L’impatto da asteroide più grande del mondo

In Australia centrale sono stati trovati frammenti di un enorme meteorite che, frantumato in due parti, ha impattato con la Terra milioni di anni fa, producendo un cratere di ben 400 chilometri di larghezza (la zona d’impatto più grande mai trovata sul nostro pianeta). Cratere che però è stato nascosto dal passare del tempo.
Nonostante questo i ricercatori hanno però trovato due tracce dell’impatto, come delle cicatrici sulla superficie, nascoste in profondità nella crosta terrestre. Le due zone di impatto coprono l’enorme area di 400 chilometri nel bacino Warburton in Australia centrale e si estendono in verticale nelle profondità della crosta terrestre, che è spessa circa 30 chilometri in questa zona. Il materiale ritrovato è stato classificato come suevite, vale a dire una roccia formata in parte di materiale fuso e che tipicamente contiene vetro e cristallo o frammenti litici, derivante da un impatto violento.
A capo dello studio Andrew Glikson, della ANU School of Archaeology and Anthropology, il quale ha detto che la zona d’impatto è stata scoperta durante una trivellazione nell’ambito di una ricerca geotermica in un’area ai confini con l’Australia Meridionale, il Queensland e la Tasmania. «I due grandi oggetti dovevano misurare 10 chilometri di larghezza», ha detto Glikson. Aver scoperto un evento di tale violenza e portata potrà, in futuro, aiutare i geologi a capire qualcosa di più sulle origini del nostro pianeta. «Grandi impatti come questi possono aver avuto un ruolo nell’evoluzione della Terra molto più significativo di quanto si pensasse prima», ha aggiunto.
Si parla di milioni di anni fa, ma la datazione precisa non è stata ancora raggiunta. Le rocce circostanti hanno dai 300 ai 600 milioni di anni, ma è ancora difficile capire quando questi due meteoriti siano caduti in Australia. Ad esempio, 66 milioni di anni fa un grande meteorite e la sua coda di ceneri incandescenti ha sparso sedimenti sulle rocce di tutto il mondo. E gli esperti credono che questa scia di “morte” abbia portato all’estinzione di un gran numero di esseri viventi che allora vivevano sulla Terra, a partire dai dinosauri. C’è da dire, però, una simile prova non è stata trovata sulle rocce di 300 milioni di anni fa nella zona del ritrovamento in Australia centrale.
E proprio i ricercatori guidati da Glikson si sono imbattuti per caso su questi impatti scendendo a una profondità di oltre due chilometri nella crosta terrestre. Il campione estratto conteneva tracce di rocce che erano state trasformate in vetro a causa dell’estreme temperature e dalla pressione causata dal violento impatto. Modelli magnetici della crosta terrestre hanno rintracciato dei rigonfiamenti (come delle sacche) nascosti nelle profondità della Terra e ricchi di ferro e magnesio (materiali che corrispondo al mantello terrestre – cioè a profondità ben superiori). Glikson ha spiegato che «ci sono due enormi e profonde cupole nella crosta, che si sono formate proprio dai “rimbalzi” della stessa crosta provocati dai numerosi impatti, che hanno anche portato “in superficie” materiale dal mantello sottostante».
Si parla di un mistero: «Non siamo in grado di trovare un evento distruttivo» nella storia degli esseri viventi sulla Terra «che corrisponda a questa doppia collisione. Il mio sospetto è che l’impatto possa essere più vecchio di 300 milioni di anni» ha aggiunto Glikson.
di Eleonora Ferroni (INAF)

Cratere e Corvo

Il Cratere (in latino Crater, “coppa” Crateris  abbreviazione Crt) è una delle 88 costellazioni moderne, ed era anche una delle 48 costellazioni elencate da Tolomeo. Si dice che rappresenti la coppa di Apollo. Il Cratere è una costellazione molto debole: solo una delle sue stelle supera la quarta magnitudine, mentre il resto della figura della costellazione è delineata da stelle di quarta e quinta grandezza; ciò significa che è virtualmente invisibile da ogni cielo cittadino, e che può essere difficile da osservare anche sotto cieli bui e non inquinati. La sua posizione può essere scorta con qualche difficoltà una ventina di gradi a sud delle stelle più orientali del Leone, come Denebola, o a occidente della Vergine; nonostante ciò si tratta di una costellazione antica e ben nota fin dall’epoca dell’antica Grecia. Nel cielo serale la sua massima visibilità ricade nei mesi della primavera boreale, fra la fine di febbraio e l’inizio di luglio al massimo; nonostante si trovi solo pochi gradi a sud dell’equatore celeste e dunque sia visibile per intero da quasi tutte le regioni popolate della Terra, la sua osservazione nelle ore della sera dall’emisfero nord risulta penalizzata a causa della progressiva riduzione delle ore di buio col procedere della primavera. Dall’emisfero australe, al contrario, la sua visibilità è facilitata dall’allungamento delle notti.

Stelle principali

  • δ Crateris è una gigante arancione di magnitudine 3,56, distante 195 anni luce; è l’unica stella del Cratere a superare la quarta grandezza.
  • γ Crateris è una stella bianca di magnitudine 4,06, distante 84 anni luce.
  • α Crateris è una gigante arancione di magnitudine 4,08, distante 174 anni luce.

Il Cratere occupa una posizione lontana dai campi stellari della Via Lattea, mostrando così liberamente gli oggetti extragalattici, alcuni dei quali sono osservabili anche con strumenti amatoriali. La galassia NGC 3887 è la più luminosa; si tratta di una galassia spirale vista quasi di faccia e ben visibile con un telescopio amatoriale di media potenza. NGC 3962 è invece una galassia ellittica, visibile al telescopio come una macchietta chiara dai bordi sfuocati.

Il Corvo (in latino Corvus, Corvi, Crv) è una piccola costellazione meridionale, con solo 11 stelle visibili ad occhio nudo (cioè più brillanti della magnitudine 5,5). È una delle 88 costellazioni moderne, ed era una delle 48 costellazioni elencate da Tolomeo. La costellazione del Corvo ha delle dimensioni ridotte, ma nonostante ciò è molto facile da individuare, grazie alla presenza di alcune stelle di seconda e terza magnitudine disposte a formare un trapezio, che risalta notevolmente in un’area di cielo altrimenti povera di stelle brillanti; ciò fa sì che il Corvo sia osservabile con facilità anche dalle aree urbane. Le sue stelle principali, δ, γ, ε e β, formano un asterismo chiamato La Vela, a causa della loro disposizione che ricorda un’antica vela quadra. Le stelle γ e δ puntano in direzione della brillante Spica, la stella azzurra della costellazione della Vergine. Il Corvo si trova nell’emisfero australe, mediamente una ventina di gradi a sud dell’equatore celeste. Il periodo migliore per la sua osservazione nel cielo serale ricade nei mesi compresi fra fine febbraio e metà luglio; la sua osservazione nelle ore della sera dall’emisfero boreale risulta tuttavia in parte penalizzata anche a causa della progressiva riduzione delle ore di buio col procedere della primavera, stagione in cui questa costellazione raggiunge la massima visibilità dopo il tramonto. Dall’emisfero australe al contrario è una figura caratteristica e tipica dei cieli dell’autunno.

Stelle principali

  • γ Corvi (Gienah) è una gigante blu di magnitudine 2,59, distante 165 anni luce.
  • β Corvi (Kraz) è una gigante brillante gialla di magnitudine 2,65, distante 140 anni luce.
  • δ Corvi (Algorab) è una stella bianca doppia di magnitudine 2,94, distante 88 anni luce.
  • ε Corvi (Minkar) è una gigante arancione di magnitudine 3,02, distante 303 anni luce.
  • α Corvi (Alchiba) è una stella gialla di magnitudine 4,02, distante 48 anni luce.

La costellazione del Corvo non contiene oggetti del Catalogo di Messier, poiché le sue galassie sono in genere piuttosto deboli. Fra gli oggetti interni alla Via Lattea si segnala una nebulosa planetaria, nota come NGC 4361, dalla forma allungata e con al centro una nana bianca di tredicesima magnitudine.

Fra le galassie, spiccano le celebri Galassie Antenne (NGC 4038 e NGC 4039), due galassie spirali in collisione tra loro: il loro nome è dovuto alle due lunghe code di gas e stelle che si disperdono nello spazio, mentre le loro regioni centrali appaiono in fortissima interazione; le loro regioni di formazione stellare producono un gran numero di stelle e superammassi stellari, fenomeno favorito dalle forti compressioni. Entrambe le galassie sono immerse in due vasti involucri esterni, composti principalmente dalle polveri interstellari disperse dai due oggetti a causa dello smembramento reciproco per via della loro interazione. In queste regioni sono presenti pochissimi ammassi, sebbene in certe aree la densità delle polveri sia molto elevata, potendo così potenzialmente favorire la formazione stellare; fra circa 400 milioni di anni il loro nucleo si fonderà, incrementando ulteriormente la formazione stellare e creando un’unica galassia ellittica gigante. La loro osservazione con strumenti amatoriali è però penalizzata, poiché non si tratta di oggetti particolarmente luminosi. Fra le altre galassie, l’unica di rilievo è NGC 4027, posta a una breve distanza angolare dalle due galassie precedenti. Le altre galassie, numerose, sono però poco luminose e fuori dalla portata di piccoli strumenti. Nella foto: Le Galassia Antenne, due celebri galassie in collisione.

Una cometa alle origini del cratere Sudbury

Risale all’era Paleo-proterozioca il Cratere terrestre di Sudbury, tra i più noti sul nostro pianeta. I numeri parlano da soli: ha 1,849 miliardi di anni e un diametro di 250 chilometri (è il secondo più grande al mondo dopo il Cratere Vredefort in Sudafrica). È proprio quello che si può chiamare un bel “buco” nel mezzo dell’Ontario, Canada. Finora i ricercatori, geologi e astronomi, sono stati sempre concordi nel dire che il responsabile di questo imponente impatto fosse stato un asteroide (dal diametro dai 10 ai 15 chilometri). Secondo un recente studio, però, si tratterebbe di una cometa, magari simile a quella che il lander Philae e la sonda Rosetta dell’ESA hanno cominciato a studiare. Le ultime analisi sono state pubblicate sul giornale scientifico Terra Nova. I dati rivelano «la presenza di un particolare elemento del gruppo del platino nei depositi trovati. La distribuzione di questi elementi (siderofili e litofili, ndr) all’interno della struttura del cratere e altri dati suggeriscono che l’oggetto fosse una cometa. Così, sembra che una cometa con una componente condritica refrattaria possa aver creato il bacino di Sudbury», ha spiegato Joe Petrus, a capo del team che ha firmato il paper. «I nostri risultati sottolineano l’importanza di integrare gli studi sugli elementi siderofili e lavorare su un ampio set di dati», si legge nello studio. Secondo quanto studiato in precedenza  i detriti di questo spettacolare impatto sono stati sparsi fino a 800 km di distanza, ricoprendo una superficie di 1,6 milioni di chilometri quadrati. Il bacino, situato nei pressi della città di Greater Sudbury sullo scudo canadese, è lungo 62 chilometri, largo 30 chilometri e profondo più di 15 chilometri. Analisi future saranno in grado di rivelare la vera natura e le fattezze del bolide che colpì la Terra. Magari qualche indizio in più potrebbe arrivare proprio da Churimov-Gerasimenko.
di Eleonora Ferroni (INAF)

Un meteorite da record

Se fossimo sulla famosa cartina del RisiKo!, l’esplosione che circa 70 milioni di anni fa si è abbattuta sull’Alberta avrebbe fatto tremare anche i confinanti Territori del Nord Ovest. Non si parla di guerra, ma di meteoriti: e in particolare di quello che con ogni probabilità si è schiantato nella provincia del Canada occidentale, diverse ere geologiche fa. Ad affermarlo è un gruppo di ricercatori dell’Alberta Geological Survey e dell’University of Alberta (anche chiamata semplicemente U of A), che ha scoperto un’antica struttura simile a un anello nell’Alberta meridionale. Questa insolita forma nella roccia corrisponderebbe proprio alla zona dell’impatto con il meteorite. E non un meteorite qualunque: secondo gli studiosi, quello piovuto sull’America del nord è stato un masso abbastanza grande da lasciare un cratere ampio ben otto chilometri. Il passare degli anni, con tanto di alternarsi di glaciazioni, ha spazzato via quasi tutte le prove, quindi a prima vista non è stato possibile stabilire con certezza che il responsabile dell’anello gigante nel suolo fosse venuto dal cielo. Ma poi il gruppo di ricerca guidato da Doug Schmitt, esperto in fisica delle rocce, ha condotto indagini geologiche e sismiche che hanno confermato l’ipotesi. Infatti, se il processo di erosione ha fatto sparire tutti i resti, le “radici” del cratere sono rimaste: una depressione semicircolare che si estende appunto per otto chilometri, attorno a una cima centrale. Impatto confermato, quindi, anche se per quanto riguarda la datazione i ricercatori sono stati meno fortunati. “Sappiamo che l’impatto è avvenuto negli ultimi 70 milioni di anni, e che in tale lasso di tempo circa 1.5 chilometri di sedimenti sono stati erosi. Questo rende però molto difficile trovare una data precisa” spiega Doug Schmitt. Quello che invece si riesce a determinare con più certezza è la potenza dell’impatto: le analisi del terreno hanno mostrato che il cratere ha probabilmente raggiunto una profondità da 1.6 a 2.4 chilometri. “Un impatto di questa grandezza potrebbe uccidere qualunque cosa nei dintorni” dice Wei Xie, studente del gruppo di ricerca di Schmitt, che ha calcolato le conseguenze causate dal meteorite. “Se accadesse oggi, Calgary (200 chilometri a nord-ovest) verrebbe spazzata via. Mentre a Edmonton, che dista 500 chilometri, ogni singola finestra esploderebbe”.
di Giulia Bonelli (INAF)

Le costellazioni nel cielo di maggio

E’ impossibile non associare il mese di maggio alla bellissima stagione primaverile, quando finalmente si ripongono i cappotti negli armadi e ci si può trattenere fuori anche nelle ore serali, senza battere i denti, ad osservare il cielo ad occhio nudo. Alte nel cielo, in direzione Sud, le costellazioni del Leone e della Vergine, tra le più estese dello zodiaco, dominano la volta celeste. Quest’ultima è un’ampia costellazione zodiacale le cui stelle più luminose disegnano una evidente Y. Gli oggetti celesti più importanti visibili ad occhio nudo che costituiscono tale costellazione, o che si trovano in corrispondenza di essa, sono Alpha Virginis, nota come Spica, la quindicesima stella apparentemente più luminosa del cielo che marca la base della Y. Poi c’è l’Ammasso di Galassie della Vergine che riempie quasi totalmente la parte superiore della Y; questo ricco ammasso contiene almeno 2.500 galassie di diverso tipo, dalle spirali alle ellittiche, e si trova a circa 60 milioni di anni luce da noi. Sotto la Vergine possiamo riconoscere le costellazioni, di dimensioni decisamente minori, del Corvo e del Cratere. Le stelle più brillanti le troviamo più a Nord-Est; Arturo, nel Bootes, la costellazione del “pastore guardiano” delle due orse, e la stella Vega della Lira che dominerà i cieli estivi. Continua il periodo di visibilità ottimale per l’Orsa Maggiore, che si trova praticamente allo zenit. Unico punto fisso della volta celeste – almeno in prima approssimazione – la stella polare (come trovarla?) nell’Orsa Minore ci indica la direzione del Nord. Queste due costellazioni sono strettamente legate anche nella leggenda greca che narra della trasformazione in orse della ninfa Callisto e del figlio Arcade ad opera di Giunone, gelosa delle attenzioni di Zeus verso la bella Callisto. Per proteggerle dai cacciatori, Zeus decise quindi di porle in cielo, ma facendole ruotare intorno al polo celeste per non perderle mai di vista. Tra le due Orse si snoda, sinuosa come un serpente, la lunga costellazione del Dragone. Al centro del triangolo formato da Orsa Maggiore, Leone e Bootes, possiamo riconoscere le piccole costellazioni dei Cani da Caccia e della Chioma di Berenice. Il suo mito è legato ad un personaggio storico realmente esistito. Berenice era infatti la moglie di Tolomeo III Euergete, re d’Egitto (III secolo a.C.), della dinastia dei Tolomei, la cui più nota esponente, nonché ultima discendente, fu la famosissima Cleopatra. Nelle prime ore della sera, basse sull’orizzonte occidentale, c’è ancora il tempo di ammirare alcune delle costellazioni che sono state protagoniste dei cieli invernali, in particolare l’Auriga, i Gemelli e, un po’ più in alto, la debole costellazione del Cancro. In tarda serata vedremo invece sorgere in successione a Sud-Est la Bilancia, lo Scorpione, l’Ofiuco e il Sagittario. Sopra l’Ofiuco possiamo riconoscere la Corona Boreale e la costellazione di Ercole. La panoramica della volta celeste si conclude a settentrione, sotto l’Orsa Minore, con Cassiopea e Cefeo. A Nord-Est cominciano ad affacciarsi a notte inoltrata la già citata Lira, il Cigno e l’Aquila, che si accingono a diventare le protagoniste del cielo estivo.
Tratto da Il cielo del mese di Maggio 2014 di Stefano Simoni (Astronomia.com)

Quando Marte era blu

Oggi lo conosciamo come pianeta rosso. Ma certo ieri era blu, d’acqua. Tracce di formazioni geologiche originatesi grazie all’azione di H2O allo stato liquido confermano la presenza di acqua nel recentissimo passato geologico di Marte. A dirlo è uno studio appena pubblicato da un team di geologi guidati da Andreas Johnsson, ricercatore presso il dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Göteborg. Le immagini aree dell’emisfero meridionale di Marte mostrano un cratere contenente calanchi e depositi di fenomeni erosivi perfettamente conservati. Si tratta di fenomeni geomorfologici di erosione del terreno che si producono per effetto di dilavamento delle acque su rocce friabili e poco protette (sulla Terra sono le piante a difendere i terreni argillosi da piogge e acque correnti). Formazioni geologiche che forniscono la prova dell’azione di acqua in tempi geologicamente recenti. Secondo il team di Johnsson il cratere potrebbe avere all’incirca 200.000 anni. Si sarebbe quindi formato parecchio tempo dopo quella che crediamo sia stata l’ultima era glaciale marziana, conclusasi 400.000 anni fa. “Il fenomeno dei calanchi è piuttosto comune su Marte”, spiega Johnsoon. “Vero è che quelli studiati finora sono sempre risultati più antichi. E i sedimenti di cui sono formati sono stati associati all’ultima glaciazione. Il cratere di cui parliamo, invece, è decisamente più giovane e testimonia processi di dilavamento importanti anche in tempi recenti”. Quando un blocco di sedimenti che si trova su un pendio si satura di acqua, la miscela che ne risulta può comprometterne la stabilità. Il peso lo trascina a valle in forma di detriti e si genera una frana. Sulla Terra, in zone edificate, questi fenomeni danno origine a veri e propri disastri: un misto di pietre, ghiaia, argilla e acqua che si muove rapidamente trascinando con sé tutto quel che si trova in superficie. Dal punto di vista prettamente geologico, arrivato a fine corsa il sedimento presenta caratteristiche uniche, depositi ben visibili e argini speculari lungo i canali di flusso delle frane. Sono queste strutture geologiche che i geologi di Göteborg hanno riconosciuto su Marte. Del tutto simili a formazioni conosciute sulle isole Svalbard e di cui sono state scattate immagini aeree per fare un confronto. “Il lavoro fatto sul campo alle Svalbard ha confermato le nostre ipotesi sul cratere marziano. Anche se quello che ci ha lasciati a bocca aperta è l’età geologica di questo fenomeno”, afferma Johnsson. La regione in cui sorge il cratere si trova attorno al 45° parallelo Sud di Marte, in quella che è conosciuta come un’area di materiali estrusi da un grande cratere vicino. Il materiale eruttato si dispone in forma di fiore attorno al nostro cratere, il che ha suggerito agli scienziati di interpretare il fenomeno come risultato di un impatto su fondo bagnato, o comunque ricco di ghiaccio. Osservando meglio non sono però state trovate impronte riconducibili a uno scioglimento di acque. È più probabile che si tratti di un’azione di dilavamento causata da una normale nevicata, al tempo in cui la meteorologia marziana contemplava la formazione di cumulonembi. Cosa possibile, dal momento che in passato l’asse orbitale del pianeta era più inclinato rispetto all’ellittica.
di Davide Coero Borga (INAF)

Le costellazioni nel mese di maggio

E’ impossibile non associare il mese di maggio alla bellissima stagione primaverile, quando finalmente si ripongono i cappotti negli armadi e ci si può trattenere fuori anche nelle ore serali, senza battere i denti, ad osservare il cielo ad occhio nudo. Alte nel cielo, in direzione sud, le costellazioni del Leone e della Vergine, tra le più estese dello zodiaco, dominano la volta celeste.
Quest’ultima è un’ampia costellazione zodiacale le cui stelle più luminose disegnano una evidente Y. Gli oggetti celesti più importanti visibili ad occhio nudo che costituiscono tale costellazione, o che si trovano in corrispondenza di essa, sono Alpha Virginis, nota come Spica, la quindicesima stella apparentemente più luminosa del cielo che marca la base della Y. Poi c’è l’Ammasso di Galassie della Vergine che riempie quasi totalmente la parte superiore della Y; questo ricco ammasso contiene almeno 2.500 galassie di diverso tipo, dalle spirali alle ellittiche, e si trova a circa 60 milioni di anni luce da noi.
Sotto la Vergine possiamo riconoscere le costellazioni, di dimensioni decisamente minori, del Corvo e del Cratere. Le stelle più brillanti le troviamo più a Nord-Est; Arturo, nel Bootes, la costellazione del “pastore guardiano” delle due orse, e la stella Vega della Lira che dominerà i cieli estivi.
Continua il periodo di visibilità ottimale per l’Orsa Maggiore, che si trova praticamente allo zenit. Unico punto fisso della volta celeste – almeno in prima approssimazione – la stella polare  nell’Orsa Minore ci indica la direzione del Nord. Queste due costellazioni sono strettamente legate anche nella leggenda greca che narra della trasformazione in orse della ninfa Callisto e del figlio Arcade ad opera di Giunone, gelosa delle attenzioni di Zeus verso la bella Callisto. Per proteggerle dai cacciatori, Zeus decise quindi di porle in cielo, ma facendole ruotare intorno al polo celeste per non perderle mai di vista.
Tra le due Orse si snoda, sinuosa come un serpente, la lunga costellazione del Dragone. Al centro del triangolo formato da Orsa Maggiore, Leone e Bootes, possiamo riconoscere le piccole costellazioni dei Cani da Caccia e della Chioma di Berenice. Il suo mito è legato ad un personaggio storico realmente esistito. Berenice era infatti la moglie di Tolomeo III Euergete, re d’Egitto (III secolo a.C.), della dinastia dei Tolomei, la cui più nota esponente, nonché ultima discendente, fu la famosissima Cleopatra.
Nelle prime ore della sera, basse sull’orizzonte occidentale, c’è ancora il tempo di ammirare alcune delle costellazioni che sono state protagoniste dei cieli invernali, in particolare l’Auriga, i Gemelli e, un po’ più in alto, la debole costellazione del Cancro. In tarda serata vedremo invece sorgere in successione a Sud-Est la Bilancia, lo Scorpione, l’Ofiuco e il Sagittario.
Sopra l’Ofiuco possiamo riconoscere la Corona Boreale e la costellazione diErcole. La panoramica della volta celeste si conclude a settentrione, sotto l’Orsa Minore, con Cassiopea e Cefeo.
A Nord-Est cominciano ad affacciarsi a notte inoltrata la già citata Lira, il Cigno e l’Aquila, che si accingono a diventare le protagoniste del cielo estivo.
Tratto da Astronomia.com

L’altro lato di Mercurio

Sono due anni che la sonda Messenger scruta ogni angolo di Mercurio, il pianeta più recondito dell’Universo, e ha già inviato ai ricercatori circa 150mila immagini della superficie, che appare per lo più pieno di crateri e “ruvido”. Ma non tutte le zone del pianeta sono così: dietro a quel lato così aspro il pianeta ne nasconde  un altro  ”morbido” e liscio.
Le ultime immagini di Messenger, infatti, mostrano pareti e pianure lisce attorno a una depressione irregolare di Mercurio. Segno che quella formazione geologica non è un cratere da impatto, come quelli lunari e come molti dei crateri osservati sullo stesso Mercurio, ma il bordo di un camino vulcanico, che si trova a nord-est del bacino Rachmaninoff ed è largo circa 36 chilometri.
Il “cratere” è circondato da una distesa di materiale altamente riflettente, espulso durante un’eruzione vulcanica. Altri condotti vulcanici sono stati trovati su Mercurio, come quello a forma di cuore nel bacino Caloris. Il materiale in superficie e la forma frastagliata del cratere sono la prova tangibile di un’eruzione e del passaggio della lava.
La formazione di questi crateri vulcanici sembra risalire a circa 4 miliardi di anni fa, quando il pianeta era particolamente attivo da un punto di vista geologico e vulcanico.
di Eleonora Ferroni (INAF)

La Vergine e il Leone dominano la volta celeste

E’ impossibile non associare il mese di maggio alla bellissima stagione primaverile, quando finalmente si ripongono i cappotti negli armadi e ci si può trattenere fuori anche nelle ore serali, senza battere i denti, ad osservare il cielo ad occhio nudo. Alte nel cielo, in direzione sud, le costellazioni del Leone e dellaVergine, tra le più estese dello zodiaco, dominano la volta celeste.
Quest’ultima è un’ampia costellazione zodiacale le cui stelle più luminose disegnano una evidente Y. Gli oggetti celesti più importanti visibili ad occhio nudo che costituiscono tale costellazione, o che si trovano in corrispondenza di essa, sono Alpha Virginis, nota come Spica, la quindicesima stella apparentemente più luminosa del cielo che marca la base della Y. Poi c’è l’Ammasso di Galassie della Vergine che riempie quasi totalmente la parte superiore della Y; questo ricco ammasso contiene almeno 2.500 galassie di diverso tipo, dalle spirali alle ellittiche, e si trova a circa 60 milioni di anni luce da noi.
Sotto la Vergine possiamo riconoscere le costellazioni, di dimensioni decisamente minori, del Corvo e del Cratere. Le stelle più brillanti le troviamo più a Nord-Est; Arturo, nel Bootes, la costellazione del “pastore guardiano” delle due orse, e la stella Vega della Lira che dominerà i cieli estivi.
Continua il periodo di visibilità ottimale per l’Orsa Maggiore, che si trova praticamente allo zenit. Unico punto fisso della volta celeste – almeno in prima approssimazione – la stella polare (come trovarla?) nell’Orsa Minore ci indica la direzione del Nord. Queste due costellazioni sono strettamente legate anche nella leggenda greca che narra della trasformazione in orse della ninfa Callisto e del figlio Arcade ad opera di Giunone, gelosa delle attenzioni di Zeus verso la bella Callisto. Per proteggerle dai cacciatori, Zeus decise quindi di porle in cielo, ma facendole ruotare intorno al polo celeste per non perderle mai di vista. Tra le due Orse si snoda, sinuosa come un serpente, la lunga costellazione delDragone. Al centro del triangolo formato da Orsa Maggiore, Leone e Bootes, possiamo riconoscere le piccole costellazioni dei Cani da Caccia e della Chioma di Berenice. Il suo mito è legato ad un personaggio storico realmente esistito. Berenice era infatti la moglie di Tolomeo III Euergete, re d’Egitto (III secolo a.C.), della dinastia dei Tolomei, la cui più nota esponente, nonché ultima discendente, fu la famosissima Cleopatra.
Nelle prime ore della sera, basse sull’orizzonte occidentale, c’è ancora il tempo di ammirare alcune delle costellazioni che sono state protagoniste dei cieli invernali, in particolare l’Auriga, i Gemelli e, un po’ più in alto, la debole costellazione del Cancro. In tarda serata vedremo invece sorgere in successione a Sud-Est la Bilancia, lo Scorpione, l’Ofiuco e il Sagittario.
Sopra l’Ofiuco possiamo riconoscere la Corona Boreale e la costellazione diErcole. La panoramica della volta celeste si conclude a settentrione, sotto l’Orsa Minore, con Cassiopea e Cefeo.
A Nord-Est cominciano ad affacciarsi a notte inoltrata la già citata Lira, il Cigno e l’Aquila, che si accingono a diventare le protagoniste del cielo estivo.
Fonte Astronomia.com

La strana cicatrice di Marte

La missione Mars Express dell’ESA ha individuato un cratere da impatto dalla forma veramente strana. A causarlo non sarebbe stato un solo proiettile celeste, ma almeno due caduti contemporaneamente con un angolo di impatto estremamente basso (tutte le foto sono sul sito Astronomia.com)
Il cratere non ha ancora un nome, ma sicuramente ha attratto subito l’attenzione degli scienziati dell’ESA. Esso si trova a sud del ben più famoso e grande “bacino di Huygens”. Le sue dimensioni fanno subito capire la sua stranezza: 78 km di lunghezza per una larghezza che varia da 10 a 25 km e una profondità di 2 km. (Fig. 1 e 2)
I crateri da impatto, anche quando il proiettile giunge con un angolo molto basso, sono quasi sempre sferici ed è ben difficile osservarne con forme ellittiche. Certamente non “così” allungati.
“Catene” di crateri sono, invece, comuni nel Sistema solare e ne sono state osservate di bellissime sulle lune di Giove (Fig. 3), ma anche sulla Luna. Queste catene sono dovute alla caduta di un corpo, frammentato dalle forze mareali del pianeta (ricordate la cometa Shoemaker Levy 9 ?), la cui orbita decade lentamente fino all’urto.
Nel caso del “nuovo” cratere di Marte, il numero di frammenti non dovrebbe essere superiore a due, ma la forma finale sarebbe stata deformata e nascosta parzialmente dalla susseguente caduta di altri oggetti. In altre parole, sarebbe un impatto abbastanza antico. Non solo però, molte caratteristiche sembrano suggerire che la deformazione sia stata dovuta anche alla presenza di ghiaccio al suolo che, sciogliendosi, avrebbe trascinato con sé il materiale del cratere. In altre parole, come tirare una pietra (anzi due di fila) di “taglio”, nel fango.
Fenomeni antichi e non ripetibili nel futuro? Beh. Per Marte non proprio … Tra circa una decina di milioni di anni il satellite Phobos sarà costretto a decadere sul pianeta rosso e molto probabilmente si frammenterà sotto la sua terribile forza mareale. Quella sì che sarà una bellissima catena di crateri. Basta aspettare … Di Vincenzo Zappalà (Astronomia.com)