contiene bracci di spirale. I bracci si avvolgono attorno al bulge, e variano da molto stretti (Sa) a molto aperti (Sc). Oltre all’avvolgimento dei bracci la classificazione di queste galassie avviene anche attraverso altri due parametri, comunque sempre collegati: dimensione del bulge (più e piccolo più il tipo morfologico è avanzato) e risoluzione dei bracci in sottostrutture (stelle, nubi, etc… più sono risolti più il tipo è avanzato).
  • le galassie spirali barrate sono simili alle spirali, ma i bracci partono da una specie di barra che attraversa il bulge invece che direttamente da esso. I parametri di classificazione sono gli stessi delle galassie a spirali normali. Contrariamente a quanto si possa pensare sono queste le galassie a spirale più diffuse nell’universo (sono circa il 70% del totale.
  • le galassie a spirale intermedia, classificate come SAB (ovverò a metà tra le galassie a spirale e le galassie a spirale barrata). Sono molto rare, tanto da non comparire nella sequenza di Hubble (infatti più propriamente è una terminologia appartenente alla classificazione elaborata da de Vaucouleurs.
  • le galassie irregolari non mostrano alcuna forma regolare riconoscibile, sono state divise da Hubble in due classi: Irregolari di tipo I e di tipo II. In seguito queste classi sono state rinominate in Irregolari di tipo magellanico (Im) e barrate di tipo magellanico (Ibm) pensate come continuazione dei due bracci del diagramma a diapason.

Hubble basò la sua classificazione su fotografie delle galassie prese con i telescopi del tempo. Pensava che le galassie ellittiche fossero una forma giovane, che si sarebbe poi evoluta in spirale. Le teorie moderne suggeriscono che la situazione sia più o meno opposta e meno ben definita, ma questa credenza iniziale ha lasciato un segno nel gergo degli astronomi, che parlano di galassie dei “primi tipi” o degli “ultimi tipi” a seconda che si trovino sulla sinistra o sulla destra del diagramma.
Quello che si può dire un difetto di questa classificazione come della maggior parte di quelle utilizzate correntemente (ad esempio la classificazione di De Vaucouleurs) è dovuto alla soggettività del metodo. Non è definito nessun parametro oggettivo e questo porta spesso a divergenze di opinioni nel definire il tipo morfologico di una galassia. Oltretutto molto dipende da come sono state prese le immagini, in quanto una diversa banda di osservazione della galassia mette in evidenza strutture diverse. Questa classificazione (come altre coetanee) è basata su immagini prese in banda blu e riguarda solo galassie giganti o supergiganti delle quali era più facile avere immagini dettagliate.
Altre osservazioni moderne ci hanno dato le seguenti informazioni sui diversi tipi di galassie:
Le galassie ellittiche sono generalmente prive di gas e polveri, e sono composte più che altro di stelle vecchie su orbite caotiche.
Le galassie spirali hanno in genere una grande riserva di gas e polveri, e hanno una popolazione mista di stelle vecchie e giovani su orbite ordinate.
Le galassie irregolari sono ricche di gas, polveri e giovani stelle
Da questi e da altri indizi, gli astronomi hanno costruito una teoria dell’evoluzione delle galassie che suggerisce come le ellittiche siano, in realtà, il risultato di collisioni tra galassie spirali e/o irregolari, che rimuovono la maggior parte del gas presente nei sistemi e rimescolano le orbite delle stelle. Vedi anche formazione ed evoluzione delle galassie.

L’ABC della geografia e della storia di Titano

L’aspetto superficiale del grande satellite di Saturno è veramente emozionante. Non differisce di molto da quello di certi territori terrestri: immensi laghi e un complicato sistema di fiumi che sfociano in essi. Ovviamente, il paragone termina in fretta. Le temperature sono ben più basse delle nostre e il liquido che scorre nei bacini è soprattutto metano e non certo acqua. In qualche modo, potremmo dire che Titano è una Terra primitiva, dove il metano ha preso il posto dell’acqua.
Esiste un ciclo simile al nostro, con piogge, periodi di secca e allagamenti. Tuttavia, esiste anche qualcosa di strano nei fiumi titaniani. Il loro processo di erosione superficiale è estremamente basso. I casi sono due: o il loro tasso erosivo è particolarmente lento, oppure essi rappresentano fenomeni molto recenti.
Noi sappiamo che sulla Terra esistono zone dove l’erosione appare estremamente bassa, dato che sono zone giovani, in cui fenomeni geologici violenti hanno rimodellato la superficie (vulcani, depositi, spostamento delle placche continentali, ecc.). Capita lo stesso su Titano? Probabilmente sì.
Uno studio accurato dei letti fluviali, il paragone con i terreni terrestri più giovani, e altre caratteristiche peculiari fanno pendere per questa soluzione. In altre parole, la superficie di Titano è piuttosto giovane, probabilmente non più vecchia di un miliardo d’anni, ma potrebbe essere anche più recente (100 milioni di anni).
Questa ipotesi è confermata dallo scarso numero di crateri da impatto visibili sul satellite che, al pari della Terra, nasconde in fretta le sue ferite, sia a causa dell’erosione atmosferica sia a causa del rimodellamento dei terreni superficiali.
Cosa si può concludere? Ancora troppo poco, ma l’idea che l’interno di Titano sia ancora estremamente caldo e attivo non è certo da scartare. Potrebbe contenere un oceano di acqua e ammoniaca liquide o semi solide? Forse sì. Si cercano vulcani acquosi e molte altre cose che possano confermarlo.
Sembra di essere tornati ai tempi dei primi satelliti artificiali sulla Terra, quando si ottenevano le prime immagini a grande scala che hanno permesso di iniziare la vera geografia e geologia moderna.
Non ci resta che attendere, sperando che qualche titaniano (non cattivo e mostruoso come i protagonisti del celebre romanzo di Heinlein “Il terrore della sesta luna”) ce lo spieghi…
di Vincenzo Zappalà (Astronomia.com)

E’ morto Neil Armstrong

È morto Neil Armstrong. Aveva 82 anni. Operato al cuore è morto per successive complicazioni. Lo sbarco sulla Luna, il 20 luglio 1969, fu il coronamento della vita di Neil Armstrong. Ma fu anche e soprattutto un evento epocale nella storia dell’umanità, destinato a segnare l’apice della corsa allo spazio fra Stati Uniti e Unione Sovietica. Per quasi 20 anni le imprese spaziali furono un nuovo teatro della Guerra Fredda, una gara tecnologica senza risparmio di colpi cominciata ufficialmente il 4 ottobre 1957 con il primo satellite artificiale, lo Sputnik 1. Il suo segnale, dallo spazio, segnò il primo punto a favore dell’Urss. Quel ‘bip’ emesso dal satellite per 20 giorni consecutivi prese alla sprovvista gli Stati Uniti. Per l’Urss fu un orgoglio nazionale e per il mondo segnò l’inizio dell’era spaziale. Neppure un mese più tardi, il 3 novembre 1957, l’Urss lanciò lo Sputnik 2: fu un altro primato perché a bordo c’era un essere vivente, la cagnetta Laika. E poiché Laika sopravvisse all’ingresso in orbita ma poi morì per lo stress e il surriscaldamento, nel 1960 l’esperimento si ripeté, stavolta con successo, con i cani Belka e Strelka. Per gli Usa fu l’inizio di un rinnovamento frenetico. Due anni prima il presidente Dwight Eisenhower aveva annunciato il progetto Vanguard, che prevedeva il lancio di un satellite fra il 1957 e il 1958: battuti sul tempo, gli Stati Uniti cercarono di mantenere comunque la promessa lanciando il primo razzo Vanguard, il 6 dicembre 1957, ma fu un fallimento.
Il primo febbraio dell’anno successivo si tentò con un razzo progettato dall’Esercito e dall’ingegnere tedesco passato agli Stati Uniti Wernher Von Braun, l’Explorer I: fu il primo successo a stelle e strisce. Era il momento di concentrare gli sforzi per recuperare il terreno e così il 29 luglio 1958 gli Usa fondarono la loro agenzia spaziale, la Nasa, diretta da Von Braun. La competizione continuò serrata, un primato dopo l’altro, fino al 12 aprile 1961, quando Yuri Gagarin venne lanciato con la navetta Vostok I: il primo uomo nello spazio era russo. Qualche settimana dopo, il 5 maggio, Alan Shepard fu il primo americano nello spazio, a bordo di una Mercury 3, in un volo suborbitale. Il primo a raggiungere l’orbita fu invece John Glenn il 20 febbraio 1962, a bordo di una Mercury 6. Appena 40 giorni più tardi, il 25 maggio 1961, il presidente Usa John Kennedy annunciò al Congresso l’inizio del Programma Apollo, destinato portare l’uomo sulla Luna entro dieci anni.
Il primo passo fu il programma Gemini, per sperimentare la fattibilità tecnica. Nonostante i successi americani, furono però ancora i sovietici a fare nuovi passi avanti clamorosi: il 16 giugno 1963 Valentina Tereskova fu la prima donna cosmonauta. Gli Usa risposero con la prima sonda verso Marte, la Mariner 4, lanciata il 28 novembre 1964. Il 18 marzo dello stesso anno il sovietico Alexej Leonov fece invece la prima passeggiata spaziale. La corsa allo spazio restò col fiato sospeso il 27 gennaio 1967, quando l’Apollo 1 esplose sulla rampa di lancio, ma il programma andò avanti. Nel Natale 1968 l’Apollo 8 entrò in orbita lunare e in quello stesso anno i sovietici lanciarono in orbita lunare i primi animali, due tartarughe, sulla capsula Zond 5.
Gli Usa raggiunsero alla fine il loro obiettivo il 20 luglio 1969, quando Neil Armstrong poté muovere il primo passo sul suolo lunare: “Un piccolo passo per un uomo, un balzo gigantesco per l’umanità”, secondo le parole celeberrime che egli stesso pronunciò via radio. I sovietici non si arresero e cominciarono a lavorare alla prima stazione spaziale, la Salyut, che lanciarono il 19 aprile 1971. Solo qualche anno dopo ci furono le prime aperture alla collaborazione: il simbolo della fine della guerra fredda spaziale fu, nel luglio 1975, l’aggancio fra Apollo 18 e Soyuz 19 nella prima missione spaziale congiunta Usa-Urss.
di Enrica Battifoglia (INAF)

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