Pioggerella di ferro dalle supernovae

C’era una volta un pianeta blu dove, all’improvviso, cominciò a calare per tanti anni un’impercettibile pioggerellina di ferro, che pian piano raggiunse le sue terre e i suoi mari, scendendo fino ai fondali più profondi e lì rimanere per milioni di anni. Non pensate che questo sia l’inizio di una favola per bambini: ne sono fermamente convinti i ricercatori che hanno firmato due lavori presentati nell’ultimo numero della rivistaNature. In entrambi il protagonista è il Ferro-60, o più formalmente 60Fe, un isotopo del più diffuso Ferro-56. Nel primo lavoro, gli scienziati guidati da Anton Wallner dell’Australian National University hanno individuato tracce di questo isotopo in diversi campioni dei sedimenti e delle rocce presi da fondali degli oceani Atlantico, Pacifico e Indiano, indicando che il periodo più probabile in cui si sarebbe depositato è compreso tra 3,2 e 1,7 milioni di anni fa. Il Ferro, così come altri elementi pesanti, viene prodotto durante gli eventi di supernova, ovvero esplosioni di stelle massicce giunte al termine del loro ciclo evolutivo. I resti della stella espulsi a grande velocità in gigantesche nubi di gas e polveri vanno così ad arricchire lo spazio circostante con elementi chimici non presenti nella  materia che costituiva l’universo primordiale. Naturale dunque pensare che più o meno in quel periodo, in vicinanza del nostro pianeta, possa essere esplosa una o più supernovae i cui resti, espandendosi sempre più, abbiano poi incrociato la Terra e depositato su di essa una piccola frazione dei suoi costituenti.
Il non facile compito di risalire ai possibili tempi, posizioni e intensità di queste esplosioni è stato portato avanti nel secondo lavoro pubblicato, sempre nell’ultimo numero di Nature, da Dieter Breitschwerdt dell’Istituto di Tecnologia di Berlino e dal suo team.
Ricostruendo con l’ausilio dei computer le traiettorie più probabili del materiale espulso durante le esplosioni di supernova, i ricercatori sono riusciti a stimare che le “fabbriche” del Ferro-60 trovato nei fondali oceanici sarebbero state due eventi di supernvova avvenuti 2,3 e 1,5 milioni di anni fa, a una distanza compresa tra 300 e 330 anni luce dalla Terra. Ma gli scienziati sono andati oltre, stimando che la massa delle stelle esplose fosse di 9,2 e 8,8 masse solari. Questi due episodi sarebbero solo due di circa 16 supernovae avvenute negli ultimi 13 milioni di anni, in una regione di cielo relativamente piccola. Breitschwerdt e il suo team ritengono che i progenitori di queste Supernovae appartenessero ad un ammasso di stelle che oggi viene identificato con l’associazione stellare Scorpius-Centaurus, un gruppo di astri giovani, massicci e luminosi vicini al Sole.
«Nello studio di Breitschwerdt e collaboratori trovo due interessanti spunti di riflessione, oltre ovviamente ai risultati scientifici che vengono presentati» commenta Massimo Della Valle, direttore dell’INAF-Osservatorio Astronomico di Capodimonte. «Questa sequenza di esplosioni stellari avvenute nei nostri dintorni e così ravvicinate tra loro – almeno per i tempi scala che caratterizzano l’evoluzione  delle stelle – è un convincente esempio di quel meccanismo che alcuni miliardi di anni fa potrebbe aver arricchito di elementi pesanti,  come per esempio Carbonio, Ossigeno e Azoto la nebulosa primordiale dalla quale si è originato il nostro Sole,  il Sistema solare e in ultima analisi la vita sulla Terra».
L’articolo indica che circa la metà del 60Fe presente nella crosta dei fondali oceanici della Terra proviene dal materiale espulso durante questi eventi. «Questo risultato – prosegue Della Valle-  ci ricorda che la Terra interagisce costantemente con lo spazio che la circonda:  qualche volta in modo “silente”: quasi non ci accorgiamo delle 100 tonnellate di materiale extraterrestre, in gran parte sotto forma di polveri e piccoli meteoriti, che ogni giorno “piovono” dal cielo. Molto più raramente questa interazione Terra-Cielo può avvenire in modo “catastrofico” attraverso impatti con piccoli asteroidi o comete, che nei casi più estremi possono creare profondi sconvolgimenti al nostro ecosistema.  Le esplosioni stellari appartengono certamente a questo secondo tipo di eventi, ma per fortuna, quelle avvenute negli ultimi 13 milioni di anni  sono avvenute a distanza di sicurezza, come oggi effettivamente dimostrato dai due team di astronomi».
Noi comunque possiamo continuare a stare tranquilli: non sono previste imminenti esplosioni di supernova nelle vicinanze della Terra. Betelgeuse e Antares, le stelle supergiganti più vicine alla Terra e accreditate di finire  la loro evoluzione come supernovae, si trovano entrambe ad oltre 600 anni luce da noi, ad una distanza più che doppia di quelle esplose 13 milioni di anni fa. E poi, chissà quando esploderanno…
di Marco Galliani (INAF)
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Supernova con buco nero nella Fenice

Pochi istanti per esplodere, tanti anni per essere studiata e rivelare la sua complessa evoluzione. E’ un destino che si incrocia e parte da lontano quello che segna l’apparizione della supernova 1996al e l’attività di ricerca di Stefano Benetti, astronomo dell’INAF, ora in forza all’Osservatorio Astronomico di Padova. Lui e il suo team in gran parte composto da colleghi dell’INAF, ha in pubblicazione un articolo che è un po’ la ‘summa’ di quasi 20 lunghi anni di raccolta dati e indagini. La storia inizia appunto nel luglio del 1996, quando la supernova apparve in NGC 7689, una bella galassia a spirale distante da noi circa 75 milioni di anni luce, in direzione della costellazione della Fenice. Stefano era allora un giovane astronomo presso l’osservatorio ESO (European Southern Observatory) a La Silla, in Cile, che lì aveva il compito di gestire il programma dedicato ai Target of Opportunity, ovvero quelle osservazioni in cui il tempismo è fondamentale. Come appunto per le esplosioni di supernova, non prevedibili e che richiedono, per ottenere il massimo delle informazioni scientifiche, misure quanto più prossime al tempo della loro prima apparizione in cielo. E così, partono una serie di osservazioni con i migliori strumenti a disposizione dello European Southern Observatory sulle Ande cilene, che nel tempo hanno visto coinvolti anche il Very Large Telescope e gli spettrografi FORS2 e XShooter, ed eseguite all’interno di programmi osservativi guidati dai membri del gruppo di ricerca sulle supernovae presso le strutture INAF di Padova e Asiago. I tanti dati accumulati ed elaborati, sintetizzati nel lavoro che comparirà sulla rivista Monthly Notices of the Royal Astronomical Society, tracciano un quadro dettagliatissimo della storia di SN1996al: classificata come una supernova di tipo II lineare, nella sua fase di massima luminosità ha brillato come più di un miliardo di soli. Tipo II significa che lo spettro ricavato dalla sua radiazione è dominato dalla presenza di righe dell’Idrogeno; lineare significa che la curva di luce segue un andamento lineare (in magnitudine) dopo il massimo. Grazie alle accurate misure spettroscopiche, il team è riuscito a calcolare anche la velocità con cui si stanno allontanando i resti della stella esplosa come supernova, prossima ai quaranta milioni di chilometri l’ora. Ma non solo: è anche riuscito a dedurre che questi brandelli stellari si stavano muovendo all’interno di altro materiale, perso dalla stella progenitrice prima dell’esplosione e in moto a velocità almeno dieci volte più basse. «Probabilmente, questo materiale circumstellare non era distribuito uniformemente attorno alla stella, ma era soprattutto distribuito su un disco la cui estensione era maggiore di 0.5 anni luce» spiega Benetti. «Dunque la stella ha perso questo disco di materia in modo costante per molto tempo prima di esplodere». «Fatto insolito per questi tipi di studi, abbiamo rintracciato in dati di archivio la luce emessa dalla stella progenitrice nella riga H-alfa dell’idrogeno ionizzato, otto anni prima di esplodere» aggiunge Benetti. «Questa osservazione fondamentale ci ha detto che l’oggetto celeste inizialmente era una stella abbastanza massiccia, con una massa 25 volte quella del Sole». «Questo – prosegue l’astronomo – insieme allo studio della variazione della luminosità  e velocità  della supernova, ci ha portato con il tempo ad ipotizzare che la stella progenitrice di SN 1996al abbia prodotto un’esplosione intrinsecamente abbastanza debole (circa dieci volte più debole di una supernova “normale”), dove la maggior parte della materia che formava la stella non è stata espulsa nell’esplosione, ma è ricaduta sul remnant, ovvero il residuo densissimo del nucleo stellare sopravvissuto alla catastrofica deflagrazione. Quindi, al centro della zona dove è avvenuta l’esplosione ora ci dovrebbe essere un buco nero avente una massa di circa 7-8 masse solari! Potremmo aver così osservato per la prima volta la fine di una stella massiccia, altrimenti destinata ad una fine oscura ed anonima (come previsto dalle teorie di evoluzione stellare) se non avesse avuto attorno una nebulosa che ha reso l’ultimo suo bagliore non solo notevolmente più luminoso, ma anche estremamente protratto nel tempo.»
di Marco Galliani (INAF)

Supernovae e buchi neri: una partnership cosmica

Le supernovae potrebbero rappresentare una sorta di “impresa di pulizie” dell’Universo. Pare che le esplosioni stellari, che segnano la fine del ciclo vitale di una stella, lavorino “a braccetto” con i buchi neri supermassicci per spazzare via il gas arrestando così i processi di formazione stellare. Uno studio recente, guidato dagli astronomi della Michigan State University, ha trovato che i buchi neri localizzati nel cuore delle galassie creano delle vere e proprie “fontane” di particelle cariche che rimescolano il gas in tutta la galassia interrompendo, se pur temporaneamente, la nascita di nuove stelle. I risultati su Astrophysical Journal Letters. A meno che non intervenga un altro processo, il gas alla fine si raffredda e determina nuovamente la creazione delle stelle. Tuttavia, enormi e violente esplosioni di alta energia proveniente dal buco nero centrale potrebbero far innalzare a sufficienza la temperatura del gas intergalattico al punto tale da far sì che le supernovae prendano il sopravvento spazzando via il caos che si viene a creare. Questi “spazzini cosmici” potrebbero aiutare gli astronomi a comprendere il perché alcune galassie ellittiche massicce abbiano smesso di generare nuove stelle miliardi di anni fa. «Una nostra precedente ricerca ha mostrato che le emissioni violente di radiazione provenienti dai buchi neri possono limitare in qualche modo i processi di formazione stellare nella galassie massicce, anche se esse non possono estinguerla completamente. Qualcosa d’altro è richiesto per spazzare via il gas che le stelle morenti scaricano continuamente nelle galassie perciò crediamo che la ‘pulizia’ prodotta dalle supernovae sembra essere il meccanismo più adeguato per fare questo», conclude Mark Voit della Michigan State University e autore principale dello studio.
di Corrado Ruscica (INAF)

Non tutte le supernove “Ia” sono uguali

Grazie alla loro straordinaria regolarità, sono i “righelli cosmici” presenti da anni nell’astuccio d’ogni astrofisico, strumenti d’elezione per prendere le misure a un universo in espansione. Questo perché le supernove di tipo Ia esplodono tutte allo stesso modo, tutte al superamento di un’identica soglia: il limite di Chandrasekhar, corrispondente a circa 1.44 masse solari. Soglia raggiunta da una nana bianca consumando poco a poco, in un sistema binario, la materia sottratta alla stella compagna. Insomma, un perfetto meccanismo a orologeria, in grado di produrre esplosioni di luminosità pressoché identica – da qui l’appellativo di “candele standard” – in tutto l’universo. Dunque un riferimento in teoria assoluto, irrinunciabile per calcolare la distanza delle galassie che le ospitano. Ebbene, alcune recenti osservazioni sembrano mostrare che così standard non sono: di supernove Ia potrebbero esisterne almeno due diversi sottotipi. A far sorgere il dubbio, le osservazioni compiute in banda ultravioletta, utilizzando il telescopio spaziale Swift della NASA, da un team di astronomi guidato da Peter Milne della University of Arizona, poi confrontate con quelle ottenute in banda ottica dal telescopio spaziale Hubble. Proprio i dati in ultravioletto hanno evidenziato la presenza di differenze inattese fra le supernove osservate. Differenze emerse sotto forma di lievi spostamenti spettrali verso il rosso o verso il blu, assai difficili da cogliere affidandosi ai soli dati in banda ottica, e che potrebbero avere importanti ripercussioni in ambito cosmologico. «Ciò che abbiamo trovato è che non si tratta di differenze casuali, anzi: ci inducono a distinguere le supernove di tipo Ia in due diversi gruppi. E il gruppo che risulta minoritario a breve distanza da noi diventa quello predominante a distanze maggiori – dunque quando l’universo era più giovane», spiega Milne. «Andando indietro nel tempo, vediamo dunque un cambiamento nella popolazione delle supernove. L’esplosione sembra avere qualcosa di diverso, qualcosa che non si coglie osservando in banda ottica, ma che diventa evidente in ultravioletto. Poiché nessuno l’aveva mai notato prima, queste supernove erano state gettate insieme nello stesso mucchio. Ma se ne osserviamo dieci fra quelle a noi più vicine, queste saranno in media più “rosse” di quanto non lo sia un campione di altre dieci scelte fra quelle più lontane». La conseguenza più eclatante di questa non uniformità sarebbe, se confermata, che l’espansione dell’universo accelera meno del previsto. Le supernove di tipo “Ia” sono infatti uno dei tre pilastri osservativi (gli altri due sono la radiazione di fondo cosmico a microonde e le oscillazioni barioniche acustiche) a sostegno dell’espansione accelerata, scoperta per la quale Saul Perlmutter, Brian Schimdt e Adam Reiss hanno ottenuto nel 2011 il Nobel per Fisica. Una conseguenza, dunque, che avrebbe a sua volta ripercussioni sulla quantità di energia oscura presente nel cosmo: in particolare, stando agli autori dello studio, potrebbe essere inferiore a quanto atteso. E se la presenza della dark energy – per quanto ridimensionata – non sarebbe comunque messa in discussione dalle osservazioni di Milne e colleghi, è il possibile venir meno di uno strumento affidabile per studiarla a preoccupare maggiormente gli scienziati. «Il risultato presentato nell’articolo in questione è sicuramente allarmante, non tanto per l’esistenza o meno dell’energia oscura, un risultato che a mio modo di vedere rimane solido, ma per l’utilizzo delle supernove di tipo Ia nell’indagine sulla sua stessa natura», puntualizza infatti Enrico Cappellaro, astrofisico ed esperto di supernove presso l’Osservatorio astronomico dell’INAF di Padova, al quale abbiamo chiesto un commento. «Per quest’ultimo obiettivo la precisione richiesta è decisamente superiore, e quindi un problema sistematico nella calibrazione può essere catastrofico». «D’altre parte», mette in guardia lo stesso Cappellaro, «devo ammettere di avere ancora qualche dubbio sulla consistenza dell’effetto trovato. C’è bisogno di migliorare la statistica per verificare se effettivamente si tratta di due popolazioni distinte, e per confermare l’evoluzione con il redshift delle proprietà delle supernove Ia».
di Marco Malaspina (INAF)

Basta una nana bianca per fare una supernova

Utilizzando i dati di archivio dal satellite a raggi X Suzaku, gli astronomi sono stati in grado di determinare la massa di una nana bianca esplosa migliaia di anni fa. I risultati indicano chiaramente l’esplosione di una sola nana bianca, escludendo lo scenario ben consolidato che coinvolge una coppia di nane bianche in coalescenza. Il lavoro è stato pubblicato su The Astrophysical Journal Letters. «Numerose evidenze indicano che entrambi questi meccanismi producono ciò che noi chiamiamo supernovae di tipo Ia», ha detto il ricercatore Hiroya Yamaguchi, astrofisico del Goddard Space Flight Center di Greenbelt della NASA. «Per capire come queste stelle esplodano, dobbiamo studiarne i detriti in dettaglio con strumenti sensibili come quelli a bordo di Suzaku». I ricercatori hanno analizzato le osservazioni di archivio del resto di supernova denominato 3C 397, che si trova a circa 33.000 anni luce di distanza da noi nella costellazione dell’Aquila. Gli astronomi stimano che questa nube di detriti stellari si stia espandendo da un tempo che va da 1.000 a 2.000 anni. 3C 397 sarebbe quindi un residuo stellare di mezza età. Il team ha rilevato in modo molto chiaro la presenza di elementi cruciali per una stima del peso della nana bianca, i dati sono stati ottenuti utilizzando lo spettrometro ad immagini a bordo di Suzaku. L’osservazione è stata realizzata nel mese di ottobre 2010 in un intervallo di energie tra 5.000 e 9.000 elettronvolt, e ha raggiunto un’esposizione totale effettiva di 19 ore. I dati nella banda degli infrarossi ottenuti dal telescopio spaziale Spitzer della NASA hanno inoltre fornito informazioni sulla quantità di gas e polveri raccolti dalla nube mentre si espandeva nello spazio interstellare. Le osservazioni effettuate nel mese di aprile 2005 indicano che 3C 397 ha raccolto una massa pari a circa 18 volte quella della nana bianca originale. La maggior parte delle stelle di massa piccola e intermedia, simili al Sole, finiranno i loro giorni come nane bianche. Una nana bianca tipica è massiccia quanto il nostro Sole e ha le dimensioni più o meno di un pianeta terrestre. Questo rende le nane bianche tra gli oggetti più densi che si conoscano, superate solo da stelle di neutroni e buchi neri. «Le nane bianche rimangono stabili fino a quando non raggiungono il peso di circa 1.4 masse solari», ha detto Carles Badenes, professore presso il Dipartimento di Fisica e Astronomia dell’Università di Pittsburgh in Pennsylvania. «Le nane bianche che si trovino nei pressi di questo limite di peso sono sull’orlo di un’esplosione catastrofica. Tutto ciò che occorre all’innesco è un po’ più di massa». Fino a poco tempo fa gli astronomi ritenevano che il canale più probabile attraverso cui una nana bianca poteva aumentare la propria massa fosse ricevendo materia da una compagna simile al Sole, all’interno di in un sistema binario stretto. Accumulando materia dalla sua compagna, nel corso di milioni di anni la nana bianca può avvicinarsi gradualmente al limite di peso, fino ad esplodere. Ci aspettiamo che le stelle compagne sopravvivano all’esplosione, ma gli astronomi hanno trovato scarsa evidenza della loro presenza, e questo indica la necessità di un modello alternativo. Nello scenario di coalescenza, l’esplosione è innescata da una coppia di nane bianche di massa inferiore a quella critica, le cui orbite si restringono nel tempo fino a far sì che le due stelle si fondano ed esplodano. «Con il conteggio del nichel e manganese presenti nella nube in espansione, siamo in grado di distinguere quale di questi scenari sia responsabile di una resto di supernova», ha dichiarato Brian Williams astrofisico del Goddard. «L’esplosione in una singola nana bianca vicina al proprio limite di massa e una fusione di due nane bianche producono infatti quantità significativamente diverse di questi elementi». Il team ha anche misurato il ferro e il cromo presenti nella nube, poiché si tratta di elementi che vengono prodotti in tutte le supernove di tipo Ia e permettono quindi di standardizzare i calcoli.
di Elisa Nichelli (INAF)

Le supernovae lontane scovate da SkyMapper

In molti casi il lavoro di squadra è tutto e fa la differenza. Come in questo. Oltre 40 mila astronomi amatori (quindi una bella squadra) hanno classificato quasi 2 milioni di corpi celesti mai identificati prima grazie all’ausilio del telescopio SkyMapper della Australian National University (ANU). Sicuramente è come cercare il ben più famoso “ago nel pagliaio”, ma gli esperti sono riusciti a scoprire 5 supernovae cercate ormai da tempo, delle stelle esplose ed estremamente brillanti che forniscono alla comunità scientifica importanti informazioni sulla storia e sul futuro del nostro Universo. Richard Scalzo, della ANU Research School of Astronomy and Astrophysics, ha commentato entusiasta: «E’ stato un grande successo e ognuno di noi è stato felice di avervi preso parte». E ha aggiunto: «Un volontario è stato così determinato da rimanere online per ben 25 ore. Non è riuscito a trovare una supernova, bensì una bizzarra stella variabile che pensiamo possa esplodere nei prossimi 700 milioni di anni». Quindi una futura supernova! SkyMapper si trova presso il Siding Spring Observatory vicino a Coonabarabran nel Nuovo Galles del Sud e contribuisce all’osservazione dell’intero emisfero meridionale del cielo catalogando più di un miliardo di stelle e galassie. Gli esperti hanno partecipato a questa specifica survey da volontari e il loro lavoro è consistito nel guardare diverse immagini della stessa porzione di cielo ma scattate in momenti diversi. E non hanno cercato solo supernovae, ma anche stelle, asteroidi, e oggetti mai visti e studiati prima. Grazie alla loro estrema luminosità, le supernovae sono come dei fari per gli astronomi, che in questo modo possono misurare la distanza delle galassie più lontane. Scalzo ha aggiunto: «Quando esplode una stella diventando una supernova, per circa un mese brilla molto di più dei miliardi di stelle della sua galassia di appartenenza». Identificarle a occhio nudo è facile, un po’ meno è farlo con un computer perché bisogna insegnarglielo, ha spiegato Scalzo. «Abbiamo messo 5 persone per ogni oggetto e per gli oggetti più difficili da classificare anche 20 persone». L’enormità di dati che si sta raccogliendo aiuterà a programmare i computer e a migliorare l’automatizzazione delle macchine nel processo di osservazione e identificazione. Come è già successo in passato, anche questa survey fa parte di Zooniverse, un grande progetto di citizen science che ha superato il milione di volontari impegnati nella classificazione di diversi oggetti del cielo, oltre che nella raccolta di dati climatici. La survey condotta con SkyMapper è durata 5 giorni e ha coinvolto volontari inglesi, neozelandesi e statunitensi.
di Eleonora Ferroni (INAF)

Le migliori ‘lampadine cosmiche’

Un gruppo di ricercatori hanno pubblicato su Science una lista di supernovae di tipo Ia (SN-Ia) che potranno essere utilizzate per misurare al meglio le distanze cosmiche e, quindi, per determinare il ritmo a cui si sta espandendo lo spazio. Grazie all’analisi dei dati forniti dal satellite GALEX (Galaxy Evolution Explorer) della NASA, gli autori sostengono nel loro articolo che questo insieme di supernovae, che avvengono in prossimità delle stelle giovani, permette di ricavare la loro distanza con una precisione due volte migliore rispetto a quanto ottenuto in precedenza.
«Abbiamo scoperto una popolazione di SN-Ia la cui luminosità dipende in maniera molto precisa dal ritmo con cui diminuisce l’intensità della radiazione, il che permette di misurare la loro distanza con una precisione elevata», spiega Patrick Kelly dell’University of California, a Berkeley e autore principale dello studio. «Inoltre, abbiamo trovato che queste supernovae si trovano vicine ad una popolazione di stelle giovani e calde».
Questi risultati sono di fondamentale importanza perchè possono essere utilizzati per ricavare ulteriori indizi sull’energia oscura, uno dei misteri più grandi della cosmologia moderna. L’energia oscura è la principale indiziata responsabile dell’accelerazione dell’espansione cosmica, un fenomeno che fu scoperto nel 1998. La chiave per misurare questa accelerazione è data proprio dalle supernovae Ia, che rappresentano per gli astronomi una sorta di “lampadina cosmica”. Immaginiamo, ad esempio di allineare un certo numero di lampadine da 60 Watt lungo un campo di calcio e di stare ad una estremità. E’ ovvio che la luce della lampadina più distante non apparirà così brillante come quella più vicina a noi, a causa della sua distanza. Ma dato che conosciamo la sua luminosità possiamo utilizzare la variazione della sua luminosità secondo una legge matematica per ricavare la sua distanza.
Le supernovae di tipo Ia vengono chiamate “candele standard” perché emettono in maniera consistente la stessa quantità di luce. Il meccanismo fisico che causa l’esplosione della stella non è ancora chiaro e le esplosioni, che illuminano la galassia ospite, non avvengono sempre in maniera uniforme. Esse possono differire considerevolmente in funzione di diversi fattori che sembrano essere correlati all’ambiente in cui si trova la stella e alla sua storia evolutiva. È un pò come se la nostra lampadina di 60 Watt emettesse una luce di 55 Watt, falsando così la misura.
Kelly e il suo team hanno studiato l’attendibilità di questo metodo analizzando l’ambiente in cui si trovano un centinaio di supernovae Ia utilizzando i dati di GALEX che opera nella banda dell’ultravioletto (UV). Le popolazioni di stelle calde e giovani emetteranno una maggiore radiazione UV perciò GALEX riesce a distinguere le componenti galattiche più giovani da quelle più vecchie. I risultati di questo studio suggeriscono che le supernovae Ia associate alle stelle giovani e calde rappresentano gli indicatori di distanze cosmiche più attendibili rispetto alle loro controparti. «Molto probabilmente, queste esplosioni sono il risultato di giovani nane bianche», dice Kelly.
«GALEX ha esplorato l’intero cielo, permettendo così di identificare più facilmente queste ‘candele standard’ e di individuare le prossime esplosioni stellari», aggiunge Don Neill, un membro del team GALEX al California Institute of Technology in Pasadena che non ha partecipato allo studio. «Qualsiasi ottimizzazione che sarà eseguita su questo metodo avrà un impatto diretto sulle teorie che tentano di descrivere l’energia oscura, permettendoci, si spera, di capire i segreti di questa misteriosa forza responsabile dell’espansione accelerata dell’Universo».
Dunque, focalizzandosi su questa particolare classe di esplosioni stellari, gli astronomi saranno ora in grado di realizzare misure ancora più precise della scala delle distanze cosmologiche. Infine, secondo gli autori, questo metodo permetterà di esplorare lo spazio fino a 6 miliardi di anni luce, o forse più.
di Corrado Ruscica (INAF)

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