Sta arrivando il cielo di primavera

Il Sole si trova nella costellazione dell’Acquario fino al giorno 12, quando entra nella costellazione dei Pesci. Domenica 27 Marzo, alle ore 2, entra in vigore l’Ora Legale (lancette spostate un’ora in avanti). La situazione rimarrà invariata fino al 30 ottobre prossimo, data del ripristino dell’Ora Solare. Equinozio di Primavera: 20 Marzo, ore 23:18. Il Sole sorge e tramonta rispettivamente ad Est e ad Ovest, e si trova esattamente nel punto di intersezione tra equatore celeste ed eclittica denominato punto d’Ariete. Il giorno e la notte presentano la stessa durata.
I pianeti
Mercurio: nel corso del mese si verifica il periodo di migliore visibilità serale dell’anno. Il pianeta infatti nella seconda parte del mese arriva a tramontare oltre un’ora e mezza dopo il Sole, raggiungendo la massima elongazione (distanza angolare di oltre 18° dal Sole) la sera del 23. A fine mese potremo ancora tentare di scorgerlo sull’orizzonte occidentale, anche se l’intervallo di osservabilità si riduce a meno di un’ora.
Venere: prosegue il lungo periodo di osservabilità mattutina del pianeta, visibile ad oriente prima dell’alba. L’intervallo di osservabilità tuttavia si riduce sensibilmente, ed alla fine del mese sorge solo poco più di un’ora prima del Sole. Poco dopo la sua apparizione, basso sull’orizzonte orientale, il pianeta è destinato a scomparire nella luce del mattino. Venere il giorno 2 lascia la costellazione del Sagittario per entrare nel Capricorno, che attraversa per intero per poi fare il suo ingresso nell’Acquario il 25.
Marte: per tutto il mese è ancora inosservabile. Dopo la congiunzione con il Sole del mese scorso, Marte rimane ancora molto basso sull’orizzonte orientale, dove sorge al mattino indistinguibile tra le luci dell’alba. Il pianeta si trova nella costellazione dell’Acquario, che lascia il giorno 25 per entrare nei Pesci.
Giove: giunge a conclusione il lungo periodo di osservabilità serale del pianeta che ha visto Giove dominare con la sua luminosità le notti dell’autunno e dell’inverno. Il pianeta è ormai molto basso sull’orizzonte occidentale e rimangono solo pochi minuti per poterlo individuare prima che scompaia nelcrepuscolo. Rimane da segnalare comunque la curiosità del breve transito del pianeta nella costellazione della Balena. Giove vi è entrato lo scorso 25 febbraio e vi rimane fino al 9 marzo, per poi rientrare nei Pesci. In condizioni di osservabilità sono sempre degni di nota i 4 satelliti galileiani (Io, Europa, Ganimede e Callisto), che si mostrano come piccoli puntini bianchi che danzano da un lato all’altro del pianeta sulla linea dell’equatore.
Saturno: dopo aver salutato Giove, il testimone passa al pianeta più suggestivo del sistema solare, con i suoi splendidi anelli, destinato a diventare protagonista delle osservazioni planetarie per le prossime stagioni della primavera e dell’estate. Saturno è ormai prossimo al periodo di migliore osservabilità dell’anno. Nelle prime ore della notte il pianeta sorge ad oriente e rimane osservabile per il resto della notte. Saturno si trova nella costellazione della Vergine, dove rimane per tutto anno.
Urano: il giorno 21 si trova in congiunzione con il Sole, pertanto il pianeta è del tutto inosservabile. In condizioni favorevoli all’osservazione, usando uno strumento ottico (anche un buon binocolo) appare come un oggetto di colore blu/verde, di magnitudine 5.7. Urano si trova nella costellazione dei Pesci.
Nettuno: il pianeta ricompare nei cieli del mattino, ma è ancora difficilmente osservabile, per la sua posizione molto bassa sull’orizzonte orientale. Il 27 è in congiunzione con Venere. Nettuno si trova nella costellazione dell’Acquario, dove rimarrà molti anni. Come sempre, per individuarlo è necessario utilizzare una strumentazione adeguata, un telescopio o un binocolo.
Plutone: Preso atto della riclassificazione di Plutone a plutoide da parte della IAU (2008), la nostra rubrica includerà comunque l’osservabilità dell’astro. Plutone sorge nelle ore centrali della notte e lo si può cercare a Sud-Est prima dell’alba. Il pianeta si trova ancora nella costellazione del Sagittario, dove è destinato a rimanere fino al 2023. Con la sua magnitudine 14 sono necessari un cielo scuro, una buona carta stellare e almeno un telescopio da 8″ di apertura (200mm).
Costellazioni
Il mese di marzo vede ancora come protagoniste le costellazioni invernali. Tuttavia, rispetto al mese precedente, si noterà uno spostamento delle stesse verso sud-ovest. Da notare invece che, già dalle prime ore della notte, si affacciano ad oriente le costellazioni del Leone e della Vergine (nei pressi della quale troviamo Saturno). I fortunati abitanti di luoghi con poco inquinamento luminoso, potranno scorgere persino la debole costellazione del Cancro, che separa il Leone dai Gemelli.
Proseguendo verso occidente spicca ancora la stupenda Orione, con le tre stelle della cintura a formare una linea quasi retta (da sinistra: Alnitak, Alnilam e Mintaka), ed i 3 luminosissimi astri Betelgeuse (gigamte rossa), Rigel (azzurra) e Bellatrix (in basso a destra). Sotto la cintura troviamo un gruppo di stelle in cui giace la Grande nebulosa di Orione (M42) osservabile anche ad occhio nudo. Una perla del cielo boreale.
Nella stessa zona di cielo troviamo le costellazioni del Toro (dalla caratteristica forma a Y) con la stella rossa Aldebaran, la costellazione dell’Auriga con la brillante stella Capella, i Gemelli con le stelle principali Castore e Polluce. A sinistra in basso rispetto ad Orione, nella costellazione del Cane Maggiore, risplende Sirio, la stella più luminosa del cielo. Poco al di sotto dei Gemelli, si può facilmente riconoscere un’altra stella luminosa, Procione, del Cane Minore.
Proseguiamo il nostro tour con il cielo settentrionale, dove l’Orsa Maggiore domina incontrastata. Con il suo aiuto sarà un gioco da ragazzi trovare la stella Polare. A Nord-Ovest troviamo Cassiopea con la sua caratteristica forma a “W”; tra Cassiopea e il Toro troviamo la costellazione del Perseo. Da notare che anche la costellazione del Perseo può fungere da comodo riferimento per giungere alle Pleiadi, infatti basta congiungere con una linea immaginaria a forma di “arco” alcune stelle per arrivare al famosissimo ammasso aperto. Chiudiamo la rassegna segnalando la costellazione di Bootes (il Bifolco), sotto l’Orsa Maggiore e a sinistra della Vergine, caratterizzata dalla particolare forma ad aquilone, con la sua brillante e rossastra Arturo.
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Euclid per svelare il lato oscuro dell’Universo

La teoria della relatività generale di Einstein ha lasciato in eredità agli astrofisici un grattacapo cosmico. Se prendiamo per buone quelle leggi, dobbiamo mettere in conto l’esistenza di due fattori nel computo della distribuzione della massa e dell’energia dell’Universo. Gli scienziati li chiamano – ammettendo la totale ignoranza in materia – energia oscura (componente che costituisce circa il 70% dell’Universo) e materia oscura (il 23%).
Risultato: il 93% dell’Universo è fatto di qualcosa di cui non abbiamo la più pallida idea. Questa è la sfida su cui intende lanciarsi la missione Euclid, in concorso nel programma Cosmic Vision dell’ESA insieme alle due sfidanti Plato e Solar Orbiter. Soltanto due delle tre missioni sono destinate a volare dal 2017 Dopo avervi presentato PLATO, dedicata ai pianeti extrasolari, questa è la volta del concorrente Euclid, che punta dritto all’energia oscura. Per scoprire se esiste, e in tal caso che diamine è, o se invece è solo un fantasma, e basta cambiare le regole del gioco con una teoria alternativa alla relatività su larga scala.
Progetto strategico per l’Europa, di grande interesse cosmologico e astrofisico (per non dire filosofico, considerando che potrebbe svelarci in che posto viviamo), Euclid vanta una fortissima partecipazione italiana di Università e istituti INAF (tra cui, IASF Bologna, IASF Milano, Osservatorio di Bologna, Osservatorio di Brera, Osservatorio di Padova, Osservatorio di Torino, Osservatorio di Trieste e Osservatorio di Roma). Ne parliamo con Andrea Cimatti, professore di Astronomia all’Università di Bologna, associato INAF e uno dei due responsabili italiani della missione.
Professor Cimatti, in che modo Euclid può risolvere l’enigma dell’energia oscura?
Grazie a diversi strumenti, due in particolare, che consentiranno di ricostruire una mappa tridimensionale delle galassie e della loro evoluzione negli ultimi 10 miliardi di anni. Questo ci darà una visione della struttura dell’Universo distante e potremo mettere vincoli al tasso di espansione, in modo da ottenere informazioni accurate e dettagliate sull’energia oscura. Questo è lo scopo principale della missione, ma ce ne sono molti altri. Per esempio, testare eventuali modifiche alla teoria della relatività generale. Si potrebbe trovare una spiegazione alternativa a ciò che interpretiamo come energia oscura. Questo implicherebbe che la legge di gravità non vale su grandissima scala cosmologiche. Ci si aspetta di avere informazioni su un numero gigantesco di galassie a grandi distanza, una miniera di dati che gli astronomi potranno usare per decine di anni attingendo al pozzo d’informazioni ricavate da Euclid.
Euclid ha dei predecessori?
Non c’è stata nessun’altra missione spaziale di questo tipo. Euclid è complementare a missioni di fondo cosmico, come WMAP e PLANCK, in particolare, e ci si aspetta una forte sinergia tra esse. Ma sarebbe la prima nel suo genere. Per l’Europa è un vantaggio competitivo notevole.
Perché Euclid dovrebbe vincere il concorso?
Perché tocca le più grandi domande di fisica e cosmologia ancora aperte, come la comprensione della formazione dell’Universo. Inoltre, dato il suo ruolo strategico, non dovrebbe essere persa questa finestra, creerebbe un ritardo in questi studi su cui l’Europa perderebbe la sua posizione di vantaggio.
Qual è stato il ruolo dell’Italia?
Euclid è un progetto guidato da consorzio internazionale (Austria, Francia, Germania, Italia, Olanda, Norvegia, Spagna, Gran Bretagna), con Italia e Francia nel ruolo dei due partner principali. L’Italia ha un coinvolgimento a 360°, dallo studio e sviluppo della strumentazione, fino all’analisi dei dati del ground segment. Su Euclid hanno collaborato circa 120-130 ricercatori e scienziati di molti istituti INAF e Università italiane, con il supporto dell’Agenzia Spaziale Italiana.
E se non dovesse vincere, quale sarebbe il piano B?
È un’ipotesi che non abbiamo considerato, per scaramanzia.
FONTE INAF

MOND sfida la materia oscura

I risultati di un nuovo studio, che ha preso in esame un campione selezionato di galassie, sono pienamente compatibili con quanto previsto da una teoria che potremmo definire “vintage”: un po’ datata, non a tutti piace, però non la si butta via. È la teoria MOND, Modified Newtonian Dynamics.
Formulata e proposta all’inizio degli anni ’80, offre una versione modificata della dinamica newtoniana, ovvero di quell’insieme di leggi fisiche che descrivono le relazioni fra le forze e le accelerazioni, gravità compresa.
C’è sempre stata perfetta sintonia fra quanto previsto dalle classiche leggi di Newton e i fenomeni che si osservano, almeno fino a quando non si decise di studiare la rotazione delle galassie. Fu a quel punto che ci si accorse che la teoria prevedeva qualcosa che in realtà non succede.
Le galassie ruotano su sé stesse in modo diverso dal previsto, man mano che ci si allontana dal centro la velocità dovrebbe diminuire e invece questo non si verifica. È come se fossero composte da molta più materia di quanta se ne riesca a rilevare: non si tratta di stelle, né di gas, nulla di conosciuto o in qualche modo visibile con i nostri strumenti. A questo punto le strade sono due. O questa materia extra c’è davvero. Oppure le leggi che usiamo non vanno bene su scale galattiche.
Se scegliamo la prima via, ecco entrare in scena la materia oscura: la teoria che ne accetta l’esistenza è quella che riscuote più consensi, quella più di moda, anche se l’identità di questa materia continua a restare, per l’appunto, oscura. Se invece ipotizziamo che di materia oscura non ce ne sia e che le leggi che conosciamo debbano in qualche modo cambiare nel momento in cui si considerano sistemi come le galassie, una delle modifiche proposte è proprio la teoria MOND che, recentemente, ha trovato nuove conferme.
Lo studio in questione condotto da Stacy McGaugh dell’Università del Maryland, ha preso in esame 47 galassie con una ricca componente gassosa e, per tutte, ha riscontrato una compatibilità molto buona fra i dati osservativi e le previsioni teoriche ottenute applicando le leggi MOND.
Sono state scelte galassie particolarmente ricche di gas perché contengono relativamente meno stelle ed è l’incertezza nella stima della massa delle stelle a rendere i test poco accurati. È fondamentale ottenere misure affidabili della massa e della velocità di rotazione delle galassie per poter fare confronti attendibili con i valori teorici MOND. I confronti sono andati benissimo dimostrando una compatibilità fra osservazioni e teoria che supera quella ottenuta con i modelli teorici che contemplano la materia oscura.
Se, tuttavia, i conti tornano quando si parla di galassie, la teoria MOND non è di grande aiuto passando a scale ancora più grandi, quelle degli ammassi di galassie dove la sfida si apre a un altro potentissimo rivale: l’energia oscura. Per il momento bisogna prendere atto che la teoria MOND ha funzionato: “se la teoria corretta è quella della materia oscura”, si chiede McGaugh, “perché la MOND si è dimostrata valida?”. In ogni caso la teoria vincente, qualunque essa sia, dovrà rendere conto anche di questo fatto non trascurabile.
Fonte INAF

Le due piccole lune dell’asteroide Cleopatra

Con la famosa regina egizia non ha in comune solo il nome ma anche due figli gemelli. L’asteroide Cleopatra possiede infatti due piccole lune, probabilmente frammenti che si sono staccati dopo uno scontro avvenuto 100 milioni di anni fa. La scoperta è riportata dall’Università di Berkeley e in un articolo pubblicato sulla rivista Icarus ed è merito di un gruppo di astronomi francesi e americani pronti anche a dare un nome adeguato ai due piccoli satelliti: Cleoselene e Alexhelios, dai nomi dei due gemelli di Cleopatra avuti da Marco Antonio, Cleopatra Selene II e Alessandro Helios.
Grazie alle osservazioni effettuate con diversi telescopi, incluso il Keck II nelle Hawaii, oltre a determinare la presenza e le orbite delle due lune è stata anche confermata la forma peculiare di Cleopatra, simile a un grande osso di cane. La presenza dei satelliti ha inoltre permesso di stimare la densità di massa dell’asteroide, a sorpresa risultata inferiore alle aspettative: non si tratta quindi di un unico blocco compatto, come ci si attende da asteroidi di queste dimensioni, quanto di un insieme di frammenti tenuti assieme dalla mutua attrazione gravitazionale.
Per Franck Marchis, astronomo dell’Università di Berkekey coinvolto nella ricerca, proprio questa struttura spiega le due lune e la forma ad osso. Secondo la ricostruzione elaborata insieme ai suoi colleghi, circa 100 milioni di anni fa lo scontro con un altro asteroide ha fatto ruotare velocemente Cleopatra su se stesso: per via della sua bassa compattezza e di questa rotazione vorticosa, nel corso dei successivi milioni di anni ha assunto la forma allungata, buttando fuori vari pezzi tra i quali le due lune attuali.
Il gruppo di astronomi sta ora continuando le osservazioni in cerca di altri asteroidi di grandi dimensioni con satelliti, per poterne così calcolare la densità e determinarne la struttura interna. Si tratta di una ricerca che può avere conseguenze importanti perché più ne troveranno di simili a Cleopatra, più andranno apportati ritocchi agli attuali modelli di formazione dei corpi rocciosi che popolano il nostro Sistema Solare.
Fonte INAF

A spasso sulla Luna

Se avete la testa sulla Luna, mentre dovreste concentrarvi sul lavoro, provate a staccare la spina e fare per davvero un salto sul nostro satellite. Questo giretto difficilmente vi deluderà (e forse vi aiuterà a ritornare sulla Terra). La pagina web, sviluppata dal team della NASA e della Arizona University, contiene una mappa della Luna navigabile e zoomabile in lungo e largo con un livello di dettaglio impressionante, fino a 145 metri per pixel.
L’immagine è stata ottenuta grazie alla Wide Angle Camera montata sulla sonda Lunar Reconnaissance Orbiter. Per due settimane, a metà di dicembre 2010, il satellite è rimasto appostato a fotografare la faccia vicina della Luna, ottenendo più di 1.300 immagini ad altissima risoluzione. Dalla composizione delle foto è nata la mappa più grande e dettagliata della Luna: un mosaico mostruoso di 24.000 x 24.000 pixel. L’effetto è a dir poco spettacolare.
Sul sito INAF si può vedere una versione mini di 1.400 x 1.400, pixel con le etichette geografiche dei posti, ma la versione completa zoomabile è la più divertente!
Vai subito al sito INAF e passeggia sulla Luna … in tutta tranquillità!

Il buco nero di Markarian 231

Quando due galassie si fondono per formarne una gigante, il buco nero supermassiccio centrale che si crea nella nuova galassia sviluppa un appetito insaziabile. Tuttavia, questo appetito feroce è insostenibile. Per la prima volta, le osservazioni con l’Osservatorio Gemini rivelano chiaramente un estremo deflusso galattico su larga scala che porta la cena cosmica del buco nero ad una battuta d’arresto. Il flusso in uscita è di fatto soffiato dalla galassia, il che priva il mostruoso buco nero del gas e delle polveri di cui ha bisogno per sostenere la sua crescita frenetica. Inoltre, limita anche il materiale disponibile per la galassia utilizzabile per dar vita a nuove generazioni di stelle.
Il lavoro pionieristico è una collaborazione tra David Rupke di Rodi nel Tennessee College e Sylvain Veilleux della University of Maryland. I risultati sono pubblicati nel numero del 10 marzo della Astrophysical Journal Letters e si sono conclusi con il sostegno della National Science Foundation statunitense.
Secondo Veilleux, Markarian 231 (Mrk 231), la galassia osservata con Gemini, è un laboratorio ideale per studiare i deflussi causati dal feedback dei buchi neri supermassicci. ‘Questo oggetto è probabilmente l’esempio più vicino e migliore che conosciamo di galassia grande nelle fasi finali di una concentrazione violenta, che rivela un quasar molto energico al suo centro. Questo è veramente l’ultimo singulto di questa galassia’. Veilleux aggiunge che non è probabilmente un oggetto unico: ‘Quando guardiamo in profondità lo spazio e indietro nel tempo, i quasar come questo sono visti in gran numero e tutti potrebbero evolvere attraverso eventi di spargimento come quello cui stiamo assistendo in Mrk 231’.
L’ambiente intorno a un buco nero è comunemente conosciuto come un nucleo galattico attivo (AGN), e l’afflusso estremo di materiale in questi buchi neri è la fonte di energia per gli oggetti quasi stellari o quasar. Le unioni di galassie contribuiscono ad alimentare il buco nero centrale. MRK 231 è in fase di transizione. Alla fine, a corto di carburante, gli AGN si estingueranno. Senza gas per formare nuove stelle, la galassia ospite muore di fame, trasformandosi in una collezione di vecchie stelle invecchiate con pochi giovani stelle che rigenerano la popolazione stellare. In definitiva, queste vecchie stelle faranno apparire più rossa la galassia, che viene appellata come rossa e morta. Anche se Mrk 231 è molto ben studiata e conosciuta per i suoi jet collimati, le osservazioni Gemini hanno mostrato un deflusso che di massima si estende in tutte le direzioni, per almeno 8.000 anni luce attorno nucleo della galassia. I dati ottenuti rivelano gas (caratterizzato da sodio, che assorbe la luce gialla) in streaming dal centro della galassia ad una velocità di oltre 1.000 chilometri al secondo. A questa velocità, il gas potrebbe andare da New York a Los Angeles in circa 4 secondi. Questa uscita è la rimozione del gas dal nucleo ad una velocità prodigiosa – più di 2,5 volte il tasso di formazione stellare. Le velocità osservate escludono le stelle come possibile motore che alimenta il deflusso. Questo lascia il buco nero come la causa più probabile, e si può facilmente spiegare la tremenda energia necessaria. L’energia coinvolta è sufficiente per spazzare via la materia della galassia. Tuttavia, la galassia è per lo più stelle, in questa fase della sua vita, e il deflusso non ha effetto su di loro. Markarian 231 è situato a circa 600 milioni di anni luce di distanza in direzione della costellazione dell’Orsa Maggiore. Anche se la sua massa è incerta, secondo alcune stime indicano che Mrk 231 ha una massa in stelle di circa tre volte quella della nostra galassia, la Via Lattea e il suo buco nero centrale è stimato avere una massa di almeno dieci milioni di masse solari o anche di tre volte quello del buco nero supermassiccio nella Via Lattea.
Fonte Mystars

Il pianeta dei diamanti

Averlo definito “pianeta al carbonio” è forse eccessivo ma di certo non è un pianeta come gli altri finora individuati. Orbita attorno a una stella che dista 1200 anni luce da noi, è un gigante gassoso simile a Giove e presenta una curiosa caratteristica: è ricco di carbonio, a un livello nettamente superiore rispetto a quello presente in un qualsiasi pianeta del nostro Sistema Solare. A scoprirlo è stato un gruppo di scienziati americani e inglesi che ha elaborato i dati raccolti dal telescopio spaziale Spitzer della NASA. In particolare, “Spitzer ha misurato la quantità di calore proveniente dal pianeta dalla quale è poi stato possibile risalire alla composizione chimica”, ha spiegato Marek Kukula del Royal Greenwich Observatory, incaricato di interpretare e commentare i risultati delle scoperte effettuate dagli scienziati inglesi.
L’aver trovato un pianeta ricco di carbonio implica che la formazione planetaria può avvenire in modi, e forse in contesti, ben più ampi di quanto ritenuto sino ad ora. Inoltre non si può escludere che attorno a quella stella oltre al gigante gassoso orbitino pianeti più piccoli e rocciosi. Se ci fossero probabilmente presenterebbero anche loro ricchezza di carbonio e sulla superficie potrebbero esserci oceani di catrame, distese nere di grafite e, soprattutto, diamanti. Uno scenario per ora solo ipotetico ma capace di farci sognare mondi che sembrano usciti da un romanzo di fantascienza
Fonte INAF

Stelle di materia strana (RXJ1856 e 3C58)

A metà strada fra le stelle di neutroni e i buchi neri potrebbero esserci anche corpi celesti di tipo intermedio: le stelle di quark. L’esistenza di queste stelle è però solo ipotetica. Una stella di quark, detta anche stella strana, è dunque un tipo di stella ipotetico composta da quella che i fisici chiamano materia strana.
La materia strana è uno stato ultra-denso della materia che si pensa si trovi all’interno di stelle di neutroni particolarmente massicce. Si ritiene che quando il neutronio che compone una stella di neutroni viene sottoposto ad una pressione sufficiente che origina dalla gravità della stella stessa, i singoli neutroni si rompono e i quark che li compongono formano la materia strana. La stella allora diviene una stella di quark o stella strana. La materia strana è composta da quark up, quark down e quark strange legati direttamente tra di loro. Una stella di quark si trova al confine tra una stella di neutroni ed un buco nero sia in termini di massa che di densità e se si aggiunge una quantità sufficiente di materia alla stella di quark essa collasserà subito in un buco nero.
Allo stato attuale la stella di quark è fortemente ipotetica, tuttavia osservazioni effettuate nella primavera del 2002 con il telescopio a raggi X del satellite artificiale CHANDRA hanno riscontrato due candidate, designate con le sigle RXJ1856 e 3C58 le quali precedentemente erano considerate stelle di neutroni. Le misure di CHANDRA hanno rivelato alcune stranezze: la temperatura di 3C58 risulta infatti molto inferiore ai milioni di gradi che gli astronomi si aspettavano di trovare su una stella di neutroni, mentre le dimensioni di RXJ1856 sono inferiori al previsto. In entrambi i casi gli scienziati ritengono che si tratti di astri ancora più compressi di una stella di neutroni. In queste stelle dunque la materia non sarebbe composta da neutroni ma da un agglomerato di quark che si muovono liberamente. I quark sono le particelle elementari che formano protoni e neutroni e, finora, non sono mai stati osservati direttamente come particelle libere. Normalmente infatti i quark possono esistere solo all’interno di composti come i protoni e i neutroni.

Un piccolo asteroide “sfiora” la Terra

Un piccolo asteroide dal diametro di un metro ha sfiorato la Terra passando alla distanza minima mai registrata, ma senza rappresentare alcun pericolo. Si chiama 2011 CQ1 ed è stato scoperto dal programma di osservazione americano Catalina Sky Survey, dell’università dell’Arizona. Il passaggio ravvicinato è avvenuto il 6 febbraio alla distanza di 5.480 km dalla superficie terrestre. “Tra gli asteroidi che finora si sono avvicinati alla Terra senza entrare nell’atmosfera, nessuno aveva mai raggiunto questa distanza“, hanno rilevato gli esperti del programma della Nasa per la sorveglianza degli oggetti vicini alla Terra, i cosiddetti Near Earth Object (Neo).
A risentire le conseguenze del passaggio è stato il piccolo asteroide: la forza di gravità della Terra ne ha modificato l’orbita, deviando la traiettoria di circa 60 gradi. Di conseguenza 2011 CQ1 è diventato un “vicino di casa”: d’ora in poi la sua orbita sarà interna a quella della Terra, cosa che ne ha fatto immediatamente un oggetto della classe Atene, alla quale appartengono gli asteroidi la cui orbita è per la maggior parte interna a quella terrestre. Prima di questo incontro ravvicinato, l’asteroide 2011 CQ1 era considerato un membro della classe Apollo, alla quale appartengono gli asteroidi la cui orbita è esterna a quella terrestre. Per le loro piccole dimensioni, oggetti di questo tipo sono molto difficili da scoprire. Secondo gli esperti nelle vicinanze della Terra ce ne sono circa un miliardo.

Tempeste magnetiche

Il Sole si è svegliato. Dopo la quiete degli ultimi anni, arrivano le tempeste. Magnetiche, s’intende. Nei giorni scorsi, il Solar Dynamic Observatory della NASA ha registrato il più intenso brillamento solare degli ultimi quattro anni, da dicembre 2006. Il “solar flare” proviene da una macchia solare che non esisteva fino a pochi giorni fa e attualmente ricopre una superficie più grande di Giove. Il brillamento ha prodotto un intenso fascio di raggi ultravioletti in direzione della Terra e una grande esplosione nella corona.
Eruzioni così violente possono rilasciare nello spazio miliardi di particelle alla volta. Nelle prossime ore questo sciame che sta viaggiando verso di noi investirà la Terra. Con quali conseguenze? C’è da temere per la salute? Rischiamo black-out? Facciamo il punto con Alessandro Bemporad, fisico solare dell’INAF-Osservatorio Astronomico di Torino.
Bemporad, che succede sulla nostra stella?
Questo brillamento è il primo di una serie di eruzioni a cui assisteremo prossimamente. Segna il risveglio del Sole, l’entrata cioè in una nuova fase di attività, dopo il periodo di minimo. Il picco di attività è previsto tra il 2012 e il 2013. Un’eruzione solare si genera a causa dell’emissione di intensi campi magnetici sulla fotosfera, la superficie esterna del Sole, visibili come macchie solari. Questo determina improvvisi rilasci di energia e l’espulsione di particelle di plasma altamente ionizzato ad alta velocità nello spazio interplanetario. La tempesta solare è costituita da tre componenti: radiazione ultravioletta e raggi X, che raggiunge la Terra in 8 minuti; una seconda componente di particelle relativistiche, che arrivano in qualche ora; infine, una bolla di plasma di enormi dimensioni che può investire la Terra nei giorni successivi al brillamento.
Quali sono le conseguenze di una tempesta solare?
Le particelle ad alta energia, iniettate lungo le linee del campo magnetico terrestre, possono danneggiare i satelliti, fino a provocarne la caduta, disturbare i sistemi di telecomunicazione satellitare e le trasmissioni radio. In questi giorni è possibile lamentare malfunzionamenti di cellulari e navigatori GPS.
Rischio di black-out?
Può capitare. Le correnti geomagnetiche, se incanalate negli elettrodotti, possono far saltare i trasformatori delle centrali elettriche. Negli anni Ottanta è successo in Quebec.
C’è qualche pericolo per gli astronauti sulla Stazione Spaziale Internazionale?
Per gli astronauti il peggio è già passato, il pericolo maggiore è il bombardamento di radiazioni X e di particelle ad altissima energia. Si è stimato che il brillamento solare più intenso avvenuto tra le missioni Apollo 16 e Apollo 17 avrebbe potuto uccidere un astronauta se fosse stato colto durante un’attività extraveicolare fuori dalla navicella.
Chi sta con i piedi per Terra non ha nulla da temere per la propria salute?
No, per fortuna siamo protetti dalla magnetosfera. L’unico problema può riguardare passeggeri, e in particolare il personale di bordo, sulle rotte aeree in vicinanza dei poli, dove le linee di campo magnetico convogliano le particelle di alta energia provenienti dal Sole.
Le eruzioni del Sole determinano anche uno dei fenomeni più spettacolari della natura: le aurore boreali. Come si verificano?
Il fenomeno dipende dall’eccitazione degli atomi nell’alta atmosfera che vengono colpiti dagli elettroni ad alta energia provenienti dal Sole. Così cielo si tinge di luci colorate, di grande effetto visivo.
È il momento giusto per prenotare una vacanza ai poli?
Sì, la frequenza delle eruzioni solari e la loro intensità aumenterà, e di conseguenza le aurore boreali. Questa recente tempesta solare è stata la più intensa degli ultimi quattro anni, ma ce ne saranno altre maggiori. Ne vedremo delle belle. Come d’altra parte avviene ciclicamente ogni 11 anni.
Fonte INAF

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