Ammassi di galassie in collisione

Questo mese si festeggiano i cento anni dalla pubblicazione da parte di Albert Einstein della teoria della relatività generale, uno dei risultati scientifici più importanti del secolo scorso Una delle implicazioni fondamentali che deriva della teoria di Einstein è che la materia deforma il tessuto dello spazio-tempo, e quindi la presenza di un oggetto massiccio può causare una deflessione osservabile di un raggio di luce. La prima prova osservativa di questo effetto è stata raccolta durante un’eclissi solare, poiché la luce di una stella lontana, prospetticamente vicina al disco del Sole, è stata deviata nel passaggio nei pressi della nostra stella, risultando più lontana dal disco rispetto a quanto ci si aspettava. Gli astronomi hanno poi osservato molte altre volte questo fenomeno, che è stato chiamato “lente gravitazionale” e ha permesso di studiare nel dettaglio galassie e ammassi di galassie molto lontani da noi. Gli ultimi risultati ottenuti per l’ammasso di galassie chiamato “Cheshire Cat” (in italiano “lo stregatto”) mostrano come le teorie di cento anni fa possono dare anche oggi risultati sorprendenti. Gli astronomi hanno dato questo nome all’ammasso a causa della forma, che somiglia a quella del volto sorridente di un felino. Le singole galassie del sistema sono state anche osservate nella banda visibile utilizzando il Telescopio Spaziale Hubble della NASA. Ognuna delle due galassie che fungono da “occhi” è il membro più brillante del proprio gruppo, inoltre i due gruppi di galassie stanno viaggiando uno verso l’altro a quasi 500.000 km/h. I dati raccolti dal telescopio ai raggi X Chandra della NASA (in viola nell’immagine), pubblicati su un articolo apparso suThe Astrophysical Journal, mostrano la presenza di gas caldo (fino a milioni di gradi). I dati estremamente dettagliati di Chandra hanno inoltre permesso di rivelare che l’”occhio” sinistro contiene un buco nero supermassiccio in piena attività. Gli astronomi stimano che i due “occhi” dello stregatto si fonderanno in circa un miliardo di anni, lasciando al loro posto una grande galassia e decine di piccole satelliti. A quel punto forse il nome più appropriato per il gruppo diventerà “Ciclope”.
di Elisa Nichelli (INAF)

Hubble ci regala un sorriso

I fratelli Murray e Bernard Spain che lo resero celebre utilizzandolo in una campagna pubblicitaria per vendere oggetti da bigiotteria – bottoni, tazze per il caffè, t-shirt, etichette adesive e spillette – di certo non immaginavano che avrebbero creato un fenomeno destinato a sopravvivere ben oltre i ben pur gloriosi anni Ottanta.
Lo smile è l’emoticon per eccellenza della messaggistica istantanea degli anni Dieci in questo nuovo millennio ma l’icona sorridente è anche di più: un ammasso di galassie, dall’impronunciabile sigla SDDSS J1038+4849, fotografato da Hubble Space Telescope.

Complice il fenomeno delle lenti gravitazionali, Hubble Space Telescope ci regala il sorriso dell’ammasso di galassie SDDSS J1038+4849. Crediti: NASA / ESA.

Nella foto: complice il fenomeno delle lenti gravitazionali, Hubble Space Telescope ci regala il sorriso dell’ammasso di galassie SDDSS J1038+4849. Crediti: NASA / ESA.

Due grandi occhi dal colore ambrato, una sorta di bottone bianco al posto del naso e un largo sorriso di luce. Questo si vede chiaramente nell’immagine raccolta dal telescopio spaziale gestito da Nasa e Agenzia Spaziale Europea (ESA). A disegnare lo smile cosmico è un effetto ottico ben noto in astrofisica, una lente gravitazionale (di cui spesso abbiamo scritto su MediaINAF) che in questo caso deforma due galassie molto luminose a formare una scia colorata nel cielo lontano fotografato dall’ottica di Hubble.
Gli ammassi di galassie sono fra le strutture più massicce dell’Universo ed esercitano una potente attrazione gravitazionale capace di deformare lo spazio-tempo e agire come un dispositivo ottico che ingrandisce, distorce e piega la luce dietro di esse. Un fenomeno, quello delle lenti gravitazionali, cruciale per molte delle scoperte fatte dal telescopio spaziale Hubble e che può essere facilmente spiegato con la teoria della relatività generale di Einstein.
E ancora Einstein dà il nome a questo particolare tipo di lente gravitazionale, conosciuto come anello di Einstein e prodotto da una sorgente luminosa in un anello attraverso l’effetto lente gravitazionale sulla luce della sorgente dovuta a un oggetto con una massa estremamente grande (come un’altra galassia o un buco nero). Un fenomeno raro che si verifica quando la sorgente, la lente e l’osservatore sono perfettamente allineati.
Il primo anello di Einstein completo – B1938+666 – venne scoperto nel 1998. Da allora Hubble ha fornito agli astronomi ben più di una volta strumenti nuovi e sorprendenti per sondare l’Universo primordiale.
di Davide Coero Borga (INAF)

ALMA mette le galassie sotto la lente

Il telescopio ALMA (Atacama Large Millimeter/submillimeter Array), ha individuato alcune delle più distanti galassie attive nel nostro Universo. Il team di ricercatori si è servito del cosiddetto effetto della lente gravitazionale, un effetto in cui la luce di una galassia distante è deviato dall’influenza gravitazionale di una galassia più vicina a chi osserva, che agisce come una lente e fa apparire la galassia più grande e più luminosa. Affinché il gioco riesca è necessario che la galassia più distante sia quasi perfettamente situata dietro la “galassia lente”. L’osservazione di tale fenomeno è per questo molto rara. Yashar Hezaveh, tra gli autori degli articoli pubblicati su  Nature e su The Astrophysical Journal, ha spiegato che questo effetto “permette di misurare la distribuzione della materia oscura nelle galassie nel dettaglio. Questi tipi di studi in precedenza sono stati possibili solo a lunghezze d’onda nella luce visibile con il telescopio spaziale Hubble, ma ora i nostri risultati dimostrano che, grazie ad ALMA, gli studi sulla lente gravitazionale sono entrati in una nuova fase”. In passato solo poche galassie erano state studiate a lunghezze d’onda submillimetriche. “Le nuove osservazioni ad alta risoluzione di ALMA hanno permesso di studiare decine di sistemi simili”, ha affermato Gil Holder, co-autore della ricerca. Il gruppo internazionale di ricercatori ha individuato queste galassie esplorando una vasta area del cielo con il South Pole Telescope (SPT), un radiotelescopio di 10 metri situato proprio in Antartide. Solo in un secondo momento è stato usato ALMA per ottenere immagini a più alta risoluzione, confermando che la luce delle galassie è stata distorta in base alla teoria delle lenti gravitazionali. Le galassie sono poi state nuovamente osservate con ALMA per misurare la luce emessa dalle molecole di monossido di carbonio nelle galassie, e da questa risalire alla loro distanza. Gli astronomi hanno scoperto che molte di queste galassie si trovano a una distanza maggiore rispetto a quanto immaginato: la luce delle molecole ha impiegato più di 12 miliardi di anni per raggiungerci. Dai dati analizzati si evince  che alcune delle galassie attive più distanti brillano quasi come 40 milioni di stelle simili al Sole e producono nuove stelle a un ritmo di 4000 stelle all’anno. L’attività di produzione stellare sembra sia cominciata molto presto, circa un miliardo di anni  dopo il Big Bang. La nostra galassia non regge minimamente il confronto, producendo una media di una stella simile al Sole all’anno. L’obiettivo del team di ricerca è capire proprio il segreto della grande attività di formazione stellare, rispondendo anche ad alcune domande anche sulla formazione della Via Lattea.
di Eleonora Ferroni (INAF)

Dietro le lenti oscure del cosmo: tutta la dark matter in una mappa

«Elementare, mio caro Watson», avrebbe forse esclamato Sherlock Holmes innanzi al procedimento seguito dal team del telescopio spaziale ESA Planck per ricostruire la mappa della materia più inafferrabile che si conosca: l’elusiva materia oscura. Solo che, mentre il detective londinese usava la sua inseparabile lente come strumento, per far emergere dalla scena del delitto microscopici indizi, i cosmologi di Planck hanno seguito il processo inverso: hanno usato gli indizi per far emergere la lente. Un processo, assicurano, tutt’altro che elementare. Ma che ha portato a un risultato straordinario: la mappatura completa, a tutto cielo e in tre dimensioni – le due spaziali della mappa e quella temporale – della distribuzione della materia oscura nello spazio e nel tempo.
Il fenomeno della lente gravitazionale è ben noto agli astronomi, che lo usano da tempo per sondare gli oggetti più distanti: il percorso della luce emessa da una galassia distante, per esempio, attraversando nel suo viaggio verso di noi zone ad alta densità di materia, subisce una deviazione, dando nei casi più fortunati origine a un ingrandimento. Ecco così che la microscopica galassia, assumendo forme distorte come quella — notissima — del cosiddetto “anello di Einstein”, viene amplificata al punto da diventare visibile.
Ora, queste “lenti naturali” sono costituite nella maggior parte dei casi da densi agglomerati di materia oscura: materia che, pur essendo a tutt’oggi non rilevabile direttamente, esercita la sua attrazione gravitazionale su tutto ciò che la circonda e la sfiora. Non solo sulla luce proveniente da singole galassie e ammassi di galassie, dunque, ma anche sui fotoni primordiali, quelli appunto catturati da Planck nel corso della sua missione per ricostruire l’immagine del cosmo a 380mila anni dal Big Bang.
Eccoci così al ragionamento “elementare” seguito dagli scienziati di Planck: se le lenti gravitazionali di materia oscura alterano il percorso della luce primordiale, confrontando le differenze fra l’immagine originale e quella giunta fino a noi – vale a dire, la mappa della CMB, la cosmic microwave background radiation raccolta da Planck – dovrebbe essere possibile ricostruire dove si trovano, quelle lenti, e quale forma hanno. E poiché quelle “lenti” sono per lo più addensamenti di materia oscura, la ricostruzione dovrebbe corrispondere alla mappa della materia oscura nell’intero cosmo.
Certo, c’è un problema: grazie a Planck abbiamo sì l’immagine a valle delle lenti, ma quella originaria? Ebbene, si può almeno in parte inferire statisticamente, osservando le anomalie nella conformazione di alcuni cold spot, i punti freddi presenti nella mappa stessa, rispetto alla loro forma tipica. Operazione tutt’altro che semplice, però, e soggetta a un inevitabile “rumore statistico”, come spiega Karim Benabed, dell’Istituto di Astrofisica di Parigi: «Isolare l’effetto digravitational lensing nella CMB è estremamente difficile, perché ciò che dobbiamo individuare è la deformazione di un segnale già di per sé assai poco strutturato. Siamo perciò costretti a far ricorso a metodi statistici, che ci consentono di individuare e sfruttare scostamenti minimali presenti nella forma della CMB per ricostruire il potenziale gravitazionale della struttura che ha causato queste distorsioni».
«È un po’ come cercare d’indovinare la conformazione del suolo, al di sotto a un terreno innevato, potendo osservare solo lo spesso strato di neve che lo copre. Parte di ciò che vedremmo sulla superficie bianca è conseguenza, in effetti, della conformazione del terreno o della presenza di pietre e altri oggetti al di sotto della neve. Tuttavia», mette in guardia Benabed, «potremmo anche notare altre caratteristiche causate da null’altro che dalla distribuzione non uniforme dello strato di neve stesso, e dedurne erroneamente che corrispondano a oggetti reali presenti al di sotto di esso».
Una mappa, dunque, da prendere con le molle, questa della distribuzione della materia oscura. Ma, in media, frutto di una ricostruzione assai accurata, garantiscono gli scienziati di Planck. E destinata a raggiungere gradi di accuratezza ancora maggiore una volta combinata con altre osservazioni, come sottolinea il project scientist di Planck Jan Tauber, dell’ESA: «La rilevazione del gravitational lensing della CMB su quasi tutto il cielo è un traguardo straordinario raggiunto da Planck: si tratta di un insieme di dati unico, che gli astronomi e i cosmologi studieranno per anni. In particolare, integrando i dati sul lensing gravitazionale ottenuto dalla CMB con quelli provenienti da sonde per lo studio di strutture a larga scala, come le survey di galassie, saremo in grado di approfondire la complessa relazione tra la distribuzione della materia oscura e di quella luminosa presenti nel nostro universo».
Ulteriori informazioni sono a disposizione sul sito INAF
di Marco Malaspina (INAF)

Una galassia lontanissima

La sua luce ha fatto un viaggio lungo quasi quanto l’età del nostro universo. E probabilmente non saremmo riusciti a captarla se a frapporsi tra lei e i nostri telescopi non ci fosse stato un ammasso di galassie, denominato MACS1149+2223. L’antichissima galassia, distante 13,2 miliardi di anni luce è stata scoperta da un team di ricercatori che collaborano al progetto di ricerca CLASH (Cluster Lensing And Supernova survey with Hubble) e a cui partecipano astronomi INAF attraverso due programmi PRIN coordinati da Massimo Meneghetti (INAF – Osservatorio Astronomico di Bologna) e da Mario Nonino (INAF – Osservatorio Astronomico di Trieste). Le riprese combinate dei telescopi spaziali Hubble e Spitzer l’hanno stanata, sfruttando anche il fenomeno della lente gravitazionale forte. Un effetto predetto dalla Teoria della Relatività Generale di Einstein, secondo cui la materia contenuta nelle strutture cosmiche è in grado di curvare la traiettoria di fotoni provenienti da sorgenti più lontane.
L’ammasso MACS1149+2223, che possiede una massa di circa 2,5 milioni di miliardi di volte quella del Sole, si è trasformato così in un vero e proprio telescopio gravitazionale, permettendo di focalizzare la tenue luce proveniente da una galassia molto più distante che si trova lungo la nostra linea di vista, amplificandola di ben 15 volte e permettendo così agli strumenti dei telescopi spaziali Hubble e Spitzer di individuarla.
La scelta di osservare e studiare gli effetti della Relatività Generale in corrispondenza degli ammassi di galassie non è casuale. Tanto più grande è la massa, tanto maggiore è l’effetto di lente gravitazionale. E quando si parla di grande massa, i gruppi di galassie come MACS1149+2223 non temono confronti, visto che possono contenere fino a diversi milioni di miliardi di masse solari. Si tratta quindi delle più potenti lenti gravitazionali osservabili in cielo, che a volte producono delle forti distorsioni nelle immagini di galassie lontane, producendo archi gravitazionali o, in altri casi,  gruppi di immagini multiple.  “Quando vengono osservate queste distorsioni, esse possono essere utilizzate per capire come è distribuita la materia nella lente” sottolinea Massimo Meneghetti. “Tuttavia il lensing gravitazionale è importante anche per un altro motivo: amplifica sorgenti lontane ed intrinsecamente molto deboli, rendendole più facilmente osservabili. Ciò è dovuto al fatto che la lente modifica la forma intrinseca dalla sorgente e l’area che essa occupa in cielo ma mantiene inalterata l’energia ricevuta per unità di superficie e per unità di tempo. Gli ammassi di galassie possono quindi essere usati come efficienti strumenti che la natura ci mette a disposizione per esplorare l’universo lontano”.
Ma la scoperta di questo oggetto celeste così remoto, riportata in un articolo pubblicato nell’ultimo numero della rivista Nature, è di grande utilità anche per ottenere nuove informazioni su una fase nell’evoluzione dell’universo tanto importante quanto ancora poco conosciuta, che prende il nome di Età Oscura (Cosmic Dark Age). Una fase in cui l’universo era avvolto da una nebbia di idrogeno neutro, in grado di assorbire la radiazione luminosa.  L’Età Oscura si concluse quando si formarono le prime stelle e la loro intensa radiazione ultravioletta rese lentamente trasparente la nebbia, tra 150 e 800 milioni di anni dopo il Big Bang, permettendo così alla luce delle stelle di propagarsi nel cosmo e arrivare, dopo un lunghissimo viaggio, fino a noi.
“Quella presentata nel nostro lavoro è la più convincente osservazione di una galassia a distanze così elevate (circa 13,2 miliardi di anni luce) fatta fino ad oggi” commenta Mario Nonino. “La scoperta di una galassia, che sulla base delle nostre osservazioni è stata scorta quando l’universo è verso la fine dalla cosiddetta Cosmic Dark Age, mostra come l’approccio di sfruttare l’amplificazione degli ammassi sia estremamente efficiente per osservare l’universo primordiale. Questo metodo potrà essere ulteriormente sfruttato per ottenere osservazioni più dettagliate sia con telescopi attuali, come ALMA, che con quelli di prossima generazione come l’europeo E-ELT (European Extremely Large Telescope) e il JWST (James Webb Space Telescope), il successore di Hubble”.
di Marco Galliani (INAF)

Occhi puntati sull’energia oscura

Vinca il migliore, e speriamo soprattutto che almeno uno dei due contendenti vinca qualcosa. Due survey (progetti di osservazione astronomica su grande scala) stanno per partire, in competizione l’una con l’altra, alla caccia dell’energia oscura, quella misteriosa forza che contrasta il rallentamento dell’espansione dell’Universo, e della cui natura i cosmologi non sanno praticamente nulla. Due progetti proveranno a capirci di più sfruttano su grande scala l’effetto del weak gravitational lensing, quello per cui la luce in arrivo dalle galassie più distanti viene “piegata” dalla presenza, lungo i suo cammino, di materia che con la sua attrazine gravitazionale distorce lo spazio-tempo. A differenze dell’effetto di lente gravitazionale “forte”, causato da grandi aggregati di materia, che è ben visibile anche su singole galassie, il weak lensing è rilevabile solo studiando migliaia di galassie. L’idea che accomuna i due progetti è di studiare questo tipo di effetto su grandi porzioni del cielo, prima di tutto per mappare la densità e la distribuzione della materia oscura (l’altro punto interrogativo negli attuali modelli cosmologici) e da qui, studiando come questa distribuzione si è modificata nel tempo, trovare tracce dell’azione dell’energia oscura.
Due i progetti, si diceva. Uno userà la Hyper Suprime-Cam (HSC), strumento inaugurato il 28 agosto sul telescopio da 8,2 metri “Subaru” nelle isole Hawaii. Entro il 2018 il progetto, coordinato da Satoshi Miyazaki del National Astronomical Observatory giapponese, conta di riprendere e catalogare 10 milioni di galassie lungo una sezione di cielo di 1500 gradi quadrati. L’altro progetto, chiamato Dark Energy Survey (DES), partirà alla fine di questo mese e userà il telescopio Blanco in Cile. Come ha spiegato a Nature Josh Frieman del Fermi National Accelerator Laboratory di Batavia, Illinois, coordinatore del progetto, DES avrà a disposizione più tempo osservativo rispetto a HSC, perché il telescopio sarà in gran parte dedicato a questa impresa. Dovrebbe così arrivare a 300 milioni di galassie su 5000 gradi quadrati, sempre entro il 2018. Tuttavia il telescopio Blanco è più piccolo (4 metri), e quindi non potrà osservare altrettando distante.
Certo, nessuno di questi progetti basati su telescopi terrestri può arrivare alla risoluzione che sarebbe consentita da un osservatorio spaziale, come la missione Euclid che l’Agenzia Spaziale Europea conta di lanciare nel 2019, e che consentirebbe di eliminare la distorsione introdotto dall’atmosfera terrestre.
di Nicola Nosengo (INAF)

Una galassia di materia oscura

Una città fantasma alla periferia del cosmo. Trabocca di materia, ma è avvolta nelle tenebre: le luci, se mai ci sono state, sono tutte spente. Così appare, sotto la lente d’ingrandimento gravitazionale, la galassia nana nella quale s’è imbattuto un team di astronomi guidato da Simona Vegetti, 32 anni ancora da compiere, ricercatrice post-doc al Dipartimento di fisica del MIT, il Massachusetts Institute of Technology.
Per individuarla sono stati necessari due strumenti, uno costruito dall’uomo e l’altro messo a disposizione dalla natura. Quello artificiale è l’occhio del telescopio Keck, alle Hawaii, la cui già invidiabile vista è stata resa ancor più acuta dall’ottica adattiva, in grado di annullare le distorsioni introdotte dalla turbolenza atmosferica. E quello naturale è l’anello di Einstein JVAS B19381+666, un sistema di lenti gravitazionali dal diametro d’un secondo d’arco scoperto negli anni Novanta.
Quello che Vegetti e colleghi hanno visto, se di vista si può parlare per un oggetto completamente buio, è una galassia satellite con una massa equivalente a circa 200 milioni di volte il nostro Sole. Ma lassù, di stelle, non c’è nemmeno l’ombra. Non solo: sembrano mancare all’appello anche le polveri, i gas e più in generale tutta quella materia ordinaria che conosciamo. L’ingrediente prevalente, se non l’unico, pare essere la sostanza enigmatica che costituisce circa un quarto di tutto il nostro universo: la materia oscura. Per capire un po’ meglio la portata di questa scoperta, Media INAF ha raggiunto Simona Vegetti nel suo ufficio di Cambridge, nel Massachusetts.
Una galassia di materia oscura è un caso unico, o se ne conoscono altre?
La galassia appare scura nel senso che a quella distanza, e con i telescopi attuali, non siamo in grado di osservarne le stelle ed il gas. Non abbiamo infatti osservato questa galassia direttamente, ma misurando l’effetto gravitazionale della sua massa. Anche se al momento non possiamo dire con certezza se questa galassia contenga o meno qualche stella, le proprietà che abbiamo misurato ci dicono che deve comunque essere fatta per lo più di materia oscura. Più di quanto accade per una galassia come la Via Lattea. Circa un anno fa abbiamo scoperto un’altra galassia simile, ma più vicina e più massiccia. Queste sono le uniche galassie satellite dominate da materia oscura al di fuori della Via Lattea e al di fuori di Andromeda al momento conosciute.
E quante ne potrebbero esistere?
Si pensa che la Via Lattea debba avere migliaia di piccole galassie satellite. Fino a ora, però, se ne sono osservate soltanto una trentina. Questo è un problema serio, e relativamente annoso, per le attuali teorie sulla formazione delle galassie. Una soluzione che consenta, allo stesso tempo, di salvare queste teorie è quella di assumere che le galassie satellite mancanti siano fatte solo di materia oscura, o che non contengano abbastanza gas e stelle per poter essere osservate con la strumentazione attuale: in pratica, significa ammettere che i satelliti esistono, ma non possiamo vederli. Una soluzione alternativa è quella d’ipotizzare l’inesistenza dei satelliti, ma implicherebbe modifiche alle proprietà della materia oscura, assumendola per esempio più calda di quanto non si ritenga ora.
Fra le due, quale le sembra più interessante?
Al momento la prima soluzione è quella preferita dalla maggior parte degli astronomi, soprattutto perché le attuali teorie sulla formazione delle galassie, pur presentando qualche problema, sono in grado di spiegare la maggior parte delle proprietà osservate delle galassie e dell’Universo in generale. Ulteriori osservazioni come la nostra, ma anche di altro tipo, sono necessarie prima di poter dire che tali teorie siano davvero inadeguate. Personalmente, non ho una preferenza per una o l’altra soluzione. Certo, se le attuali teorie risultassero parzialmente non corrette, si aprirebbe un periodo interessante per l’astronomia, durante il quale nuove teorie dovrebbero essere formulate e testate.
Sentiamo spesso parlare di materia oscura fredda. Lei stessa, poco fa, accennava alla possibilità che sia più calda di quanto non si pensi. Ma fredda o calda a che punto? Qual è la temperatura della materia oscura?
La temperatura della materia oscura si potrà misurare direttamente soltanto quando sapremo di quali particelle è fatta veramente. Al momento, possiamo basarci su osservazioni astronomiche per individuare un intervallo di temperatura entro cui la materia oscura dovrebbe trovarsi, dal quale possiamo poi dedurre il tipo di particella di cui è fatta. Al momento, si pensa che la materia oscura sia fredda: cioè, con una temperatura tra 0.5 e 2.0 KeV. Essenzialmente, la materia oscura deve essere abbastanza fredda da spiegare l’esistenza delle galassie più massicce e degli ammassi di galassie. Se in futuro scopriremo, per esempio con osservazioni come la nostra, che non esistono galassie con una massa più piccola di un certo valore, allora la materia oscura dovrà essere abbastanza calda perché questi oggetti non si formino. La massa della nostra galassia è al limite di quello che ci si aspetterebbe se la materia oscura fosse fredda, ma altri satelliti di questo tipo dovranno essere scoperti prima di poter confermare questa conclusione.
Che emozione si prova, a individuare un oggetto che per definizione non si può vedere?
Dopo tanto lavoro, ottenere un risultato di rilievo come questo è sicuramente molto gratificante. È stata una bella sorpresa, non ci aspettavamo di poter trovare una galassia così piccola a questa distanza.
A proposito, ha già un nome, la vostra galassia oscura? O avete già idea di come battezzarla?
Ho sempre pensato che fosse un po’ egocentrico dare nome agli oggetti che si scoprono. Credo mi piaccia lasciarla così, senza nome.
Pubblicare su Nature a nemmeno 32 anni non è da tutti. Qual è il segreto?
In realtà, rispetto ai colleghi che vengono da paesi, tipo il Regno Unito, dove l’iter scolastico è più breve, non sono poi così giovane. E pubblicare su Nature credo sia una bella soddisfazione a tutte le età. Non penso esista una ricetta segreta: per me è stato importante lavorare e avere il supporto di persone che stimo, persone che posso definire amici oltre che colleghi, e la passione per questo lavoro. Spesso la ricerca può essere difficile e frustrante: l’importante è non farsi scoraggiare dalle difficoltà.
E prima d’arrivare negli Stati Uniti? Dov’è iniziata la sua carriera d’astronoma?
Ho studiato al Liceo Linguistico di Aosta. Verso la fine del liceo ho capito che la mia vera passione non erano le lingue, ma la fisica. Così mi sono iscritta alla facoltà di fisica a Torino, dove mi sono laureata nel 2005. Mi sono poi trasferita per un dottorato in Olanda, all’Università di Groningen. Ho lasciato l’Italia soprattutto perché avevo voglia di fare un’esperienza all’estero. E sono molto contenta della mia scelta. Sia l’Olanda che gli Stati Uniti investono molto nella ricerca, e questo mi ha dato molte opportunità dal punto di vista professionale.
di Marco Malaspina (INAF)