NASA: ci dispiace, niente ET

Come accade ormai ciclicamente, la NASA è finita nel mirino dei complottisti. Questa volta la colpa di cui si sarebbe macchiata è una volontaria e improvvisa interruzione delle comunicazioni con la Stazione Spaziale Internazionale (ISS), avvenuta a breve distanza dall’apparizione di un UFO nel campo di vista di una delle camere impegnate nella trasmissione in live stream.Tutto è iniziato con un video, pubblicato su YouTube il 9 luglio scorso dall’utente StreetCap1. Lo stesso utente, nella descrizione del video, sottolinea che un UFO, ovvero “Unidentified Flying Object” (oggetto volante non identificato), è semplicemente qualcosa di cui non riconosciamo immediatamente la natura. Ma subito dopo aggiunge polemicamente «ciò che rende il video interessante è che la trasmissione sembra interrompersi quando l’UFO si ferma». Non è la prima volta che accuse di questo tipo vengono mosse ai video provenienti dall’esperimento di trasmissione in diretta chiamato High Definition Earth Viewing System. L’esperimento è composto da quattro videocamere commerciali ad alta definizione, posizionate in diversi punti della ISS. Le camere sono state portate a bordo della stazione nell’aprile del 2014 e da allora sono state puntate sulla Terra allo scopo di inviare uno stream continuo immagini in tempo reale. La trasmissione alterna la visione delle camere, e si interrompe solo in caso di assenza di segnale o quando la ISS attraversa il cono d’ombra della Terra, trovandosi quindi al buio. «La stazione passa regolarmente fuori dalla portata del Tracking and Data Relay Satellites, il sistema utilizzato per inviare e ricevere il segnale video», spiega il portavoce della NASA Daniel Huot a CNET. «Ogni volta che il segnale video si perde, le telecamere mostrano una schermata blu (a indicare che non c’è segnale) o un’immagine preimpostata». E in effetti è sufficiente seguire la diretta per qualche ora per accorgersi che le interruzioni di segnale sono piuttosto frequenti, anche perché, lo ricordiamo, la ISS compie una rotazione completa attorno alla Terra ogni 90 minuti circa. «Per quanto riguarda l’“oggetto”», continua Huot, «è molto comune che appaiano nelle immagini cose come la Luna, detriti spaziali, riflessi dalle finestre della stazione, parti della struttura stessa della ISS o luci provenienti dalla Terra, e che creino artefatti nelle fotografie e nei video raccolti dalla stazione». Insomma, si tratta di un episodio piuttosto comune: anche questa volta gli incontri ravvicinati sono rimandati. Per capire come mai l’agenzia spaziale statunitense sia nuovamente, e così spesso, nell’occhio del ciclone complottista, abbiamo chiesto un commento a Paolo Attivissimo, giornalista informatico ed esperto cacciatore di bufale. «La NASA è nel mirino da sempre perché molta gente non ha idea di come funzioni realmente: pensano a un apparato governativo, militarizzato, ricchissimo, monolitico e astratto, quando in realtà chi frequenta la NASA (come me, nel mio piccolo) sa che si tratta di gente normale, civili che hanno famiglie e una vita ordinaria ma lavorano in un posto straordinario con pochi soldi a disposizione (il centro di controllo di Houston sembra un campus universitario rimasto fermo agli anni Sessanta). Gente che decisamente non saprebbe tenere un segreto, anche perché alla NASA c’è una cultura pervasiva della trasparenza (abitudine vecchia di decenni, nata per contrastare la segretezza ossessiva dei sovietici). Se sei un loro amico ti raccontano pettegolezzi e chicche con gusto: altro che tenere segreti!» «Oltretutto la NASA avrebbe solo da guadagnarci ad annunciare la scoperta di vita extraterrestre: arriverebbero finanziamenti a pioggia!», aggiunge Attivissimo. «Il fatto è che chi crede che la NASA veda UFO in continuazione non sa come funzionano le tecnologie: per esempio, le “misteriose interruzioni” delle telecamere della Stazione Spaziale non sono spegnimenti per nascondere qualcosa, ma semplicemente i momenti nei quali la Stazione è fuori portata delle antenne a terra e quindi il segnale delle telecamere non arriva. Succede in continuazione: lo so bene, perché in ufficio tengo sempre acceso un monitor che mostra le bellissime immagini della Terra che scorre sotto la Stazione, disponibili via Internet in tempo reale ventiquattr’ore su ventiquattro».«Se solo questi ufologi improvvisati s’informassero prima di parlare, eviterebbero di diffondere false notizie e di distrarre dalle meraviglie reali del cosmo», conclude Attivissimo. «Nessuno alla NASA nega la possibilità che la vita extraterrestre esista: ma bisogna dimostrare che questa vita viene a trovarci. E soprattutto bisogna chiedersi che logica avrebbe, per un viaggiatore cosmico, giocare a nascondino. Quello che descrivono gli ufologi è l’equivalente di un turista che si fa un lunghissimo viaggio in aereo, arriva finalmente a destinazione, fa una capatina in aeroporto per fare photobombing a una cassiera, e poi se la svigna. Che senso ha?»

Un faro in cerca degli alieni

Siamo sicuri al 100 percento che se mai esistesse una civiltà aliena vorremmo essere trovati? Molto probabilmente sì, visto che uno dei principali obiettivi della comunità scientifica è quella di cercare altre forme di vita nell’Universo. E giusto qualche giorno fa abbiamo ricordato l’impegno italiano nella ricerca SETI (Search for Extra-Terrestrial Intelligence)E allora, se vogliamo che ci trovino, c’è chi ha proposto una soluzione:attivare un segnale ottico da tenere sempre acceso e soprattutto visibile da ogni angolo della galassia. Una sorta di faro rivolto però non verso il mare ma verso l’infinito del cosmo. Potrebbe sembrare leggermente irrealizzabile, e invece i ricercatori dell’UC Santa Barbara dicono di avere la tecnologia adeguatamente avanzata per realizzare questo piano. Certo, c’è anche chi pensa già a come difendersi da eventuali forme di vita aliena. Come i due astronomi della Columbia University che hanno elaborato uno strampalato modo per mimetizzare la Terra e quindi proteggerla da fantomatiche invasioni galattiche (vedi Media INAF). Ma visto che ancora non sappiamo se siamo in compagnia, nella nostra Via Lattea, Philip Lubin, autore dello studio, ha spiegato come riuscire a scovare gli alieni: «Se esistesse un’altra civiltà nella nostra galassia e avesse un livello simile al nostro, o addirittura più avanzato, nella tecnologia a energia focalizzata (directed energy), potremmo individuare loro posizione in qualsiasi parte nella nostra galassia con un approccio di rilevamento molto semplice». Lubin lavora all’energia focalizzata (cinetica o termica) da anni, addirittura fra i suoi progetti c’è quello di inviare nello spazio una navicella alimentata solo dai laser: usando la luce del laser la navicella verrebbe spinta e guidata nello stesso momento. Secondo il suo recente studio, questo tipo di energia può essere utilizzata anche in ambito SETI per inviare un segnale verso un sistema planetario selezionato. Tradizionalmente le survey SETI vengono effettuate nel radio o al massimo nell’ottico (di rado). Quella di Lubin è quindi un’idea innovativa. «Proponiamo una strategia che ci permetterà di osservare all’incirca 100 miliardi di pianeti, cercando di provare la nostra ipotesi, cioè che esistono altre civiltà simili a lla nostra o più avanzate». Lubin vuole puntare tutto sulla luce. La sua ipotesi: «Ora abbiamo la capacità di produrre luce in modo estremamente efficiente, e magari altre specie potrebbero esserne in grado. E se così fosse, che cosa implicherebbe?». Tutto potrebbe risolversi con un nulla di fatto, perché magari là fuori non c’è altro che batteri e forme di vita simili, oppure civiltà che non sono avanzate come la nostra. Praticamente ciò che ci raccontano i film di Hollywood potrebbe davvero essere solo fantascienza. Lubin però non ha perso la speranza: «Supponiamo che invece ci sia una civiltà come la nostra e supponiamo che, a diffrenza di noi che siamo un po’ timidi, pensino sia importante agire da faro interstellare o extragalattico. Sulla Terra sta avvenendo una rivoluzione nel campo della fotonica che consente la trasmissione di informazioni attraverso la luce visibile o nel vicino infrarosso di alta intensità». Il bello – dice Lubin – è che non si ha bisogno «di un grande telescopio per iniziare queste ricerche. Si potrebbe riuscire a rilevare una civiltà come la nostra, ovunque nella galassia, dove ci sono 100 miliardi di possibili pianeti, con una fotocamera acquistata al centro commerciale e un telescopio montato giù in giardino».
Redazione Media Inaf (INAF)

Perché non siamo soli nell’Universo

Siamo soli in questo Universo? Esiste vita intelligente, una civiltà tecnologicamente progredita all’interno della nostra Galassia? C’è qualcuno là fuori? Domande che l’uomo si porta dietro da secoli e che da almeno una cinquantina d’anni sono uscite dallo stretto ambito filosofico per essere affrontate dalla scienza (vedi MediaINAF).

Nel 1961, l'astrofisico Frank Drake ha sviluppato un'equazione per calcolare il numero di civiltà extraterrestri all'interno della Via Lattea. Crediti: University of Rochester.

Ci ha provato l’astrofisico Frank Drake, nel 1961, con un’equazione buona per stimare almeno grossolanamente il numero di civiltà avanzate che potrebbero esistere nella Via Lattea. Troppo laschi però quei parametri per tirar fuori qualche dato attendibile. Variabili indefinibili. Risposte troppo vaghe. Ci riprova oggi un gruppo di scienziati delle Università di Rochester e Washington, firmatari di un’interessante studio appena pubblicato su Astrobiology: le recenti scoperte di pianeti extrasolari e un approccio più ampio alle domande inizialmente poste dall’equazione di Drake potrebbero darciqualche ragione in più per essere ottimisti o pessimisti riguardo alla possibilità di scovare una qualche forma di intelligenza extraterrestre nel vicino Universo. A meno che le probabilità di sviluppo di una forma di vita intelligente su un lontano esopianeta abitabile debbano per qualche ragione essere calcolate come prossime allo zero, allora non c’è ragione di pensare che il genere umano sia un unicum irripetibile. «La domanda circa l’esistenza di una civiltà extraterrestre, tradotta nell’equazione di Drake, soffre l’incertezza del sistema di variabili che la compongono», spiega Adam Frank, docente di fisica e astronomia presso l’Università di Rochester e fra gli autori dello studio. «Sappiamo da tempo quante stelle compongono grossomodo la Galassia che abitiamo. Quello che non sapevamo è se esistessero o meno pianeti, in orbita a queste stelle, capaci di ospitare la vita. Né se una forma di vita potesse sviluppare l’intelligenza necessaria a dare luce a una civiltà, prima della sua stessa estinzione». Oggi, grazie alle truppe di “cacciatori di esopianeti” sparse a Terra nei laboratori di ricerca e che si servono di strumenti sofisticatissimi come il telescopio spaziale NASA Kepler, sappiamo che quasi una stella su cinque conta pianeti che orbitano nella cosiddetta fascia di abitabilità, dove la temperatura potrebbe sostenere la vita, almeno per come la conosciamo. Quanto alla sopravvivenza di una specie, per un tempo bastevole allo sviluppo di una civiltà tecnologicamente avanzata, il fatto che l’uomo abbia sviluppato una qualche forma di tecnologia nel corso di 10mila anni non ci dice molto. Occorre dunque allargare un po’ la domanda che ci poniamo. «Invece di chiederci se esiste una civiltà aliena in questo preciso momento storico, per esempio, potremmo chiederci se siamo un caso isolato in tutta la storia del Cosmo», suggerisce Woodruff Sullivan dell’Astronomy Department and Astrobiology Program dell’Università di Washington, cofirmatario dello studio pubblicato su Astrobiology. «Questo cambio di prospettiva ci permette di affrontare la questione da un punto di vista archeologico, riducendo i termini di incertezza presenti nell’equazione originale». Il risultato? La probabilità che tra i miliardi di miliardi di sistemi stellari presenti nel Cosmo, sia esistita una forma di civiltà tecnologicamente avanzata come la nostra è altissimo: è accaduto quasi 10 miliardi di volte dai tempi del Big Bang! All’interno del nostro “piccolo” orticello, la Via Lattea con i suoi 100 miliardi di stelle, ci deve essere stata almeno una civiltà extraterrestre. «Naturalmente non abbiamo la più pallida idea di quanta probabilità abbiamo di trovare vita intelligente su un determinato pianeta abitabile», ammette Frank. «Diciamo che abbiamo individuato una soglia oltre la quale ci sono concrete probabilità che l’umanità non sia la prima civiltà sviluppata nella nostra Galassia e nell’intero Universo».
di Davide Coero Borga (INAF)

20 mila stelle per trovare ET

L’Istituto SETI si rimette in gioco con una nuova sfida “extra” interessante. I ricercatori sono infatti di nuovo a caccia di segnali radio provenienti, chissà, da civiltà aliene. L’obiettivo, come sempre, è solo uno: provare la presenza di intelligenze extraterrestri là fuori, da qualche parte nell’Universo. Gli esperti del SETI scandaglieranno ben 20 mila nane rosse (scelte da una lista di 70 mila stelle) alla ricerca di questi segnali.
«Le nane rosse hanno ricevuto una scarsa attenzione da parte degli scienziati del SETI in passato», ha osservato Jon Richards. «Questo perché ricercatori ragionevolmente ipotizzato che altre specie intelligenti si troverebbero su pianeti orbitanti attorno a stelle simili al Sole». Evidentemente, non avendo trovato finora segnali che confermano questa teoria, i ricercatori devono allargare il loro punti di vista.
Alcuni pianeti nella zona abitabile delle nane rosse, seppur in rotazione sincrona con la loro stella, potrebbero davvero essere abitabili… almeno in teoria. Se su questi pianeti ci fossero oceani e un’atmosfera, il calore verrebbe stato trasportato dal lato illuminato a quello buio e quindi una frazione significativa del pianeta sarebbe abitabile. Secondo i dati raccolti gli ultimi anni, quasi la metà delle nane rosse analizzate avrebbe pianeti nella loro zona abitabile. E se ancora non bastasse, ricordiamo che tre stelle su quattro sono nane rosse, come ha ricordato Seth Shostak. Il trucco sta nell’osservare un gruppo preciso di stelle, quelle più vicine a noi, così l’eventuale segnale potrebbe essere più forte.
Le nane rosse sembrano essere il posto giusto dove cercare vita intelligente. Gli esperti ricordano che queste stelle sono miliardi di anni più antiche delle stelle simili al Sole e dunque, osserva Shostak, «sistemi più antichi hanno avuto più tempo per formare specie intelligenti».
I ricercatori stanno sfruttando le capacità dell’Allen Telescope Array: 42 antenne gestite dal progetto SETI, nella California del Nord, in grado di osservare tre stelle contemporaneamente durante ogni sessione. La ricerca dovrebbe durare due anni. Gerry Harp ha spiegato: «Esamineremo i sistemi scelti su più bande di frequenza tra 1 e 10 GHz. Circa la metà di quelle bande si trovano a “frequenze magiche”, situate cioè in porzioni del quadrante radio in qualche modo legate a costanti matematiche fondamentali. È ragionevole supporre che gli extraterrestri, volendo attirare l’attenzione, provino a generare segnali a frequenze speciali».
Per saperne di più:

  • Vai al sito del progetto SETI

Per conoscere Seth Shostak, guarda l’intervista che rilasciò nel 2010 a INAF-TV

L’origine, l’evoluzione e la distribuzione della vita nell’Universo

L’origine, l’evoluzione e la distribuzione della vita nell’Universo è uno dei temi scientifici che negli ultimi anni sta riscontrando un interesse crescente in ambito nazionale e internazionale. L’astrobiologia ha lo scopo di accrescere le conoscenze nell’ambito di discipline fino ad ora considerate appartenenti ad aree distinte che negli ultimi anni sono state fatte convergere sinergicamente con lo scopo di raggiungere nuovi obiettivi scientifici. La presenza della vita sulla Terra è direttamente correlata sia all’origine ed evoluzione del Sistema Solare che alle condizioni iniziali presenti nella nube molecolare interstellare dalla quale il nostro pianeta ha avuto origine. La vita, così com’è conosciuta sulla Terra, è originata da complesse reazioni basate sulla chimica del carbonio, probabile risultato della interazione di molecole organiche e materiale inerte. Un altro aspetto che acquista, in questo scenario, un’importanza sempre più rilevante è lo studio dei meccanismi di trasporto e protezione del materiale biotico e degli organismi viventi come spore batteriche sulla superficie terrestre o di altri pianeti, come ad esempio Marte, attraverso impatti meteoritici e di grani cometari. Le Comete sono, infatti, i corpi più primordiali del sistema solare e il loro studio può fornire informazioni preziose sulla formazione del Sistema Solare stesso. Inoltre possono aver giocato un ruolo essenziale per la formazione della vita sulla Terra, depositando circa 4 miliardi di anni fa la materia organica dalla quale si è poi formata la vita. Per questa ragione lo studio della materia organica presente nelle comete è uno dei filoni di ricerca interessanti, visti anche i successi della sonda NASA Stardust. Un altro aspetto importante riguarda lo studio dell’abitabilità galattica, ovvero stabilire un nesso tra le condizioni fisico/chimiche in una determinata regione di una galassia e la probabilità che in tale regione possano nascere e svilupparsi forme di vita del tipo che conosciamo. Sebbene l’astrobiologia in Italia sia ancora in una fase iniziale, ha già mostrato di poter raccogliere gli interessi della comunità scientifica distribuita su tutto il territorio italiano e in continua crescita. La comunità scientifica italiana ha evidenziato la capacità di sviluppare linee di ricerca unitarie, basate su competenze e conoscenze appartenenti a diversi ambiti culturali come ad esempio la biologia, la genetica, la chimica e l’astrofisica. Si stanno conducendo presso Università di Firenze, Dipartimento di Biologia Evoluzionistica e presso il Dipartimento di Astronomia e Scienze dello Spazio studi molecolari sul processo di adsorbimento di basi nucleotidiche (A,C,T, U), nucleotidi, oligonucleotidi e ribozimi, su fillosilicati argillosi condriti carbonacee (meteorite di Murchison) e analoghi di polvere cosmica (CDA) con successive analisi delle caratteristiche chimico-fisiche e biologiche dei complessi ottenuti. Un ulteriore aspetto del problema, parallelo al precedente e sviluppato in maniera indipendente dall’Università di Padova e dall’INAFOAPd, è la sopravvivenza all’epoca attuale di forme di vita o dei loro precursori che possano essersi formati in ambienti planetari oggi alterati dall’evoluzione. Anziché simulare gli ambienti della vita nelle condizioni primordiali, attualmente non più presenti e comunque difficili da individuare e riprodurre, alcuni studi si pongono il problema pratico se sia possibile o no trovare oggi forme di vita sopravvissute in nicchie ecologiche su pianeti come Marte o Europa, le cui condizioni ambientali sono notevolmente diverse da quelle presunte per l’origine della vita. Dal 2004 il gruppo dell’INAF-OAPaha intrapreso uno studio degli effetti della radiazione X soffice di tipo stellare su molecole organiche, quali DNA e amino acidi. Parallelamente alla suddetta attività sperimentale, presso INAF-OAPa, è in fase di completamento una nuova sezione del laboratorio XACT (Xray Astronomy Calibration and Testing), una camera UHV (Ultra High Vacuum) che sarà dedicata all’Astrobiologia. Il “Laboratorio di Astrofisica Sperimentale” (LASp dell’INAF-OACt) è attivo da più di venticinque anni. Il gruppo è impegnato in una ricerca interdisciplinare sullo studio degli effetti prodotti dalle interazioni di ioni veloci (10-400 keV) e fotoni ultravioletti (Lyman-a 121.6 nm=10.2 eV) con bersagli di interesse astrofisico. Lo scopo è di studiare sperimentalmente le modificazioni chimico-fisiche di bersagli solidi (silicati, materiali carboniosi, ghiacci) bombardati con fasci ionici energetici e/o con fotoni ultravioletti. Gli studi condotti presso l’INAFOATs di abitabilità galattica sono mirati a stabilire un nesso tra le condizioni fisico/chimiche in una determinata regione di una galassia e la probabilità che in tale regione possano nascere e svilupparsi forme di vita del tipo che conosciamo. La conoscenza del tasso di formazione planetaria, e della sua evoluzione spaziale e temporale nella Galassia, è fondamentale per gli studi di abitabilità. Scopo della ricerca è gettar luce sull’efficienza di formazione planetaria a metallicità più basse, tipiche dei primi stadi di evoluzione chimica galattica. Si è visto inoltre che la polvere cosmica ha un ruolo importante nella formazione di composti molecolari fondamentali per la chimica prebiotica attiva nelle prime fasi evolutive della Terra. A causa della bassa efficienza di sintesi di molecole complesse in fase gassosa, si stanno conducendo studi presso l’INAFOAAr e il Dipartimento di Astronomia e Scienze dello Spazio di processi di formazione di macro molecole a temperature criogeniche, su superficie di grani di polvere con composizione chimica e morfologia simile a quella osservata nelle IDPs condritiche e porose. (Tratto dal sito INAF – Istituto Nazionale di Astrofisica)

Il futuro dell’astrobiologia

Sapere cosa c’è là fuori, oltre la Terra, oltre il Sistema solare, se la vita esiste altrove e non soltanto sul nostro pianeta. Questi sono solo alcuni degli ambiziosi obiettivi di astronomi e astrobiologi, insomma scienziati che dedicano la loro vita professionale a cercare altre forme di vita nell’Universo. Non parliamo di alieni, X-Files (chi non ricorda Mulder e Scully!), o fantascienza. Nella realtà ciò che fanno gli astrobiologi è cercare forme di vita batterica. Di recente sulla rivista Astrobiology è stata pubblicata la European Astrobiology Roadmap, con cui gli esperti provenienti da diversi istituti (tra cui l’INAF) e università europee hanno esaminato lo stato dell’arte del comparto astrobiologico producendo la prima tabella di marcia europea per la ricerca astrobiologica. L’astrobiologia è intesa come lo studio delle origini, dell’evoluzione e della distribuzione della vita nell’Universo, e ciò include anche l’abitabilità nel Sistema solare. Il documento si basa su 5 punti fondamentali e ne parliamo con John Brucato, astrofisico ed esobiologo dell’INAF–Osservatorio Astronomico di Arcetri.

Di cosa parla il documento? Quali i punti cardine della strategia europea?

«Quando ci chiediamo come è nata la vita sulla Terra o se esistono forme di vita altrove nello spazio stiamo parlando di astrobiologia. Per poter affrontare questo tema è necessario mettere insieme conoscenze che provengono da discipline molto diverse tra di loro come la fisica, la biologia, la chimica, la geologia, l’astrofisica e così via. Ma esiste una visione comune in Europa verso la quale concentrare gli sforzi per capire se esiste vita oltre il nostro pianeta? Insieme ad un gruppo di scienziati provenienti da vari istituti europei abbiamo deciso di preparare il documento AstRoMap – European Astrobiology Roadmap. Le idee principali su cui si fonda la roadmap europea che quindi chi si occupa di astrobiologia dovrà seguire si basano su: studiare l’origine ed evoluzione dei sistemi planetari; capire come si sono formati i composti organici nello spazio; comprendere le interazioni tra rocce e materia organica e quali sono le principali transizioni che hanno portato all’origine della vita sulla Terra; definire quali ambienti nel nostro sistema solare o in altri sistemi planetari sia abitabile; trovare le tracce di vita nei corpi del Sistema Solare. Cinque punti attorno ai quali coordinare la ricerca europea».

Gli astrobiologi lavorano a stretto contatto con i “cercatori di pianeti”, cioè gli scienziati che passano la loro vita a ispezionare ogni angolo di cielo in cerca di nuovi pianeti e – chissà – proprio di quello che un giorno potremo chiamare “nuova Terra”. Qual è il vostro ruolo? Perché la vostra disciplina è così importante? 

«La maggior parte degli esopianeti – o pianeti extrasolari, cioè che orbitano attorno ad altre stelle – scoperti fino a oggi sono giganti gassosi tipo Giove ma che orbitano alla distanza di Mercurio. Come si può facilmente intuire, le temperature elevate in questi pianeti non permettono la presenza di vita. Ma oggi sappiamo quali sono le condizioni ambientali ideali perché la vita proliferi? Ovvero siamo in grado di poter chiamare un pianeta o una particolare regione di un pianeta abitabile? L’astrobiologia attraverso lo studio di come la presenza di vita cambi l’ambiente esterno ci fornisce le indicazioni necessarie per capire se una volta scoperto un nuovo pianeta extrasolare questo possa essere abitabile. Non importa che stia alla stessa distanza della Terra dal proprio sole, basta che le condizioni di abitabilità siano presenti».

Il passato e il futuro dell’astrobiologia. Quali le scoperte più importanti del recente passato? E quali gli obiettivi del futuro segnalati anche nel documento? 

«Oggi sappiamo che batteri e licheni sopravvivono a lunghi viaggi interplanetari o che possono evolvere adattandosi alle condizioni spaziali. Questo risultato è stato ottenuto  grazie alla possibilità di utilizzare la Stazione spaziale internazionale, un grande laboratorio che orbita a circa 300 km di altezza, il luogo ideale dove compiere esperimenti di biologia o di chimica.  Partendo dall’esperimento di Miller, oggi abbiamo capito come costruire i mattoni molecolari della vita. Sappiamo che i minerali hanno avuto un ruolo importante dando il calcio di inizio alla complessità molecolare richiesta dalla vita. Nei prossimi anni sarà sempre più decisivo procedere nell’esplorazione del nostro sistema solare. Molto ancora c’è da capire. Abbiamo appena iniziato a muoverci su piccole regioni di Marte e nei prossimi anni dovremo analizzare il sottosuolo del pianeta rosso, prelevare campioni e riportarli a terra. Dovremo visitare e analizzare da vicino gli asteroidi primitivi, cioè i corpi che hanno portato l’acqua e la materia organica sulla terra. Bisognerà esplorare le lune Europa di Giove ed Encelado di Saturno. Mondi in cui esiste acqua liquida sotto una coltre di ghiaccio e dove è possibile esista la vita».

C’è da aspettarsi la presenza solo di microbi là fuori o troveremo qualcuno con cui “scambiare due chiacchiere”? 

«Bisogna distinguere due luoghi diversi nello spazio dove cercare vita, il nostro sistema solare o altri pianeti extrasolari. Sappiamo che il nostro pianeta è stato popolato per miliardi di anni, quindi per la gran parte della sua storia, solamente da batteri. Pensiamo che tra i pianeti nostri vicini di casa sarà, quindi, molto difficile trovare organismi più complessi dei batteri. Possiamo però dire che i tre grandi temi della ricerca scientifica di oggi sono la nascita dell’universo, della vita e della coscienza. Abbiamo scritto questa roadmap che riguarda uno di questi aspetti proprio per poterci dotare di strumenti comuni basati sulla conoscenza con i quali poter anche capire se esistono forme più complesse e intelligenti di vita nella nostra galassia. L’Italia e l’Europa dovranno sempre di più investire nel sapere, perché solo attraverso la conoscenza sapremo scambiare due chiacchiere con chi è diverso da noi e riuscire a non sprofondare nella barbarie».
di Eleonora Ferroni (INAF)

E.T. parla, ma nessuno lo ascolta

Telefono. Casa. La bambina che fu Drew Barrymore osserva incredula un buffo alieno dall’indice luminescente, mentre compone un lunghissimo numero di telefono, in una scena che è passata alla storia del cinema: E.T. l’extraterrestre. 1982, Steven Spielberg alla regia.
Ma cosa succederebbe se E.T. fosse stufo di stare attaccato a un ricevitore, mentre qui, da noi, il telefono suona a vuoto e nessuno risponde? La domanda al limite della realtà se la sono posta i ricercatori della McMaster University: non va escluso che l’intelligenza extraterrestre esista e stia cercando di mettersi in contatto con noi. Meglio prestare bene attenzione ai deboli segnali che giungono alle nostre orecchie elettroniche dalla periferia della Galassia.
Sarebbe un peccato trovarsi fuori campo mentre una forma intelligente di vita extraterrestre cerca di mettersi in contatto con noi.
Il punto di partenza è elementare: René Heller e Ralph Pudritz della McMaster sostengono che la concreta opportunità di trovare un segnale proveniente dall’esterno si basi sulla condivisibile considerazione che E.T. stia cercandoci con gli stessi strumenti in nostro possesso. Qui da noi, sulla Terra, astrofisici e ricercatori stanno concentrando i loro sforzi su pianeti e lune troppo lontani perché possano essere visti direttamente. Lo studio degli esopianeti passa dal monitoraggio dei transiti di questi lontani corpi celesti di fronte alla loro stella ospite.
Dalla misurazione della variazione della luminosità di una stella durante il transito di un pianeta di fronte al disco (prendendo a riferimento il nostro punto di vista di un lontano sistema planetario), gli scienziati possono desumere una serie di importantissime informazioni, senza mai vedere direttamente un mondo alieno. Stimano l’illuminazione media fornita al pianeta, la temperatura sulla sua superficie. A oggi sono decine i corpi su cui gli scienziati ipotizzano possano verificarsi condizioni favorevoli alla crescita e allo sviluppo della vita (vedi Media INAF).
Nello studio in corso di pubblicazione su Astrobiology, Heller e Pudritz rovesciano la prospettiva e si chiedono: potrebbe un’intelligenza aliena aver scoperto l’esistenza della Terra con lo stesso metodo dei transiti cui ricorrono regolarmente gli astronomi oggigiorno?
Se E.T. va a caccia di esopianeti come facciamo noi, e se per farlo si affida al metodo dei transiti, allora è meglio prestare bene attenzione ai posti da cui si ha una bella vista sul Sole e transito della Terra sul disco solare.
«È impossibile sapere se gli extraterrestri utilizzino o meno le nostre tecnologie per scrutare l’Universo», spiega Heller. «Certo devono fare i conti con gli stessi principi fisici che valgono per noi, e il sistema dei transiti è un buon metodo per portare a casa validi risultati». Ora, la zona di transito della Terra sul disco del Sole si offre a un pubblico di circa 100mila potenziali bersagli. Un numero destinato a crescere mano a mano che la nostra capacità di osservare il cielo viene incrementata e migliorata. «Se qualcuno di questi bersagli ospita vita intelligente, ebbene questa potrebbe averci individuati da tempo e un eventuale messaggio dallo spazio potrebbe essere già stato trasmesso in direzione Terra», spiega Pudritz.
Resta da capire se la telefonata da E.T. sia o meno già arrivata alle nostre orecchie. Speriamo di saper prestare la giusta attenzione a questi deboli segnali interstellari. E che la chiamata non sia addebitata al destinatario.
di Davide Coero Borga (INAF)

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