Attenti a quei cinque

Non capita tutti i giorni di poter vedere in un colpo solo cinque pianeti nel cielo. È lo spettacolo al quale abbiamo la possibilità d’assistere in questi primi giorni di febbraio, alzandoci di buon’ora e guardando, nuvole permettendo, tra ovest e sud est. Con una visuale sufficientemente libera, attorno alle 6 e 30 del mattino si potranno scorgere Giove, Marte, Saturno, Venere e Mercurio. Sarà proprio quest’ultimo pianeta il più difficile da individuare, data la sua vicinanza al Sole e la sua scarsa altezza sull’orizzonte. Il quintetto sarà visibile fin verso la metà del mese. E se voleste immortalare questo spettacolo celeste con uno smartphone o una fotocamera, o anche con un disegno per i più piccoli, mandateci i vostri scatti e le vostre opere al blog dell’iniziativa#givemefiveplanets sul social Tumblr che Media INAF ha realizzato per l’occasione (con annessi consigli di un astrofotografo). I disegni e le fotografie che riceveranno più apprezzamenti dagli utenti del web, quelle che avranno raccolto più “cuoricini” su Tumblr, verranno premiati da Media INAF con due libri rari editi da INAF Press. Per saperne di più su questa sfilata planetaria e gli altri fenomeni che ci attendono nel cielo di febbraio, non vi resta che guardare il video sul sito INAF.

Venere, Marte e Giove

Nel corso di questo mese di novembre sarà quasi impossibile osservare Mercurio. All’inizio del mese, quando sorge quasi un’ora prima del Sole, si può ancora tentare di scorgerlo tra le luci dell’alba sull’orizzonte orientale. Nei giorni successivi Mercurio si avvicina al Sole, fino alla congiunzione del 17 novembre. Il pianeta ricompare nel cielo serale, ma per diversi giorni sarà ancora molto basso sull’orizzonte, invisibile nella luce del tramonto. Prosegue il periodo di ottima osservabilità mattutina.

Venere sorge quasi 4 ore prima del Sole. Proprio il 1° novembre si registra il massimo anticipo dell’orario del sorgere di Venere rispetto al Sole: 3 ore e 57 minuti. Quando il cielo si rischiara per la luce dell’alba Venere è già molto alto sull’orizzonte di Sud-Est. Venere lascia la costellazione del Leone e dal 3 novembre inizia ad attraversare la Vergine.

Marte si può osservare al mattino presto, sull’orizzonte orientale. Le condizioni di osservabilità del pianeta rosso sono simili a quelle di Venere, con il quale si trova in congiunzione il giorno 3. Marte il 2 novembre attraversa il limite tra Leone e Vergine. Mentre Venere attraversa rapidamente la Vergine, Marte si sposta più lentamente, rimanendo nella parte alta della costellazione. Lo si può quindi osservare più a lungo e più alto sull’orizzonte, prima del sorgere del Sole.

Dei tre pianeti che caratterizzano la volta celeste nelle ore che precedono il sorgere del Sole, Giove è quello più alto sull’orizzonte. Sorge per primo e lo si può individuare facilmente. Nei giorni che seguono la congiunzione Marte – Venere (il 3 novembre), si può osservare il terzetto di pianeti allineati, con Venere, il più luminoso, più basso sull’orizzonte, il pianeta rosso in posizione intermedia e Giove, rimasto ancora nella costellazione del Leone, in posizione più elevata. Al comparire delle luci dell’alba Giove è ben visibile a Sud-Est.

Questo mese Saturno termina il lungo periodo di presenza nei cieli serali. Il pianeta all’inizio del mese è estremamente basso sull’orizzonte occidentale, tramonta poco dopo il Sole ed è difficile individuarlo nella luce del crepuscolo. Il 29 novembre Saturno si trova in congiunzione con il Sole, pertanto è del tutto inosservabile. Verso la fine dell’anno ricomparirà al mattino presto. Saturno si trova nella costellazione dello Scorpione.

Urano si è trovato in opposizione al Sole il mese scorso, condizione che lo rende ancora osservabile per quasi tutta la notte. E’ quindi possibili individuarlo e seguirlo agevolmente mentre, nel corso della prima parte della notte, si eleva fino a culminare a Sud. Essendo la luminosità del pianeta al limite della capacità di percezione dell’occhio umano, è consigliabile l’osservazione attraverso un telescopio. Il pianeta si sposta lentamente con moto retrogrado nella costellazione dai Pesci.

Nettuno è osservabile solo nel corso della prima parte della notte. L’intervallo di tempo a disposizione per osservarlo si riduce progressivamente nel corso del mese. Nella prime ore della sera lo si può osservare a Sud-Ovest, ma avvicinandosi alla mezzanotte si trova ormai molto basso sull’orizzonte.  L’osservazione va effettuata con l’ausilio del telescopio: la luminosità del pianeta è infatti inferiore ai limiti accessibili all’osservazione ad occhio nudo. Nettuno si muove lentamente con moto retrogrado fino al 18 novembre, giorno in cui inverte la marcia e torna a muoversi con moto diretto. Nettuno si trova ancora nella costellazione dell’Acquario, dove è destinato a rimanere ancora a lungo, fino all’anno 2022.

Congiunzioni

La lunga serie di congiunzioni mattutine dello scorso mese di ottobre prosegue anche in questo mese di novembre con una bella congiunzione stretta tra i pianeti Venere e Marte (la distanza angolareè inferiore a 1 grado). Lacongiunzione è osservabile al mattino presto del 3 novembre. I due pianeti si trovano nella costellazione della Vergine, dove sono appena entrati lasciando la costellazione del Leone. Un quartetto di astri illumina il cielo del mattino. La falce di Luna calante si avvicina ai tre pianeti protagonisti del cielo prima dell’alba. Il primo incontro si verifica il 6 novembre tra la Luna e Giove, nella costellazione del Leone. Il 7 novembre la Luna fa il suo ingresso nella costellazione della Vergine, dove si può ammirare la congiunzione con Marte e Venere. Poco più in alto si osserva Giove, nel Leone. Saturno, nella costellazione dello Scorpione, saluta i cieli della sera. Il 13 novembre tramonta, ormai quasi indistinguibile nella luce del crepuscolo, prima della sottilissima falce di Luna crescente.

Sciami meteorici

Dal 5 al 12 novembre sarà possibile osservare lo sciame meteorico delle Tauridi, sciame generato dal passaggio orbitale terrestre sui residui della cometa Encke. Come suggerisce il nome, il radiante dello sciame proviene dalla costellazione del Toro. Le Tauridi non sono numerose (circa 5 per ora), ma hanno la caratteristica di avere quasi sempre un intenso colore arancio e una lentezza fuori dal comune. Quest’anno l’osservazione della componente meridionale risulterà disturbata dal chiarore della Luna nella seconda parte della notte, quella settentrionale sarà invece interamente favorevole. Nel periodo compreso tra 16 e 18 novembre si verificherà la massima attività dello sciame meteorico delle Leonidi, una pioggia di “stelle cadenti” analoga a quella più nota del 12 agosto. Lo sciame meteorico delle Leonidi è prodotto dai minuscoli residui di una cometa periodica, la Tempel-Tuttle. Tali frammenti sono raccolti in una grande e rarefatta nube che viene attraversata ogni anno dalla Terra nella prima quindicina di novembre. L’osservazione quest’anno sarà tutto sommato favorevole, dato che la Luna sarà assente nei momenti in cui il radiante, vicino alla stella gamma Leonidi, sarà sopra l’orizzonte. Il massimo annuale è atteso quest’anno nella serata del 17 novembre, proprio quando l’area radiante sorgerà a est dall’orizzonte.
Astronomia.com

Il cielo del mese: la posizione dei pianeti

Posizione dei pianeti nel mese di aprile 2015. Mercurio: nella prima metà del mese il pianeta è completamente inosservabile. Il 10 aprile Mercurio si trova in congiunzione con il Sole. Nell’ultima decade di aprile la situazione evolve rapidamente verso il periodo di migliore osservabilità serale dell’anno per il pianeta. L’altezza di Mercurio sull’orizzonte occidentale aumenta rapidamente e la sera potremo individuarlo appena cala l’oscurità. Alla fine di aprile Mercurio tramonta quasi due ore dopo il Sole. Venere: come nei mesi precedenti, prosegue l’incremento dell’intervallo di tempo a disposizione per ammirare il pianeta più brillante. Tra la fine di aprile e l’inizio di maggio si verifica il periodo di migliore osservabilità serale di Venere per l’anno in corso. All’inizio di aprile Venere tramonta oltre 3 ore dopo il Sole, mentre a fine mese ciò accade dopo oltre 3 ore e mezza. Venere completa l’attraversamento della costellazione dell’Ariete il 7 aprile, quando fa il suo ingresso nel Toro, che attraversa quasi per intero.
Marte: volge al termine il periodo di osservabilità serale del pianeta rosso. Per molte settimane lo abbiamo osservato non molto distante da Venere. Ma mentre quest’ultimo attraversa rapidamente la costellazione del Toro, Marte rimane invece per tutto il mese nell’Ariete, quindi via via più basso sull’orizzonte ad Ovest, fino a trovarsi ancora più basso di Mercurio, con cui è in congiunzione il giorno 23. Alla fine di aprile Marte è ormai immerso nella luce del crepuscolo serale, praticamente inosservabile.
Giove: dopo il tramonto del Sole, al calare dell’oscurità, Giove si trova al culmine in direzione Sud. Con il passare dei giorni si riduce gradualmente l’intervallo di osservabilità del pianeta gigante e a fine mese, all’inizio della notte, Giove si trova già oltre il meridiano a Sud e nel corso della prima parte della notte lo si può osservare agevolmente a Sud-Ovest, dove si avvia a tramontare prima della comparsa delle prime luci dell’alba. Inizialmente Giove continua a spostarsi con moto retrogrado nella costellazione del Cancro, ma l’8 aprile il pianeta inverte il moto, tornando a spostarsi con moto diretto avvicinandosi lentamente al limite con il Leone.
Sempre degni di nota i 4 satelliti galileiani (Io, Europa, Ganimede e Callisto), che si mostrano come piccoli puntini bianchi che danzano da un lato all’altro del pianeta sulla linea dell’equatore creando spettacolari configurazioni.
Saturno: il pianeta continua ad anticipare l’orario del proprio sorgere e con il passare delle settimane sarà sempre più facile riuscire a scorgerlo al suo apparire a Sud-Est già prima della mezzanotte. Saturno si sta ancora spostando con moto retrogrado nella costellazione dello Scorpione, in direzione della Bilancia.
Urano: il pianeta è inosservabile. Il 6 aprile si trova in congiunzione con il Sole. A fine mese ricompare al mattino, ma ancora estremamente basso sull’orizzonte orientale, dove è praticamente impossibile individuarlo tra le luci dell’alba. Il pianeta si trova ancora nella costellazione dei Pesci.
Nettuno: il pianeta compare al mattino presto sull’orizzonte orientale, poco prima del sorgere del Sole. L’osservazione di Nettuno è ancora molto difficoltosa, sia per la modesta altezza sull’orizzonte, sia per la bassa luminosità, che richiede comunque l’uso del telescopio. Nettuno si trova ancora nella costellazione dell’Acquario, dove è destinato a rimanere per un periodo estremamente lungo, fino all’anno 2022.
Plutone: preso atto della riclassificazione di Plutone a plutoide da parte della IAU (Parigi, Giugno 2008), la nostra rubrica includerà comunque l’osservabilità dell’astro. Cresce l’intervallo di osservabilità di Plutone, tanto che a fine mese lo si può seguire per quasi tutta la seconda metà della notte, dal suo sorgere fino quasi alla culminazione a Sud, che avviene poco prima del sorgere del Sole. Plutone si trova ancora nella parte alta della costellazione del Sagittario, costellazione che lo ospiterà per molti anni ancora, fino al 2023. In condizioni favorevoli all’osservazione sono necessari un cielo scuro, una buona carta stellare e almeno un telescopio da 8″ di apertura (200mm), data la sua magnitudo 14.
Stefano Simoni (Astronomia.com)

Congiunzione Venere-Marte

Per l’intero mese, sarà possibile osservare in prima serata Venere e Marte, i quali si troveranno in congiunzione il 21 febbraio quando la distanza che li separa sarà di soli 28′; la cartina, che riporta stelle sino alla 7a grandezza, mostra la situazione la sera del 20 febbraio guardando verso ovest alle 7 di sera, ossia circa un’ora dopo il tramonto del Sole; come potete notare è presente anche il falcetto di una Luna con età di appena 2 giorni (il novilunio è infatti avvenuto il 19 poco dopo la mezzanotte), mentre a 14 gradi ENE è presente Urano, di magnitudo 5.8, che potete tranquillamente osservare con un 10×50; potete altresì notare il Grande Quadrato di Pegaso in alto a destra.
Il Galassiere

Vista panoramica dal cratere Endeavour

Dall’ alto di ‘Cape Tribulation’, un’area del bordo del cratere Endeavour, ecco questa spettacolare vista panoramica di Marte, inviata dal rover Opportunity della NASA, che da quasi undici anni ormai ‘scorrazza’ sulla superficie del Pianeta rosso. Proprio come facciamo qui sulla Terra con le fotocamere digitali o, più semplicemente, anche con uno smartphone, la foto a così ampio campo di vista (ben 245 gradi) è un collage di riprese più strette, poi montante insieme, tutte ottenute il 6 gennaio scorso dalla panoramic camera (Pancam) che equipaggia il robottino.

Panorama  di Marte ripreso  sul bordo del cratere Endeavour dalla Pancam del rover Curiosity. Crediti: NASA/JPL-Caltech/Cornell Univ./Arizona State Univ.

Il punto da dove è stata presa questa vista d’insieme è il più alto raggiunto da Opportunity dopo aver lasciato la zona del cratere Victoria nel 2008 ed aver intrapreso un viaggio durato tre anni che lo ha portato fino al cratere Endeavour, una struttura dal diametro di ben 22 chilometri. L’immagine è stata trattata in modo che i suoi colori fossero il più possibile fedeli a quelli che potremmo osservare con i nostri occhi se ci trovassimo sul Pianeta rosso, ed è stata ottenuta combinando le riprese della Pancam scattate con tre differenti filtri: uno centrato attorno alla lunghezza d’onda di 753 nanometri (che cade nel vicino infrarosso),  uno attorno ai 535 nanometri (luce verde) e l’ultimo a 432 nanometri (violetto).
di Marco Galliani (INAF)

Le comete della Fascia principale

La fascia principale degli asteroidi è la regione del sistema solare situata grossomodo tra le orbite di Marte e di Giove. È occupata da numerosi corpi di forma irregolare chiamati asteroidi o pianeti minori. Circa metà della massa della fascia è contenuta nei quattro asteroidi più grandi, Cerere, Vesta, Pallade, e Igea. Questi hanno diametri medi di oltre 400 km, mentre Cerere, l’unico pianeta nano della fascia, di circa 950 km. I restanti corpi hanno dimensioni più ridotte, fino a quelle di un granello di polvere. Il materiale asteroidale è distribuito in modo estremamente diradato; numerosi veicoli spaziali senza equipaggio l’hanno attraversato senza incidenti. Tuttavia, tra gli asteroidi più grandi possono verificarsi collisioni che possono formare una famiglia di asteroidi i cui membri hanno caratteristiche orbitali e composizioni simili. Un tempo si riteneva che fossero le collisioni tra gli asteroidi a produrre quella polvere fine che contribuisce maggiormente a formare la luce zodiacale. Nesvorny e Jenniskens (2010 Astrophysical Journal), però, hanno attribuito l’85 per cento della polvere della luce zodiacale a frammentazioni di comete della famiglia di Giove piuttosto che a collisioni tra asteroidi. I singoli asteroidi della fascia sono classificati in base al loro spettro. La maggior parte rientra in tre gruppi fondamentali: a base di carbonio (tipo C), a base di silicati (tipo S), a base di metalli (tipo M). La fascia degli asteroidi si è formata dalla nebulosa solare primordiale come aggregazione di planetesimi, che a loro volta hanno formato i protopianeti. Tra Marte e Giove, tuttavia, le perturbazioni gravitazionali causate da Giove avevano dotato i protopianeti di troppa energia orbitale perché potessero accrescersi in pianeti. Le collisioni diventarono troppo violente, così, invece di aggregarsi, i planetesimi e la maggior parte dei protopianeti si frantumarono. Di conseguenza, il 99,9% della massa iniziale della fascia degli asteroidi andò persa nei primi 100 milioni di anni di vita del Sistema Solare. Alla fine, alcuni frammenti si fecero strada verso il Sistema Solare interno, causando impatti meteoritici con i pianeti interni. Le orbite degli asteroidi continuano ad essere sensibilmente perturbate ogni volta che il loro periodo di rivoluzione attorno al Sole entra in risonanza orbitale con Giove. Alle distanze orbitali a cui si trovano, quando essi vengono spinti in altre orbite, si forma una lacuna di Kirkwood. In altre regioni del Sistema Solare, esistono altri corpi minori, tra cui: i centauri, gli oggetti della fascia di Kuiper e del disco diffuso, le comete della nube di Oort.
Comete della fascia principale
Diversi corpi della fascia esterna mostrano un’attività di tipo cometario. Poiché le loro orbite non possono essere spiegate con la cattura di comete classiche, si pensa che molti degli asteroidi esterni possano essere ghiacciati, con il ghiaccio a volte sottoposto a sublimazione attraverso piccoli urti. Le comete della fascia principale potrebbero essere state una delle fonti principali degli oceani della Terra: le comete classiche hanno un rapporto deuterio-idrogeno troppo basso per esserne considerate la fonte principale.
Orbite
La maggior parte degli asteroidi della fascia ha un’eccentricità orbitale inferiore a 0,4 e un’inclinazione inferiore a 30°. La loro distribuzione orbitale è massima ad un’eccentricità di 0,07 circa e un’inclinazione inferiore a 4°. Così, mentre un asteroide tipico ha un’orbita quasi circolare e si trova relativamente vicino al piano dell’eclittica, alcuni possono avere orbite molto eccentriche ed estendersi ben al di fuori del piano dell’eclittica. A volte, il termine ‘fascia principale’ è usato per indicare solo la regione centrale, dove si trova la più forte concentrazione di corpi. Questa si trova tra le lacune di Kirkwood 4:1 e 2:1 (a 2,06 e 3,27 UA rispettivamente), e ad eccentricità orbitali inferiori a 0,33 circa, con inclinazioni orbitali inferiori a 20° circa. La regione centrale contiene circa il 93,4% di tutti gli asteroidi numerati del Sistema Solare.
Tratto da Wikipedia

Metti l’Etna su Marte

Può un esplosione vulcanica marziana fornire l’indizio di presenza di acqua? Una ricercatrice e i suoi colleghi della Washington State University pensano di sì. Analizzando campioni di roccia vulcanica sulla Terra e su Marte sono stati in grado di determinare quali hanno avuto contatto con l’acqua durante la loro formazione.
Finora i risultati su Marte sono stati negativi: nessuna traccia d’acqua è stata trovata con questo metodo nel sito del rover Curiosity a Gale Crater e del rover Spirit a Gusev Crater. Detto questo, i ricercatori ritengono che tale metodo possa integrare quelli già in uso nella ricerca della presenza di acqua nella roccia sedimentaria.
«Penso che uno studio della composizione vulcanica può rappresentare una nuova inesplorata sfaccettatura della storica presenza d’acqua Marte», dice Kellie Muro, la studentessa di geologia che ha guidato la ricerca, apparsa su Nature Communication. «Nella maggior parte dei casi la ricerca dell’acqua si è concentrata sulle strutture sedimentarie, sia su grande che piccola scala, o cercando rocce calcaree che si sarebbero formate in un ambiente ricco di acqua».
Non mancano le prove che un tempo l’acqua scorreva su Marte, grazie ad un’atmosfera più spessa che permetteva all’acqua liquida di fluire in superficie. Ma i ricercatori ritengono che lo studio delle rocce vulcaniche possa aiutare a comprendere meglio quanta e quando. Infatti è noto che l’acqua, sulla Terra, può accelerare il processo di raffreddamento della roccia vulcanica, creando vetro. Senza acqua, il raffreddamento rallenta e si formano diversi cristalli. Il team ha quindi confrontato le osservazioni provenienti da due siti su Marte con campioni presi in Nuova Zelanda e in Italia, sul Monte Etna.
Avendo accertato che le rocce terrestri che includevano acqua nella loro formazione hanno una cristallinità che varia dall’8% al 35%, mentre quelli senza acqua hanno cristalli che compongono il 45% e oltre del materiale, l’analisi dei campioni di Marte hanno evidenziato che le eruzioni vulcaniche sono avvenute senza interazione con l’acqua.
Redazione Media Inaf

Ecco il Bonanza King, una formazione rocciosa nella Hidden Valley

Ecco una nuova foto della superficie marziana scattata dal rover della NASA Curiosity,  l’immagine questa volta è veramente speciale perché ci mostra quello che potrebbe essere  il quarto punto di perforazione della missione Mars Science Laboratory. Si tratta del “Bonanza King”, una formazione rocciosa nei pressi della Hidden Valley che si vede sullo sfondo della foto e che potrebbe far registrare un primato: nessuna precedente missione ha raccolto dei campioni dall’interno di rocce su Marte. Finora, infatti, i materiali estratti provenivano da zone arenarie della superficie del Pianeta Rosso. L’immagine è molto recente: è stata scattata, infatti, lo scorso 14 agosto (719esimo giorno marziano – sol) dalla Hazard Avoidance Camera (Hazcam) montata su Curiosity. Nell’immagine si può vedere che la più grande delle singole rocce piatte in primo piano misura alcuni centimetri di diametro. Il rover era già passato per la Hidden Valley, ma aveva avuto dei problemi all’aderenza alle ruote vista l’eccessiva presenza di sabbia sul suolo. Per questo motivo i tecnici avevano cambiato rotta, inviando Curiosity in una zona più a nord, il Zabriskie plateau. Adesso la squadra ha deciso che il punto giusto per la quarta perforazione è proprio la Hidden Valley. L’operazione partirà a giorni.
di Eleonora Ferroni (INAF)
39 – continua

Siding Spring, la cometa che sfiorerà Marte

È la cometa dell’anno, la più temuta dai marziani. Ebbene sì, parliamo di Siding Spring (per gli addetti ai lavori conosciuta con la sigla C/2013 A1), che passerà il prossimo 19 ottobre a 138mila chilometri da Marte – meno della metà della distanza tra la Terra e la nostra Luna. Lo scorso maggio il satellite Swift della NASA ha scattato questa immagine della cometa: queste osservazioni a raggi ultravioletti sono le prime a rivelare quanto rapidamente la cometa stia producendo acqua e permettono agli astronomi di stimare meglio la sua dimensione.  “La cometa Siding Spring sta facendo il suo primo passaggio attraverso il sistema solare interno e sta vivendo la sua prima forte esperienza con le altissime temperature del Sole”, ha detto il ricercatore Dennis Bodewits, astronomo presso l’Università del Maryland College Park (UMCP). “Queste osservazioni sono parte di una campagna di due anni portata avanti dalla NASA con Swift per vedere come l’attività della cometa si sviluppi durante il suo viaggio”. Per gli esperti Siding Spring è una vera e propria miniera d’oro perché contiene alcuni tra i più antichi materiali che gli scienziati da decenni cercano nell’Universo. Il nucleo della cometa (vale a dire la parte solida) è un denso agglomerato di gas ghiacciati mescolati con polvere: in pratica quella che in gergo viene chiamata “palla di neve sporca”. Polveri e gas vengono risucchiati dalla cometa durante tutto il viaggio nel Sistema solare. Ciò che attiva la cometa è la trasformazione di materiale congelato da ghiaccio solido a gas, un processo chiamato sublimazione: mentre la cometa si avvicina al Sole e si riscalda, i gas fuoriescono dal nucleo, portando con sé grandi quantità di polvere che riflettono la luce del sole e illuminano la cometa. Con circa due volte e mezzo la distanza della Terra dal Sole (2,5 unità astronomiche, o AU), la cometa si è riscaldata a tal punto che l’acqua diventa il principale gas emesso dal nucleo. Tra il 27 e il 29 maggio, l’Ultraviolet/Optical Telescope (UVOT) di Swift ha catturato una sequenza di immagini della cometa in viaggio nella costellazione Eridano a una distanza di 368 milioni di chilometri dal Sole. Mentre UVOT non può rilevare direttamente molecole di acqua, può rilevare, invece, la luce emessa dai frammenti che si formano quando la luce solare ultravioletta rompe acqua: nello specifico di parla di atomi di idrogeno e molecole di idrossile (OH). “Sulla base delle nostre osservazioni, si calcola che, al momento delle osservazioni, la cometa stesse producendo circa 2 miliardi di miliardi di miliardi di molecole d’acqua (equivalenti a circa 49 litri) ogni secondo,” ha detto il membro del team Tony Farnham, un ricercatore senior a UMCP. A questo ritmo, la cometa Siding Spring potrebbe riempire una piscina olimpionica piscina in solo 14 ore. Queste cifre sono state fondamentali per gli esperti, perché per la prima volta sono riusciti a stimare le dimensioni della cometa, circa 700 metri.  C/2013 A1 raggiungerà il suo perielio, cioè il suo massimo avvicinamento al nostro Sole, il prossimo 25 ottobre, ad una distanza di poco più di 200 milioni di chilometri – ben al di fuori dell’orbita terrestre. Al momento del suo passaggio ravvicinato su Marte, l’intero pianeta verrà ricoperto da gas e polveri, ma non dovrebbero esserci rischi per i rovere e i lander che si trovano sul Pianeta rosso.
di Eleonora Ferroni (INAF)

Scontro di titani per generare la Luna?

E’ lì da miliardi di anni, affascinante  ma anche utile compagna della Terra. Nell’epica corsa allo spazio del XX secolo la Luna è stato il primo corpo celeste al di fuori del nostro pianeta su cui l’uomo ha posato per la prima volta il suo piede. E riportato a casa campioni di terra e roccia. Non certo come esotici e rarissimi souvenir, ma preziose testimonianze per ricostruire il passato del nostro Sistema solare. E, non ultimo, rispondere a una domanda fondamentale: come si è formata la Luna? Una domanda che ancora oggi non ha trovato una risposta definitiva. Vero è che negli ultimi anni ha preso sempre più piede, tra gli addetti ai lavori, l’ipotesi che il nostro satellite si sarebbe formato in seguito a uno scontro ancestrale tra una giovane Terra e un corpo celeste di dimensioni comparabili a quelle di Marte. Le maggiori obiezioni a questo scenario sono basate sul confronto delle abbondanze isotopiche di alcuni elementi chimici,  come tungsteno, silicio, calcio, titanio ma soprattutto l’ossigeno presenti nelle rocce terrestri e lunari, come quelle raccolte dalle missioni Apollo.I risultati davano infatti una composizione identica – nell’ambito della sensibilità della strumentazione utilizzata – per la Terra e per la Luna, indicando di fatto che in esse non c’era traccia di materiale proveniente da questo ipotetico e di certo non trascurabile proiettile. A cercare di spostare di nuovo l’ago della bilancia a favore della teoria del mega impatto arriva ora un nuovo studio guidato da Daniel Herwartz, ricercatore presso le università di Gottinga e Colonia in Germania, pubblicato nell’ultimo numero della rivista Science. I ricercatori hanno analizzato i dati sui rapporti di diversi isotopi dell’ossigeno, come il 17O e il 18O misurati con strumentazione di nuova generazione, molto più accurata, in campioni di rocce terrestri e lunari, comparandoli poi con quelli dei meteoriti. Il nuovo confronto questa volta mette in evidenza una leggera differenza di composizione tra i campioni provenienti dalla Luna rispetto a quelli della Terra. Una differenza piccolissima in verità: appena 12 parti per milione, ovvero uno scarto pari allo 0,012 per mille. Piccola ma comunque rilevata con sicurezza dagli strumenti utilizzati da Herwartz e i suoi colleghi. I ricercatori propongono così che questa differenza indichi che in passato l’impatto con la Terra ci sia effettivamente stato: in seguito ad esso, una frazione del materiale del proiettile si è mescolata quello che ha formato la Luna e un’altra frazione si è distribuita nella Terra. Siccome i due corpi celesti hanno diverse masse, qui sul nostro Pianeta questo materiale si è diluito di più rispetto alla Luna, dando origine così alle differenze misurate. I ricercatori che hanno condotto le indagini sono molto sicuri delle loro idee, tanto da metterlo subito in evidenza nel titolo del loro articolo: Identification of the giant impactor Theia in lunar rocks, ovvero “Identificazione del grande impattattore Teia nelle rocce lunari”. Forse però le cose potrebbero non essere andate esattamente così. “C’è la possibilità che la differenziazione registrata possa essersi avuta  a seguito di impatti di altri corpi celesti più piccoli, che hanno depositato più materia di quanta ne sono riusciti a strappare sia dalla Terra che dalla Luna in passato,  un fenomeno di bombardamento che sembra abbia interessato anche altri corpi del Sistema solare” commenta Diego Turrini, planetologo dell’INAF. “Il risultato raggiunto da Herwartz e colleghi è sicuramente importante perché comunque rivela come le rocce lunari ci possono dare moltissime informazioni sulla storia dei corpi da cui provengono e sul Sistema solare in generale” prosegue Turrini. “Le misure che sono state fatte fino ad oggi non hanno messo la parola fine su quello che si può imparare da questi campioni. E questo è un risultato che emerge anche dal lavoro. Il fatto che la Luna e la Terra, contrariamente a quanto si pensava, hanno una differenza sistematica nella loro composizione è un risultato comunque solido di questo articolo. E’ però un po’ presto, secondo me, per dire con certezza quale sia l’origine di questa discrepanza, perché di queste fasi molto remote della storia del Sistema solare conosciamo ancora poco”.
di Marco Galliani (INAF)

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