Vesta invecchia a modo suo

Quali forze plasmano la superficie di Vesta, l’asteroide (o “pianeta mancato”, come stiamo imparando a considerarlo) studiato dalla sonda della NASA Dawn? Su questa domanda si concentrano i due studi pubblicati su Nature di questa settimana, un altro capitolo dell’identikit di questo asteroide che i dati di Dawn ci stanno restituendo, tassello per tassello. Questa volta all’attenzione degli studiosi è uno degli aspetti di Vesta che agli astronomi è sempre sembrato più curioso e interessante. L’apparente assenza sulla sua superficie di processi di “space weathering”, l’alterazione della superificie esposta all’ambiente spaziale che è tipica dei corpi planetari non circondati da aria. Come appunto la Luna e molti asteroidi, salvo che su Vesta non si trovavano gli stessi effetti osservati altrove.
“L’effetto dello space weathering su Vesta è stato materia di dibattito per diversi anni: le bande di assorbimento dei materiali sono molto evidenti e fanno pensare a processi differenti da quelli in atto sulla Luna e altri asteroidi” dice Eleonora Ammannito dell’Istituto di Astrofisica e Planetologia Spaziali dell’INAF, co-autrice degli studi su Nature e vice responsabile dello strumento VIR sulla sonda Dawn.
Il primo dei due studi, che ha come prima firma Thomas McCord del Bear Fight Institute di Winthrop, negli USA, dimostra che ci sono due tipi principali di materiali su Vesta: quelli brillanti e quelli scuri. Mentre i primi, spiegano gli studiosi, sembrano materiali basaltici “indigeni” di Vesta, quelli scuri sono stati probabilmente acquisiti a causa di impatti di altri corpi ricchi di carbonio. Impatti successivi avrebbero portato questi materiali più scuri a mescolarsi al suolo dell’asteroide (o “regolite”, come andrebbe correttamente chiamato).
Il secondo studio è guidato invece da Carle Pieters della Browne University, nel Rhode Islansd, e conferma che Vesta subisce un tipo di space weathering tutto suo, diverso da quello di altri corpi. Mancano infatti i composti che di solito hanno a che fare con l’effetto di space weathering, ovvero le nanoparticelle metalliche (tipicamente di ferro) trovate nelle analisi di campioni lunari o da asteroidi come Itokawa. Di queste particelle non c’è traccia su Vesta, in compenso il materiale esposto in superficie su diversi crateri recenti scompare gradualmente sullo sfondo man mano che il cratere invecchia. I dati spettroscopici rivelano invece che su Vesta il regolite diventa localmente omogeneo nel corso del tempo, soprattutto a causa del rimescolamento su piccola scala dei diverse componenti della superficie. Anche in questo caso, i dati depongono a favore dell’idea che la principale forza attiva nel plasmare la superficie di Vesta e la composizione del regolite siano gli impatti di corpi ricchi di carbonio, piuttosto che il vento solare o i raggi cosmici come su altri corpi.
“Il contributo del team INAF ai due articoli è sostanziale: le ricerche svolte sono basate principalmente sull’interpretazione dei dati di VIR, lo spettrometro ad immagini italiano a bordo della sonda Dawn. I risultati presentati in Nature ci danno indicazioni complementari sui processi primordiali, come il trasporto di materiale ricco in acqua, e quelli tuttora in atto, come la rielaborazione della superficie per l’effetto dello Space Weathering” dice Maria Cristina De Sanctis, leader dello strumento VIR sempre per lo IAPS-INAF.
di Nicola Nosengo (INAF)

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L’ordine si raggiunge lentamente

Centinaia di galassie sono state studiate con il Keck delle Hawaii e con l’HST. Senza introdurre effetti di selezione si è riscontrato un trend evolutivo del tutto inaspettato rispetto alle idee comuni. Gli oggetti osservati coprono un periodo temporale che va da oggi fino a circa otto miliardi di anni fa.
Gli astronomi hanno sempre pensato che la formazione delle galassie fosse  un fenomeno abbastanza rapido e che le strutture più grandiose dell’Universo avessero  raggiunto un ordine e una stabilità interna sicuramente prima di cinque/sei miliardi di anni dopo il Big Bang. Il che vuole anche dire che le galassie non dovrebbero essere più cambiate macroscopicamente negli ultimi otto miliardi di anni. Il risultato della nuova ricerca dimostra invece proprio il contrario: negli ultimi otto miliardi di anni le galassie si sono evolute, raggiungendo un’organizzazione interna quasi perfetta solo in tempi molto recenti.
Le galassie come Andromeda e la Via Lattea sono ancora attive, ossia continuano a creare stelle, ma sono anche perfettamente organizzate. In particolare, quasi tutte le loro stelle e le nuvole di gas rivolvono attorno al centro. Galassie analoghe (ossia ancora attive nella formazione stellare), la cui luce ci raggiunge solo ora dopo otto miliardi di anni, si mostrano invece molto caotiche. Ogni stella tende a rivolvere per conto suo, seguendo un confuso caos organizzativo. Nei casi intermedi si vede che l’organizzazione cresce nel tempo e tende a una stabilità quasi completa solo in tempi recenti.
Come mai non ci si era accorti prima di questo “trend” evolutivo? Presto detto. Negli studi passati si eliminavano, considerandoli come casi peculiari, le galassie, relativamente giovani rispetto a oggi, che non mostravano una buona organizzazione interna. Si pensava fossero state oggetto di recenti collisioni e quindi non fossero buone indicatrici dell’andamento generale. La nuova ricerca le ha invece considerate tutte di uguale importanza e le ha divise soltanto in base alla loro grandezza. Sono, inoltre, state prese in considerazione solo quelle che mostravano linee spettrali ben definite, tali da permettere una buona stima del movimento interno e della loro distanza.
Le galassie studiate sono state 544, localizzate tra i 2 e gli 8 miliardi di anni luce da noi (meglio ancora: la cui luce ha impiegato da due a otto miliardi di anni per raggiungerci). Esse hanno dimensioni diverse, andando da strutture con una massa pari allo 0.3% di quella della Via Lattea fino a quelle comparabili con la nostra. Per tutte, il trend evolutivo è stato confermato, anche se le più grandi lo mostrano meglio.
La prima deduzione ricavabile da questo risultato abbastanza inaspettato è che il numero di collisioni con galassie vicine è andato diminuendo al passare del tempo. Probabilmente, di pari passo è andato anche il tasso di formazione stellare che trae vantaggio da collisioni tra il gas di strutture diverse. Gli astronomi dovranno ora rivedere i loro modelli di evoluzione galattica in modo che si accordino con questo risultato sperimentale.
di Vincenzo Zappalà (Astronomia.com)

Identikit delle galassie oscure

Siamo abituati a pensare alle galassie come a grandi “isole” di stelle, gas e polvere. Ma i modelli teorici dell’astrofisica ci dicono che possono esistere anche altri tipi di galassie, prive di stelle e composte prevalentemente da gas denso. Per questo motivo, praticamente invisibili.
Recentemente, un gruppo di astronomi ha per la prima volta osservato galassie di questo tipo, osservando la luce fluorescente che proveniva dal loro gas (idrogeno), illuminato dalla luce ultravioletta di un quasar posto nelle vicinanze.
In un dibattito, alcuni dei protagonisti di questa osservazione si sono seduti a un tavolo per discutere le sue implicazioni e che ruolo potessero avere queste galassie oscure nell’Universo primordiale.
Martin Haehnelt del Kavli Institute for Cosmology dell’Università di Cambridge, membro del team scientifico che ha rilevato questo particolare tipo di galassie, ritiene che siano molto importanti per lo studio della nostra Via Lattea. “Pensiamo che il precursore della Via Lattea fosse una galassia brillante e molto più piccola, che in seguito si è fusa con le vicine galassie ‘oscure’. In questo modo si è formata la Via Lattea”.
Ma cosa sono esattamente le galassie oscure?
Secondo Haehnelt sarebbero composte da materia oscura e gas, ma per qualche motivo non sono state in grado di formare stelle. Inoltre secondo alcuni modelli teorici sembra che fossero molto comuni nell’Universo primordiale, quando le galassie avevano più difficoltà a formare le stelle, a causa della bassa densità del loro gas. Solo più tardi cominciarono a formarle, diventando ciò che vediamo oggi.
Un altro membro del team, Sebastiano Cantalupo dell’Università della California, ritiene che le galassie scure siano i mattoni delle galassie moderne. “Nella nostra attuale teoria sulla formazione delle galassie, pensiamo che le galassie grandi si siano formate dalla fusione di galassie più piccole. Le galassie scure portano alle grandi galassie molto gas, accelerando quindi la formazione stellare in quelle più grandi”.
Le tecniche utilizzate per rilevare le galassie scure possono anche fornire un nuovo modo per conoscere altri fenomeni dell’Universo, tra cui quello che alcuni chiamano la “rete cosmica”, filamenti invisibili di gas e materia oscura che dovrebbero permeare l’Universo, alimentando le galassie e gli ammassi di galassie in cui i filamenti si intersecano.
“Mi chiedo se possiamo davvero utilizzare questa tecnica per vedere l’emissione di gas filamentosi nella rete cosmica e se sì, quanto siamo prossimi a vederla?” ha chiesto un terzo membro del team, Simon Lilly del Politecnico federale di Zurigo, in Svizzera. “Credo che la scoperta delle galassie scure sia un passo significativo per raggiungere
di Silvia Dragone (INAF)

Il cielo nel mese di novembre

Il Sole si trova nella costellazione della Bilancia fino al giorno 23, quando entra nello Scorpione.
Il giorno 1 alle ore 15:11 la Luna raggiunge l’apogeo (406.052 Km di distanza), mentre il giorno 14 alle ore 10:26 si troverà nel punto più vicino alla Terra nel corso della sua orbita, il perigeo (357.359 km). Il giorno 28 alle ore 19:35 torna di nuovo all’apogeo (406.361 km). Ultimo Quarto il 7 (ore 00:38);  Luna Nuova il 13(ore 22:10); Primo Quarto il 20 (ore 14:33);Luna Piena il 28 (ore 14:48).
Posizione dei pianeti
Mercurio: nell’arco di poche settimane la situazione dell’elusivo pianeta si capovolge. Dalla massima elongazione serale degli ultimi giorni del mese scorso Mercurio si avvicina repentinamente alla massima elongazione mattutina, che sarà raggiunta però ai primi di dicembre. L’osservabilità serale è al limite delle possibilità di individuazione, già molto basso sull’orizzonte occidentale e destinato in breve alla completa inosservabilità, a causa della congiunzione con il Sole del giorno 17. Al mattino invece l’altezza sull’orizzonte orientale aumenta sensibilmente in pochi giorni. A fine mese Mercurio sorge oltre 1 ora e mezza prima del Sole.
Venere: Il pianeta domina ancora l’orizzonte ad Est prima dell’alba, ma il periodo di massima durata dell’osservabilità mattutina è ormai passato e le ore disponibili per osservarlo sono destinate a ridursi nei prossimi mesi. A inizio mese Venere sorge 3 ore prima del Sole, alla fine meno di 2 ore e mezza. Meritano di essere segnalati alcuni eventi significativi. La mattina del 16 il pianeta si trova vicino a Spica la stella più luminosa della costellazione della vergine. Da non perdere all’alba del 27 la congiunzione estremamente ravvicinata con Saturno, con i due pianeti separati da appena mezzo grado (esattamente 0° 32’). Il giorno 28 Venere lascia la Vergine ed entra nella costellazione della Bilancia.
Marte: le condizioni di osservabilità del pianeta rosso si mantengono sorprendentemente monotone. Non rimane quindi che ribadire quanto indicato nei mesi precedenti. Marte è quasi inosservabile, immerso nelle luci del crepuscolo serale, senza tuttavia avvicinarsi ancora alla congiunzione con il Sole. Poco dopo il tramonto Marte si trova ancora poco sopra l’orizzonte occidentale ad una altezza di una decina di gradi. Il 12 novembre passa dalla costellazione dell’Ofiuco al Sagittario.
Giove: con Marte quasi inosservabile e gli altri pianeti osservabili ad occhio nudo concentrati nel cielo orientale e visibili solo prima dell’alba, il pianeta gigante rimane senza rivali a dominare con la sua luminosità il cielo serale. E’ ormai prossimo all’opposizione e pertanto è osservabile per quasi tutta la notte. Nel corso delle ore serali lo si può vedere al suo sorgere sull’orizzonte orientale e dopo la mezzanotte raggiunge la massima altezza culminando nel cielo meridionale. Giove rimane anche per questo mese nella costellazione del Toro.
Saturno: dopo la congiunzione con il Sole Saturno ricompare al mattino e guadagna rapidamente un buon intervallo di osservabilità. Mentre Saturno si eleva sempre di più sull’orizzonte orientale, Venere riduce sensibilmente la propria altezza. In pratica i due pianeti si vengono incontro, fino a raggiungere la strettissima congiunzione citata nel paragrafo dedicato alle congiunzioni. Il “Signore degli Anelli” si trova ancora nella Vergine, costellazione che lo ha ospitato tutto l’anno.
Urano: Il pianeta è ancora osservabile per gran parte della notte. Già nelle prime ore dopo il tramonto lo si può individuare alla massima altezza sull’orizzonte, quando culmina a Sud. Come di consueto, si consiglia l’ausilio di un binocolo o di un telescopio per osservare il pianeta, la cui luminosità è vicina al limite di percezione dell’occhio umano. Urano si sposta molto lentamente con moto retrogrado nella costellazione dei Pesci.
Nettuno: non sono molte le ore a disposizione per l’osservazione del pianeta. Al calare dell’oscurità Nettuno ha già iniziato a calare verso l’orizzonte. Lo si può cercare inizialmente a Sud –Ovest e in seguito a Ovest, dove tramonta nelle ore centrali della notte. Il pianeta ha una luminosità che è ai limiti dell’osservabilità ad occhio nudo, è praticamente impossibile riconoscerlo senza l’ausilio di un telescopio. Nettuno si trova ancora nella costellazione dell’Acquario, dove è destinato a rimanere molto a lungo, fino all’anno 2022.
Congiunzioni
Luna – Giove: Il disco della Luna si avvicina a Giove nella notte tra l’1 e il 2 novembre. I due astri più luminosi del cielo di questo periodo si incontrano nella costellazione del Toro, dove si possono ammirare anche le Pleiadi e la stella Aldebaran.
Luna – Venere: prima dell’alba del giorno 12 i protagonisti del cielo del mattino orientale sono una sottilissima falce di Luna calante ai limiti della percezione – manca ormai poco alla Luna Nuova – e il luminosissimo Venere. Tra i due astri si trova una stella brillante, Spica, della costellazione della Vergine. Si può tentare anche l’osservazione di Saturno, molto basso sull’orizzonte orientale. Il tempo a disposizione per individuarlo è comunque poco. Dopo pochi minuti, infatti, all’orizzonte appaiono le prime luci dell’alba.
Luna – Marte:  come spiegato nel paragrafo dedicato al pianeta, Marte è ormai confinato da tempo nella fascia più bassa del cielo occidentale, appena visibile per breve tempo tra le luci del tramonto. La sera del 16 sarà più facile individuarlo, proprio sotto la sottile falce di Luna crescente, a tre giorni dalla Luna Nuova. La congiunzione si verifica nella costellazione del Sagittario.
Venere – Saturno: all’alba del giorno 27 si verifica una congiunzione molto stretta tra Veneree e Saturno. I due pianeti sono separati da appena mezzo grado (0° 32’). I due pianeti sono nella costellazione della Vergine, molto vicini al limite con la Bilancia, costellazione in cui Venere farà il suo ingresso il giorno successivo.
Luna – Pleiadi: prima di raggiungere nuovamente Giove la Luna, ormai quasi piena, attraversa la costellazione del Toro. La notte del 27 novembre si trova in congiunzione con le Pleiadi.
Luna – Giove: in questo mese si verificano due congiunzioni Luna – Giove. I due astri concedono il bis nella notte tra il 28 e il 29. La Luna è piena e si frappone tra il pianeta e Aldebaran, la stella più luminosa della costellazione del Toro.
Sciami meteorici
Tauridi: dal 5 al 12 novembre sarà possibile osservare lo sciame meteorico delle Tauridi, sciame generato dal passaggio orbitale terrestre sui residui della cometa Encke. Come suggerisce il nome, il radiante dello sciame proviene dalla costellazione del Toro. Le Tauridi non sono numerose (circa 5 per ora), ma hanno la caratteristica di avere quasi sempre un intenso colore arancio e una lentezza fuori dal comune.
Leonidi: nella notte tra 17 e 18 novembre si verificherà la massima attività dello sciame meteorico delle Leonidi, una pioggia di “stelle cadenti” analoga a quella più nota del 12 agosto. Lo sciame meteorico delle Leonidi è prodotto dai minuscoli residui di una cometa periodica, la Tempel-Tuttle. Tali frammenti sono raccolti in una grande e rarefatta nube che viene attraversata ogni anno dalla Terra attorno alla metà di novembre. Agli appassionati osservatori di meteore che non temono il freddo e il sonno si consiglia tuttavia di prolungare le osservazioni anche nelle notti successive. Le previsioni indicano infatti un ulteriore probabile massimo di attività nelle ore che precedono l’alba del giorno 19. Il radiante – punto di provenienza della meteore – si trova nella costellazione del Leone (da cui deriva il nome dello sciame). Quest’anno risulta favorevole anche la Luna, dato che tramonterà attorno alle ore 23.
Le costellazioni
La notte si allunga, il Sole anticipa sempre più il suo tramonto, e questo ci regala qualche ora in più di osservazione della volta stellata. È così che allo spengersi delle ultime luci del crepuscolo avremo ancora l’opportunità di ammirare brevemente, sull’orizzonte occidentale, alcuni degli astri caratteristici del cielo estivo come il Triangolo Estivo (descritto ampiamente nelle rubriche dei mesi precedenti).
Lungo la fascia zodiacale nelle prime ore della sera possiamo riconoscere il Capricorno e l’Acquario, deboli costellazioni prive di stelle particolarmente brillanti. Proseguendo verso Sud, troviamo i Pesci e la minuscola costellazione dell’Ariete. Chi osserva da luoghi con l’orizzonte meridionale privo di ostacoli – in pianura o sul mare – può cimentarsi nel riconoscimento delle costellazioni che si estendono al di sotto dell’eclittica: la Balena e più a Ovest, sotto l’Acquario, il Pesce Australe, dove si può facilmente riconoscere una stella brillante, Fomalhaut.
Verso Est vedremo sorgere le costellazioni zodiacali che domineranno il cielo nell’imminente inverno: vedremo così prima il Toro e successivamente i Gemelli. In tarda serata nel cielo orientale si inizieranno a vedere altre costellazioni, prossime protagoniste dei cieli invernali: il Cancro, a sinistra dei Gemelli, e nella seconda parte della notte, il Leone.
Inconfondibili, a Sud-Est nelle prime ore della notte, le costellazioni di Orione e del Cane Maggiore, con la luminosissima Sirio. Sopra i Gemelli e il Toro è facilmente identificabile un’altra costellazione che vedremo ben alta in cielo per i prossimi mesi: si tratta dell’Auriga, dalla caratteristica forma a pentagono, in cui uno dei vertici è rappresentato da una delle stelle più luminose della volta celeste, Capella.
In prossimità dello zenit, sulla nostra verticale, godono ancora di visibilità ottimale le costellazioni già descritte nel “cielo di ottobre”: il grande quadrilatero di Pegaso, seguito, verso Nord Est, da Andromeda e da Perseo e, più vicine al Polo Nord Celeste, la “W” di Cassiopea e il meno appariscente Cefeo.
Proseguiamo il tour e soffermiamoci sulla piccola costellazione del Triangolo, tra Andromeda e l’Ariete: in essa si trova la galassia a spirale M33, ben nota a tutti gli astrofili: è la terza componente per importanza del “gruppo locale”, la concentrazione di galassie di cui fanno parte la nostra Via Lattea e la notissima galassia di Andromeda. A Settentrione troviamo come sempre l’Orsa Maggiore e l’Orsa Minore, con la stella polare immobile ad indicarci il Nord (come trovare la polare?) tra le due Orse possiamo riconoscere il Dragone.
Tratto da: Astronomia.com

Oceano delle Tempeste: fu un grande impatto

La più grande macchia nera della Luna, nota come Oceano delle Tempeste, potrebbe derivare da un impatto gigante che ha creato un mare di magma di dimensioni gigantesche e profondo centinaia di miglia.
Queste scoperte potrebbero aiutare a spiegare il motivo per il quale le due facce della Luna sono così diverse tra di loro. Gli scienziati hanno analizzato l’Oceano Procellarum, o Oceano delle Tempeste, una macchia scura posta sulla faccia vicina della Luna e dal diametro di più di 3000 chilometri.
La faccia vicina della Luna è abbastanza diversa dall’altra. Ad esempio, pianure molto ampie coperte da rocce vulcaniche e note come “maria” (mari) coprono circa un terzo della faccia vicina ma pochissime sono presenti sul lato opposto.
I ricercatori hanno ipotizzato un gran numero di spiegazioni a questa diversità: alcuni hanno suggerito che potrebbe esserci stata una seconda luna in orbita terrestre che poi avrebbe finito con il fondersi con la Luna che vediamo attualmente. Altri hanno proposto che la forza mareale terrestre abbia causato distorsioni.
Similarmente, anche gli emisferi nord e sud di Marte sono in forte contrasto tra di loro ed anche in tal caso è stato tirato in ballo un possibile mostruoso impatto. Ora scienziati giapponesi sostengono che una gigante collisione possa spiegare la doppia faccia della Luna e l’origine dell’Oceano delle Tempeste.
I ricercatori hanno analizzato la composizione della superficie lunare attraverso i dati dell’orbiter lunare Kaguja/Selene. I dati rivelano la presenza di una varietà di pirossene caratterizzata da povertà di calcio con concentrazione intorno all’Oceanus Procellarum e a grandi crateri da impatto come Aitkenand Imbriumbasins. Questo tipo di pirossene è legato alla fusione di materiale dal mantello lunare e porta a pensare che l’Oceano delle Tempeste sia ciò che resta di un impatto cataclismico.
La collisione dovrebbe aver generato un mare di magma del diametro di circa 3 chilometri e profondo centinaia di chilometri.
Le collisioni che hanno dato vita a questa zona e ad altri grandi bacini dovrebbero aver strappato completamente la crosta originaria sul lato vicino della Luna. La crosta che più tardi si è formata dalla roccia fusa del dopo-impatto sarebbe diversa da quella del lato nascosto della Luna, il che spiegherebbe le diversità notate.
L’idea è e sarà a lungo dibattuta visto che non esistono segni topografici evidenti sulla natura di bacino da impatto della zona. Forse la data è troppo antica, più di 4 miliardi di anni fa, e i segni sono stati spazzati via. La scoperta fornisce comunque un primo indizio della dinamica, che andrà studiata e analizzata con ulteriori dati.
Dettagli sono sul numero del 28 ottobre di Nature Geoscience.
Skylive

15 febbraio 2013: arriva 2012 DA14

Un asteroide delle dimensioni di un palazzo cittadino si avvicinerà alla Terra come nessun altro finora ha mai fatto. L’evento avverrà a febbraio 2013.
L’asteroide si chiama 2012 DA14 e ha un diametro di circa 45 metri, con massa di circa 130 mila tonnellate. E’ stato scoperto a inizio 2012 e passerà tra la Terra e i satelliti geostazionari di comunicazione il giorno 15 febbraio 2013 ad una distanza di soli 22.500 chilometri nel punto di maggior avvicinamento.
Nessuna possibilità di collisione, ovviamente, ma asteroidi come questo ci ricordano costantemente che siamo possibili bersagli cosmici.
E’ importante monitorare tutti gli asteroidi che passano vicino il nostro pianeta: la NASA ne ha identificati circa 4700, alcuni dei quali hanno diametri anche di tre chilometri.
Una collisione con un oggetto anche piccolo potrebbe essere disastrosa: se 2012 DA14 colpisse la Terra (cosa che non farà) potrebbe arrecare danni pari a quelli di una bomba atomica. Il Barringer Crater in Arizona fu provocato proprio da un asteroide di 50 metri di diametro, ed il cratere misura 1200 metri in diametro ed è profondo 170 metri.
Vederlo passare così vicino sarà una grande occasione per studiarlo, comunque, e di conseguenza cercare di capire ancora di più qualcosa sulla formazione del Sistema Solare.
Non arriverà alla nostra atmosfera, quindi non si romperà, ma le forze terrestri potrebbero cambiarne la forma e la composizione.
Non sarà visibile ad occhio nudo ma attraverso binocoli e telescopi
Skylive

Le Blue straggler di NGC 6362

Il  telescopio spaziale Hubble offre una impressionante visione del centro dell’ammasso globulare NGC 6362. L’immagine di questa collezione sferica di stelle entra veramente nel centro dell’ammasso, che contiene una enorme concentrazione di astri con diversi colori.
Gli ammassi globulari sono oggetti gravitazionali che accolgono stelle antiche, con età in genere di 10 miliardi di anni e comunque molto più antiche del Sole. Sono molto comuni, se ne contano più di 150 nella nostra Galassia e molti altri sono stati trovati in altre galassie.
Sono le strutture più antiche dell’universo, direttamente osservabili e quindi importantissimi fossili del cosmo. Dalla luce delle stelle si possono capire molte cose. Per molti anni sono stati infatti dei veri laboratori per testare le teorie di evoluzione stellare.
Recentemente le precise misurazioni operate all’interno di questi ammassi hanno portato a teorie ampiamente accettate. In particolare, alcune stelle sembrano più blu delle loro compagne anche a parità di età, il che ha portato alla classificazione delle blue straggler. NGC 6362 ne contiene davvero tante.
Presenti prevalentemente al centro di questi oggetti, sembra che derivino dalla collisione di due stelle antiche con relativo trasferimento di materiale in sistemi binari. Questo afflusso di nuovo materiale rigenera le stelle, le riscalda e quindi le ringiovanisce apparentemente, fornendo un atipico colore azzurro per stelle di una certa età.
NGC 6362 si trova a 25000 anni luce nell’Altare e fu osservato per la prima volta nel 1826 da James Dunlop.
Space Telescope

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