La ricerca della vita sugli altri pianeti

Osservare l’azoto su altri pianeti? Potrebbe essere possibile in futuro grazie alle osservazioni che già vengono effettuate dallo spazio dell’azoto presente nell’atmosfera terrestre. Grazie alle sonde  a milioni di chilometri di distanza da noi si può determinare la quantità di gas sulla Terra e, come sappiamo, l’azoto è un elemento fondamentale – con carbonio, ossigeno e idrogeno, alla costruzione dei “mattoni” che danno la vita. Provando a rilevare l’azoto fuori dal Sistema solare, quindi, gli esperti cercano forme di vita su altri pianeti o comunque cercano pianeti potenzialmente abitabili. Perché? L’azoto può fornire indizi importanti sulla pressione dell’atmosfera sulla superficie: se l’azoto è abbondante nell’atmosfera di un pianeta, quel mondo ha quasi certamente la giusta pressione per mantenere liquida l’acqua sulla sua superficie (una delle condizioni necessarie per la vita).

La Terra vista dal satellite della NASA Deep Space Climate Observatory nel luglio 2015. Crediti: NASA
In uno studio pubblicato a fine agosto su The Astrophysical JournalEdward Schwieterman, Victoria Meadows e il loro team di ricercatori mostrano come un grande telescopio del futuro potrà essere in grado di rilevare questa traccia nelle atmosfere pianeti terrestri (rocciosi). Per adesso, però, le osservazioni effettuate dallo spazio e verso la Terra con il satellite Deep Impact Flyby, lanciato dalla NASA nel 2005, da oltre 27 milioni di chilometri di distanza. I ricercatori hanno utilizzato dei dati tridimensionali ottenuti nel Virtual Planetary Laboratory dell’Università di Washington per simulare come la firma dell’azoto appare nell’atmosfera terrestre, confrontando poi questi dati con quelli del satellite NASA.
Basta quindi solo andare in cerca di azoto e ossigeno su pianeti extrasolari e il gioco è fatto? Non è esattamente così, perché l’azoto è un elemento difficile da rilevare da grandi distanze. Il modo migliore per farlo è di misurare le molecole di azoto collidere le une con le altre. Le coppie che si vengono a creare mostrano delle uniche strutture spettroscopiche.
La stessa missione aveva una “seconda parte”, EPOXI, che oltre a compiere un fly by di Hartley 2, prevedeva l’osservazione e la caratterizzazione della Terra come se si trattasse di un pianeta extrasolare. Confrontando i dati reali della missione EPOXI e i dati dai modelli del Virtual Planetary Laboratory, gli autori sono stati in grado di confermare la presenza delle collisioni di azoto nella nostra atmosfera e che potrebbero essere visibili anche a un osservatore distante. Ha detto Schwieterman: «utilizzare la Terra come un pianeta extrasolare è importante perché siamo stati in grado di confermare che l’azoto produce un impatto sullo spettro del nostro pianeta visto da un veicolo spaziale lontano. Questo ci dice che vale la pensa guardare altrove». FOTO: la Terra vista dal satellite della NASA Deep Space Climate Observatory nel luglio 2015. Crediti: NASA.
di Eleonora Ferroni (INAF)

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Tutta la vita in una molecola

Un recente studio ha dimostrato che le molecole organiche complesse, che sono alla base delle cellule e quindi anche della vita sulla Terra, si sono create nella fase di formazione stellare, sopravvivendo a tutto il processo e continuando a formarsi anche successivamente. Molecole organiche complesse come la formammide, (con cui vengono prodotti zuccheri, carboidrati, aminoacidi e acidi nucleici essenziali a tutti noi), compaiono nelle regioni in cui stelle simili al nostro Sole e sono nate miliardi di anni fa. Allo studio, guidato da astrofisici spagnoli, hanno partecipato anche ricercatori italiani dell’INAF. Gli autori dello studio hanno rilevato la biomolecola in cinque nuvole protostellari e hanno proposto che possa essersi formata su minuscoli granelli di polvere.

La Nebulosa NGC1333, una delle regioni di formazione stellare dove è stata rilevata la formammide. Crediti: NASA-Spitzer

La formammide è un composto costituito da idrogeno, carbonio, ossigeno e azoto, ed è stato individuato in enormi nubi presenti in quantità abbondanti nello spazio così come nella nostra galassia. Come sappiamo, uno degli obiettivi più importanti della ricerca scientifica nello spazio è capire come è nata la vita sul nostro pianeta, così come si sono formate le diverse protomolecole nel cosmo. La formammide (NH2CHO) è un ottimo candidato per aiutare i ricercatori a trovare delle risposte. La molecola è presente soprattutto nelle nubi molecolari o negli agglomerati di gas e polvere da cui nascono le stelle. E proprio questo è stato confermato dal team internazionale di ricercatori dopo aver cercato la formammide in dieci regioni di formazione stellare.  «Abbiamo rilevato la formammide in cinque protosoli, il che dimostra che questa molecola (con ogni probabilità anche per il nostro Sistema solare) è relativamente abbondante nelle nubi molecolari e si forma nei primissimi stadi di evoluzione della stella e dei suoi pianeti», ha spiegato Ana López Sepulcre, autrice principale dello studio e ricercatore presso l’Università di Tokyo (Giappone). Gli altri cinque oggetti osservati e dove la biomolecola non è stata rilevata erano meno evoluti e più freddi, «il che indica che è necessaria una minima temperatura affinché la molecola stessa venga rilevata nel gas», ha aggiunto la scienziata. Lo studio “Shedding light on the formation of the pre-biotic molecule formamide with ASAI” è stato pubblicato su Monthly Notices of the Royal Astronomical Society. Gli esperti sono riusciti a spiegare, almeno in parte, anche come la formammide si possa essere formata in ambienti interstellari. «La nostra proposta è che si formi sulla superficie dei grani di polvere delle nubi molecolari di acido isocianico (HNCO), da un processo di idrogenazione o aggiunta di atomi di idrogeno», ha spiegato López Sepulcre. In questo modo la molecola «rimane attaccata al granello di polvere fino a quando raggiunge temperature tanto elevate da provocarne la sublimazione», cioè quando la protostella è già nella fase avanzata della sua formazione. La ricercatrice ha aggiunto: «E’ proprio in questo momento che la possiamo rilevare con i radiotelescopi». In questo caso specifico il team di ricercatori si avvalso dell’ausilio di un radiotelescopio di 30 metri di diametro presso l’Institut de Radioastronomie Millimétrique (IRAM), in cima al Pico del Veleta in Sierra Nevada. Lo strumento fa parte del progetto Astrochemical Surveys At IRAM (ASAI). Quando si parla di molecole prebiotiche analizzate nello spazio, la formammide non è l’unica protagonista. Proprio questo mese, infatti, su Nature è stato pubblicato uno studio sul rilevamento di cianuro di metile o acetonitrile (CH3CN) attorno alla giovane stella MWC 480, già in nella fase di nebulosa protoplanetaria. «L’altro studio dimostra che le molecole complesse sopravvivono fino agli ultimi stadi della formazione stellare e oltre», ha specificato la prima autrice affermando che in ogni caso la formammide presenta dei vantaggi. Ecco quali: «Contiene ossigeno (ovviamente essenziale per la vita) ed è un forte candidato» per vincere la medaglia di «precursore di materiale prebiotico, in quanto non solo porta alla formazione di aminoacidi (il che accade anche con CH3CN), ma anche di acidi nucleici e basi nucleiche, o di altro materiale genetico». La ricercatrice ha concluso: «Questo dà forza al nostro studio: la formammide era già presente nelle regioni in cui stelle come il nostro Sole si formarono e in quantità relativamente elevate». Di recente un altro studio italiano pubblicato sulla rivista dell’Accademia delle Scienze degli Stati Uniti (Pnas) ha preso in analisi le molecole che hanno portato la vita sulla Terra. La ricerca ha mostrato che grazie al vento solare le molecole organiche complesse (proprio come la formammide) potrebbero essersi formate nel cosmo per poi essere state trasportate sul nostro pianeta dando il via alla nostra vita. In questo caso l’esperimento è stato condotto in laboratorio, presso l’Istituto Congiunto di Ricerca Nucleare di Dubna, dove gli acceleratori riproducono fasci di protoni ad alta energia essendo i principali costituenti della radiazione cosmica e del vento solare. Per arrivare al loro risultato, il gruppo di ricercatori guidato da Raffaele Saladino, dell’Università della Tuscia, ha esposto ai fasci di particelle una miscela di polveri di meteoriti e formammide e poi è stata osservata la formazione delle sostanze presenti nelle cellule che sono alla base della nostra esistenza. Nella foto: la Nebulosa NGC1333, una delle regioni di formazione stellare dove è stata rilevata la formammide. Crediti: NASA-Spitzer.
di Eleonora Ferroni (INAF)

Il Sole, l’azoto e la vita

Le tracce chimiche dell’azoto variano in modo considerevole: sono presenti nelle molecole alla base della vita, nel vento solare come anche nella polvere interstellare. Tra le ipotesi sulle ragioni di questa grande varietà c’è anche quella che l’elemento provenga da fuori il nostro sistema solare, attraverso le comete. Un team di ricerca composto da scienziati dell’Università di San Diego, dell’Università Ebraica di Gerusalemme e dell’UCLA hanno pubblicato uno studio sull’edizione online della rivista Proceedings of the National Academy of Sciences, nel quale hanno illustrato i risultati di un nuovo esperimento condotto attraverso l’impiego di una potente fonte di luce ultravioletta, dimostrando come non sia necessario ricorrere all’ipotesi extrasolare. L’azoto è presente in natura sotto forma di due isotopi stabili : l’azoto 14 (14N), con un numero uguale di protoni e neutroni nel nucleo e più abbondante in natura, e l’azoto 15 (15N), che ha un neutrone “extra”, ed è più raro ma maggiormente presente nella composizione delle molecole biologiche, come ad esempio le proteine. L’azoto è il quinto elemento più abbondante nell’universo, il diciannovesimo sulla crosta terrestre (di cui costituisce lo 0,03%), il primo elemento per abbondanza nell’aria (di cui costituisce il 78,09%), ed è il quarto elemento più abbondante del corpo umano (di cui costituisce il 3%). Nell’atmosfera terrestre c’è più abbondanza di azoto 15 rispetto a qualunque altra fonte nota, come il vento solare o l’atmosfera di Giove. Alcuni campioni della cometa ghiacciata Wild2, raccolti dalla missione NASA Stardust, e diversi tipi di meteorite presentano anch’essi una quantità relativamente abbondante di azoto 15 e all’interno del mix disomogeneo che compone i meteoriti rocciosi sono presenti inclusioni, nella forma di cristalli solitari, che possono avere proporzioni estremamente elevate di questo elemento. Tali osservazioni hanno portato all’idea che i mattoni fondamentali della vita potessero essere stati in qualche modo “seminati” sulla Terra, portati forse dalle comete. Ma i nuovi esperimenti condotti in merito rendono superflua questa ipotesi. «Possiamo generare questo arricchimento dell’azoto all’interno del sistema solare. Tutti i mattoni della vita possono prendere forma al suo interno, non è necessario importare dei pezzi da fuori» dice Subrata Chakraborty, dell’Università di Sand Diego, a capo del team di ricerca che ha pubblicato lo studio. Dirigendo un fascio luminoso di luce ultravioletta ad onda molto corta attraverso azoto ed idrogeno Chakraborty e i suoi sono riusciti a generare ammoniaca con una proporzione molto distorta di azoto 15 in confronto a quella presente nel gas prima dell’irraggiamento, che era uguale a quella presente nell’atmosfera terrestre. Coppie di atomi di azoto, le molecole che compongono il gas, venivano scissi con più facilità dai fotoni ultravioletti se uno o più degli atomi apparteneva alla tipologia più pesante di azoto. Gli atomi di azoto liberato dal processo si ricombinavano con l’idrogeno per formare ammoniaca. Le molecole diammoniaca (NH3, un atomo di azoto legato e tre atomi di idrogeno) formano un gruppo chimico di fondamentale importanza: le ammine, che caratterizzano gli amminoacidi, che si legano in lunghe catene e formano le proteine.  Le molecole di ammoniaca si uniscono anche ad anelli aromatici di carbonio per dare vita a basi azotate, quelle che trasportano le informazioni nel DNA e nell’RNA. Luci come quelle usate per l’esperimento, con lunghezze d’onda tanto brevi, non danno più luogo a questo tipo di reazione sulla Terra essendo deviate dall’atmosfera terrestre. L’esperimento è stato condotto in un ambiente appositamente progettato, una camera al cui interno si è creato il vuoto ed allineata con l’Advanced Light Source dei Lawrence Berkeley National Laboratory, la prima fonte di luce a sincrotroni di terza generazione. Mark Thiemens, che ha diretto l’esperimento ed insegna chimica presso l’Università di San Diego, sostiene che gli eventi chimici che hanno portato alla formazione di ammine nelle quali si trova l’isotopo di azoto 15 potrebbero essere avvenuti in un’epoca remota, probabilmente ai confini ghiacciati della nebulosa primordiale, e sottolinea questo dicendo «è il momento giusto in cui questo fenomeno potrebbe essere avvenuto, prima della formazione dei pianeti, prima della nascita della vita». Tra gli altri membri del team autore dello studio figurano Harel Muskatel dell’Università Ebraica di Gerusalemme,  Teresa Jackson dell’Università di San Diego, Musahid Ahmed del Lawrence Berkeley National Laboratory e R.D. Levine dell’Università Ebraica e dell’UCLA. La ricerca pubblicata è stata finanziata dal programma “Cosmochimica e Origine del Sistema Solare” della NASA. Il dipartimento per l’Energia statunitense supporta l’operatività dell’o strumento Advanced Light Source.
Francesca Aloisio (INAF)

Saturno VI ovvero Titano

Titano è il più grande satellite naturale del pianeta Saturno ed uno dei corpi rocciosi più massicci dell’intero sistema solare; supera in dimensioni il pianeta Mercurio, per dimensioni e massa è il secondo satellite del sistema solare dopo Ganimede. Si tratta inoltre dell’unico satellite in possesso di una densa atmosfera, che in passato ha impedito uno studio dettagliato della sua superficie dalla Terra. Con la missione spaziale Cassini-Huygens è stato possibile studiare l’oggetto da distanza ravvicinata ed il lander Huygens è atterrato con successo sul suolo titaniano. L’atmosfera titaniana appare ricca di metano e la temperatura superficiale media è molto vicina al punto triplo del metano dove possono coesistere le forme liquida, solida e gassosa di questo idrocarburo. Misure condotte con telescopi terrestri hanno evidenziato che la superficie non è uniforme e presenta quelli che potrebbero essere dei continenti.
Cenni storici
Titano fu scoperto il 25 marzo 1655 dall’astronomo olandese Christiaan Huygens. Si trattava del primo satellite naturale ad essere individuato dopo i satelliti galileiani di Giove. Huygens lo denominò semplicemente, in lingua latina, Luna Saturni (“il satellite di Saturno”) ad esempio nell’opera De Saturni Luna observatio nova del 1656. Quando più tardi Giovanni Domenico Cassini scoprì quattro nuovi satelliti, li volle chiamare Teti, Dione, Rea e Giapeto (complessivamente noti come satelliti lodicei); la tradizione di battezzare i nuovi corpi celesti scoperti in orbita attorno a Saturno proseguì e Titano iniziò ad essere designato, nell’uso comune, come Saturno VI, perché apparentemente sesto in ordine di distanza dal pianeta. Il nome di Titano venne suggerito per la prima volta da John Herschel (figlio del più celebre William Herschel) nella sua pubblicazione Risultati delle osservazioni astronomiche condotte presso il Capo di Buona Speranza del 1847. Di conseguenza iniziò la tradizione di denominare gli altri satelliti saturniani in onore dei titani dellamitologia greca o delle sorelle e dei fratelli di Crono.
Orbita e rotazione
Titano orbita intorno a Saturno in 15 giorni e 22 ore. Come la Luna e molti altri satelliti dei giganti gassosi, il suo periodo orbitale è identico al suo periodo di rotazione; Titano è quindi in rotazione sincrona con Saturno.
Dati fisici
Titano è stato a lungo ritenuto il satellite più grande del sistema solare. In verità le prime osservazioni dalla Terra sono state disturbate dalla sua densa atmosfera, che ha causato una stima per eccesso delle dimensioni reali del corpo. Il satellite gioviano Ganimede è leggermente più grande di Titano oltre che più massivo. Le proprietà fisiche di Titano sono simili a quelle di Ganimede e Callisto, del satellite nettuniano Tritone e di Plutone. La massa del satellite è rappresentata verosimilmente per metà da ghiaccio e per l’altra metà da materiale roccioso. La sua struttura interna è probabilmente stratificata, con un nucleo roccioso dal diametro di circa 3 400 km circondato da strati composti da diverse forme cristalline del ghiaccio. L’interno di Titano potrebbe essere ancora caldo e vi potrebbe essere uno strato liquido composto da acqua ed ammoniaca situato fra il nucleo roccioso e la crosta ghiacciata. Prove a sostegno di questa ipotesi sono state recentemente scoperte dalla sonda Cassini. Ciò avvalora l’ipotesi della presenza di uno strato liquido all’interno del satellite sul quale galleggerebbe il leggero strato superficiale. Sebbene la composizione chimica titaniana sia analoga a quella degli altri satelliti naturali di Saturno, e in particolar modo Rea, Titano presenta una densità maggiore per via della compressione gravitazionale.
Atmosfera
Titano è l’unico satellite naturale del sistema solare a possedere un’atmosfera sviluppata. La sua scoperta risale al 1944.  In seguito le osservazioni condotte da distanza ravvicinata nell’ambito del programma Voyager hanno permesso di determinare che l’atmosfera titaniana è più densa di quella terrestre, con una pressione alla superficie di circa il 50% maggiore, e le sue imponenti formazioni nuvolose rendono impossibile l’osservazione diretta della superficie. La foschia  contribuisce a sostenere un effetto serra al contrario che, aumentando l’albedo del satellite e riflettendo la luce incidente nello spazio, ne diminuisce la temperatura superficiale. L’atmosfera è composta al 98,4% di azoto ed all’1,4% di metano. Sono presenti tracce di numerosi altri gas.
Superficie
La missione Cassini ha rilevato che la superficie di Titano è relativamente liscia. Le poche formazioni simili a crateri da impatto sembra siano state riempite da piogge di idrocarburi o vulcani. L’area attualmente mappata non sembra presentare variazioni in altezza maggiori di 50 m.Tuttavia l’altimetria radar ha coperto al momento solo parte della regione polare Nord. La superficie di Titano è segnata da vaste regioni di terreno chiaro e scuro, inclusa un’area grande come l’Australia identificata dalle immagini all’infrarosso provenienti dal telescopio spaziale Hubble e dalla sonda Cassini. Questa regione è stata chiamata Xanadu ed è relativamente elevata. Ci sono altre zone scure presenti su Titano osservate dal suolo e dalla sonda Cassini. Si ipotizza che possano essere laghi di metano o etano, ma altre osservazioni sembrano indicare altre ipotesi. Inoltre sono stati individuati alcuni segni lineari che potrebbero indicare attività tettoniche e regioni con materiale chiaro intersecate da lineamenti scuri. L’ipotesi della presenza di laghi di metano, formulata da tempo dagli scienziati, ha recentemente trovato conferma nelle analisi dei dati raccolti dalla sonda Cassini che hanno permesso di identificare un lago contenente etano, in una soluzione liquida assieme a metano ed altri idrocarburi. Questa scoperta conferma la teoria che sul satellite di Saturno sia presente un ciclo idrologico basato sul metano analogo a quello terrestre basato sull’acqua. Sono stati infatti trovati indizi consistenti di fenomeni di evaporazione, piogge e canali naturali scavati da fluidi. Nel dicembre del 2009 la Nasa ha annunciato ufficialmente, dopo esserne stata a conoscenza fin dal 2007, la presenza di un lago di metano, battezzato Kraken, dall’estensione di 400 000 km quadrati. Il lago non è stato osservato direttamente dagli scienziati, ma la sua presenza è stata intuita grazie ai dati elaborati dallo spettrometro a infrarossi presente sulla Sonda Cassini. Il secondo grande lago di cui si è attestata l’esistenza è stato il Ligeia Mare, a questi due sono seguiti molti altri laghi di dimensioni inferiori. Dalle immagini scattate dalla sonda nel dicembre del 2012, alcune evidenziano una vallata che sfocia nel lago Kraken, attraversata da un fiume di idrocarburi lungo quasi 400 km. Inoltre la sonda Cassini ha osservato variazioni della superficie coerenti con eruzioni di criovulcani. A differenza dei vulcani attivi sulla Terra i vulcani di Titano eruttano presumibilmente acqua, ammoniaca e metano nell’atmosfera, dove congelano rapidamente ricadendo al suolo.
Esplorazione di Titano
Titano è stato sorvolato per la prima volta dalle sonde automatiche statunitensi Voyager 1 (la cui traiettoria è stata modificata per favorire un passaggio ravvicinato) e Voyager 2. Sfortunatamente la Voyager 1 non era provvista di alcuno strumento in grado di vedere attraverso la densa atmosfera del pianeta, una circostanza che non era stata prevista. Solo molti anni più tardi tecniche di manipolazione intensiva delle immagini riprese attraverso il filtro arancione della sonda hanno permesso di ricavare quelle che sono a tutti gli effetti le prime fotografie mai scattate della regione di Xanadu, ritenuta dagli scienziati probabilmente una catena montuosa o un altopiano.
Quando la Voyager 2 raggiunse il sistema di Saturno apparve chiaro che un possibile cambio di traiettoria per favorire un incontro ravvicinato con Titano avrebbe impedito la prosecuzione del viaggio verso Urano e Nettuno. Dati gli scarsi risultati ottenuti dalla sonda gemella, la NASA decise di rinunciare alla possibilità e la sonda non fu attivamente impiegata per uno studio intensivo di Titano.
La grande mole di dati attualmente conosciuti sul satellite è quasi interamente dovuta alla missione spaziale italo-euro-statunitense Cassini-Huygens. La sonda ha raggiunto Saturno il 1º luglio 2004 quando ha avviato le prime attività di mappatura della superficie di Titano attraverso strumenti radar. Il primo sorvolo diretto del satellite è avvenuto il 26 ottobre 2004 ad una distanza record di appena 1 200 km dall’atmosfera titaniana. Gli strumenti della Cassini hanno individuato strutture superficiali chiare e scure che sarebbero state invisibili all’occhio umano.
Dalla sonda madre è stato sganciato il modulo di terra Huygens, privo di motori, che il 14 gennaio 2005 si è tuffato con successo nella densa atmosfera di Titano raggiungendone la superficie dopo una discesa di circa due ore. La sonda, al contrario di quanto sostenuto da alcune teorie, non ha individuato tracce di liquidi di alcun tipo sulla superficie. La consistenza del suolo di Titano è tuttavia risultata simile a quella della sabbia bagnata e non si esclude che il terreno sia periodicamente irrorato da flussi liquidi. Attualmente è in fase di progetto un’ulteriore missione congiunta da parte di NASA ed ESA, denominata Titan Saturn System Mission, che dovrebbe comprendere un orbiter per lo studio di Titano e degli altri corpi che compongono il sistema di Saturno, una mongolfiera per lo studio dell’atmosfera e della superficie di Titano ed un lander acquatico, TiME, per lo studio dei mari. Se verrà approvata la missione potrebbe essere lanciata nel 2020.
Tratto da Wikipedia

Titano si accende al buio

Titano non cessa mai di stupire: la luna più grande di Saturno è avvolta da una complessa atmosfera multistrato di azoto e metano spessa dieci volte quella terrestre. Ha stagioni e clima, come evidenziano le occasionali formazioni di brillanti e grandi nubi e, più recentemente, una area di convezione sul polo sud. Titano è anche l’unico mondo del Sistema Solare oltre alla Terra ad avere grandi quantità di liquido sulla propria superficie, in forma di laghi di metano.
Tutto questo si deve alla missione Cassini-Huygens della NASA, ma ora c’è di più: Titano brilla al buio. Osservato in due versioni della stessa immagine, acquisita da Cassini il 7 maggio 2009, Titano si libra di fronte ad un campo stellato che appare come una striatura dovuta ai 560 secondi di esposizione ed al moto della sonda stessa. L’immagine a sinistra mostra Titano in luce visibile, che riceve la luce solare riflessa da Saturno mentre la luna stessa era nel lato oscuro del pianeta. L’immagine a destra è stata processata per escludere questa luce riflessa, eppure Titano brilla ancora.
Il fioco bagliore della luca, circa un milionesimo di watt, proviene non solo dallo strato alto dell’atmosfera come era già atteso ma anche dal profondo, ad altitudini di circa 300 chilometri.
Il bagliore è creato dalla reazione chimica nell’atmosfera, scatenate dalle interazioni tra particelle cariche del Sole e campo magnetico di Saturno.
Titano quindi si illumina al buio, anche se molto poco. Un po’ come una insegna al neon, dove gli elettroni generati dalla corrente elettrica sbattono sugli atomi di neon causando l’accensione. Qui stiamo guardando la luce emessa dalle particelle cariche che sbattono nelle molecole di azoto di Titano.
La luce è analoga al riverbero notturno terrestre, spesso fotografato dagli astronauti della ISS. Tuttavia, anche conoscendo sorgenti di radiazione esterna e tenendone conto, Titano mostra ancora un eccesso di luce non spiegato. I raggi cosmici più energetici potrebbero coprire in parte la lacuna, penetrando in profondità nell’atmosfera della luna, o potrebbero esserci reazioni chimiche inaspettate. Oppure fenomeni colti sul fatto, come un fulmine!
Fonte: Universe Today