La costellazione del Drago

Come nel caso dell’Eridano e del Serpente, l’inventore della costellazione del Drago non ha dovuto sfruttare più di tanto la propria fantasia per immaginare un Drago tra stelle vicine alla stella Polare: bastava “unire con un tratto di penna”  più puntini luminosi ed ecco lì che il Dragone è bello che pronto. Pensate che nemmeno H.A.Rey, un esperto nel campo, era riuscito a fare di più: un drago sinuoso che si avvolge tra le stelle del cielo.
Stelle vicine
Ci sono una dozzina di stelle al di sotto della soglia dei 60 anni luce, distanza dalla quale il Sole apparirebbe (ma in realtà “appare”) di sesta magnitudine e perciò invisibile ad occhio nudo.
Le stelle più vicine a noi, perché si tratta di una stella doppia, sono Gliese 725 A B, entrambe di classe M3 e distanti da noi 11.5 anni luce: dai paraggi di queste due stelle, il Sole brilla di magnitudine 2.5 in un campo stellare del nostro cielo australe, con stelle del calibro di CanopoSirioAlfa Centauri ed altre della costellazione della Nave di Argo (Vele e Poppa della nave). La presenza di tutte queste stelle del nostro emisfero australe dovrebbe apparire ben chiara: la costellazione del Drago si trova dalle parti del Polo Nord Celeste e osservando il cielo da quella zona, il Sole viene proiettato nella parte opposta, in vicinanza del Polo Sud Celeste: tutto questo perché, ricordiamolo sempre, le stelle hanno coordinate tridimensionali in uno spazio tridimensionale e quelle più vicine a noi permettono il verificarsi di giochi prospettici del tutto nuovi ed al quale non siamo abituati.
Parlando di novità, potrete scoprire che da Gliese 687 (posta a poco meno di 15 anni luce da noi) il nostro Sole (di magnitudine 3) si trova all’interno del cosiddetto LMC (Large Magellanic Cloud), un ammasso stellare molto vicino alla Via Lattea, visibile anche ad occhio nudo come un bel batuffolo di cotone, ma non dalle nostre latitudini.
Da σ Dra e da χ Dra invece il Sole, quasi di quarta magnitudine, ora non fa più parte apparentemente dell’LMC, dal quale è ben staccato: da GJ 1221 invece il Sole appare proprio ai margini dell’ammasso stellare  mentre (saltando alla stella HIP 85235) ormai superata la quinta magnitudine appare poco luminosa tanto da confondersi stavolta proprio con le stelle dell’LMC!
Proprio perché siamo in presenza di stelle da considerare non spiaccicate sulla sfera celeste, ma sempre in tre dimensioni e poste nello spazio ognuna ad una certa distanza, ora accade che dalla stella 26 Dra (posta a 46 al da noi) il nostro Sole, diventato praticamente invisibile ad occhio nudo, si trova in un campo stellare dove ora ha fatto la sua apparizione nientemeno che Altair, oltre alla già citata χ Dra. Se riuscite a “vederlo” si tratta di un gioco di prospettive stupefacente!
Stelle Polari
No, non è sbagliato il titolo! E’ giusto il plurale! Noi tutti bene o male conosciamo la stella polare, all’interno dell’Orsa Minore, che gli antichi chiamavano Alruccabah: noi la chiamiamo “Polare” perché negli ultimi millenni è proprio lei a trovarsi vicina al Polo Nord Celeste. Sappiamo che per effetto della precessione degli equinozi (a questo link trovate il mio articolo) il PNC si sposta lentamente nel cielo descrivendo un cerchio in circa 26000 anni, avvicinandosi di tanto in tanto a stelle luminose.
Il titolo del paragrafo parla perciò a ragione di stelle polari, dato che anche la stella α Dra (Thuban) può diventare per un certo tempo la stella “Polare”: lo è stata circa nel 2700 a.C. (all’epoca della costruzione delle Piramidi egiziane) e lo sarà nuovamente nell’anno 21000 (circa!!) .
Ho sottolineato più volte la parola “circa” perché i valori indicati sono assolutamente approssimati, specie il periodo della Precessione degli equinozi (come spiego ampiamente nell’articolo): tengo a precisarlo perché non di rado esce il solito studio “scientifico”  del solito scienziato dai lunghi capelli, che collega il periodo suddetto ad improbabili eventi (di solito catastrofici, che strano!). Come sempre, sommando ad un valore iniziale “di comodo” un altro valore “di comodo” (vicino a 26000) per la precessione si ottiene magicamente la data esatta di un evento, che tanto per cambiare poi non avviene…
Oggetti deep sky
Tra i tantissimi oggetti deep sky presenti all’interno della costellazione del Drago, ne ho scelti quattro assolutamente fantastici. Iniziamo dalla nebulosa planetaria NGC6543.
E poi la  galassia lenticolare nota come NGC 5866, ma catalogata anche da Messier come M 102.
In mezzo a queste meraviglie gigantesche, ecco invece la “Draco Dwarf Galaxy” (galassia nana del Drago), un ammasso di stelle molto interessante.
Tornando ad oggetti grandissimi, ecco di nuovo una galassia a spirale barrata, denominata NGC 4319 e Markarian 205, una galassia molto compatta, attiva, con forti emissioni nell’ultravioletto, in parole povere una quasar a bassa luminosità
Veniamo ora alle stelle del Drago di dimensioni importanti. Partiamo da 4 Dra, una  gigante rossa con un diametro di “appena” 104 volte quello del Sole: nulla a che vedere con BetelgeuseAntaresρ CasP Cyg e VY CMa veri mostri del cielo, ma sempre tre volte più grande della blasonata Aldebaran.
Scendendo di grandezza, troviamo 7 Dra, della stessa classe della povera Aldebaran, che batte con un diametro quasi esattamente doppio. Successivamente troviamo la gigante d Dra, di classe F7 e scendendo ancora di più ci imbattiamo nella β Dra (Rastaban) una stella della stessa classe spettrale del Sole (G2).
Anche questo articolo di Pierluigi Panunzi fa parte di una serie che potete trovare su Astronomia.com che fa uso del Simulatore di costellazioni in 3D, che vi consigliamo di andare subito a sperimentare!
Vedi anche il nostro articolo Drago: 5000 anni fa era Tuban la Stella Polare del 01-11-2010

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Alla scoperta del Polo Nord Celeste

Cosa è possibile osservare nel cielo notturno al polo nord celeste?  Ce lo spiega David A. Rodger in un articolo apparso sull’ultimo numero di Orione (quindi affrettatevi se volete vedere tutti gli oggetti proposti!) a pagina 36. In questo articolo forniamo una breve sintesi ma l’originale è completo di cartine molto utili e interessanti e di informazioni più dettagliate.
Le galassie
M 81 e M 82 nell’Orsa Maggiore sono due famose galassie brillanti (di cui abbiamo già parlato più volte anche su questo sito). Ma la regione dell’Orsa Maggiore offre diverse altre galassie notevoli, tra cui M 108, M 101, M 109 e M 51 (la Galassia Vortice) tutte intorno al Grande Carro e NGC 2841 nella zampa anteriore della Grande Orsa. Infine l’articolo segnala anche NGC 5846.
Ammassi stellari
Nel cielo circumpolare nord sono presenti molti ammassi stellari ma pochi sono appariscenti come lo stupendo Doppio Ammasso NGC 869 e NGC 884 nella parte nord di Perseo.
Intorno alla W di Cassiopea potete osservare NGC 457 (l’Ammasso Gufo o ET), NGC 663 (la Falciatrice), M 103 (la A) e il debole ma ricco NGC 7789 (l’ammasso di Carolina Herschel). Come NGC  7789, anche M 52 è molto denso e popolato da stelle di debole luminosità.  NGC 457 e M 39 (nel Cigno) hanno invece meno stelle, ma più brillanti.
La debole costellazione della Lucertola è trascurabile se vista ad occhio nudo, ma è attraversata dalla Via Lattea. Qui si trovano NGC 7243 e NGC 7209 entrambi ben popolati. E’ consigliata anche un’occhiata all’ammasso di 4 stelle, 8 Lacertae, un piccolo arco di stelle con magnitudini da 5,6 a 10.
NGC 1502 nella Giraffa è caratteristico per la sua abbondanza di stelle doppie brillanti. Seguire da vicino la Cascata di Kemble con un binocolo o un piccolo telescopio è un piacere particolare. Questa catena frastagliata di stelle che si estende per 5° fu notata per la prima volta da Padre Lucian Kemble.
Le nebulose planetarie
La nebulosa Occhio di Gatto (NGC 6543) nel Drago è famosa per le stupende foto riprese da Hubble. Altre nebulose planetarie che vale la pena guardare nel cielo circumpolare sono IC 3568 e NGC 1501 nella Giraffa, NGC 40 (la Cravatta a Farfalla) nel Cefeo e M 76 (la Piccola Dumbell) nel Perseo.
Le stelle doppie
Mizar e Alcor nel timone del Grande Carro potrebbero essere una doppia fisica (o forse no), ma Mizar è certamente una vera binaria.
Eta Persei  è una delle doppie più notevoli del cielo. Le più belle stelle doppie di Cassiopea  sono Iota, Sigma e Eta. Cefeo vanta Beta, Delta e Xi. Nel Bootes Kappa e Iota.  E naturalmente non dimenticate la Stella Polare; si tratta di una magnifica doppia dal forte contrasto di luminosità (mag. 2 e 9) e dai colori delicati.

Nella coda del Drago

Siamo nella parte sudovest della costellazione del Drago e per trovare il primo oggetto di questo mese basterà partire da Kappa Draconis una stella blu di magnitudine 3,9 che offre un bel contrasto di colori con le vicine 4 e 6 Draconis, e poi spostarsi di 1,5° verso ovest dove si trova NGC 4236, una grande spirale barrata (A.R. 12h16m42s; Dec. +69°28’10”). Scoperta da W. Herschel il 6 aprile 1793 si trova a 12 milioni di anni luce da noi. Una galassia molto vicina alla nostra dunque situata alla stessa distanza del gruppo di M 81 di cui sembra faccia parte. Nelle foto più dettagliate questa galassia mostra ampie regioni HII di formazione stellare.
NGC 4125 è una galassia ellittica (A.R. 18h08m06s; Dec. +55°10’27”) situata 4,4° a sud della precedente. Molto più piccola della NGC 4236 ma anche molto più vistosa per merito della notevole brillantezza superficiale. Sfuggita stranamente ad Herschel, fu individuata nel 1850 dall’astronomo inglese John Russell Hind. Si trova a 80 milioni di anni luce. A circa 3,5° verso sud è possibile scorgere la piccola galassia NGC 4121 (A.R .12h07m57s; Dec. +65°06’50”) anch’essa ellittica.
Da: Due fuggevoli incontri al buio nella coda del Drago di Salvatore Albano Coelum 158 pagina 47

Un giretto (senza pretese) fra le costellazioni circumpolari

Oggi mi sono divertita a giocare con il libro di Piero Bianucci “Stella per stella”, un viaggio nelle costellazioni, una vera e propria guida turistica per chi è interessato a scoprire i segreti dell’universo.
Cominciando dalle costellazioni circumpolari (che non tramontano mai) alla latitudine dell’Italia ho individuato per ognuna un oggetto (non sempre famoso) ma che in qualche modo ha attirato la mia curiosità. Ricordo che alla nostra latitudine le costellazioni circumpolari sono sei: Orsa Maggiore, Orsa Minore, Cassiopea, Cefeo, Drago e Giraffa.
Per quanto riguarda l’Orsa Minore parlerò di Kochab, ovvero beta UMi che tremila anni fa era la stella brillante più vicina al polo. Di seconda magnitudine ma un po’ meno luminosa della Polare, Kochab si trova a circa un centinaio di anni luce e si allontana da noi alla velocità di 18 Km/s. Brilla come 130 Soli ed è di classe K, quindi ha un colore giallo – arancione.
Kochab è dunque una gigante arancione e si trova a 16 gradi dalla stella Polare. La temperatura superficiale è di 4190 K.
Passando all’Orsa Maggiore, due gradi e mezzo a sud est da Beta Ursae Majoris ecco M 97 detta “nebulosa del gufo” perché in effetti ricorda la testa di questo uccello: è un dischetto chiaro molto evanescente del diametro di 3’20” nel quale si distinguono due piccole cavità scure che possono assomigliare agli occhi di un gufo e un addensamento centrale al posto del becco. M 97 è una delle più estese e vicine nebulose planetarie. La scoperta risale a Méchain che nel 1781 la descrisse come “un oggetto difficile a vedersi, dalla luce fioca, senza stelle”. Fu Lord Rosse nel 1848 a distinguere le due cavità oscure  e a parlare della somiglianza con la testa di un Gufo. Come tutte le nebulose planetarie anche M 97 testimonia il dramma di una stella giunta all’esaurimento delle sue scorte di energia e quindi collassata in una minuscola nana bianca. Nel collasso gli strati superficiali della stella vengono espulsi e vanno a formare la nebulosa. In questo caso la stella collassata è di magnitudine 14 e può essere scorta al centro del dischetto chiaro con un telescopio di almeno 30 centimetri. Il suo diametro dovrebbe essere almeno il 4 per cento di quello del Sole, la massa il 15 per cento. La sua superficie è molto calda: 85000° centigradi tanto che la magnitudine assoluta risulta superiore di mezza magnitudine a quella del Sole nonostante le dimensioni siano tanto inferiori.
Nel novembre del  1572 una stella nuova apparve nella costellazione di Cassiopea, rimanendo per alcuni mesi più brillante di Venere. Deve il suo nome al grande astronomo danese Tycho Brahe, che la studiò a fondo arrivando alla conclusione sconvolgente per l’epoca che la stella nuova doveva appartenere al cielo più lontano, quello delle stelle fisse, fino ad allora ritenuto immutabile. Oggi la supernova di Tycho, residuo della stella esplosa nel 1572, è una bolla di gas alla temperatura di alcuni milioni di gradi che si espande nello spazio alla velocità  di milioni di chilometri all’ora.
Studi più recenti fatti con i radiotelescopi indicano che la supernova di Tycho (localizzata 1° 30’ da Kappa Cassiopeiae) si trova ad una distanza di oltre 10 mila anni luce: ciò significa che nel parossismo esplosivo raggiunse una luminosità pari a 300 milioni di stelle come il Sole. Si tratta in assoluto dell’oggetto più brillante di cui si abbia notizia nella nostra Galassia. La magnitudine assoluta raggiunta dalla supernova di Tycho fu -16,5; collocata ad una distanza di 32 anni luce sarebbe apparsa 40 volte più  luminosa della Luna piena. Nel 1937 appare una supernova nella galassia IC 4182 che toccò la magnitudine -18,2, qualcosa come un miliardo e seicento milioni di Soli.
AG Draconis è una stellina apparentemente trascurabile tra la nona e la decima magnitudine a circa 7° lungo l’allineamento di beta e gamma dell’Orsa Maggiore; merita però attenzione perché appartiene alla curiosa classe delle “stelle simbiotiche”. Si tratta di una convivenza fra due stelle e una nebulosa che deriva da materia dispersa nello spazio dagli astri stessi. Lo spettro è quello di una stella rossa molto fredda con le tipiche righe di assorbimento dell’ossido di titanio, alle quali si sovrappongono righe di emissione dell’idrogeno, dell’elio, dell’ossigeno, caratteristica tipica di molte nebulose. Poiché la stella rossa non è in grado di scaldare la nebulosa fino a farle emettere queste righe spettrali bisogna supporre l’esistenza di una stella nana blu troppo debole per essere visibile nell’ottico. Inoltre AG Draconis è lievemente variabile con un periodo di 554 giorni e va soggetta a ricorrenti esplosioni che ne fanno aumentare la luminosità anche di quattro volte.
Pare che il modello possa essere questo: la stella principale è una gigante rossa che perde grandi quantità di materia sotto forma di vento stellare o per un risucchio gravitazionale prodotto dalla stella blu, molto vicina. Una parte di materia si distribuisce su un doppio disco a forma di ottovolante  molto esteso e spiraleggiando si riscalda a più di 100 mila gradi. I venti stellari delle due componenti si scontrano in una regione intermedia e qui vengono emessi raggi X. Tra le stelle simbiotiche infatti AG Draconis è la più intensa sorgente X conosciuta.
Arrivati al Cefeo non possiamo non accennare alla famosa Delta Cephei che da il nome alla categoria delle Cefeidi ed è una delle stelle variabili più famose e più importanti della storia dell’astronomia in quanto ha permesso di valutare le distanze di oggetti molto remoti dove il metodo trigonometrico della parallasse non può assolutamente arrivare.
Detto questo puntiamo lo sguardo su Mu Chephei, chiamata da Herschel la “stella granata”. Varia tra le magnitudini 3,7 e 5 con un periodo piuttosto irregolare intorno ai 755 giorni. Fisicamente è una stella assimilabile alla gigante rossa Betelgeuse. Nel suo spettro sono insolitamente forti le righe di assorbimento del vapore acqueo.
Mu Cephei è una supergigante rossa di tipo spettrale M2 Ia, le cui dimensioni sono colossali: possiede infatti un raggio 1420 volte quello del Sole, e se si trovasse al suo posto, occuperebbe tutto lo spazio fino alle orbite di Giove e Saturno. Si conoscono solo sette stelle più grandi, tra quelle di cui è stato possibile stimare il raggio e comunque è l’astro più grande che sia possibile vedere ad occhio nudo sia pur non facilmente.
La stella si trova nelle ultime fasi della sua evoluzione: ha iniziato a fondere l’elio in carbonio, dopo aver cessato la normale fusione di idrogeno in elio. È prevedibile che la sua vita durerà ancora alcuni milioni di anni, al termine dei quali probabilmente esploderà, a causa della sua massa pari a 25 volte quella del Sole, in supernova, che illuminerà brevemente i cieli della Terra con un’intensità pari quasi a quella della luna piena.
E per concludere questa nostra scorribanda fra gli oggetti delle costellazioni circumpolari ecco a voi S e Z Camelopardalis.
S Cam è una stella pulsante a lungo periodo scoperta da Epsin nel 1891. In 326 giorni oscilla tra la magnitudine 8 e la 10,3. Il suo spettro presenta forti righe del carbonio. La curva di luce è abbastanza particolare perché l’ascesa al massimo richiede un centinaio di giorni segue un massimo prolungato (quasi altrettanto) e si ha poi un graduale ritorno al minimo. In genere invece si ha una rapida ascesa al massimo e poi un lento declino. Se la distanza stimata in circa 2800 anni luce è esatta quando è al culmine della sua luminosità S Camelopardalis brilla 400 volte più del Sole. Il suo diametro dovrebbe aggirarsi sui 300 milioni di chilometri: collocata al centro del Sistema Solare arriverebbe a metà strada fra l’orbita di Marte e quella di Giove.
Z Cam è un’altra stella atipica scoperta nel 1904. E può essere considerata una nova nana o una variabile eruttiva in quanto presenta irregolari fasi esplosive che la fanno salire dalla magnitudine 13 alla 10. Le stelle Z Cam sono una sottoclasse delle stelle U Gem. La loro particolarità consiste nel fatto che, dopo un’esplosione, non ritornano alla normalità, ma restano su valori intermedi tra massimo e minimo per alcuni cicli. Questi cicli durano da 10 a 40 giorni.

C’era una volta un grande Drago, ecco la storia delle eclissi

Il cielo è stato considerato immutabile per molto tempo ed i fenomeni che avvengono sulla volta celeste, ripetendosi con grande regolarità, hanno permesso di stabilire alcune delle principali unità di tempo: il giorno, il mese e l’anno. Ogni deviazione da questo “normale” comportamento degli astri, quale poteva essere l’apparire di un oggetto celeste nuovo o, al contrario, la sparizione di uno ben conosciuto, provocava in chi ne era testimone suggestioni profonde e quasi sempre grande timore. La vita sulla Terra dipende strettamente dalla luce e dal calore che il Sole ci invia quotidianamente: la sua scomparsa improvvisa durante un’eclisse era quanto di più temibile si potesse immaginare. Per secoli la gente ha considerato le eclissi un evento terribile e funesto, presagio di sventura, e ha compiuto rituali, cerimonie e sacrifici per esorcizzarle. Gli antichi, però, si accorsero presto che le eclissi non sono un fenomeno unico, ma si presentano con una certa regolarità: incominciarono allora a registrare con grande precisione i tempi delle varie fasi delle eclissi di Sole e di Luna, annotando talvolta anche la percentuale di oscuramento del disco, o se il Sole e la Luna fossero sorti o tramontati nel corso del fenomeno. Lo scopo principale di queste osservazioni così dettagliate era quello di imparare a prevedere il fenomeno.
Molti popoli hanno sviluppato fin dai tempi più antichi i propri miti e le proprie leggende riguardo alle eclissi, spesso credendo che esse fossero il presagio di qualche catastrofe naturale o della morte o disfatta di un re. Un mito molto diffuso è quello che durante un’eclisse un drago divori il Sole. Molte culture hanno inoltre sviluppato i propri metodi per contrastare gli effetti di un’eclisse: per esempio gli antichi Cinesi cercavano di fare molto rumore per spaventare e scacciare il drago, suonando tamburi, scoccando frecce nell’aria e percuotendo delle pentole. Questa tradizione è sopravvissuta in un certo senso fino al secolo scorso, quando la Marina Imperiale Cinese usava sparare con le proprie armi da cerimonia durante l’eclisse, per scacciare simbolicamente il drago invisibile.
In India, la gente si immergeva fino al ginocchio nell’acqua di un fiume, credendo che questo aiutasse la Luna e il Sole a difendersi dal drago. In Giappone si usava invece ricoprire i pozzi durante un’eclisse, per evitare che vi cadesse del veleno proveniente dal cielo oscuro. Tuttavia ci furono anche credenze più ottimistiche riguardo a questo fenomeno naturale: a Tahiti per esempio, le eclissi erano interpretate come il congiungimento amoroso del Sole e della Luna. Perfino ai giorni nostri, presso certe tribù eschimesi e artiche si crede che le eclissi siano un segno della benevolenza divina: il Sole e la Luna lasciano temporaneamente il proprio posto in cielo per controllare che sulla Terra vada tutto bene.
Gli osservatori babilonesi cominciarono studi sistematici dei più vari fenomeni celesti dal 750 a.C. circa. Le registrazioni incise su tavolette di argilla a caratteri cuneiformi sono venute alla luce circa un secolo fa tra le rovine della città di Babilonia. Gli astronomi babilonesi non giunsero a capire le vere cause delle eclissi, ma probabilmente le appresero dai Greci durante il periodo ellenistico a Babilonia (dalla fine del IV secolo a.C. in poi). Le loro osservazioni però sono tra le più precise e non hanno eguali nel mondo antico. Si ha notizia di circa 50 eclissi lunari, che coprono un intervallo temporale compreso tra il 700 a.C. e il 50 a.C.
Altre notizie relative all’eclissi lunari probabilmente copiate da testi babilonesi perduti, si trovano nell’Almagesto, la grande opera di Astronomia matematica scritta da Tolomeo intorno al 150 d.C. Per quanto riguarda le eclissi solari, la registrazione babilonese più completa è quella del 15 aprile 136 a.C. per la quale si trovano informazioni su due tavolette distinte.
Le osservazioni cinesi coprono un periodo maggiore rispetto a quello babilonese, all’incirca dal 720 a.C. con alcune registrazioni relative anche a secoli precedenti, la cui datazione è però molto incerta. In totale si hanno più di cento registrazioni diverse, i cui manoscritti originali sono andati perduti. Originariamente, infatti, erano scritte su ossa o su canne di bambù e solo successivamente su carta. Ci si deve accontentare perciò di riassunti stampati in trattati di astronomia speciali che venivano inseriti nelle storie ufficiali delle varie dinastie.
Le registrazioni più antiche segnalano solamente il verificarsi dell’eclisse. Quelle di Sole furono registrate con regolarità a partire dal 709 a.C., mentre quelle di Luna furono tralasciate fino al 400 d.C. poiché le eclissi di Luna non erano ritenute di importanza astrologica. E’ cinese la più antica registrazione di un’eclisse di Sole. Essa risale al 22 ottobre 2134 a.C. cioè a più di 4000 anni fa. Gli storici, a dire la verità, non sono molto certi di questa data. Gli annali, che riportano l’evento, possono avere un errore di 200 anni. A quest’eclisse è associata anche una leggenda che narra di come a volte il mestiere di astronomo possa essere pericoloso. La vera spiegazione delle eclissi fu compresa dai Cinesi solamente intorno al I secolo d.C., cioè cinque secoli dopo rispetto al greco Anassagora.
L’astronomia presso gli antichi Egizi era abbastanza sviluppata. Essi misurarono la durata dell’anno osservando il sorgere di Sirio, la stella più luminosa del firmamento. Inoltre la grande Piramide di Giza è più o meno allineata con i quattro punti cardinali. Tutto questo dimostra che gli Egizi osservavano attentamente gli eventi celesti. Nonostante questo, in tutti i reperti storici che riguardano l’antico Egitto non è mai stato trovato alcun riferimento alle eclissi, né di Sole né di Luna. Questa lacuna ha sorpreso molti storici: certamente questo popolo doveva aver assistito a molte eclissi nel corso dei secoli. È impossibile pensare che una civiltà che adorava il Sole, dal quale traeva calore e nutrimento, restasse indifferente alla sua apparente scomparsa. Forse l’immagine dell’eclisse è stata tramandata in forma simbolica. La corona solare ha un’apparenza particolare durante alcune eclissi. La sua forma e le sue dimensioni variano secondo un periodo di 11 anni, cioè il ciclo di attività delle macchie solari. Durante le fasi di minima attività delle macchie, la luminosità della corona è minore, ma la regione equatoriale si estende in lunghi pennacchi di gas incandescente. Alcuni storici hanno notato che potrebbe esistere un’analogia tra questi pennacchi e le ali simboliche del dio del Sole. Questa fu una delle prime rappresentazioni del Sole presso gli antichi Egizi, e compare spesso all’ingresso delle tombe e dei templi, forse per raffigurare la vittoria della luce sull’oscurità; talvolta questa immagine include anche due teste di serpente e i corni di capra, anch’essi simboli del Sole.
Il complesso megalitico di Stonehenge è stato costruito nella pianura di Salisbury, in Gran Bretagna, all’incirca nel 3200 a.C. cioè all’epoca in cui vennero costruite le grandi piramidi in Egitto. La costruzione ha una forma circolare, del diametro di qualche decina di metri; è composta da vari anelli di pietre alte e strette, alcune delle quali sormontate da altre lastre di pietra. Inoltre vi si possono osservare alcune serie di buche nel terreno, disposte in forma circolare. Si pensa che questo complesso sia stato progettato dagli antichi abitatori della regione non soltanto come un luogo di culto, ma anche come un immenso calendario, dopo una paziente osservazione del cielo, per tenere traccia del trascorrere dei mesi, delle stagioni e degli anni.
Certamente Stonehenge contiene molti riferimenti al moto del Sole e della Luna; il numero di pietre e di buche nei vari anelli sembra essere legato a qualche ciclo astronomico, come quello delle fasi lunari. Inoltre le direzioni degli allineamenti fra le varie pietre coincidono pressappoco con alcuni punti della volta celeste, che corrispondono ad eventi periodici come il sorgere e il tramontare del Sole ai solstizi. Per esempio, il giorno del solstizio d’estate, il Sole sorge in un punto più a settentrione rispetto a tutti gli altri giorni dell’anno. Quel giorno, stando nel centro del cerchio di pietre, si può vedere sorgere il Sole circa al di sopra di una pietra particolare detta “Heel Stone”, che si trova lungo l’asse della costruzione. Il complesso di Stonehenge sembra cioè allineato in modo non casuale. Tuttavia, anche se Stonehenge racchiude un notevole simbolismo di carattere astronomico, non è ancora chiaro se fosse davvero un luogo di studio dei fenomeni celesti, come sostengono molti studiosi, o fungesse solo come un calendario per le ricorrenze stagionali, come la semina e la raccolta del grano. Gli allineamenti fra le rocce non sono molto precisi, e spesso gli studiosi hanno elaborato delle teorie “a posteriori” per spiegare la posizione delle pietre. Alcuni sostengono addirittura che questo complesso servisse per prevedere il verificarsi delle eclissi. Una volta note la lunghezza dell’anno e del mese, facilmente determinabili, sarebbe stato necessario però conoscere la periodicità del moto dei nodi dell’orbita lunare: un’eclisse avviene solo quando Sole e Luna si trovano in prossimità di un nodo. È improbabile che gli antichi abitatori del luogo avessero conoscenze così avanzate.
La più famosa eclisse solare dei tempi classici è quella che si è verificata nel mezzo della battaglia tra Persia e Lidia (28 maggio 584 a.C.). I due eserciti stavano combattendo quando si verificò un’eclisse di Sole e “il giorno si fece notte”. Quest’eclisse fu predetta anche da Talete (ca. 624 – 548 a.C.), astronomo e filosofo greco, ma la sua predizione non era conosciuta dai popoli in lotta.
Secondo lo storico greco Erodoto (V sec. d.C.), entrambe le parti guardarono all’eclisse come ad un presagio e immediatamente cessarono di combattere, dopo ben 6 anni di guerra.
Durante il suo quarto viaggio alla volta dell’America, nel 1503 Cristoforo Colombo si arenò sulle coste della Giamaica, nella baia di Santa Gloria, poiché le sue navi erano danneggiate. Anche le sue provviste erano ormai molto esigue, ma le popolazioni locali si rifiutarono di fornirgli del cibo, in cambio di gioielli. Allora Colombo escogitò un piano per ingannarli. Aveva a bordo una copia di uno dei libri di Regiomontano che conteneva le predizioni di eclissi lunari – una delle quali prevista per il 29 febbraio 1504. La sera in cui si sarebbe verificata l’eclisse organizzò un incontro con i capi delle popolazioni indigene e disse loro che Dio era molto offeso e che avrebbe fatto sparire la Luna. Come previsto, un’ombra scura cominciò a passare sul disco lunare. Gli indigeni spaventati dissero a Colombo che gli avrebbero fornito il cibo se avrebbe intercesso per loro presso Dio. Dopo essersi ritirato a “conferire” con Dio, poco prima della fine dell’eclisse totale Colombo tornò dicendo che Dio li aveva perdonati. La Luna tornò a splendere e Colombo ottenne le scorte di cibo.
Durante l’eclisse del 1851 fu scattata la prima fotografia della corona del sole, che provò che le corona era parte del Sole piuttosto che della Luna , come gli osservatori precedenti erano propensi a credere.
Durante l’eclissi del 18 luglio 1860 Padre Angelo Secchi riuscì a fotografare la corona solare e diede la prova che le protuberanze solari non sono un’illusione ottica, ma un vero fenomeno fisico. Con lo sviluppo della spettroscopia, della quale Secchi fu pioniere, questo nuovo metodo di indagine venne utilizzato anche durante l’eclisse del 18 agosto 1868, visibile in India e Malesia. Durante questa eclisse si scoprì che sul Sole erano presenti tracce di un elemento fino ad allora sconosciuto. I due scopritori raccomandarono che il nuovo elemento fosse chiamato elio, dal greco helios, che significa Sole. 27 anni dopo l’elio, il secondo elemento più abbondante nell’Universo, fu trovato anche sulla Terra.
L’eclisse di Sole del 29 maggio 1919 è passata alla storia per aver fornito una prova della teoria della Relatività Generale di Einstein. Questa fu la prima occasione in cui venne dimostrato che un corpo massiccio esercita la sua attrazione gravitazionale anche sulla radiazione elettromagnetica come la luce visibile, e non solo sui corpi materiali. L’effetto di questa attrazione è una leggera deflessione della radiazione dalla propria traiettoria rettilinea. Nei primi anni di questo secolo, si pensò di usare le eclissi totali di Sole per misurare questo effetto. Durante un’eclisse totale, infatti, si possono vedere alcune delle stelle più brillanti del cielo. Confrontando una lastra fotografica ripresa al telescopio durante l’eclisse, con una della stessa regione del cielo ripresa durante la notte, si sarebbero potute notare delle differenze nella posizione delle stelle. Per lungo tempo non fu possibile portare a termine questa prova, anche per gli impedimenti causati dalla prima Guerra Mondiale. Nel 1919 l’astronomo e professore inglese Sir Arthur Stanley Eddington riuscì ad organizzare l’osservazione di un’eclisse totale di Sole, che sarebbe avvenuta il 29 maggio di quell’anno. L’eclisse era ideale per una verifica di questo genere, perché in quel periodo dell’anno si sarebbe potuto vedere un gruppo molto ricco di stelle brillanti, le Iadi. Vennero inviate due spedizioni, una guidata dallo stesso Eddingotn nell’isola Principe, al largo della Guinea Spagnola, l’altra a Sobral, in Brasile. La seconda fu molto fortunata: il tempo era splendido e si ottennero ben otto lastre fotografiche utili. La spedizione di Eddington, invece, si trovò nel bel mezzo di un acquazzone, proprio mentre l’eclisse incominciava. Per fortuna, quando la fase parziale era già molto avanzata, smise di piovere e le nuvole si diradarono: gli astronomi poterono scattare sedici lastre, delle quali però solo due risultarono utilizzabili. Le stelle presenti sulle lastre fotografiche vennero confrontate con la posizione delle stesse stelle in condizioni normali: la deviazione della luce proveniente dalle stelle più vicine al bordo del Sole risultò all’incirca di 1.98 “, in buon accordo con quella prevista dalla teoria della Relatività di Einstein ! L’annuncio venne dato nel novembre dello stesso anno: era nata una nuova visione del mondo fisico.
(Questi articoli sulle eclissi sono elaborati da materiale fornito dall’Associazione Astrofili Alta Valdera e realizzati da Alberto Villa)

Drago: 5000 anni fa era Tuban la Stella Polare

Nel cielo si trovano diverse catene di stelle ben riconoscibili, nelle quali nell’antichità furono visti mostri simili a serpenti o a draghi. La costellazione del Draco (Drago) è molto estesa e per superficie si trova all’ottavo posto nel cielo. La Testa del Drago è formata dalle stelle gamma, beta, ni e csi Draconis che si trovano non lontano da Vega (Lira). Iniziando da lì si dipana una serie di stelle relativamente deboli, che passano fra l’Orsa Maggiore e l’Orsa Minore. Quest’ultima viene quasi completamente circondata dal Drago. Per gli antichi greci la costellazione dell’Orsa Minore apparteneva infatti al Drago, rappresentando le ali del mostro. Pare che solo Talete di Mileto, nel VI secolo a.C. abbia reso l’Orsa Minore una costellazione indipendente. La stella più luminosa del Drago è gamma Draconis di magnitudine 2,2. Il suo nome proprio Eltanin rimanda al nome arabo Drago da cui derivano anche i nomi Rastaban (beta) e Tuban (alfa). Tuban, che ha una magnitudine 3,7, assumeva oltre 5000 anni fa il ruolo di Stella Polare..
Il Drago era, secondo la tradizione, uno dei mostri con cui dovette lottare Eracle. Tra le dodici fatiche che l’eroe greco dovette compiere per il re Euristeo, vi era anche il furto dei pomi dorati del giardino delle Esperidi. Questi frutti erano stati un tempo il dono di nozze della dea della Terra Gea per Era, moglie di Zeus, e crescevano in un bosco da qualche parte all’estremità occidentale del mondo. Lì gli alberi erano custoditi dalle Esperidi, le figlie della sera, perché nessun uomo aveva il permesso di assaggiare i pomi, dal momento che assaggiandoli avrebbe guadagnato l’immortalità e l’eterna giovinezza. Le Esperidi venivano aiutate nel loro lavoro dal Drago immortale Ladone, un essere orribile con cento teste, che non dormiva mai. Eracle dopo alcune avventure trovò infine il bosco nella regione in cui il gigante Atlante portava il cielo sulle spalle. Secondo una versione della leggenda Eracle convinse il gigante a prendere i pomi dorati e gli offrì in cambio di portare nel frattempo in sua vece il pesante carico. Secondo un’altra tradizione, fu Eracle stesso a prendere i pomi e per fare ciò dovette uccidere Ladone. Infine Era collocò in cielo il Drago; da lì pare cercare ancora di prendere con le sue fauci Eracle, che è stato immortalato nella vicina costellazione di Hercules. Fra gli oggetti di profondo cielo troviamo NGC 6543 una nebulosa planetaria che appare al telescopio come un dischetto diffuso. La stella centrale ha una magnitudine di 10,9. Il suo nome è Nebulosa Occhio di Gatto. Si trova ad una distanza di circa 3000 anni luce.
(Vedi anche l’articolo La costellazione del Drago del 7 ottobre 2012).