Plutone: facciamo il punto

L’impresa è entrata nella storia dell’esplorazione del Sistema Solare. 14 luglio 2015: la sonda NASA New Horizons sfiora Plutone – un flyby a 13.691 km dal centro del pianeta nano – e raccoglie dati per 50 gigabit. Dall’analisi preliminare di questi risultati, pubblicata su Science e di cui abbiamo scritto anche noi di MediaINAF, la conferma di un corpo celeste vario e colorato, circondato da cinque lune. Oggi è il momento di fare il punto su Plutone. Scoperto nel 1930 e da sempre considerato un’anomalia nel Sistema Solare. Anomalia, si potrebbe dire, diffusa a tutta la fascia di Kuiperscoperta nel 1992 e che, là oltre l’orbita di Nettuno, fa di Plutone il più grande di una nuova classe di piccoli pianeti formatisi nel Sistema Solare esterno durante il periodo di accrescimento planetario, circa 4,5 miliardi di anni fa. Cosa è cambiato dopo  il passaggio di New Horizons? La sonda NASA, con il suo carico di sofisticati strumenti scientifici, dalla Multispectral Visible Imaging Camera (MVIC) dello strumento Ralph che ci ha permesso di guardare nella geologia del pianeta,  al Long-Range Reconnaissance Imager (LORRI) che tante immagini mozzafiato ci ha regalato nella lunga sequenza di avvicinamento a Plutone, ci ha permesso di scoprire come la superficie di Plutone mostri una grande varietà di morfologie del terreno frutto di differenti ere geologiche. Un discorso, quello della varietà, che vale per l’albedo, il colore, e la variazione della composizione del suolo. L’analisi della variabilità dei crateri suggerisce che Plutone sia stato geologicamente attivo nell’arco delle ultime centinaia di milioni di anni, e che probabilmente lo sia tutt’ora. Le analisi cromatiche rivelano invece una vasta gamma di colori presente sulla superficie, dalle regioni rossastre e più scure della fascia equatoriale alle brillanti tonalità bluastre che si riscontrano salendo verso i poli. I dati raccolti suggeriscono, inoltre, la presenza di più varietà di ghiacci volatili, e in particolare, nella regione occidentale della macchia a forma di cuore, di metano e monossido di carbonio. Senza contare il ruolo giocato dal normale ghiaccio d’acqua, un nuovo elemento da prendere in considerazione se si vuole provare a ricostruire la complessa composizione della superficie di Plutone.  L’atmosfera? Spessa, con tracce di idrocarburi, genera una pressione al suolo pari a 10 microbars. Caronte, la luna maggiore di Plutone, si differenzia per massa di roccia dal pianeta di cui è satellite per una percentuale inferiore al 10%, il che suggerisce una non sostanziale differenza fra i due corpi, almeno per quanto concerne la composizione. Plutone e Caronte, che gli scienziati ritengono essersi formati dallo stesso blocco di materia, spezzata da una collisione cosmica miliardi di anni fa, non sembrano ancora poter confermare uno stretto legame di parentela: due estranei, così li ha definiti NASA presentando una delle prime immagini raccolte da New Horizons (vedi MediaINAF). Ma quello che sappiamo con certezza non è poco: Plutone mostra  una sorprendente varietà di costruzioni geologiche, dove agisce l’effetto di ghiacci, crateri da impatto, movimenti tettonici, possibilità di attività criovulcanica. Anche gli altri piccoli pianeti della fascia di Kuiper potrebbero nascondere un turbolento passato simile. La domanda che resta aperta è: come possono questi corpi essere rimasti tanto attivi a miliardi di anni dalla loro formazione?
di Davide Coero Borga (INAF)

Cielo blu, ghiaccio rosso … sotto la fosca atmosfera di Plutone

Le prime immagini a colori della nebbie atmosferiche di Plutone rivelano un’aureola blu attorno al pianeta, che, seppur nano, sta facendo un figura da gigante con le immagini che dal luglio scorso vengono restituite con il contagocce dalla sonda New Horizons della NASA.
L’immagine a fianco, è frutto di diverse riprese effettuate con la Multispectral Visible Imaging Camera (MVIC) dello strumento Ralph a bordo di New Horizons, arrivate a Terra la scorsa settimana ed elaborate da un software che combina le informazioni dalle immagini ottenute nelle lunghezze d’onda del blu, rosso e vicino infrarosso, per replicare il più fedelmente possibile il colore originale come visto da un occhio umano.
«Chi si sarebbe aspettato un cielo blu nella Fascia di Kuiper? E’ magnifica», ha detto commentando la nuova immagine Alan Stern, il responsabile scientifico di New Horizons del Southwest Research Institute (SwRI) di Boulder, in Colorado.
Gli scienziati ritengono che questa foschia ad alta quota sia di natura simile a quella osservata su Titano, una luna di Saturno, e le particelle che la compongono siano presumibilmente di colore grigio o rossastro. Il colore blu è da attribuire al modo in cui tali particelle disperdono la luce solare.
«Quella tinta blu intensa ci racconta indirettamente la dimensione e la composizione delle particelle di foschia», ha detto Carly Howett del SwRI, ricercatrice del team New Horizons. «Un cielo blu è spesso il risultato della diffusione della luce solare da parte di particelle molto piccole. Sulla Terra, queste particelle sono minuscole molecole di azoto. Su Plutone sembrano essere particelle – più grandi, ma ancora relativamente piccole – simili alla fuliggine, che noi chiamiamo toline».
Le toline si formano nell’alta atmosfera, dove la luce solare ultravioletta spezza le molecole di azoto e metano, ionizzandole, inducendo reazioni reciproche sempre più complesse, fino alla formazione di macromolecole, un processo che è stato osservato per la prima volta nell’atmosfera di Titano. Presumibilmente, su Plutone le molecole più complesse continuano a combinarsi e crescere fino a diventare piccole particelle, attorno alle quali si condensa un “cappotto” di ghiaccio prima che inizino a ricadere sulla superficie di Plutone, contribuendo alla sua colorazione rossastra.
In un seconda significativa scoperta, New Horizons ha rilevato numerose piccole regioni esposte di ghiaccio d’acqua su Plutone, grazie ai dati raccolti dallo spettrometro Linear Etalon Imaging Spectral Array (LEISA) dello strumento Ralph.
«Le grandi distese di Plutone non mostrano ghiaccio d’acqua a vista», ha detto un altro membro del team scientifico, Jason Cook sempre del SwRI, «perché risulta mascherato da altri ghiacci, più volatili, su gran parte del pianeta. Capire perché l’acqua compaia esattamente in certi luoghi, e non in altri, è una questione che stiamo approfondendo».
Un aspetto curioso di questa scoperta è che le aree dove la “firma spettrale” del ghiaccio d’acqua appare più marcata corrispondono alle zone che appaiono di un colore rossastro particolarmente brillante nelle immagini a colori di Plutone recentemente pubblicate. «Sono sorpreso che questo ghiaccio d’acqua sia così rosso», ha commentato Silvia Protopapa dell’Università del Maryland. «Non abbiamo ancora compreso il rapporto tra il ghiaccio d’acqua e le toline rossastre sulla superficie di Plutone».
di Stefano Parisini (INAF)

Caronte, una luna da record

È una luna da record, Caronte, già lo sapevamo. Fra tutti i satelliti naturali del Sistema solare è il più grande rispetto al pianeta – nano o meno, a voi la scelta – d’appartenenza. Ora però scopriamo che è anche una luna bellissima. Multiforme almeno quanto la nostra, e assai più colorata. È quanto emerge mano a mano che la sonda New Horizons della NASA riesce a inviarci, attraverso i cinque miliardi di km che ci separano, le straordinarie fotografie scattate al satellite di Plutone durante il flyby del 14 luglio scorso. Quelle pubblicate oggi sono giunte al centro di controllo della missione il 21 settembre scorso, e mostrano un panorama incredibile. A partire da quell’irresistibile tocco di fard dalle sfumature rossastre che ne copre il polo nord. E qui Photoshop c’entra davvero poco: l’hanno appena un po’ esaltato, ammette la NASA, per renderla meglio visibile, ma la “macchia di Mordor” – così è stata chiamata, niente meno – esiste davvero. Ancora non si ha idea di cosa possa essere, né di come sia finita in quella regione così ben circoscritta del volto della luna, ma l’ipotesi al momento più gettonata è che possa trattarsi di toline provenienti dall’atmosfera di Plutone. Poi c’è la cicatrice. E che cicatrice: uno sfregio da mostro di Frankenstein, che percorre per intero l’equatore di Caronte – lungo dunque almeno quattro volte il Grand Canyon e profondo il doppio – marcando in modo netto il confine fra i due emisferi. Non che il resto della superficie della luna sia monotono: il dettaglio in alta risoluzione evidenzia formazioni d’ogni sorta, dai crateri da impatto ai lisci plateau. Frutto questi ultimi, probabilmente, di fenomeni criovulcanici: vulcani dalla lava di ghiaccio.
Non è fantascienza, ma ci va vicino. «Stiamo valutando l’ipotesi che, in epoche remote, un oceano d’acqua sotterraneo possa essersi congelato. Il conseguente aumento di volume avrebbe potuto aprire crepe sul suolo di Caronte, permettendo così a fiumi di lava formata di acqua d’affiorare in superficie», dice Paul Schenk, del team di New Horizons.
E questa non è che una delle due facce di Caronte. Quella che New Horizons ha potuto cogliere durante il suo rapidissimo sorvolo. Dell’altra metà del volto della luna non si sa alcunché, e nulla ne sapremo per chissà quanti anni ancora, vista la distanza abissale che ci separa.
Se può consolarci, eventuali abitanti di Plutone dovrebbero tenersi la curiosità almeno quanto noi, se non peggio. I due corpi sono infatti in rotazione sincrona l’uno rispetto all’altro. Il che implica non solo che Caronte mostri sempre lo stesso volto a Plutone, come avviene per la Luna con la Terra, ma anche che Plutone faccia altrettanto. In altre parole, gli ipotetici abitanti di un emisfero di Plutone vedranno sempre una sola metà di Caronte, ma quelli che vivessero nell’emisfero opposto Caronte non lo potrebbero vedere proprio mai. E mai potrebbero nemmeno indovinare quale meraviglioso spettacolo si perdono.
di Marco Malaspina (INAF)

Plutone, un singolare cocktail geologico

«Plutone ci sta mostrando una diversità di morfologia e una complessità di processi forse addirittura superiore a tutto ciò che abbiamo finora visto nel sistema solare», commenta entusiasticamente Alan Stern, il responsabile scientifico di New Horizons del Southwest Research Institute (SwRI), alla vista delle ultime immagini ad alta risoluzione inviate da New Horizons. «Se un artista avesse disegnato in questo modo una raffigurazione di Plutone prima del nostro sorvolo ravvicinato, probabilmente l’avrei definita assolutamente esagerata. Invece è proprio quello che si trova lassù».
New Horizons ha iniziato il download delle immagini riprese durante il flyby del 14 luglio scorso, che richiederà un anno perché vengano scaricate tutte. Le immagini arrivate in questi ultimi giorni hanno più che raddoppiato la quantità di superficie di Plutone vista alla risoluzione di 400 metri per pixel.
I mosaici ottenuti dalla composizione di diverse immagini a questa risoluzione rivelano nuove e differenziate caratteristiche, come possibili dune, colate di ghiaccio d’azoto che – apparentemente – fuoriescono da regioni montuose riversandosi sulla pianura, reti di valli scolpite presumibilmente dal materiale che scorre sulla superficie di Plutone.
Si distinguono anche grandi regioni con montagne aggregate in maniera caotica, che ricordano i cosiddetti terreni perturbati sulla luna ghiacciata di Giove, Europa.
«La superficie di Plutone è tanto complessa quanto quella di Marte», dice Jeff Moore, direttore del gruppo di Geologia, Geofisica e Imaging (GGI) allo Ames Research Center della NASA, a Moffett Field, in California. «Le montagne disposte in modo caotico potrebbero essere enormi blocchi di duro ghiaccio d’acqua, galleggianti su un vasto deposito di azoto congelato, più denso e morbido, all’interno della regione informalmente chiamata Sputnik Planum».
Le nuove immagini mostrano anche la parte di terreno più intensamente craterizzata – e quindi più antica – finora vista su Plutone, subito accanto alle più giovani pianure ghiacciate, per la maggior parte senza crateri. Gli scienziati pensano di intravedere anche quello che potrebbe essere un campo di dune scure, prodotte dal vento.
«Vedere dune su Plutone – se di questo effettivamente si tratta – sarebbe alquanto sorprendente, dal momento che l’attuale atmosfera di Plutone è così sottile», spiega William B. McKinnon, dalla Washington University di St. Louis e vice direttore del GGI. «O Plutone possedeva un’atmosfera più spessa in passato, oppure è in atto qualche processo che non abbiamo ancora capito. E’ un vero rompicapo».
Altre immagini arrivate nei giorni scorsi hanno inoltre rivelato che la foschia atmosferica globale di Plutone ha molti più strati di quanto si fosse potuto distinguere nelle prime immagini compresse inviate a Terra lo stesso giorno del sorvolo, e come invece si può apprezzare nella versione a risoluzione piena dell’istantanea “in controluce” ripresa da New Horizons da 770.000 km di distanza mentre abbandonava il pianeta nano dopo il loro fugace incontro.
Infine, gli scienziati si sono accorti che la foschia atmosferica attorno a Plutone crea un effetto crepuscolare che illumina leggermente anche il terreno sul lato notturno, oltre la linea d’ombra del tramonto, rendendolo visibile alle fotocamere a bordo di New Horizons. «Questo punto di vista crepuscolare aggiuntivo è un dono meraviglioso di cui Plutone ci ha omaggiato», ha detto John Spencer del Southwest Research Institute a Boulder, in Colorado, un altro vicedirettore del GGI. «Ora siamo in grado di studiare la geologia di un terreno che non ci saremmo mai aspettati di vedere».
Le scoperte fatte nel nuovo set di immagini non sono limitate alla superficie di Plutone. Riprese più dettagliate, rispetto a quelle quelle disponibili finora, dei satelliti di Plutone Caronte, Nix e Hydra sono in fase di caricamento sul sito che raccoglie le immagini grezze della fotocamera Long Range Reconnaissance Imager (LORRI). Gli scienziati anticipano che queste immagini evidenziano bene come ogni luna sia unica, e come il passato di Caronte sia stato alquanto travagliato.
Nell’immagine riprodotta qui sopra, che abbraccia tutti i 1.200 km di diametro della luna, Caronte mostra infatti i segni evidenti di una storia geologica sorprendentemente complessa, tra cui: fratturazione tettonica; pianure frammentate relativamente lisce in basso a destra; diverse enigmatiche montagne circondate da formazioni sprofondate nel terreno sul lato destro; regioni piene di crateri al centro e nella parte superiore sinistra del disco. I dettagli più piccoli distinguibili in questa immagine sono di dimensioni attorno ai 4,5 km.
Per quanto riguarda l’eroina di questa vicenda, la sonda New Horizons, si trova ora a più di 5 miliardi di chilometri dalla Terra, e a più di 70 milioni di chilometri oltre Plutone. La navicella è in salute e tutti i sistemi a bordo funzionano correttamente, rassicurano dal centro di controllo. Foto sul sito INAF
di Stefano Parisini (INAF)

Caronte e la montagna sprofondata

Ogni giorno una nuova emozione con New Horizons e sarà così ancora per molti mesi. La sonda della NASA (lanciata nove anni fa alla volta di Plutone) invia dati e immagini uniche che ci fanno conoscere nel dettaglio il pianeta nano Plutone e il sistema delle sue lune. In particolare questa volta il protagonista è Caronte, il satellite naturale più grande e quello che col pianeta nano (è stato declassato nel 2006) forma una sorta di sistema binario (le altre lune – alcune dalla forma bizzarra – sono più piccole).

La luna Caronte, che con Plutone forma una sorta di sistema binario. Crediti: NASA-JHUAPL-SwRI

In questa straordinaria immagine, la sonda della NASA ci mostra uno zoom su Caronte e sulla sua superficie, che presenta delle caratteristiche particolari, come un grande numero di crateri. Quello che più ha sorpreso gli esperti del JPL (California) è una montagna sorta all’interno di una enorme fossa (una depressione nel terreno con un picco al centro). Nell’inserto è possibile vederla nell’angolo in alto a sinistra.
L’immagine elaborata dalla NASA mostra un’area di circa 390 chilometri dall’alto in basso ed è solo un’anteprima di quanto sarà possibile vedere sul resto della superficie di Caronte. Purtroppo questa è un’immagine fortemente compressa (risale al 14 luglio), ma versioni più nitide verranno pubblicate quando i dati full-fidelity dello strumento LORRI (Long Range Reconnaissance Imager) arriveranno a terra.
di Eleonora Ferroni (INAF)

Plutone e le sue lune: che spettacolo!

E’ come se noi fossimo lì, a quasi cinque miliardi di chilometri dalla nostra casa, la Terra: davanti ai nostri computer, tv o smartphone abbiamo lo storico privilegio di poter ammirare Plutone e i suoi satelliti come mai nessuno aveva potuto. La NASA ha da poco rilasciato queste prime, spettacolari immagini del pianeta nano e dei suoi compagni di viaggio nel Sistema solare, prese dalla sonda New Horizons.

Un dettaglio dells superficie di Plutone
ECCO PLUTONE – La prima immagine presa il 13 luglio scorso dal Long Range Reconnaissance Imager (LORRI) ci mostra Plutone alla distanza di 768.000 chilometri da New Horizons. Questa è l’ultima e più dettagliata ripresa del corpo celeste inviata a Terra prima del flyby del 14 luglio.
LE MONTAGNE DI PLUTONE – Ebbene, anche Plutone ha le sue montagne. Eccole emergere fino a un’altitudine di 3.500 metri in questo dettaglio preso in prossimità della regione equatoriale del pianeta nano. Probabilmente queste catene montuose si sono formate circa 100 milioni di anni fa, un’inezia rispetto all’età del Sistema solare, stimata in 4,56 miliardi di anni.
«L’immagine ad alta risoluzione di Plutone mostra due aspetti estremamente significativi: l’assenza di crateri e “montagne” piuttosto rilevate (4000m)» commenta Fabrizio Capaccioni, ricercatore dell’INAF-IAPS. «Nel primo caso la mancanza di crateri indica una superficie giovane, almeno più giovane di 100 milioni di anni. Non ci sono fenomeni mareali su Plutone che possano giustificare una attività interna, quindi dobbiamo aspettarci che il calore sia generato da elementi radioattivi nel nucleo e mantello. Da questo si ricava che l’attività interna deve essere intensa e causa un ringiovanimento della superficie attraverso la presenza di vulcani. Viste le temperature cosi basse (40 kelvin o meno) questi non sono vulcani come li immaginiamo ma criovulcani, ovvero una sorta di geysers che, a causa della sublimazione dei gas nella crosta interna (o mantello), producono eruzioni di elementi volatili (molecole di azoto, metano, monossido di carbonio) che poi si ridepositano sulla superficie, formando una crosta sottile, o si disperdono nell’atmosfera. Questo ci porta alla secondo aspetto interessante, la presenza di montagne di 4000m può essere sostenuta soltanto da un materiale più consistente di ghiaccio di metano o azoto, ovvero ghiaccio d’acqua. Questo fa intuire che la crosta di materiali volatili può essere soltanto una crosta sottile che ricopre una crosta con abbondanza di ghiaccio d’acqua».
CARONTE, COSI’ VARIEGATO Questa ripresa di Caronte, la luna maggiore del sistema di Plutone, sempre ottenuta da LORRI il 13 luglio scorso da una distanza di 466.000 chilometri, mostra una serie di fratture sulla crosta del corpo celeste che si estendono per centinaia di chilometri, formando profondi canyon. Nonostante il livello di dettaglio, che permette di osservare strutture delle dimensioni di 5 chilometri, l’immagine è molto compressa. Quella a piena risoluzione verrà inviata a Terra in un secondo momento.
Altre informazioni arrivano dallo strumento Ralph che ha iniziato a tracciare una mappa della distribuzione del metano ghiacciato sulla superficie di Plutone, che risulta alquanto diseguale tra le regioni polari e quelle equatoriali e una immagine della piccola luna Idra. Seppure apparentemente sgranata, è la più dettagliata ripresa del corpo celeste che misura appena 43 chilometri per 33. Questo è solo il primo assaggio dei moltissimi dati scientifici e immagini che New Horizons ha iniziato a inviarci e grande è la soddisfazione del team NASA che ha partecipato alla conferenza stampa conclusasi qualche minuto fa. Il trasferimento dei dati a Terra sarà un processo molto lungo, che richiederà molti mesi per essere completato. Ma l’attesa, c’è da scommetterci, sarà sicuramente ripagata…
di Marco Galliani (INAF)

Verso Plutone e oltre

Le immagini dell’incontro ravvicinato con Plutone arrivano esattamente mezzo secolo dopo la prima foto da Marte, presa dal Mariner 4, nel luglio 1965. Mezzo secolo per passare vicino a (o toccare) tutti i pianeti, più un assortimento di corpi minori: satelliti, asteroidi e comete. Homo sapiens planetarius ha completato l’esplorazione “in situ” del sistema solare in poco più di una generazione. E’ un successo incredibile, al quale prestiamo troppo poca attenzione. Per ottenerlo, la NASA e le altre agenzie spaziali hanno usato un capitale umano paragonabile a quello per le grandi Piramidi d’Egitto, su un tempo scala probabilmente simile. Ma con una grande differenza: alla fine della costruzione delle piramidi (e per molti secoli dopo), la tecnologia era sempre la stessa: pala, picco e ruota. Invece, le foto di New Horizons da Plutone contengono 5.000 volte più dati di quelli nelle foto del Mariner 4, pur mandate da Marte, la cui orbita è cento volte più vicina alla Terra. Un enorme balzo tecnologico, in mezzo secolo, direttamente ricaduto nell’avanzamento ormai irreversibile della qualità della nostra vita di tutti i giorni: se facciamo le foto con uno smart phone, se le spediamo e gestiamo senza pensarci, ma anche se il computer di oggi batte il campione mondiale di scacchi, molto deriva dalla tecnologia e dalle sfide spaziali. In più, per fortuna, siamo sempre meno ignoranti sull’Universo che ci circonda. Nel nostro sistema solare, Plutone era l’ultimo grande problema, un oggetto praticamente sconosciuto. Grazie a New Horizons, già sappiamo che è fatto di due terzi di sasso e un terzo di ghiaccio, che ha una sottile atmosfera di metano e di azoto, dove ogni tanto cadono fiocchi di neve di metano (o altro, vedremo). Prima di capire meglio Plutone, Caronte e gli altri quattro satelliti (tutti con nomi da mitologia funebre) passerà un po’ di tempo. Dopo dieci anni di viaggio, il bello della missione di New Horizons è concentrato in due ore e mezzo: la durata del fly-by. Verranno prese immagini e dati in quantità maggiori di quanto la sonda possa inviare in tempo reale. Memorizzata, l’informazione ci arriverà ai ritmi imposti dalla potenza di bordo e dalla distanza. Continueremo a ricevere immagini sempre nuove, per noi, per più di un anno e mezzo. E dopo il fly-by? la sonda passa e non può fermarsi, non avrebbe abbastanza carburante per frenare. Al di là di Plutone si apre la grande, sconosciuta “terza zona” del sistema solare, che viene dopo la zona interna dei quattro pianeti rocciosi e la successiva dei quattro gassosi. Quello che era il nono pianeta, e che adesso è un nanopianeta, sta sulla soglia della grande fascia esterna, una specie di freezer pieno di ziliardi di oggetti strani, rimasti lì, uguali a loro stessi dalla nascita del sistema solare, quasi cinque miliardi di anni fa. New Horizons sarà il quinto oggetto fatto dall’uomo a uscire dal sistema solare, ma prima dovrà passare per la sua misteriosa e antica periferia e sarà anche l’unico a poterla studiare.
Giovanni Bignami

Il cielo del mese: la posizione dei pianeti

Posizione dei pianeti nel mese di aprile 2015. Mercurio: nella prima metà del mese il pianeta è completamente inosservabile. Il 10 aprile Mercurio si trova in congiunzione con il Sole. Nell’ultima decade di aprile la situazione evolve rapidamente verso il periodo di migliore osservabilità serale dell’anno per il pianeta. L’altezza di Mercurio sull’orizzonte occidentale aumenta rapidamente e la sera potremo individuarlo appena cala l’oscurità. Alla fine di aprile Mercurio tramonta quasi due ore dopo il Sole. Venere: come nei mesi precedenti, prosegue l’incremento dell’intervallo di tempo a disposizione per ammirare il pianeta più brillante. Tra la fine di aprile e l’inizio di maggio si verifica il periodo di migliore osservabilità serale di Venere per l’anno in corso. All’inizio di aprile Venere tramonta oltre 3 ore dopo il Sole, mentre a fine mese ciò accade dopo oltre 3 ore e mezza. Venere completa l’attraversamento della costellazione dell’Ariete il 7 aprile, quando fa il suo ingresso nel Toro, che attraversa quasi per intero.
Marte: volge al termine il periodo di osservabilità serale del pianeta rosso. Per molte settimane lo abbiamo osservato non molto distante da Venere. Ma mentre quest’ultimo attraversa rapidamente la costellazione del Toro, Marte rimane invece per tutto il mese nell’Ariete, quindi via via più basso sull’orizzonte ad Ovest, fino a trovarsi ancora più basso di Mercurio, con cui è in congiunzione il giorno 23. Alla fine di aprile Marte è ormai immerso nella luce del crepuscolo serale, praticamente inosservabile.
Giove: dopo il tramonto del Sole, al calare dell’oscurità, Giove si trova al culmine in direzione Sud. Con il passare dei giorni si riduce gradualmente l’intervallo di osservabilità del pianeta gigante e a fine mese, all’inizio della notte, Giove si trova già oltre il meridiano a Sud e nel corso della prima parte della notte lo si può osservare agevolmente a Sud-Ovest, dove si avvia a tramontare prima della comparsa delle prime luci dell’alba. Inizialmente Giove continua a spostarsi con moto retrogrado nella costellazione del Cancro, ma l’8 aprile il pianeta inverte il moto, tornando a spostarsi con moto diretto avvicinandosi lentamente al limite con il Leone.
Sempre degni di nota i 4 satelliti galileiani (Io, Europa, Ganimede e Callisto), che si mostrano come piccoli puntini bianchi che danzano da un lato all’altro del pianeta sulla linea dell’equatore creando spettacolari configurazioni.
Saturno: il pianeta continua ad anticipare l’orario del proprio sorgere e con il passare delle settimane sarà sempre più facile riuscire a scorgerlo al suo apparire a Sud-Est già prima della mezzanotte. Saturno si sta ancora spostando con moto retrogrado nella costellazione dello Scorpione, in direzione della Bilancia.
Urano: il pianeta è inosservabile. Il 6 aprile si trova in congiunzione con il Sole. A fine mese ricompare al mattino, ma ancora estremamente basso sull’orizzonte orientale, dove è praticamente impossibile individuarlo tra le luci dell’alba. Il pianeta si trova ancora nella costellazione dei Pesci.
Nettuno: il pianeta compare al mattino presto sull’orizzonte orientale, poco prima del sorgere del Sole. L’osservazione di Nettuno è ancora molto difficoltosa, sia per la modesta altezza sull’orizzonte, sia per la bassa luminosità, che richiede comunque l’uso del telescopio. Nettuno si trova ancora nella costellazione dell’Acquario, dove è destinato a rimanere per un periodo estremamente lungo, fino all’anno 2022.
Plutone: preso atto della riclassificazione di Plutone a plutoide da parte della IAU (Parigi, Giugno 2008), la nostra rubrica includerà comunque l’osservabilità dell’astro. Cresce l’intervallo di osservabilità di Plutone, tanto che a fine mese lo si può seguire per quasi tutta la seconda metà della notte, dal suo sorgere fino quasi alla culminazione a Sud, che avviene poco prima del sorgere del Sole. Plutone si trova ancora nella parte alta della costellazione del Sagittario, costellazione che lo ospiterà per molti anni ancora, fino al 2023. In condizioni favorevoli all’osservazione sono necessari un cielo scuro, una buona carta stellare e almeno un telescopio da 8″ di apertura (200mm), data la sua magnitudo 14.
Stefano Simoni (Astronomia.com)

Plutone: più di un punto lontano

La NASA rende omaggio a Clyde Tombaugh, l’astronomo americano che per primo, nel 1930, vide un punto luminoso, lontano lontano, alla periferia del Sistema Solare: Plutone. Oggi quel pianeta è qualcosa di più che un punto nel cielo. E a mostrarcelo sono le prime immagini raccolte dalla sonda New Horizons, in viaggio verso lo storico incontro con il pianeta nano in programma per il prossimo 14 luglio, quando la navicella statunitense ne infilerà l’orbita. «È il primo passo verso Plutone. Man mano che ci avviciniamo avremo modo di scoprire il freddo e inesplorato Plutone scoperto da Tombaugh 85 anni fa», spiega Alan Stern, Principal Investigator di New Horizons presso il Southwest Research institute di Boulder, Colorado. Nelle nuove immagini scattate dal telescopio Long-Range Reconnaissance Imager (LORRI) – montato sulla sonda NASA – Plutone e Caronte, la maggiore delle cinque lune del pianeta. New Horizons ha iniziato il suo lungo viaggio verso Plutone nove anni fa. Oggi è nella prima delle fasi di approccio al pianeta che la porteranno il prossimo 14 luglio a infilare l’orbita di Plutone per ilprimo fly-by di questo lontano corpo del Sistema Solare, a 7,5 miliardi di chilometri dalla Terra. La sonda NASA si è svegliata da un lungo letargo solo lo scorso dicembre, ma presto avvicinerà le orbite dei cinque satelliti in orbita attorno al pianeta nano. Il 25 gennaio scorso ha iniziato a raccogliere immagini grazie al Long-Range Reconnaissance Imager (LORRI) che rientra nel pacchetto strumenti di New Horizons. Raccogliere fin da subito importanti informazioni sulla dinamica dei satelliti di Plutone è fondamentale, anche per ciò che concerne la stessa navigazione del veicolo spaziale in questi ultimi 220 milioni di chilometri che mancano alla meta. Nel corso di questa prima fase di avvicinamento sono previste una serie di attività scientifiche supplementari (vedi MediaINAF), fra cui una raccolta dati sul cosiddetto ambiente interplanetario, una serie di misurazioni del flusso di  particelle ad alta energia provenienti dal Sole e un’analisi delle polveri nella zona interna della Fascia di Kuiper. La regione esterna e inesplorata del Sistema Solare potrebbe nascondere migliaia di piccoli pianeti rocciosi. Al di là di quelli che siamo abituati a considerare i confini del nostro “cortile” potrebbero nascondersi nuove e interessanti scoperte. Per l’accensione delle telecamere e degli spettrometri di bordo bisogna però attendere la primavera, quando New Horizons ci regalerà immagini a una risoluzione oggi irraggiungibile con i telescopi da Terra.
di Davide Coero Borga (INAF)

Tritone mappato da cima a fondo

Non è raro che vecchie pellicole ormai usurate dal tempo vengano restaurate tornando a nuova vita nel mondo del cinema. La stessa cosa è accaduta alle immagini che per prime hanno ritratto la luna di Nettuno, Tritone, nel lontano 1989, quando la sonda della NASA Voyager 2 effettuò il primo fly-by sorvolandola da una distanza di circa 40 mila chilometri. Adesso con queste immagini è stata realizzata la più accurata mappa globale a colori del satellite appartenente all’ultimo pianeta del Sistema solare. Paul Schenk, uno scienziato del Lunar and Planetary Institute a Houston, ha utilizzato le vecchie immagini anche per realizzare un’animazione che ricrea lo storico incontro tra Voyager 2 e la luna, avvenuto esattamente il 25 agosto di 25 anni fa.  Quella rilasciata dalla NASA è una mappa eccezionalmente dettagliata, con risoluzione di 600 metri per pixel, di uno dei principali satelliti naturali del Sistema solare esterno, nonché uno dei più massicci. L’elaborazione è stata realizzata esaltando i colori e i loro contrasti, senza però stravolgerli: secondo gli esperti le immagini dovrebbero rappresentare le tinte naturali di Tritone, anche se la strumentazione della sonda Voyager 2 possedeva una visione leggermente diversa da quella dell’occhio umano. Nel 1989, la maggior parte dell’emisfero settentrionale era nelle tenebre e non era visibile dalle ottiche della sonda della NASA: a causa della velocità di Voyager 2 (25 chilometri al secondo) e della lenta rotazione di Tritone, un solo emisfero è stato visto chiaramente a distanza ravvicinata, mentre il resto della superficie era o al buio o è stato ripreso in maniera sfocata.  “Dopo 25 anni abbiamo dimenticato forse quanto strana ed esotica sia davvero la luna Tritone!”, ha scritto Schenk in un post sul suo blog. “L’effettiva età della superficie può essere attorno ai 10 milioni di anni, il che implica chiaramente che i fenomeni geologici sono ancora piuttosto attivi oggi”, ha aggiunto. La sonda Voyager 2 non si è limitata solo a fotografare la luna, ma ha anche scoperto dei pennacchi nell’atmosfera di Tritone, che lo rendono uno degli oggetti più attivi nel Sistema solare esterno, insieme alla luna di Giove Io e alla luna di Saturno Enceladus. La mappa copre l’intervallo che va dai tre giorni precedenti all’incontro, fino a tutta la settimana successiva della traiettoria in uscita e per cercare di riprodurre, più o meno fedelmente, i colori reali sono stati utilizzati l’arancione, il verde e il blu. La mappa è un’anteprima di quello che la sonda New Horizons potrebbe mostrarci quando arriverà vicino Plutone fra un anno (il 14 luglio 2015). Gli scienziati cercheranno di comparare i dati di Tritone con quelli che varranno raccolti su Plutone per capire le differenze o le similitudini nella loro storia e nella loro formazione. Entrambi i corpi hanno avuto origine nel Sistema solare esterno, ma Tritone è stato catturato da Nettuno e ha subito una storia termica radicalmente diversa da quella Plutone. È improbabile che Plutone sia una copia esatta di Tritone, ma alcune caratteristiche della superficie e dell’interno potrebbero essere già state svelate da Voyager 2: la luna di Nettuno è leggermente più grande di Plutone, ha una densità interna e una composizione molto simile, e ha gli stessi elementi volatili ghiacciati sulla sua superficie. Su entrambi i corpi si trovano monossido di carbonio, anidride carbonica, metano e azoto ghiacciato.
di Eleonora Ferroni (INAF)
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