La storia di T Coronae Borealis

La prima nova ricorrente di cui si sia venuti a conoscenza si trova nella Corona Boreale, contrassegnata con la lettera T. Si tratta di una stellina il cui anonimato venne interrotto per la prima volta la notte del 12 magio 1866 quando l’irlandese John Birmingham (1816 – 1884) si accorse della presenza di un punto di luce che alterava vistosamente il classico aspetto della costellazione, rivaleggiando in luminosità con Gemma, la stella alfa della Corona.
La nuova stella si mantenne visibile ad occhio nudo per un brevissimo periodo (non più di 8 giorni) tornando poi alla luminosità che aveva prima dell’outburst (+10,8).
La stella si sveglio nuovamente la notte fra il 9 e il 10 febbraio 1946 raggiungendo magnitudine + 3.
Come tutte le nove T CrB è un sistema binario dove la componente primaria è una stella molto calda, probabilmente una nana bianca. Essa condivide il moto nello spazio con una gigante rossa il cui spettro è quello dominante durante il normale stato di quiescenza, indicando che essa è la più luminosa del sistema: il diametro di questa gigante rossa dovrebbe oltrepasare i 190 milioni di chilometri mentre la sua massa dovrebbe essere quasi il triplo di quella del Sole.
La causa delle vampate luminose di queste stelle risiede nelle reazioni termonucleari che ad un certo punto si sviluppano sulla superficie della componente più calda in seguito all’accumolo di materiale strappato alla compagna gigante.
A differenza delle supernove le componenti di una nova restano integre portando quindi l’evento a ripetersi più volte nell’arco della vita del sistema stesso; la frequenza degli eventi sembra proporzianale alla massa della nana bianca. E’ quindi molto probabile che tutte le novae siano ricorrenti manifestando però gli episodi su tempi più lunghi.
Per trovre T CrB è sufficiente puntare la stella Epsilon Coronae Borealis (mag. + 4,1) e poi spostarsi di 1,1° verso sud – sud ovest.
Scheda
T Coronae Borealis: nova ricorrente
A.R. 15h59m30s
Dec. +25°55’13”
Distanza dal Sole: 2000 anni luce
Tipo spettrale: M3III/Nana Bianca
Magnitudine apparente: +2,0/+10,8
Tratto dall’articolo di Stefano Schirinzi T Coronae Borealis apparso su Coelum 167/2013 a pagina 34 dove potrete trovare molte altre informazioni e cartine utili per l’individuazione della stella.

Andromeda, una vicina di casa mozzafiato

Nel mito greco, è Perseo a rimanere stregato dalla fragile bellezza di Andromeda. Dal mito alla realtà, l’omonima galassia non è da meno, quanto a potere di seduzione. Lultima fotografia che le ha scattato il telescopio spaziale Herschel dell’ESA, la più dettagliata mai ottenuta delle sue regioni fredde, mostra in tutto il loro splendore i preziosi anelli di polvere gelida che l’adornano.
Si tratta di regioni con temperature di appena qualche decina di gradi sopra lo zero assoluto, disposte lungo i bracci a spirale e negli almeno cinque anelli concentrici presenti lungo i 200mila anni luce d’estensione della galassia. Regioni che Herschel riesce a mettere in risalto grazie alla sua sensibilità ai raggi infrarossi. È lì che le stelle di Andromeda – si stima ne ospiti fino a mille miliardi – iniziano a formarsi. Nota anche come Messier 31, Andromeda si trova a due milioni di anni luce di distanza da noi, e fra le galassie di grandi dimensioni è quella più vicina alla nostra Via Lattea.
Redazione Media Inaf

Io, il signore delle aurore

Pensavate che aurore fossero solo una prerogativa della Terra? In realtà questi fenomeni sono stati osservati anche in altri pianeti del Sistema solare e proprio un recente studio ne ha trovato tracce evidenti anche attorno ad altre stelle. Ma, seppure il meccanismo fisico che le produce è lo stesso per tutti, profondamente diverse sono le condizioni ambientali che innescano questi spettacolari fenomeni. Sulla Terra, per esempio, le aurore vengono ad “accendersi” per l’interazione delle particelle solari con il campo magnetico planetario. È dunque l’attività della nostra stella a governare principalmente la frequenza e l’intensità di questi fenomeni: non a caso, le aurore sono più frequenti ed estese proprio nei periodi in cui il Sole è più “turbolento”. Su Giove, invece,  le cose sono decisamente più complesse. E un ruolo determinante nella variazione dell’attività della sua magnetosfera, e quindi della produzione delle aurore, sarebbe l’attività vulcanica di Io, il più interno dei satelliti medicei del pianeta, scoperti da Galileo nel 1610. A queste conclusioni è giunto un gruppo di ricercatori guidati da Mizuki Yoneda della Tohoku University di Sendai, in Giappone, che ha presentato i risultati del suo studio in un articolo della rivista Geophysical Research Letters.
Ma come possono i vulcani di un satellite che ha le dimensioni della nostra Luna influenzare in modo così determinante il più grande pianeta del Sistema solare? Tutto nasce dai vulcani di Io, che eruttano poderosi getti di gas, gran parte dei quali sfuggono al suo campo gravitazionale e vanno ad alimentare una enorme “ciambella” di particelle ionizzate che si trova attorno al pianeta. Questa struttura a sua volta interagisce con il campo magnetico di Giove, e può influenzarne la sua attività aurorale al variare delle sue dimensioni e della quantità di materia in essa contenuta. Per verificare queste previsioni, i ricercatori hanno analizzato le osservazioni compiute da Terra e dallo spazio di uno degli elementi chimici presenti in questo anello di particelle, ovvero il sodio. In particolare, i dati raccolti nel maggio del 2007 indicano un aumento significativo di sodio attorno a Giove dovuto a un periodo di intensa attività vulcanica su Io. Poco dopo questo incremento, è stata notata una sensibile diminuzione dell’emissione radio nella banda ettometrica (HOM) proveniente dal pianeta, indice di una attività aurorale indebolita. Per gli scienziati i due comportamenti sarebbero tra loro legati da una relazione  di causa-effetto. Insomma, nel Sistema solare non tutte le eruzionisembrano portare gli stessi effetti. Se quelle solari accendono le aurore sulla Terra, quelle di Io le spengono su Giove.
di Marco Galliani (INAF)

Una nuova superbolla nella Grande Nube di Magellano

Dopo averne fotografata una lo scorso anno, il telescopio spaziale Chandra della NASA torna a spiare una superbubble (superbolla), fenomeno prodotto dalle esplosioni delle supernove: le tremende onde d’urto delle loro emissioni creano nel gas circostante enormi cavità che gli astronomi chiamano “bolle”.nQuesta volta Chandra ha immortalato DEM L50, che si trova nella Grande Nube di Magellano (Large Magellanic Cloud – LMC), una piccola galassia satellite a circa 160 mila anni luce di distanza da noi dove l’attività di formazione stellare è molto ricca.
L’immagine diffusa dalla NASA di DEM L50, conosciuto anche come N186, unisce le osservazioni in banda X di Chandra (in rosa) con i dati ottici (rosso, verde e blu) della Magellanic Cloud Emission Line Survey (MCELS). Le superbolle si trovano in regioni in cui stelle massicce si sono formate nel corso degli ultimi milioni di anni. Queste stelle producono intense radiazioni, espellono la materia ad alta velocità e attraversano tutto d’un fiato le fasi della loro evoluzione fino a esplodere in supernove. I venti e le onde d’urto che ne derivano creano delle cavità, che assumono la forma di vere e proprie bolle.
La forma di DEM L50 è più o meno quella di un’ellisse, con un resto di supernova (SNR), chiamato N186 D, che si trova sul bordo settentrionale. DEM L50 emette circa 20 volte di più i raggi X di quanto previsto dai modelli standard per l’evoluzione delle superbubbles.
Lo studio Chandra di DEM L50 è stato condotto da Anne Jaskot presso l’Università del Michigan ad Ann Arbor. I co-autori sono Dave Strickland (Johns Hopkins University di Baltimora, MD), Sally Oey (Università del Michigan), You-Hua Chu (University of Illinois) e Guillermo Garcia-Segura (Instituto de Astronomia-UNAM a Ensenada, Messico).
di Eleonora Ferroni (INAF)
Per saperne di più:

Un peso massimo intergalattico: ecco Abell 901/902

Questa l’ immagine di campo profondo proposta questa settimana dall’ESO: mostra un cosiddetto superammasso di galassie – un enorme complesso di ammassi di galassie tra di loro legati. Questo superammasso, noto come Abell 901/902, comprende tre ammassi principali ed un certo numero di filamenti galattici, tipici di tali super-strutture. Uno degli ammassi, Abell 901a, può essere individuato sopra ed appena a destra della prominente stella rossa vicina al centro dell’immagine. Un secondo, Abell 901b, si trova a destra di Abell 901a e leggermente più in basso. Infine, l’ammasso Abell 902 è visibile direttamente sotto la stella rossa, verso il bordo inferiore dell’immagine.
Il superammasso Abell 901/902 si trova ad oltre due miliardi di anni luce dalla Terra e contiene centinaia di galassie in una regione di circa 16 milioni di anni luce. Per confronto, il Gruppo Locale di galassie – che contiene la nostra Via Lattea insieme ad altre 50 galassie – misura approssimativamente 10 milioni di anni luce.
Questa immagine è stata ottenuta dallo strumento Wide Field Imager (WFI) sul telescopio da 2,2 metri dell’MPG/ESO, situato all’osservatorio di La Silla, in Cile. Usando le informazioni ottenute dal WFI e dall’Hubble Space Telescope della NASA/ESA, nel 2008 gli astronomi sono riusciti a tracciare una mappa della distribuzione di materia oscura all’interno del superammasso, mostrando che gli ammassi e le galassie singole contenuti nella super-struttura sono contenuti da vasti grumi di materia oscura. Per far ciò, gli astronomi hanno osservato il modo in cui la luce proveniente da 60 mila galassie lontane, situate dietro il superammasso, viene distorta dall’effetto gravitazionale della materia oscura, rivelandone quindi la distribuzione. Si stima che la massa dei quattro principali aggregati di materia oscura in Abell 901/902 sia circa 10 bilioni di volte quella del Sole.
Le osservazioni qui mostrate fanno parte del progetto COMBO-17, una survey del cielo realizzata usando lo strumento WFI con 17 diversi filtri ottici. Finora il progetto COMBO-17 ha individuato più di 25 mila galassie.
Fonte: ESO

Il cielo di febbraio

Il cielo di febbraio è ancora dominato dalle grandi costellazioni invernali. Protagonista del cielo in direzione meridionale è sempre Orione, con le tre stelle allineate della cintura (da sinistra: Alnitak, Alnilam e Mintaka) ed i luminosi astri Betelgeuse (rossa) e Rigel (azzurra).
Più in alto troviamo ancora le costellazioni del Toro con la rossa Aldebaran, la costellazione dell’Auriga con la brillante stella Capella, i Gemelli con le stelle principali Castore e Polluce. A sinistra in basso rispetto ad Orione, il grande cacciatore, nella costellazione del Cane Maggiore, brilla la notissima Sirio, la stella più luminosa del cielo. Ancora più in alto, verso sinistra, la raffigurazione della caccia è completata dal Cane Minore, dove risplende Procione. Verso Ovest, nelle prime ore della sera, c’è ancora tempo per veder tramontare le costellazioni autunnali di Andromeda, del Triangolo, dei Pesci e dell’Ariete.
Restando tra le costellazioni zodiacali, un po’ più impegnativo è invece il riconoscimento della piccola e debole costellazione del Cancro, visibile tra i Gemelli e il Leone, che vedremo sorgere ad Est, seguito dalla Vergine.
Prendendo a riferimento la Stella Polare, possiamo riconoscere alcune note costellazioni del cielo settentrionale.
A Nord-Ovest riconosciamo Cassiopea con la sua caratteristica forma a “W”; tra Cassiopea e il Toro è facile individuare la costellazione del Perseo.
Più spostata a Nord-Est si trova l’inconfondibile Orsa Maggiore, vicino alla quale possiamo riconoscere la piccola costellazione dei Cani da Caccia.
Osservabilità dei pianeti
Mercurio: il pianeta riappare in orario serale e intorno alla metà del mese di febbraio si verificano condizioni favorevoli per tentare di individuarlo sull’orizzonte occidentale poco dopo il tramonto del Sole. La massima elongazione (oltre 18° di distanza angolare dal Sole) viene raggiunta il giorno 16. In quel periodo Mercurio tramonta circa 1 ora e mezza dopo il Sole.
Venere: dopo molti mesi di osservabilità mattutina, con il luminosissimo pianeta che dominava il cielo prima dell’alba, è giunto il momento di salutare Venere che è ormai praticamente inosservabile. Sorge poco prima del Sole con sui sarà in congiunzione il mese prossimo ed ormai è destinato a scomparire tra le luci del primo mattino. Sarà necessario attendere oltre due mesi per scorgerlo nuovamente, ma nel cielo serale. Il giorno 2 Venere lascia il Sagittario e nel corso del mese attraversa per intero la costellazione del Capricorno; il 24 entra nell’Acquario.
Marte: come ormai accade da diversi mesi, Marte continua a sfiorare l’orizzonte occidentale senza tuttavia scomparire del tutto dal cielo serale. Prosegue una sorta di inseguimento tra il pianeta rosso e il Sole. La nostra stella attraversa le costellazioni zodiacali lungo l’eclittica e Marte si sposta quasi alla stessa velocità angolare, senza farsi raggiungere dal Sole. Marte è comunque così basso sull’orizzonte da essere quasi impercettibile tra le luci del crepuscolo. Nel corso del mese di febbraio il pianeta percorre quasi per intero la costellazione dell’Acquario, avvicinandosi al limite con i Pesci.
Giove: dopo il tramonto del Sole il pianeta si trova praticamente alla culminazione, la massima altezza sull’orizzonte verso Sud. Nelle ore successive l’altezza in cielo di Giove è quindi destinata a diminuire; possiamo quindi osservarlo nel corso della prima parte della notte mentre scende a Sud-Ovest fino al suo tramonto ad Ovest. Giove è ancora l’astro più brillante della sera e possiamo ammirarlo senza difficoltà nella costellazione del Toro, non lontano dalla stella Aldebaran.
Saturno: il pianeta continua a incrementare l’intervallo di osservabilità anticipando sempre più il proprio sorgere. A fine mese già intorno alla mezzanotte appare sull’orizzonte orientale. Pertanto è possibile osservarlo per tutta la seconda parte della notte, inizialmente a Sud-Est, poi a Sud, prima del sorgere del Sole. Saturno si trova nella costellazione della Bilancia, ma il 19 inverte il moto, che diventa retrogrado: il pianeta si riavvicina quindi al limite con la Vergine.
Urano: il pianeta diventa praticamente inosservabile, sempre più basso sull’orizzonte occidentale. In attesa dell’imminente congiunzione con il Sole, va segnalato l’avvicinamento del pianeta al limite con la costellazione della Balena, nella quale Urano trascorrerà alcune settimane, lasciando la costellazione dei Pesci (l’approfondimento dedicato alle costellazioni zodiacali mostra tutte le costellazioni attraversabili dai pianeti). La luminosità di Urano è al limite della visibilità occhio nudo e per poterlo osservare è necessario l’uso di un telescopio.
Nettuno: il pianeta è del tutto inosservabile. Il 21 febbraio si trova in congiunzione con il Sole. Nettuno si trova ancora nella costellazione dell’Acquario, dove è destinato a rimanere molto a lungo, fino all’anno 2022.
Gradualmente Plutone si sta allontanando dal Sole ed inizia ad essere osservabile al mattino prima dell’alba. La sua modesta altezza sull’orizzonte orientale unito alla luminosità estremamente bassa consiglia comunque di attendere i prossimi mesi per tentare di individuarlo al telescopio. Plutone si trova ancora nella parte alta della costellazione del Sagittario, costellazione che lo ospiterà ancora nei prossimi 10 anni, fino al 2023.
Congiunzioni
Luna – Saturno : tra il 2 e il 3 febbraio, intorno all’una di notte, la Luna all’Ultimo Quarto appare all’orizzonte orientale insieme al pianeta Saturno. Nelle ore successive i due astri si alzano sempre più sull’orizzonte a Sud-Est: li possiamo così osservare facilmente nella costellazione della Bilancia, vicino al limite con la Vergine.
Luna – Venere : ultime occasioni per individuare Venere prima del suo periodo di inosservabilità. La mattina del 9, poco prima del sorgere del Sole Venere sorge preceduta da una sottilissima falce di Luna – ad appena un giorno dalla Luna Nuova. Venere e la Luna nella circostanza si trovano nella costellazione del Capricorno.
Luna – Marte – Mercurio: un incontro a tre non facilissimo da osservare, data la limitata altezza sull’orizzonte degli astri che ne sono protagonisti, ma che merita comunque attenzione per alcune particolarità: il falcetto di Luna “a barchetta” (v. paragrafo “osserviamo il falcetto di Luna crescente”) e Mercurio che si sta avvicinando al periodo di migliore osservabilità serale. Il tramonto da osservare è quello dell’11 febbraio. La Luna e i due pianeti si trovano nella costellazione dell’Acquario.
Luna – Pleiadi : come nei mesi precedenti, le uniche congiunzioni significative osservabili nelle prime ore della notte riguardano l’attraversamento della costellazione del Toro da parte della Luna. La sera del 17 la Luna al Primo Quarto si avvicina alle Pleiadi, seguite da Giove, dalle Iadi e dalla luminosa stella Aldebaran.
Luna – Giove: la sera successiva, il 18 febbraio, la Luna completa l’attraversamento della costellazione del Toro. Suggestivo il raggruppamento degli astri luminosi già citati: Giove, Iadi, Aldebaran e le Pleiadi.
Tratto da “Il cielo del mese UAI”

Tutti i colori del Sole

Perché osservare le stelle a diverse lunghezze d’onda? Per rispondere a questa domanda, la NASA ha realizzato e distribuito l’immagine di oggi che a prima vista potrebbe sembrare un collage di ritratti di stelle, caratterizzate da diversi colori, dimensioni, età e attività. In realtà, quello presentato è un puzzle di fotografie del nostro Sole che ci permette di comprendere come, guardare la nostra stella a diverse lunghezze d’onda, possa svelare fenomeni fisici diversi che avvengono al suo interno e sulla sua superficie.
Il collage è stato composto con dati recentemente raccolti da SDO, il Solar Dynamics Observatory, lanciato dalla NASA all’inizio del 2010 per generare immagini ad altissima risoluzione della nostra stella. Per raggiungere questo obiettivo, SDO utilizza diversi strumenti chiamati AIA (Amospheric Imaging Assembly) e  HDMI (Helioseismic and Magnetic Imager) che permettono di realizzare fotografie in dieci diverse lunghezze d’onda e immagini che contengono dati sul campo magnetico e informazioni doppler sulla velocità della materia espulsa dal sole.
Per comprendere perché il Sole appaia così diverso in queste immagini scattate dallo stesso punto di vista e nello stesso periodo, bisogna partire dalla considerazione (forse ovvia) che la nostra stella  è una palla di gas ad altissima temperatura e che grazie al suo calore, come una enorme lampadina a incandescenza, emette una radiazione elettromagnetica in molte lunghezze d’onda (una caratteristica questa, legata al colore della radiazione o alla sua energia). Queste lunghezze d’onda, sommate, generano la luce percepita dai nostri occhi e comunemente definita bianca, che ci restituisce l’abituale immagine del Sole, con il suo disco arancione, uniforme e dai bordi ben netti.
Da questa prima immagine si potrebbe dedurre una natura ben poco attiva della nostra stella, che in realtà nasconde molto altro. A causa di fenomeni atomici, il Sole emette anche radiazioni molto più energetiche ma invisibili ad occhio nudo, dall’estremo ultravioletto ai raggi x: i diversi atomi che lo compongono (elio, idrogeno, ferro per esempio) emettono a queste particolari lunghezze d’onda quando assorbono e cedono nuovamente energia. Il meccanismo è più intricato ed entrano in gioco anche gli ioni e le molecole che compongono la nostra stella. Gli scienziati già dall’inizio del ’900 hanno cominciato a osservare tutti questi meccanismi e organizzarli in veri e propri cataloghi che associano a ogni fenomeno le sue lunghezze d’onda.
Quindi, osservare il Sole a una certa lunghezza d’onda e  a una data energia permette di selezionare  un particolare fenomeno che avviene al suo interno. E visto che fenomeni diversi avvengono in punti diversi del Sole, di isolare e osservare parti diverse dell’atmosfera solare, dalla superficie fino agli ultimi strati della corona. E’ quanto succede con SDO, i cui strumenti sono stati studiati in modo da sfruttare al meglio questa possibilità. Alcuni esempi sono chiaramente identificabili tra le tessere del collage: come l’immagine in alto a destra, realizzata sommando tutte le lunghezze d’onda nel visibile, in cui appare il disco arancione del Sole ben riconoscibile ai nostri occhi. O le tessere giallo chiaro e uniformi, realizzate selezionando la lunghezza d’onda gialla/verde (4500 Angstrom), energia che viene generalmente emessa da materiale a 5700 gradi Kelvin, la temperatura della superficie del sole e che quindi permette di avere una visione della fotosfera della nostra stella. Oppure le tessere verdi in cui sono ben visibili le potenti emissioni solari. Queste ultime sono realizzate nell’ultravioletto estremo (94 Angstrom), energia prodotta da atomi riscaldati a 6 milioni di gradi Kelvin che permette di visualizzare i solar flares, fenomeni in cui si raggiungono queste temperature. Per saperne di più e capire le molte informazioni contenute a tutte le lunghezze d’onda delle singole tessere del mosaico, consulta questa pagina esplicativa della NASA.
di Livia Giacomini (INAF)
26 – continua

L’apparenza inganna: NGC 411 non è quello che sembra

Sembra un ammasso globulare, ma non lo è. Il protagonista di questa immagine ripresa dal telescopio spaziale Hubble, l’oggetto NGC 411, è una prova di come le apparenze possano ingannare. A prima vista ha tutte le caratteristiche di un ammasso globulare, uno di quegli aggregati sferici, fatti di stelle molto vecchie, sparsi intorno alla nostra galassia (ce ne sono oltre 150 conosciuti). In realtà, NGC 411 non è nemmeno nella Via Lattea, e le sue stelle non sono affatto vecchie.
NGC 411 è classificato come un ammasso aperto situato nella Piccola Nube di Magellano, una piccola galassia  vicino alla nostra. Meno strettamente legate che in un ammasso globulare, le stelle che formano questi ammassi aperti tendono ad allontanarsi nel tempo, con l’età, mentre tipicamente gli ammassi globulari sono sopravvissuti per ben oltre 10 miliardi di anni. NGC 411 è relativamente giovane, avendo non più di un decimo di questa età. Lungi dall’essere una reliquia dei primi anni dell’universo, le stelle in NGC 411 sono in realtà ben più giovani del nostro Sole.
Le stelle in NGC 411 sono tutte più o meno della stessa età, ma non della stessa dimensione, anche se sono nate dalla stessa nube di gas e polveri. L’immagine di Hubble mostra una vasta gamma di colori, e la luminosità delle stelle dell’ammasso può dire molto agli astronomi, compresa la loro massa, la temperatura e la fase evolutiva. Stelle blu, per esempio, hanno temperature superficiali più elevate rispetto a quelle rosse.
L’immagine è una composizione prodotta da osservazioni negli ultravioletti, osservazioni del visibile e dell’infrarosso da parte della Wide Field Camera 3 di Hubble. Questo set di filtri permette al telescopio di “vedere” i colori al di là del rosso e del viola che sono le estremità dello spettro visibile.
di Antonio Marro (INAF)

Miliardi di Terre e neppure un alieno?

Il 5 ottobre 1995, Michel Mayor e Didier Queloz, dell’Osservatorio di Ginevra, annunciano di avere scoperto il primo pianeta extrasolare nella storia, di massa paragonabile a quella di Giove, attorno alla stella 51 Pegasi. Da allora sono stati individuati quasi mille pianeti extrasolari che orbitano intorno a stelle relativamente vicine a noi. Le tecniche usate sono diventate sempre più sofisticate e precise e si è riusciti ad osservare anche pianeti relativamente piccoli, della dimensione della Terra. Nel marzo 2009 fu lanciato da Cape Canaveral il satellite Kepler realizzato dalla NASA con l’obiettivo di dare un grande impulso alla scoperta di pianeti extrasolari di dimensione terrestre. Nel giro di pochi anni la comprensione del nostro Universo è radicalmente cambiata. Kepler ha scoperto che è un’assoluta normalità che ci siano stelle circondate da pianeti, come nel caso del nostro sistema solare. Un anno fa gli scienziati che studiano i dati di Kepler hanno annunciato la scoperta del primo pianeta di dimensione terrestre che orbita intorno alla sua stella in una fascia considerata di abitabilità. Secondo recenti valutazioni statistiche realizzate dallo Harvard-Smithsonian Center for Astrophysics, il 17% delle stelle della nostra galassia ha un pianeta di una dimensione simile a quella della Terra che ci gira attorno. Considerando che la nostra galassia è popolata da circa cento miliardi di stelle, ciò significa che potrebbero esserci circa 17 miliardi di pianeti di dimensioni simili a quelle della Terra; alcuni di questi dovrebbero avere orbite molto vicine alle proprie stelle e, come nel caso di Mercurio per il nostro sistema solare, temperature superficiali molto elevate e acqua completamente evaporata. In queste condizioni la vita, così come noi la intendiamo, sembra sia molto difficile da essere generata. L’acqua allo stato liquido, in particolare, sembra sia un elemento fondamentale per la formazione di molecole complesse. Anche la presenza di un’atmosfera sembra essere cruciale per la nascita della vita, soprattutto ai fini di una efficace termoregolazione. In ogni caso, se le statistiche sono corrette, nella sola nostra galassia, è possibile che ci sia un buon miliardo di pianeti extrasolari di dimensione terrestre nella fascia di abitabilità e quindi nelle condizioni di ospitare la vita. Un numero straordinariamente elevato che gli astronomi non immaginavano fino a pochi anni fa.
È mai possibile che con una tale quantità di pianeti simili alla Terra non ci siano vite extraterrestri in contatto con noi? Sì, è possibile, anzi direi estremamente probabile.
Bisogna ricordarsi che le distanze tra le stelle, anche quelle più vicine, sono straordinariamente elevate, dell’ordine dei milioni di miliardi o addirittura dei miliardi di miliardi di chilometri, e che non è possibile superare la velocità della luce, di soli trecentomila chilometri al secondo. Queste due condizioni non consentono di immaginarsi un contatto diretto e rendono letteralmente impossibile un viaggio interstellare, sia per noi sia per eventuali probabili extraterrestri. L’altro limite fortissimo è la finestra temporale della nostra civiltà e, con tutta probabilità, anche di quella degli eventuali extraterrestri. Qualsiasi cosa nell’Universo nasce, vive e muore. Una stella, un pianeta, una specie animale, un essere umano, una civiltà. Tutto intorno a noi ha un ciclo che, necessariamente, termina con la morte o l’estinzione. Nel caso dell’Uomo, le prime tracce di ominidi risalgono a circa 2 milioni di anni fa ma quelle dell’homo sapiens moderno sono di 150 mila anni fa; il primo satellite artificiale realizzato dall’uomo ha lasciato la crosta terrestre poco più di cinquanta anni fa (Sputnik: 4 Ottobre 1957). In quanto tempo si estinguerà la nostra civiltà? Centomila anni? Difficile prevederlo ma sicuramente, se continueremo a gestire così male il nostro pianeta, anche molto prima. In un arco temporale così breve rispetto alla durata dell’Universo è praticamente impossibile, o per meglio dire altamente improbabile, che due civiltà nate casualmente su due pianeti nella nostra galassia si incontrino: avranno vissuto in finestre temporali differenti e non avranno avuto modo di scambiarsi neppure un messaggio. La sproporzione fra la dimensione spaziale e quella temporale dell’Universo era stata già colta da Enrico Fermi, il quale diede il nome a un paradosso riguardante la possibilità di stabilire dei contatti con entità aliene. Eppure gli ufologi, senza portare alcuna prova certa, sostengono che ci sono stati già molti contatti con civiltà aliene e che sono stati fatti molti avvistamenti di oggetti non identificati, i cosiddetti UFO, che potrebbero essere navi spaziali provenienti chissà da quale pianeta lontano. A me sembra quanto meno bizzarro che una civiltà extraterrestre, dopo aver affrontato un viaggio massacrante durato forse molte decine di migliaia di anni, arrivi sulla Terra e non si palesi in maniera evidente. La verità è che non sono mai arrivati. E che le fantasie degli ufologi sono alimentate, come spesso accade, da una buona letteratura e filmografia di fantascienza. Cerchiamo però di non confondere la fantascienza con la scienza. Questa confusione è addirittura recentemente approdata in Parlamento dove due nostri Onorevoli, Giuseppe Vatinno e Francesco Barbato, entrambi dell’Italia dei Valori, entrambi laureati ed il primo addirittura in Fisica, hanno presentato il 20 dicembre scorso una interrogazione a risposta scritta, pubblicata qui. Il testo di questa interrogazione ha provocato molte reazioni tra la stampa scientifica (altra, vedi il settimanale OGGI, l’ha riportata per tale) perché fa riferimento a esempi e testimonianze che appartengono più alla civiltà degli ufologi che a quella degli scienziati. Rivolgendosi, infatti, ai Ministri della Difesa e degli Esteri italiani, i due deputati si rifanno ad una notizia, già da tempo smetita a tutti i livelli, che presso l’ONU sarebbe stato costituito un organismo denominato Unoosa diretto dall’astrofisica malese Mazlan Othman con il fine di accogliere gli extraterrestri. L’interrogazione cita il Premier russo Medvedev, sicuramente a conoscenza di segreti indicibili, già documentati dal film «Men in Black»! Non mancano riferimenti a Ronald Reagan, Winston Churchill, Jimmy Carter che, a detta degli interpellanti, hanno avuto frequenti contatti con gli extraterrestri o erano stati messi a conoscenza di nascoste verità da parte dei servizi segreti dei loro Paesi. Obbligatorio un riferimento all’Area 51 e al disco volante di Roswell. Insomma: un insieme di affermazioni non comprovate che si concludono con la domanda “se il Governo intenda reperire elementi anche sul piano internazionale sull’argomento esposto, come ad esempio l’esistenza dell’Area 51, se l’Italia disponga e dove di eventuali strutture delle Forze armate o di altri Corpi dello Stato dediti allo studio del fenomeno ufologico”.
Per le ragioni che ho spiegato all’inizio del mio articolo e per la grave situazione in cui versa l’Europa tutta, non riesco a immaginare parlamentari italiani occupati a prepararsi e preparare le Istituzioni all’arrivo degli alieni. Credo più semplicemente che questa lunga interpellanza sia stata scritta da qualche illustre studioso di UFO e che i parlamentari in questione l’abbiano presa, ingenuamente a mio dire, per buona.e
Insomma, dobbiamo farcene una ragione: nonostante i miliardi di Terre in giro per la nostra galassia (e chissà quante nelle altre galassie!), siamo con tutta probabilità destinati a essere civiltà isolate in un Universo smisuratamente grande.
di Emilio Sassone Corsi (sito INAF)

Il Superammasso di Shapley e il Vuoto del Bootes

Il Superammasso di Shapley si trova molto vicino al punto nella cui direzione si sta muovendo il Superammasso della Vergine, del quale la Via Lattea fa parte, per cui si specula che il Superammasso di Shapley sia, assieme al Grande Attrattore, il maggior responsabile del movimento del nostro superammasso in quella direzione rispetto alla radiazione cosmica di fondo.
Il nome proviene da Harlow Shapley, l’astronomo che dalla fine degli anni venti al 1932 scoprì ben 76.000 galassie nel cielo australe. Il superammasso fu poi riscoperto da Somak Raychaudhury nel 1989, che mise in evidenza il Grande Attrattore con l’Ammasso del Regolo e con il Superammasso di Shapley.
Il superammasso è al confine con il Vuoto del Bootes e dista circa 650 milioni di anni luce.
Con i suoi 250 milioni di anni luce di diametro, il vuoto del Boötes è uno dei vuoti più estesi dell’universo, ed è per questo che viene chiamato supervuoto. Fu scoperto nel 1981 da Robert Kirshner, Augustus Oemler, Jr., Paul Schechter, e Stephen Shectam durante un’indagine di redshifts galattici.
Altri astronomi hanno cominciato a studiare questo vuoto e hanno scoperto recentemente alcune galassie dentro questa regione. Nel 1987 J. Moody, Robert Kirshner, G. MacAlpine,e S. Gregory scoprirono e pubblicarono l’esistenza di otto nuove galassie in questa zona. M. Strauss e John Huchra annunciarono la scoperta di altre tre galassie nel 1988 e Greg Aldering, G. Bothun, Robert P. Kirshner e Ron Marzke annunciarono la scoperta di altre quindici nel 1989. Nuove galassie continuano ad essere scoperte, e dal 1997 il numero è salito a 60.
Il suo primo nome, Vuoto del Boötes, è dovuto al fatto che nelle vicinanze di questo supervuoto si trovi la costellazione di Boötes. Il suo secondo nome, Grande Vuoto, è invece dovuto al fatto che, con i suoi 250 milioni di anni luce circa di diametro, è uno de più grandi vuoti conosciuti nell’universo, ed è dunque chiamato supervuoto.
Si è teorizzato che il vuoto del Boötes si sia formato dall’unione di vuoti più piccoli, come le bolle di sapone creano, insieme, bolle più grandi. Questo spiegherebbe il piccolissimo numero di galassie che popolano una regione vagamente cilindrica situato nel mezzo del vuoto.
Chi è Harlow Shapley?
Harlow Shapley (Nashville, 2 novembre 1885 – Boulder, 17 ottobre 1972) è stato un astronomo australiano.
Studiò all’Università di Princeton sotto il professor Henry Norris Russell, ed utilizzò la relazione periodo luminosità per le Cefeidi scoperta da Henrietta Swan Leavitt per determinare la distanza di alcuni ammassi globulari. Si rese così conto che la Via Lattea era molto più grande di quanto creduto e nel 1918 ne misurò la lunghezza in 100.000 anni luce.
Prese parte al Grande Dibattito con Heber D. Curtis sulla natura delle nebulose e delle galassie, e sulle dimensioni dell’universo. Il dibattito si svolse il 26 aprile 1920. Shapley era contrario all’idea che il Sole si trovasse al centro della Via Lattea, e per dimostrare la sua ipotesi mostrò i risultati che aveva ottenuto studiando gli ammassi globulari. Essi infatti sono più concentrati in direzione della costellazione del Sagittario, perciò Shapley ipotizzò che, se erano distribuiti uniformemente attorno alla Galassia, il nucleo della Via Lattea doveva trovarsi proprio in direzione del Sagittario. Credeva inoltre che le galassie fossero parte della Via Lattea, anche se il loro spettro era di emissione anziché di assorbimento, com’era per le nebulose comuni. Aveva ragione sulla prima ipotesi, e torto sulla seconda.
All’epoca del dibattito, Shapley lavorava all’Osservatorio di Monte Wilson. In seguito egli fu chiamato a rimpiazzare il celebre Edward Charles Pickering, recentemente deceduto, come direttore dell’Osservatorio di Harvard. Occupò quel posto dal 1921 sino al 1952. Nel 1925 assunse Cecilia Payne Gaposchkin, che divenne la prima persona ad ottenere un dottorato in astronomia all’Università Harvard.
Negli anni quaranta, Shapley collaborò a fondare alcune associazioni scientifiche, tra cui la National Science Foundation. È anche colui che contribuì a far inserire la lettera S nella sigla UNESCO (che sta per Scientific, scientifica).
Politicamente, Shapley era un liberale, e fu una delle vittime del Maccartismo. Nel 1950, ebbe un ruolo rilevante nell’organizzazione di una campagna accademica contro il controverso best-seller pseudoscientifico “Mondi in collisione”, dello psichiatra russo espatriato Immanuel Velikovsky.
Shapley coltivò per tutta la vita un interesse per la mirmecologia. Era inoltre il nonno dell’autore di best-seller Tracey Shapley e del vincitore del Premio Pulitzer Christopher Shapley.
Si sposò nel 1914 con Martha Betz, anch’essa un’astronoma, che lo aiutò spesso nel suo lavoro. Ebbero quattro figli e una figlia.
Gli sono stati dedicati il cratere Shapley sulla Luna e un asteroide, 1123 Shapleya.
Tratto da Wikipedia (vedi anche il nostro articolo del 23 gennaio “Sotto il dominio del Grande Attrattore”)

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