Il protopianeta con due soli

Un ricercatore della Rice University ha presentato al meeting annuale dell’American Association for the Advancement of Science (AAAS) le immagini di quello che appare come un pianeta o un sistema planetario in formazione attorno a un sistema binario di stelle.
Andrea Isella, ricercatore presso il dipartimento di Fisica e Astronomia, specializzato in formazione di sistemi planetari, ha presentato le immagini del sistema binario chiamato HD 142527, osservato dal radiotelescopio Atacama Large Millimeter/submillimeter Array (ALMA) in Cile.
Isella ha spiegato che conosciamo da tempo il sistema e sappiamo che è circondato da una corona di polveri e gas, ma le immagini raccolte da ALMA forniscono una risoluzione senza precedenti, consentendo un’analisi ricca di dettagli e la possibilità di risalire ai contenuti e alla meccanica del sistema. Conoscere nel dettaglio la distribuzione di materia in un sistema planetario extrasolare ci permette di ricostruire la sua storia, e di rendere più chiaro il quadro complessivo dei sistemi planetari in formazione, che ad oggi mostrano un’impressionante varietà di morfologie.
Il sistema binario HD 142527 si trova a circa 450 anni luce di distanza da noi, in direzione dell’associazione Scorpius-Centaurus, un gruppo di stelle giovani e molto brillanti, che contiene oggetti simili a HL Tau, obiettivo delle prime immagini ad alta risoluzione ottenute durante la campagna osservativa del 2014. Le immagini di HL Tau hanno rivelato la presenza di strutture ad anello nelle polveri che circondano la stella, ad indicare che la formazione di pianeti è in piena attività.
Le immagini ad alta risoluzione di HD 142527 mostrano un ampio anello attorno al sistema binario. La maggior parte dell’anello è costituito da gas, tra cui monossido di carbonio, mentre l’enorme arco che copre quasi un terzo del sistema stellare è composto da polvere e ghiaccio. «Nella regione in cui il colore rosso è più intenso, la densità di polvere raggiunge il suo massimo», spiega Isella. «E dove troviamo un denso grumo di polvere, le molecole di monossido di carbonio scompaiono».
Isella e dei suoi colleghi ritengono che le molecole di gas si congelino nella polvere. «La temperatura è così bassa che il gas si trasforma in ghiaccio e si attacca ai grani», aggiunge Isella. «Questo è importante per la formazione dei pianeti, poiché la polvere ha bisogno di accumularsi per formare un corpo sempre più grande e attirare sempre più rocce e gas per attrazione gravitazionale.
«Se si cerca di fondere due pezzi di roccia facendoli collidere, si scopre che non è un processo efficace», spiega Isella. «Se invece si fanno collidere due palle di neve, la fusione è molto più probabile. Così, quando si forma un involucro di ghiaccio attorno ai grani, aumenta la loro capacità di unirsi a formare un corpo più massiccio».
Isella ha aggiunto che la forma a mezzaluna della nube di polvere potrebbe essere il risultato del campo gravitazionale peculiare del sistema binario. Fino a pochi anni fa gli astronomi ritenevano improbabile che potessero formarsi e sopravvivere pianeti all’interno di sistemi binari. «Secondo la teoria, difficilmente avrebbero trovato un’orbita stabile. La maggior parte dei pianeti si sarebbero dispersi nello spazio o sarebbero caduti su una delle due stelle ospiti. L’osservazione di sistemi come HD 142527 è una grande opportunità per studiare i processi fisici che regolano la formazione di pianeti all’interno di sistemi binari».
C’è grande attesa per la grande mole di dati raccolti da ALMA e altri radiotelescopi di ultima generazione, che sono in grado di raccogliere immagini ad alta risoluzione di oggetti stellari oscurati alla vista dei telescopi ottici dalla presenza di gas e polveri.
Isella e i suoi colleghi hanno intenzione di analizzare anche le altre immagini dei sistemi tipo HL Tau. «Abbiamo osservato questi oggetti per almeno 20 anni», dice Isella. «Ci sono da qualche centinaia a qualche migliaio di sorgenti da poter puntare di nuovo con ALMA. Stiamo cominciando con quelle più brillanti, perché sono le più facili da osservare».
«HL Tau è l’oggetto più luminoso di questo tipo nel cielo, ed è stato studiato in grande dettaglio, tanto che è poi stato utilizzato per calibrare lo strumento. Ma anche in questo caso, la forma trovata per gli anelli era completamente inaspettata.
«Questo è il bello di ALMA», conclude Isella. «Ogni volta che raccoglie nuovi dati, è come aprire un regalo di Natale: non sai mai cosa c’è dentro».
di Elisa Nichelli (INAF)

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Asteroidi: se li conosci, li eviti

Immaginatevi una valigetta da viaggio lasciata sulla Piramide di Cheope a Giza: avrete un’idea sulle dimensioni sia del micro-lander che dell’asteroide su cui vorrebbe farlo posare l’ESA, l’Agenzia spaziale europea. Il trolley spaziale sarebbe appunto una piccola sonda da mettere nella stiva della Asteroid Impact Mission (AIM) per poi farla atterrare – o asteroidare, se preferite – sul più piccolo dei due corpi che compongono il sistema binario Didymos, target sia della missione AIM che del “proiettile” statunitense DART della NASA: un’impresa racchiusa nell’etichetta comune Asteroid Impact and Deflection Assessment (AIDA) (spiegata in questo video di Media INAF). Il lander, denominato MASCOT-2 (Mobile Asteroid Surface Scout-2), è attualmente in fase di studio al Centro aerospaziale tedesco DLR, in attesa del definitivo via libera per la missione AIM. Una decisione che verrà presa a fine 2016, con eventuale lancio nel 2020 e arrivo a Didymos nel 2022. Nel frattempo, il suo fratellino MASCOT-1 sta già viaggiando a bordo della sonda giapponese Hayabusa 2, partita il 3 dicembre 2014 per incontrare il suo spasimato asteroide 162173 Ryugu nel 2018 (vedi il relativo video di Media INAF). Come il suo predecessore, MASCOT-2 porterà a bordo una fotocamera grandangolare e un radiometro per un esame ravvicinato della superficie. In aggiunta, sarà equipaggiato anche con un accelerometro e un radar a bassa frequenza per studiare l’interno dell’asteroide. I pannelli solari dovrebbero poi fornire a MASCOT-2 una vita operativa di almeno tre mesi, ben più lunga delle 12 ore concesse dalle batterie di MASCOT-1. Uno degli scopi principali della missione congiunta AIDA è quello di mettere alla prova delle tecnologie utili a deviare un asteroide in rotta di collisione verso la Terra. In questo ambito, l’ESA collabora all’organizzazione dello Asteroid Day, che quest’anno vedrà la sua seconda edizione il 30 giugno. Si tratta di un’iniziativa per sensibilizzare l’opinione pubblica verso una maggiore conoscenza degli asteroidi, in particolare di quelli che rappresentano una potenziale minaccia per il nostro pianeta. A questo proposito, e per tornare all’attualità, abbiamo chiesto a Giovanni Valsecchi, ricercatore dell’INAF presso l’Istituto di Astrofisica e Planetologia Spaziali di Roma, esperto di meccanica celeste, se l’asteroide 2013 TX68, previsto passare vicino alla Terra il 5 marzo 2016, rappresenti una minaccia o meno. «Non può colpire la Terra, perché le due orbite in questo momento non sono sufficientemente vicine – rassicura il ricercatore. Permane una grossa incertezza sulla posizione lungo l’orbita, ma l’incertezza in direzione trasversale è invece piccolissima; quindi, qualunque sia la posizione lungo l’orbita, 2013 TX68 “mancherà la Terra” il prossimo 5 marzo. Magari di poco, ma la mancherà».
di Stefano Parisini (INAF)

Il gigante addormentato

L’aspetto pacato e tranquillo di NGC 4889 può ingannare un occhio inesperto, ma la galassia ellittica immortalata in questa recente immagine dal telescopio spaziale Hubble della NASA e dell’ESA nasconde un oscuro segreto. Nel suo cuore si cela uno dei buchi neri più massicci mai scoperti. Situato a circa 300 milioni di anni luce di distanza da noi, nell’Ammasso della Chioma, la galassia ellittica gigante NGC 4889, la più brillante e più grande in questa immagine, contiene un buco nero supermassiccio record: 21 miliardi di volte la massa del Sole. L’orizzonte degli eventi di questo colosso cosmico, ovvero la superficie oltre la quale nemmeno la luce può sfuggire all’attrazione gravitazionale del corpo centrale, ha un diametro di circa 130 miliardi di km, ovvero circa 15 volte il diametro dell’orbita di Nettuno. In confronto, il buco nero supermassiccio al centro della nostra galassia, con i suoi 4 milioni di masse solari, ha un orizzonte degli eventi che arriva solo a un quinto dell’orbita di Mercurio. Ormai l’epoca in cui il buco nero centrale di NGC 4889 stava inghiottendo stelle e divorando polvere è un ricordo lontano. Gli astronomi ritengono che questo gigantesco oggetto abbia smesso di alimentarsi molto tempo fa. L’ambiente all’interno della galassia è ormai così tranquillo che attorno al buco nero ci sono stelle in formazione, che nascono a partire dal gas rimasto, e le vediamo orbitare nei pressi del gigante. Nella sua fase di attività, il buco nero supermassiccio di NGC 4889 era alimentato da processi di accrescimento. In quell’epoca, infatti, il materiale galattico (gas, polveri e altre tipologie di detriti) scivolava lentamente verso il buco nero, e ha cominciato ad accumularsi fino a formare un disco di accrescimento. Il disco, continuando a ruotare, è stato accelerato dall’enorme forza di gravità del buco nero centrale e si è riscaldato arrivando a temperature di milioni di gradi. Questo materiale riscaldato è stato in parte espulso da getti molto energetici. Durante il suo periodo di massima attività, gli astronomi avrebbero classificato NGC 4889 come un quasar e il disco di accrescimento avrebbe emesso fino a mille volte quanto emette la Via Lattea. Il disco di accrescimento ha saziato l’appetito del buco nero supermassiccio fino all’esaurimento del materiale galattico a sua disposizione. Ora il gigante cosmico si riposa nell’attesa del suo prossimo spuntino. Gli astronomi direbbero che è quiescente. Tuttavia, la sua stessa esistenza ci permette di sapere meglio come e dove si siano formati i quasar, oggetti ancora misteriosi e sfuggenti. Sebbene sia impossibile osservare direttamente un buco nero, dal momento che la luce non può sfuggire alla sua attrazione gravitazionale, la sua massa può essere determinata indirettamente. Utilizzando gli strumenti di cui dispongono i telescopi Gemini Nord e Keck II, gli astronomi hanno potuto misurare la velocità delle stelle che orbitano attorno al centro di NGC 4889, e grazie a questa misura sono stati in grado di stimare la massa del buco nero supermassiccio che merita più di tutti questo aggettivo.
di Elisa Nichelli (INAF)

Centinaia di galassie nascoste dietro la Via Lattea

Utilizzando il radiotelescopio australiano Parkes da 64 metri, un gruppo internazionale di ricercatori è riuscito a scrutare attraverso la zona d’ombra galattica (Zone of Avoidance), una zona di cielo in precedenza pressoché inesplorata in quanto schermata alla vista dalla presenza stessa della nostra galassia, in particolare dalla densa cortina di stelle e polveri ammassate sul piano della Via Lattea. In un articolo pubblicato su Astronomical Journal, i ricercatori raccontano di avere osservato centinaia di galassie prima sconosciute, nonostante si trovino relativamente vicine a noi, a soli 250 milioni di anni luce. Secondo gli autori, la scoperta potrebbe finalmente fare luce sulla natura del cosiddetto Grande Attrattore, una regione dell’universo “locale” che manifesta un’anomalia gravitazionale, attirando vigorosamente verso di sé centinaia di migliaia di galassie, compresa quella in cui ci troviamo. Grazie alle tecnologie innovative di cui è dotato il radiotelescopio Parkes – sintetizza il primo firmatario del nuovo studio, Lister Staveley-Smith dell’ICRAR, il Centro internazionale per la ricerca radioastronomica in Australia – il gruppo di ricerca è riuscito a mappare questa zona di cielo molto più velocemente di quanto si poteva fare in passato, trovando 883 galassie, un terzo delle quali mai osservate in precedenza. Nel loro studio, gli scienziati hanno cercato di arrivare a capo del misterioso Grande Attrattore, i cui effetti sono stati riscontrati già negli anni ‘70 e ’80, senza arrivare in seguito a una spiegazione convincente. «In tutta franchezza, noi non capiamo che cosa stia causando questa accelerazione gravitazionale sulla Via Lattea o da dove provenga», spiega Staveley-Smith. «Sappiamo però che in questa regione si trovano alcuni raggruppamenti molto grandi di galassie, che chiamiamo ammassi (cluster) o superammassi, e tutta la nostra Via Lattea si sta muovendo verso di loro a più di due milioni di chilometri all’ora». La ricerca ha individuato diverse nuove strutture che potrebbero aiutare a spiegare il movimento della Via Lattea, tra cui tre concentrazioni di galassie e due nuovi ammassi. «Una galassia media contiene 100 miliardi di stelle, quindi trovare centinaia di nuove galassie nascoste dietro la Via Lattea indica un sacco di massa di cui non si sapeva nulla fino a oggi», spiega Renée Kraan-Korteweg, professoressa dell’Università di Cape Town, in Sud Africa. «Un ottimo risultato, ottenuto usando le onde radio per penetrare lo spesso strato di polvere presente nella Via Lattea e scoprire le galassie che si trovano dietro di essa», commenta a Media INAF Steven Tingay, non coinvolto nella ricerca ma fino a pochi giorni fa vice direttore dell’ICRAR australiano e ora direttore dell’Osservatorio di Radioastronomia dell’INAF. Un risultato che non è stato raggiunto da un giorno all’altro. «I dati provenienti dall’innovativo ricevitore radio del Parkes sono stati raccolti tra il 1997 e il 2000, quasi 20 anni fa – ricorda Tingay. Questo dimostra quanto tempo può essere necessario per elaborare e pubblicare i complessi dati provenienti dai grandi radiotelescopi». Una sfida che diverrà ancora più ardua nel prossimo decennio, quando il futuro ciclopico radiotelescopio Square Kilometre Array (SKA) spingerà la problematica dell’elaborazione dei dati a livelli estremi. Una lotta tecnologica a colpi di bit in cui, dice in conclusione Tingay, «l’Italia è in prima linea nella progettazione di un centro di elaborazione dati scientifici per l’Europa che consentirà a tutti gli astronomi europei di utilizzare SKA per scoprire alcuni dei misteri fondamentali dell’universo».
di Stefano Parisini (INAF)

HD 97300, la stella sotto i riflettori

Una stella appena formata illumina le nubi cosmiche che la circondano in questa nuova immagine ottenuta con il telescopio da 2,2 m dell’MPG/ESO dell’Osservatorio di La Silla in Cile. Le particelle di polvere nelle nubi estese che circondano la stella HD 97300 ne diffondono la luce, come i fari di un’automobile nella nebbia, e creano la nebulosa a riflessione IC 2631. Anche se HD 97300 è ora al centro dell’attenzione, la stessa polvere che la mette in evidenza annuncia la nascita di altre stelle in futuro, stelle che probabilmente le ruberanno la scena. Oggetti come IC 2631 sono nubi di polvere cosmica che riflette nello spazio la luce di una stella vicina, creando uno spettacolo meraviglioso come quello che vedete. Si tratta della nebulosa più brillante del Complesso del Camaleonte, una vasta regione di gas e nubi di polvere che ospita numerose stelle neonate e ancora in formazione. Il complesso si trova a circa 500 anni luce da noi, nella costellazione australe del Camaleonte. IC 2631 è illuminata dalla stella HD 97300, una delle più giovani – e anche delle più luminose e massicce – stelle della zona. La regione è piena di materiale per la costruzione di stelle, come evidenziato dalla presenza di nebulose oscure sopra e sotto IC 2631 nell’immagine. Le nebulose oscure sono così dense di gas e polvere che impediscono il passaggio della luce delle stelle di fondo. Nonostante la sua presenza imponente, il peso di HD 97300 deve essere mantenuto in prospettiva. È una stella di tipo T Tauri, lo stadio visibile più giovane delle stelle relativamente piccole. Quando maturano e raggiungono uno stadio adulto perdono massa e si restringono. Durante la fase T Tauri invece le stelle non si sono ancora contratte alle dimensioni modeste che manterranno per miliardi di anni come stelle di sequenza principale. Queste stelle ancora fanciulle hanno già una temperatura superficiale simile a quella della fase di sequenza principale e di conseguenza, poiché durante la fase T Tauri sono sostanzialmente una versione gigante delle future se stesse, appaiono più brillanti nella giovinezza che nella maturità. Non hanno ancora iniziato a fondere idrogeno in elio nel nucleo, come le normali stelle di sequenza principale; stanno iniziando a scaldare i muscoli termici producendo calore grazie alla contrazione. Le nebulose a riflessione, come quella generata da HD 97300, non fanno altro che diffondere la luce stellare nello spazio. La luce stellare più energetica, come la radiazione ultravioletta delle stelle giovani molto calde, può ionizzare il gas circostante, in modo che emetta luce propria. Queste nebulose a emissione indicano la presenza di stelle più calde e potenti, che nello stadio adulto sono visibili da migliaia di anni luce di distanza. HD 97300 non è così potente e il suo momento di gloria sotto i riflettori non è destinato a durare.
Redazione Media Inaf

Speciale onde gravitazionali

Dopo giorni, anzi diciamo settimane, di rumors, voci di corridoio, gossip, mail rubate e tanta attesa, la notizia è arrivata: le onde gravitazionali predette da Albert Einstein 100 anni fa sono state “viste”. Insomma è stata confermata l’esistenza di quelle increspature nel tessuto spazio-temporale provocate da eventi di dimensioni catastrofiche, come per esempio il merging (la fusione) di due buchi neri supermassici (nel caso di questa scoperta si tratta di buchi neri con una massa rispettivamente di 36 e 29 volte quella del Sole), ma anche come l’esplosione di una supernova, la stessa formazione di buchi neri, o il residuo dell’esplosione del Big Bang. Fino a qui, potreste dire, cosa c’è di “complicato”? Insomma perché finora non sono state individuate dai potentissimi strumenti a nostra disposizione? Ebbene, è proprio qui il problema: le onde gravitazionali sono difficilissime da individuare proprio perché il loro passaggio ha effetti quasi invisibili, si parla di milionesimi delle dimensioni di un atomo.

La scoperta deve tutto a LIGO, cioè il Laser Interferometer Gravitational-Wave Observatory (per noi italiani, osservatorio interferometrico laser per le onde gravitazionali), costruito negli Stati Uniti e voluto dal California Institute of Technology (Caltech) e dal Massachusetts Institute of Technology (MIT), sponsorizzato dalla National Science Foundation (NSF). LIGO sfrutta raggi laser – appunto – per individuare il transito di onde gravitazionali. Pensate che solo la fase di costruzione (terminata nel 1999) è costata 365 milioni di dollari ed è ancora il più grande e più ambizioso progetto mai finanziato dalla NSF. Dal 2002 al 2010 LIGO non ha rilevato alcuna onda gravitazionale, per questo gli strumenti sono stati “spenti” per 5 anni durante i quali i rivelatori sono stati sostituiti e migliorati. L’operazione di revisione (costata in tutto 200 milioni di dollari) ha portato ad Advanced LIGO, cioè un osservatorio che sarà fino a dieci volte più sensibile a questi segnali. Il 18 settembre 2015, Advanced Ligo ha iniziato le sue prime osservazioni scientifiche a circa quattro volte la sensibilità iniziale degli interferometri LIGO e la sensibilità sarà ulteriormente rafforzata fino a raggiungere il massimo intorno al 2021.

LIGO, gli Stati Uniti collegati da nord a sud

Come detto, LIGO si trova negli Stati Uniti e si compone di due impianti gemelli ma separati, gestiti come un singolo e grande osservatorio, a cui può accedere la comunità scientifica mondiale. Le due stazioni si trovano a Livingston, in Louisiana, e a Hanford, nello stato di Washington. A separare i due rilevatori ci sono oltre tremila chilometri: più grande è il rivelatore e più è sensibile (così come accade per grandi network simili). Ed è essenziale la presenza di due o più rilevatori, perché in uno dei siti potrebbero verificarsi micro-terremoti, potrebbe esserci eccessivo rumore acustico, o fluttuazioni del laser e ciò porterebbe a disturbi che, simulando l’onda gravitazionale, renderebbero il risultato fallace. È improbabile, però, che allo stesso momento si verifichino gli stessi disturbi in due luoghi così distanti, da qui l’interazione di più rilevatori.

Osservatori a forma di “L”

Ogni interferometro è lungo 4 chilometri e presenta una forma a “L” (i due bracci sono disposti ad angolo retto). I laser viaggiano avanti e indietro all’interno di tubi a vuoto spinto (diametro 1,2 metri) che permettono di misurare con una precisione elevatissima la distanza degli eventi tra i due specchi di super precisione su cui si riflettono questi raggi. La tecnica utilizzata è quella dell’interferometria: lo specchio semitrasparente suddivide il fascio laser in due parti, poi inviate nei due bracci a “L” dell’interferometro fino a incontrare altri due specchi che rimbalzano il laser. E proprio questi specchi sono i veri sensori: passando attraverso i rilevatori, le onde gravitazionali disturbano, anche se di pochissimo, il viaggio dei fasci laser e questo lieve disturbo è stato finalmente registrato. Questi cambiamenti sono piccoli, anzi piccolissimi: la centomilionesima parte del diametro di un atomo di idrogeno, impercettibili increspature che possono essere rilevate solo isolando le masse di prova da tutti i disturbi provenienti dall’esterno, come appunto le vibrazioni sismiche della terra o le molecole di gas presenti nell’aria (all’interno dei due tunnel, interamente schermati con il cemento, c’è un vuoto ultra-spinto). Le lievi variazioni nelle distanze delle masse sono la prova del passaggio dell’onda gravitazionale.

Triangolazione e collaborazione internazionale

Una volta “catturata” l’onda gravitazionale,per risalire anche all’evento che l’ha generata bisogna capire da dove proviene. E per determinare l’esatta posizione celeste (triangolazione) saranno fondamentali dati provenienti da più strumenti localizzati in diverse parti del mondo. Per questo la “caccia” alle onde gravitazionali impegna ricercatori di diverse istituzioni. Lo stesso LIGO fa parte di un network internazionale di osservatori: ricordiamo anche GEO 600 (vicino ad Hannover, in Germania), TAMA (Tokyo, Giappone) e Virgo (vicino a Pisa, qui in Italia).

Il ruolo di Virgo e dell’Italia

Proprio al software italiano e alla collaborazione LIGO/Virgo dobbiamo l’analisi dei dati che ha portato alla scoperta. A questo proposito, abbiamo chiesto un commento a Valeria Ferrari, professoressa di Relatività generale al dipartimento di Fisica dell’università La Sapienza di Roma, ricercatrice dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN), nonché studiosa da anni delle sorgenti di onde gravitazionali. «Sebbene attualmente Virgo non sia ancora in funzione, c’è un accordo tra gli scienziati di Virgo e di LIGO per effettuare insieme l’analisi dei dati e ci sono protocolli severissimi di validazione dei risultati sottoscritti da entrambi. Quindi anche se i dati attualmente sono presi solo dall’esperimento americano, o in futuro potrebbe accadere l’opposto, questi vengono analizzati dalla collaborazione e sono patrimonio comune». A Ferrari abbiamo domandato cosa cambierà quando Virgo entrerà in funzione: «La rete di rivelatori sarà più potente perché con opportune tecniche di analisi dei dati delle tre antenne sarà possibile ridurre il rumore ed estrarre i segnali con maggiore affidabilità. Inoltre attualmente non è possibile localizzare la posizione di una sorgente, perché i due rivelatori americani non sono sufficienti. Con l’entrata di Virgo le sorgenti potranno essere localizzate in una regione di cielo sufficientemente piccola; questo permetterà di cercare con i telescopi o i satelliti che osservano il cielo nella banda elettromagnetica, le controparti elettromagnetiche delle sorgenti gravitazionali e quindi di avere maggiori informazioni sulle sorgenti e sui processi fisici in gioco. Per esempio, se si osserverà il segnale gravitazionale emesso durante la coalescenza di due stelle di neutroni in coincidenza con un gamma ray burst, potremo stabilire  l’origine di questi “lampi” di emissione gamma di grandissima energia, che al momento è ancora sconosciuta». Ferrari ci ha spiegato, inoltre, che «le onde gravitazionali, a differenza di quelle elettromagnetiche, interagiscono molto poco con la materia. Quindi se una sorgente molto lontana emette onde dei due tipi, mentre le elettromagnetiche arrivano ai nostri rivelatori ormai modificate dalle molte interazioni con la materia che incontrano lungo il cammino, quelle  gravitazionali arrivano praticamente inalterate; quindi conservano le informazioni sulla sorgente che le ha emesse. Con le onde gravitazionali potremo studiare, e scoprire, sorgenti molto lontane e magari mai viste prima e questo allargherà moltissimo il nostro orizzonte scientifico. I rivelatori gravitazionali aprono una nuova finestra di osservazione sull’universo». E infine, qual è il ruolo dell’Italia in questo imponente progetto? «L’Italia è impegnata nella ricerca delle onde gravitazionali dagli anni ’60 del secolo scorso, quando il gruppo diretto dal professor Amaldi costruì le prime antenne che, a quei tempi erano dei cilindri di alluminio di più di 2000 kg», spiega Ferrari. «Negli anni 70 cominciò la costruzione dei rivelatori interferometrici che ha portato all’antenna Virgo di seconda generazione che sta per entrare in funzione. Fin dall’inizio l’INFN ha avuto un ruolo fondamentale, non solo perché ha cofinanziato i vari progetti, ma anche perché ha fornito strutture e personale che ha validamente affiancato il personale universitario. In tutti questi anni l’Italia è stata in prima linea, sia nella realizzazione di tecnologie avanzate (adottate anche dagli americani) che hanno permesso di raggiungere le attuali sensibilità dei rivelatori, sia nello studio teorico e fenomenologico delle sorgenti e dei segnali attesi. Negli ultimi anni, l’interazione tra Virgo e LIGO si è rafforzata attraverso la sottoscrizione di accordi per l’analisi dei dati e di protocolli per la validazione e la comunicazione dei risultati. Si può dire quindi che Italia e Stati Uniti corrono insieme in questa fantastica avventura».

Per saperne di più:

Il cielo è ancora dominato dalle grandi costellazioni invernali

Il cielo è ancora dominato dalle grandi costellazioni invernali. Protagonista del cielo in direzione meridionale è sempre Orione, con le tre stelle allineate della cintura (da sinistra: Alnitak, Alnilam e Mintaka) ed i luminosi astri Betelgeuse (rossa) e Rigel (azzurra). Più in alto troviamo ancora le costellazioni del Toro con la rossa Aldebaran, la costellazione dell’Auriga con la brillante stella Capella, i Gemelli con le stelle principali CastorePolluce. A sinistra in basso rispetto ad Orione, il grande cacciatore, nella costellazione del Cane Maggiore, brilla la notissima Sirio, la stella più luminosa del cielo. Più in alto, a sinistra, la raffigurazione della caccia è completata dal Cane Minore, dove risplende Procione. Verso Ovest, nelle prime ore della sera, c’è ancora tempo per veder tramontare le costellazioni autunnali di Andromeda, del Triangolo, dei Pesci e dell’Ariete. Restando tra le costellazioni zodiacali, un po’ più impegnativo è invece il riconoscimento della piccola e debole costellazione del Cancro visibile tra i Gemelli e il Leone, che vedremo sorgere ad Est, seguito dalla Vergine. Prendendo a riferimento la stella polare, possiamo riconoscere alcune note costellazioni del cielo settentrionale. A Nord-Ovest riconosciamo Cassiopea con la sua inconfondibile forma a “W”; tra Cassiopea e il Toro è facile individuare la costellazione del Perseo. Più spostata a Nord-Est si trova l’inconfondibile Orsa Maggiore, vicino alla quale possiamo riconoscere la piccola costellazione dei Cani da Caccia.
di Stefano Simoni (Astronomia.com)

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