Vortici lunari: i responsabili sono le comete?

Sono delle strane strutture chiare e sinuose che si estendono per decine o anche migliaia di chilometri sulla superficie lunare. La maggior parte di esse si trova sulla faccia nascosta della Luna, ma la più famosa, che prende il nome di formazione Reiner Gamma (dal suo profilo simile alla lettera dell’alfabeto greco), può essere ammirata puntando un telescopio verso l’Oceanus Procellarum, il grande bacino sul bordo occidentale del lato visibile del nostro satellite naturale. Reiner Gamma è uno dei cosiddetti vortici lunari. La loro origine è ancora dibattuta, ma ora un nuovo studio condotto da Peter Schultz (della Brown University, USA) e Megan Bruck Syal (ricercatrice presso il Lawrence Livermore National Laboratory, USA) suggerisce che molte delle loro peculiarità possono essere riconducibili ad impatti di comete sulla superficie lunare. Il dibattito sulla natura di queste strane configurazioni seleniche si accende negli anni ’70 del secolo scorso, quando gli scienziati rilevano delle piccole anomalie nel campo magnetico della crosta lunare proprio in corrispondenza dei vortici: lì l’intensità è maggiore che in altre parti. Da questa scoperta, alcuni scienziati hanno proposto l’ipotesi che lo scudo magnetico presente in quelle zone le avrebbe protette con maggiore efficienza dal bombardamento del vento solare, mantenendo il loro aspetto così insolitamente chiaro e brillante. Ma Schultz aveva un’idea diversa sull’origine di questi vortici, una convinzione nata dall’attenta osservazione delle zone di atterraggio e decollo delle missioni del programma Apollo. «Si poteva notare che tutta l’area intorno ai moduli lunari era liscia e luminosa e questo a causa del gas espulso dai motori dei veicoli spaziali che aveva spazzato la superficie », spiega Schultz. «Queste osservazioni hanno iniziato a farmi pensare che a produrre i vortici potessero essere stati gli impatti di comete». Le comete sono infatti avvolte da una atmosfera gassosa, che prende il nome di chioma. Schultz riteneva che quando questi corpi celesti si schiantano sulla Luna, la loro chioma può spazzare via gli strati più superficiali della polvere lunare nell’area dell’impatto, in modo molto simile all’effetto prodotto dai gas dei razzi dei moduli lunari. L’idea era stata già avanzata nel 1980 dallo scienziato sulla rivista Nature. Ora il nuovo studio di Schultz e della Bruck Syal pubblicato sulla rivista Icarus ha affrontato la questione da un punto di vista diverso, provando cioè a simulare gli effetti di impatti cometari sulla Luna e confermando ancora come questo tipo di fenomeni sia in grado di produrre effetti del tutto coerenti con i vortici lunari che osserviamo. L’ipotesi dell’impatto della cometa potrebbe anche spiegare la presenza di anomalie magnetiche in prossimità dei vortici. Le simulazioni hanno infatti mostrato che un impatto di cometa possiede un’energia sufficiente a fondere una parte delle minuscole particelle di polvere che velano la superficie della Luna. Quando quelle ricche di ferro si fondono e poi si raffreddano, registrano in modo permanente la presenza del campo magnetico presente al momento dello scontro. «Le comete portano con sé un campo magnetico creato dal flusso di particelle cariche che interagiscono con il vento solare» spiega Schultz. «Quando il gas si scontra con la superficie lunare, il campo magnetico cometario viene amplificato e ‘memorizzato’ in quelle piccole particelle nel momento in cui si solidificano di nuovo. Insomma, tutto ciò che vediamo nelle simulazioni di impatti di comete è coerente coni turbinii che vediamo sulla Luna. Secondo noi questo processo fornisce una spiegazione coerente, ma potrebbero essere necessarie nuove missioni lunari per risolvere in maniera definitiva la questione».
di Marco Galliano (INAF)

Mercurio? Le comete lo hanno fatto nero

Anche Mercurio usa un opacizzante. Non che abbia la pelle grassa, intendiamoci. Ma vicino al Sole com’è, se non adottasse alcun accorgimento, sai che effetto lucido? E invece guardatelo: il suo bel volto asciutto riflette persino meno di quello della Luna.
Qual è il suo segreto? È già da un po’ che gli astronomi se lo chiedono. Per la precisione, da quando la sonda MESSENGER della NASA, che gli orbita attorno dal 2011, analizzando lo spettro della luce riflessa dalla superficie del pianeta ha confermato l’assenza della riga d’assorbimento a 1 micron: quella caratteristica dei silicati che contengono ferro, presente nella radiazione infrarossa riflessa dalla Luna e dagli asteroidi. Se non c’è quella riga, sostengono i ricercatori, significa che sulla superficie di Mercurio l’ossido ferroso – presente nello strato di polvere nera che abbatte, appunto, la riflettanza della Luna – non supera il 2-3 percento. Troppo poco per giustificarne l’opacità.
E allora? Un “fondotinta opacizzante” alternativo per il volto di Mercurio potrebbe essere la polvere di cometa. O meglio, la polvere di carbonio – perlopiù sotto forma di grafite o amorfo, ma gli scienziati non escludono che almeno una frazione sia costituita da nanodiamanti – portata da micrometeoriti d’origine cometaria. Questa l’ipotesi esplorata e descritta sull’ultimo numero di Nature Geoscience da un team guidato da Megan Bruck Syal, ricercatrice al Lawrence Livermore National Laboratory (LLNL), in California.
Stando ai loro calcoli, il suolo di Mercurio contiene, per unità di superficie, una quantità di materiale ricco di carbonio circa 50 volte superiore a quella presente sul suolo lunare. Questo a causa degli impatti con le comete, ricche di carbonio e presenti in quantità inversamente proporzionale alla distanza dal Sole – dunque con una frequenza delle collisioni assai più elevata su Mercurio che sulla Luna. E ancor di più a seguito d’impatti con micrometeoriti, originati a volta in prevalenza dalle comete, come mostrano le analisi effettuate sui campioni raccolti sulla Terra, in particolare in Antartide. L’ipotesi è stata messa alla prova con una serie d’esperimenti di laboratorio nei quali, avvalendosi dell’Ames Vertical Gun Range della NASA, Syal e colleghi hanno riprodotto impatti a ipervelocità con micrometeoriti, ottenendo una colorazione della superficie di collisione analoga a quella del volto di Mercurio.
di Marco Malaspina (INAF)

I corpi minori nel Sistema Solare

Nel Sistema Solare i corpi minori conosciuti si collocano principalmente in due zone la Fascia Principale, compresa fra le orbite di Marte e Giove (fra le 1,8 e le 4 U.A, dal Sole), dove si trovano principalmente gli asteroidi formati da silicati e metalli, e la Fascia di Kuiper, oltre l’orbita di Nettuno fra le 30 e le 55 U.A. dove si trovano corpi ghiacciati anche di discrete dimensioni. Il pianeta nano Plutone, con i suoi 2500 chilometri di diametro è uno dei corpi più grandi di questa fascia esterna. Ancora più distante fra le 50.000 e le 100.00 U.A. si trova la Nube di Oort, una sfera di nuclei cometari che circonda tutto il Sistema Solare. Le comete della Nube di Oort non sono native di questa remota regione ai confini dello spazio interstellare, ma sono originarie della zona dei giganti gassosi. Ci sono anche popolazioni di corpi minori intermedie come i Centauri oggetti della Fascia di Kuiper che hanno subito delle perturbazioni gravitazionali tali che sono migrati nella zona dei giganti gassosi, oppure e Near Earth Object  (NEO) per lo più asteroidi della Fascia Principale che, in seguito ad interazioni gravitazionali con Giove, sono stati proiettati verso il Sistema Solare interno e con la loro orbita possono transitare a meno di 0,3 U.A. da quella della Terra. I NEO noti in questo momento sono più di 11.000 e costituiscono un rischio impatto con il nostro pianeta. Un’altra consistente popolazione di corpi minori condivide l’orbita con Giove il maggiore dei giganti gassosi: sono gli asteroidi Troiani.
Tratto da “Un cielo pieno di comete” di Albino Carbognani pagina 18

La Terra è nata bagnata

La Terra è nata bagnata: a raccontarlo sono antichi frammenti dell’asteroide Vesta e che confutano la tesi secondo cui l’acqua sul nostro pianeta sarebbe arrivata solo più tardi con impatti cometari. A ipotizzarlo è uno studio coordinato da Adam Sarafian dell’Istituto Oceanografico Woods Hole, negli Usa, e pubblicato su Science. “Da anni ci si interroga sul come si sia formata l’acqua sulla Terra”, spiega Maria Cristina De Sanctis, dell’Istituto di Astrofisica e Planetologia Spaziale dell’INAF. “Il nostro pianeta – prosegue – si è infatti formato in una zona in cui l’acqua non poteva essere abbondante, deve essere quindi stata portata dall’esterno: secondo alcuni studi a farlo sono stati una serie di impatti di comete secondo altri sono state invece bombardamenti di condriti carbonacee, una particolare tipologia di meteoriti, oggetti molto antichi e che contengono acqua”. Quella che contengono non è però acqua come la conosciamo, bensì impasti di materiali di vario tipo in cui sono presenti gli ingredienti dell’acqua. La stessa tipologia di proto-acqua che si intende quando si analizzano le prime fasi di formazione del sistema solare. Analizzando alcuni meteoriti chiamati Eucriti, che si ritiene provengano dall’asteroide Vesta, un relittodel sistema solare ancora in formazione (prima della nascita del nostro pianeta), i ricercatori avrebbero trovato la firma di questa proto acqua. Secondo lo studio l’acqua di Vesta sarebbe la stessa di quella terrestre e la loro fonte comune sarebbero state le condriti e non le comete. “Questo vorrebbe dire quindi – conclude De Sanctis – che la Terra fu sin dall’inizio un corpo idrato, ossia umido e già dotato di acqua, e non, come sostengono altre teorie, un un pianeta secco”.
Leonardo De Cosmo (INAF)

Ecco la famiglia trans – nettuniana

Dal 2006, almeno secondo la definizione stabilita dall’Unione Astronomica Internazionale, Plutone non è più un pianeta, ma un pianeta nano. Oggi sappiamo che Plutone è il rappresentante più famoso di una famiglia di corpi celesti che orbitano ai confini del Sistema Solare chiamati “oggetti  transnettuniani”  (TNOs). Di questi oggetti possiamo oggi costruire un quadro abbastanza dettagliato grazie a lunghe osservazioni condotte con il telescopio spaziale infrarosso Hersel lanciato dall’ESA nel 2009.
L’ESA ha reso pubblico un nuovo “ritratto di famiglia” di 132 oggetti transnettuniani  basato sulle osservazioni infrarosse. Questi oggetti sono rimasti sconosciuti agli astronomi fino a circa 20 anni fa. All’inizio degli anni ’90 infatti conoscevamo un solo corpo celeste oltre l’orbita di Nettuno, ovvero Plutone. Scoperto nel 1930 dall’americano Clyde Tombaugh, Plutone ha sempre incuriosito gli astronomi per le sue proprietà, molto diverse rispetto agli altri pianeti del Sistema Solare. Plutone infatti è un piccolo pianeta roccioso, mentre gli altri sono giganti gassosi. Bizzarra è anche l’orbita di Plutone molto ellittica rispetto a quella degli altri pianeti e inclinata di circa 17° rispetto al piano dell’ellittica, molto più di quella di tutti gli altri. Fu nel 1992 che fu scoperto 1992 QB1 un piccolo corpo roccioso che orbita a circa 44 Unità Astronomica dal Sole, poco al di la dell’orbita di Plutone. Ma 1992 QB1 era soltanto l primo di una famiglia completamente nuova di oggetti. Il vero dilemma per gli astronomi si presentò nel 2005 quando fu scoperto 136199 Eris. A quel punto l’Unione Astronomica Internazionale nel 2006 ha adottato la classificazione di “pianeta nano”  per gli oggetti come Pluton ed Eris, che si è scoperto avere all’incirca le stesse dimensioni.
Esiste però una sterminata varietà di oggetti transnettuniani  che orbitano a distanze maggiori di 30 Unità Astronomiche dal Sole e di cui oggi conosciamo circa 1400 esemplari.
Attualmente gli astronomi  dividono questi ogge tti in tre grandi famiglie soprattutto in base alla loro posizione rispetto al Sole. Nelle regioni più interne, comprese  fra circa 30 e 65 U.A. si trova la Fascia di Kuiper formata da oggetti con orbite quasi circolari e poco inclinate rispetto all’eclittica. In questa regione si trova oltre a Plutone anche un altro pianeta nano Makemake. Nelle regioni più esterne si trova la regione del disco diffuso popolato da oggetti con orbite molto ellittiche ed inclinate il cui esemplare più famoso è Eris.  A distanze ancora maggiori si trova poi la Nube di Oort  le cui propaggini più esterne potrebbero estendersi fino a 50 mila U.A. Ancora oggi non sappiamo molto della Nube di Oort ma immaginiamo che si tratti del “serbatoio” cosmico da dove provengono le comete.
Trovandosi così distanti dal Sole i corpi transnettuniani  sono freddissimi con temperature che possono raggiungere i  – 230°C.
Fra i vari oggetti del suo programma scientifico, Herschel ha osservato in dettaglio 132 oggetti transnettuniani . Il quadro che ne emerge è quello di una popolazione molto diversa a partire dalle dimensioni che possono variare da appena 50 chilometri ai circa 2400 chilometri di Plutone ed Eris, i membri più grandi della famiglia. Osservando poi la forma di questi oggetti spiccano due corpi fortemente allungati ovvero Haumea e Varuna. Il diverso albedo, ovvero la frazione di luce riflessa, fornisce più importanti indicazioni sulla composizione della superficie. Una bassa albedo indica materiali scuri come ad esempio materiali organici. Al contrario, un’albedo alta suggerisce la presenza di una superficie prevalentemente ghiacciata.
Tratto da Ecco il ritratto della famiglia trans – nettuniana di Massimiliano Razzano Le Stelle numero 133 pagina 14.

Solstizio d’estate

Ecco alcune informazioni sul cielo del mese di giugno 2014.

Sole

Si trova nella costellazione del Toro fino al giorno 21, quando passa nella costellazione dei Gemelli.

  • 1 giugno: il sole sorge alle 5.39; tramonta alle 20.41
  • 15 giugno: il sole sorge alle 5.36; tramonta alle 20.49
  • 30 giugno: il sole sorge alle 5.40; tramonta alle 20.52

(Gli orari indicati sono validi per una località alla latitudine media italiana).

Gli orari sono espressi in Ora Legale Estiva, pari ad un’ora in più rispetto all’Ora Solare o TMEC (Tempo Medio dell’Europa Centrale)

21 giugno: Solstizio d’Estate 

Quest’anno il solstizio cade il 21 giugno, precisamente alle 10,51 TU. (TU = Tempo Universale, corrispondente all’ora del fuso orario di Greenwich).
L’orario, espresso nell’ora legale estiva attualmente vigente (TU + 2 h), corrisponde alle ore 12,51.
Nel giorno più lungo dell’anno il sole sorge alle 5.36 e tramonta alle 20.51.
Il giorno dura 15 ore e 15 minuti.
Al mezzogiorno dell’Ora Solare (ovvero alle una dell’Ora Legale attualmente in vigore) il Sole raggiunge il punto di massima elevazione sull’orizzonte.
L’altezza raggiunta dal Sole dipende dalla latitudine: a Roma al culmine arriva a circa 71° 30′. A Milano l’altezza massima è 68° (3° 30′ più basso rispetto a Roma), a Palermo invece supera i 75°.

Le fasi lunari

Il 5 giugno 2014: Primo Quarto; il 13 giugno 2014 Luna Piena; il 19 giugno 2014 Ultimo Quarto: il 27 giugno 2014 Luna Nuova.

I pianeti

Mercurio: all’inizio del mese si conclude il periodo di osservabilità ottimale che aveva caratterizzato il precedente mese di maggio. Nei primi giorni di giugno si potrà ancora osservare il pianeta sull’orizzonte occidentale, dove tramonta quasi un’ora e mezza dopo il Sole. Nel volgere di pochi giorni Mercurio si avvicina sensibilmente al Sole, diventando ben presto inosservabile. Il 20 giugno si verifica la congiunzione con il Sole. A fine mese Mercurio ricompare al mattino, molto basso sull’orizzonte orientale, difficilmente distinguibile tra le luci dell’alba. 

Venere: non si registrano significative variazioni delle condizioni di osservabilità del pianeta rispetto ai due mesi precedenti. Il mese è caratterizzato solo da un leggero prolungamento del tempo a disposizione per osservare il pianeta. A fine giugno infatti Venere sorge quasi due ore prima del Sole. Lo si può quindi ammirare al mattino presto sull’orizzonte ad Est. Venere attraversa per intero la costellazione dell’Ariete, dove era entrato alla fine di maggio, e il giorno 18 fa il suo ingresso nel Toro.

Marte: all’inizio del mese poco dopo il tramonto del Sole Marte si trova al culmine in direzione Sud. Con il passare dei giorni al calare dell’oscurità lo si può osservare man mano sempre più spostato verso Sud-Ovest e ad una altezza inferiore sulla volta celeste. Continua pertanto ad anticipare l’orario del proprio tramonto e le ore a disposizione per osservarlo diminuiscono. Il pianeta rosso si muove di moto diretto nella costellazione della Vergine, avvicinandosi alla stella Spica.

Giove: giunge a conclusione il lungo periodo di osservabilità serale del pianeta gigante. Per alcuni giorni è ancora possibile individuarlo ad occidente, tra le luci del crepuscolo serale, ma fine mese è ormai troppo basso sull’orizzonte per poterlo osservare. Giove conclude il mese ancora nella costellazione dei Gemelli, vicino al limite con il Cancro.

Saturno: dopo il tramonto del Sole lo si può individuare facilmente, a Sud-Sud-Est all’inizio del mese, poi a Sud a fine giugno. Nelle ore seguenti e per tutta la prima parte della notte lo si può seguire a Sud-Ovest. Le condizioni sono quindi ancora ottimali e per osservarlo, ammirando, per chi ha la possibilità di utilizzare un telescopio, i suoi splendidi anelli. Il pianeta di trova ancora nella costellazione della Bilancia, dove rimane per tutto l’anno.

Urano: lo si può cercare al mattino presto, a Sud-Est, dove, a metà mese, sorge circa un’ora e mezza prima di Venere. Il pianeta si eleva sempre di più sull’orizzonte: lo si può quindi seguire per alcune ore, fino a che le luci dell’alba lo rendono inosservabile. La luminosità di Urano è al limite della visibilità occhio nudo e per poterlo individuare è comunque necessario l’uso di un telescopio. Il pianeta rimane ancora nella parte centrale della costellazione dai Pesci.

Nettuno: il pianeta è osservabile nelle ore che precedono il sorgere del Sole. Nel corso del mese l’orario in cui sorge anticipa sempre più. A fine luglio sorge intorno alla mezzanotte. Nettuno diventa quindi osservabile per tutta la seconda parte della notte. E’ tuttavia indispensabile l’uso del telescopio per poter individuare Nettuno, la cui luminosità è inferiore ai limiti accessibili all’osservazione ad occhio nudo. Nettuno si trova ancora nella costellazione dell’Acquario, dove è destinato a rimanere per un periodo estremamente lungo, fino all’anno 2022.

Plutone la IAU (International Astronomical Union), ha istituito (giugno 2008) la classe dei Plutoidi. Abbiamo comunque ritenuto opportuno mantenere nella nostra rubrica Plutone, capostipite di questa nuova categoria di membri del sistema solare. Plutone è ormai prossimo all’opposizione. A fine mese diventa quindi osservabile praticamente per tutta la notte. Data la luminosità molto bassa del pianeta, è sempre indispensabile l’ausilio di un telescopio di adeguata potenza per tentarne l’osservazione. Plutone è destinato a rimanere nella costellazione del Sagittario ancora per molti anni, fino al 2023.

Congiunzioni

Luna – Giove: il mese inizia con l’incontro ravvicinato, la sera del 1° giugno, tra la falce di Luna crescente e il pianeta Giove. I due astri tramontano insieme nella costellazione dei Gemelli.

Luna – Marte : nelle notte tra il 7 e l’8 giugno si verifica la congiunzione tra la Luna, già oltre il Primo Quarto, e il pianeta Marte. Il fenomeno avviene nella costellazione della Vergine.

Luna – Saturno : il 10 giugno si può ammirare una bella congiunzione stretta tra la Luna e Saturno, nella costellazione della Bilancia.

Luna – Pleiadi – Venere: il sorgere del Sole del 24 giugno è preceduto dall’apparizione sull’orizzonte orientale di Venere accompagnato dalle Pleiadi e da una sottile falce di Luna calante, nella costellazione del Toro.

Luna – Giove: : sfida ai limiti delle possibilità osservative. Osservando il sottilissimo falcetto lunare, a soli due giorni dalla Luna Nuova, sarà possibile scorgere per l’ultima volta Giove, ormai confuso nella luce del crepuscolo serale? Giove si trova nella costellazione dei Gemelli, mentre la Luna ha già raggiunto quella del Cancro.

Costellazioni

In tarda serata sarà possibile vedere sull’orizzonte a Sud-Est la costellazione dello Scorpione: ha un disegno inconfondibile, con le tre stelle a destra, quasi allineate in verticale, che rappresentano le chele dell’animale.
Spostandoci a sinistra, troviamo la brillante Antares, una supergigante rossa. La costellazione prosegue con le stelle che ne rappresentano il resto del corpo e la lunga coda, che termina con il pungiglione. Notiamo subito una particolarità delle costellazioni zodiacali estive: esse sono molto più basse sull’orizzonte rispetto a quelle invernali.
Mentre nei mesi invernali i Gemelli sfioravano quasi lo Zenit (*) sopra le nostre teste, è invece una sfida per gli osservatori del cielo il riuscire a scorgere tutte le stelle dello Scorpione, così basse da essere spesso in parte nascoste dai rilievi all’orizzonte o dalle foschie serali. L’ideale è osservarlo nelle notti chiare, sul mare, verso Sud, intorno alla mezzanotte.
Rimanendo lungo lo Zodiaco, potremo riconoscere più a destra la Bilancia (l’unico oggetto inanimato delle 12 costellazioni dello zodiaco), mentre alla sua sinistra sorgerà il Sagittario.
A Ovest potremo invece osservare in successione il lento tramontare delle grandi costellazioni del Leone e della Vergine. Un discorso a parte lo merita l’Ofiuco, un’estesa costellazione situata sopra lo Scorpione; nonostante le dimensioni è poco spettacolare a causa dell’assenza di stelle particolarmente luminose. Tuttavia l’Ofiuco gode di una certa notorietà per il suo ruolo di “tredicesima costellazione zodiacale”: si tratta di un dettaglio ben noto ad astronomi ed astrofili; semplicemente lo Scorpione si trova in gran parte al di sotto dell’Eclittica (**), per cui il Sole, una volta sfiorato la parte superiore della costellazione, prosegue il suo cammino nell’Ofiuco, che quindi risulta essere la 13a costellazione a trovarsi sul suo cammino lungo lo Zodiaco.
Allontanandoci dall’eclittica, alte nel cielo notiamo le due stelle più brillanti del cielo estivo: la più occidentale è Arturo, nella costellazione del Bootes. Più a oriente troviamo Vega. Questo astro fa parte della piccola costellazione della Lira, che insieme al Cigno e all’Aquila forma un ampio triangolo che occupa la porzione più elevata della volta celeste per tutto il periodo estivo.
Il cielo settentrionale è, come sempre, caratterizzato dalle due Orse. Volgendo lo sguardo verso la Stella Polare che nell’Orsa Minore ci indica la direzione del Nord, vedremo l’Orsa Maggiore dominare il cielo a Nord-Ovest.  Dalla parte opposta rispetto alla Stella Polare, a Nord-Est, possiamo riconoscere Cassiopea e Cefeo.

Meteore

In giugno godiamo di poche ore di oscurità al di fuori dei crepuscoli astronomici, per cui c’è poco tempo da dedicare all’osservazione. Per di più il numero delle stelle cadenti è tra i più bassi dell’anno. Non ci sono sciami considerevoli, ma solamente correnti minori, a volte poco attive. Molti di questi radianti sono posizionati sul piano eclitticale, in un raggruppamento diffuso che, specie dalle costellazioni dello Scorpione e Sagittario, si mostra con poche meteore, lente e per lo più di debole luminosità, inframmezzate da occasionali meteore brillanti. Dopo il novilunio del 28 maggio nei primi giorni del mese, data l’assenza del disturbo della Luna, si potrà seguire soprattutto la attività delle omega e chi Scorpidi (max 3 e 5 giugno), due componenti della stessa corrente che spesso producono meteore brillanti, e delle tau Erculidi (max 3 giugno), originate dalla cometa Schwassmann-Wachmann 3, le quali potrebbero risultare secondo alcuni in aumento nel numero rispetto ai passati anni. Dopo la metà del mese, specie nella seconda parte della notte, si potranno studiare le meteore che sembrano provenire dalle regioni del Dragone e della Lira. Qui sono presenti due interessanti radianti distanti una ventina di gradi, ritenuti da molti in qualche modo collegati tra loro, quello delle Liridi, originato dalla cometa 1915 Mellish, e quello delle xi Draconidi, che negli anni ha mostrato degli improvvisi e brevi exploit di meteore. La letteratura indica che le Liridi furono scoperte nel 1966, ma in realtà esistono testimonianze di questo radiante già nelle osservazioni italiane di metà dell’800. La loro frequenza è variabile secondo la posizione della cometa che le origina. La notte del 16/17 giugno di probabile maggiore attività di entrambe le correnti, la Luna lascierà un’ampia finestra osservativa utile dalla fine del crepuscolo serale a oltre le 2h, dopo di che questa rimarrà comunque alquanto bassa sull’orizzonte e lontana dai radianti. Sempre nel medesimo periodo tra l’Aquila e l’Ofiuco è attivo pure il radiante diffuso delle Aquilidi (max 17 giugno), che alterna periodi di blanda attività a momenti di frequenza più sostenuta. Anche in questo caso l’osservazione favorevole di questo sciame sarà possibile quest’anno nella prima parte della notte. A fine mese intorno al 27/28 giugno sarà d’obbligo controllare l’attività irregolare delle Bootidi, che nel 1998 dopo decenni di inattività hanno mostrato un’inattesa ed eccitante apparizione (oltre 100 meteore/hr), causata dal passaggio della Terra in una nube di residui della cometa Pons-Winnecke [2]. Quest’anno si potranno osservare favorevolmente per tutta la notte, già dalla fine del crepuscolo serale, quando il radiante sarà più alto sopra l’orizzonte.

Comete

Nel mese che si apre all’estate tutti gli sguardi degli appassionati saranno rivolti alla C/2012 K1 PanSTARRS, per verificare se la sua crescita luminosa proseguirà costante e sicura come fin qui è avvenuto. A luglio la prederemo nel tramonto, ma la ritroveremo alle porte dell’autunno, si spera trasformata in tutt’altro oggetto celeste. Intanto arrivano buone notizie dalla C/2014 E2 Jacques, invisibile questo mese ma che nel prossimo darà il cambio alla PanSTARRS, ricomparendo all’alba dopo il passaggio al perielio. Dato l’ andamento sorprendente registrato nei mesi scorsi, la sua curva di luce è stata rivista al rialzo. Le nuove previsioni formulate dal noto esperto Seiichi Yoshida indicano una luminosità picco che potrebbe sfiorare la quarta magnitudine. Speriamo che Yoshida abbia ragione…

C/2012 K1 PanSTARRS

In giugno, come già ricordato in premessa, terminerà momentaneamente il periodo di visibilità della PanSTARRS. A inizio mese la troveremo infatti ancora piuttosto alta in cielo tra le stelle dell’Orsa Maggiore ma in seguito, transitando per il Leone Minore e per quello…”maggiore”, si abbasserà sempre di più, tanto che a fine periodo, all’inizio della brevissima notte astronomica, per le regioni settentrionali del nostro paese risulterà alta solo pochi gradi. Per il centro ma soprattutto il sud Italia ci sarà invece la possibilità di seguirla ancora per qualche giorno in luglio, pur in condizioni sempre più critiche. Poi si tufferà tra la luce del Sole, andando incontro al perielio previsto per fine agosto. Ricomparirà in settembre ma solo ad ottobre, passando alla minima distanza l nostro pianeta, dovrebbe toccare la massima brillantezza. In quel periodo speriamo si spera di poterla scorgere ad occhio nudo. Nella sua corsa mensile, Il 2 giugno passerà a meno di mezzo grado dalla galassia NGC 3319. In seguito incontrerà alcune altre galassie transitando a distanze maggiori. La sua luminosità dovrebbe crescere oltre l’ottava magnitudine a fine mese.

Tratto dal sito UAI  Unione Astrofili Italiani dove è possibile trovare mappe e ulteriori informazioni

 

Nella cintura degli asteroidi il cimitero delle comete Lazzaro

Contraddicendo la convinzione che le comete abbiano tutte origine in zone ai margini del sistema solare od oltre, come la fascia di Kuiper e la Nube di Oort, un gruppo di astronomi dell’Università di Antioquiaa Medellin in Colombia, ha ipotizzato l’esistenza di un “cimitero” di comete inattive, vaganti tra le orbite di Marte e Giove.
Le comete sono fra gli oggetti più piccoli nel Sistema Solare. Composte da una mistura di rocce e ghiaccio, hanno dimensioni tipiche di qualche chilometro. Quando si avvicinano al Sole, una parte del ghiaccio sublima in gas che, assieme alle polveri, dà origine alla chioma e alla spettacolare coda sotto la spinta del vento solare.
La maggior parte delle comete osservate – dette di lungo periodo – hanno orbite altamente ellittiche che le comete completano in tempi lunghissimi, anche di migliaia di anni, avvicinandosi al Sole molto di rado. Esiste anche una popolazione di circa 500 comete di corto periodo, presumibilmente influenzate dalla potente gravitazione di Giove, che compiono un giro attorno alla nostra stella in un tempo più breve, compreso tra i 3 e i 200 anni.
Con grande sorpresa, nell’ultima decina di anni sono state scoperte anche 12 comete attive in una regione inaspettata, la cintura di asteroidi tra Marte e Giove. Proprio su queste comete si è focalizzata l’attenzione del gruppo di ricerca colombiano, che ha cercato di dare una spiegazione alla loro origine in uno studio in corso di pubblicazione su Monthly Notices of the Royal Astronomical Society.
La conclusione a cui sono giunti i ricercatori è di avere scoperto nella fascia degli asteroidi una necropoli di comete ibernate, in attesa di un soffio vitale che ne riaccenda gli ardori. “Immaginate tutti quegli asteroidi girare attorno al Sole per tempi lunghissimi, senza alcun segno di attività”, spiega il team-leaderIgnacio Ferrin. “Noi abbiamo trovato che alcuni di quei corpi non sono solo rocce morte, ma comete dormienti che possono essere riportate in vita se l’energia che ricevono dal Sole cresce di una piccola percentuale”.
I ricercatori hanno calcolato che questo evento è meno raro di quanto si potesse inizialmente supporre, poiché le orbite di molti oggetti nella cintura degli asteroidi vengono spesso modificate da una “spintarella” gravitazionale di Giove. Una modificazione anche minima, ma che porterebbe le comete dormienti ad avvicinarsi al Sole quel tanto che basta per innescarne il risveglio.
Una conseguenza di questa ipotesi è che milioni di anni fa la fascia principale degli asteroidi doveva presumibilmente essere popolata da migliaia di comete attive, un numero che si è poi progressivamente quasi azzerato col passare del tempo. Le 12 comete osservate costituirebbero quindi la testimonianza residua di quel glorioso passato. Come suggerisce Ferrin: “ Potremmo chiamare questi oggetti ‘comete Lazzaro’, tornate in vita dopo essere state dormienti per migliaia o anche milioni di anni. Un fenomeno che potenzialmente potrebbe interessare ciascuna delle molte migliaia di comete quiescienti  che riteniamo si trovino nei loro paraggi”.
di Stefano Parisini (INAF)

Centauri, un po’ asteroidi un po’ comete

I Centauri sono una classe di asteroidi del Sistema solare e orbitano attorno a Giove e Nettuno. Un gruppo di astronomi, utilizzando il Wide-field Infrared Survey Explorer (WISE) della NASA, ha trovato una soluzione a un mistero sul quale gli esperti si interrogano da molti anni: sono asteroidi o comete? Proprio a causa della loro doppia natura sono stati battezzati in onore della mitologica razza dei Centauri, metà uomo e metà cavallo. Dai dati in possesso dei ricercatori si evince che si tratta di oggetti provenienti dalle profondità del nostro Sistema solare. Hanno un’origine cometaria, vale a dire che potrebbero essere stati comete attive in passato e potrebbero tornare ad esserlo in futuro. I dati di WISE si riferiscono anche a oggetti più distanti, quelli del disco diffuso, o disco sparso. Si chiama NEOWISE la missione che si occupa proprio dell’identificazione e dello studio degli asteroidi e ha già scattato moltissime immagini di 52 Centauri e di oggetti del disco sparso, 15 dei quali sono nuove scoperte. Si tratta di oggetti con un’orbita instabile, perché la gravità dei pianeti potrebbe lanciarli sempre più vicino al Sole e anche più lontano, in altri punti del Sistema solare. La caratteristica che potrebbe farli includere nella categoria delle comete è l’alone polveroso di cui molti di questi oggetti sono dotati. Nonostante precedenti osservazioni, anche con il telescopio spaziale sempre della NASA Spitzer, gli esperti non hanno mai determinato il numero preciso di asteroidi e comete in questa fascia di cielo. Almeno finora. Le immagini più recenti, invece, hanno fornito nuove informazioni sull’albedo degli oggetti (quindi la quantità di luce da essi riflessa): gli esperti possono distinguere oggetti opachi e dalla superficie scura da altri che riflettono più luce. Con dati precedentemente raccolti sul colore degli asteroidi Centauri si è arrivati a una conclusione più precisa: osservazioni in luce visibile hanno dimostrato che questi oggetti sono generalmente o blu-grigi o rossastri. Un oggetto grigio-blu potrebbe essere un asteroide o una cometa. NEOWISE ha mostrato che la maggior parte degli oggetti tra il blu e il grigio sono scuri, un segno rivelatore delle comete. Un oggetto rossastro e brillante è più probabile che sia un asteroide. In conclusione circa due terzi dei Centauri possono essere annoverati tra le comete provenienti dai confini estremi del nostro Sistema solare.
di Eleonora Ferroni (INAF)

Bastano gli impatti a creare la vita?

La classica visione un po’ stereotipata del “brodo” primordiale terrestre, in cui molecole organiche non esageratamente complesse si siano lentamente sviluppate fino a dar luogo alla vita vera e propria, sta perdendo di credibilità. Sembra proprio che le condizioni fisiche del nostro pianeta, qualche miliardo di anni fa, fossero ben lontane dall’avere le caratteristiche chimiche per stimolare una crescita rapida delle forme pre-biotiche. Per certe reazioni sono necessarie temperature e pressioni che la Terra non possedeva. Ricerche svolte sulla simulazione di impatti cometari sulla crosta terrestre sembrano dimostrare che solo questi fenomeni violenti abbiano potuto fornire le giuste condizioni. Sappiamo che le comete contengono un gran numero di molecole semplici, come l’acqua, l’anidride carbonica, il metanolo e l’ammoniaca. L’energia, liberata dall’impatto, è proprio quella necessaria a guidare le successive reazioni chimiche. Il flusso di materiale organico rilasciato sulla Terra attraverso la caduta di comete e asteroidi, durante la celebre fase del “Bombardamento Tardivo”, intorno a poco meno di quattro miliardi di anni fa, si dovrebbe aggirare su 10 trilioni di chili per anno, vari ordini di grandezza superiore alla massa organica che era già presente sul pianeta. Gli esperimenti di laboratorio più recenti mostrano che una cometa di media grandezza, mentre attraversa l’atmosfera terrestre, si riscalda esternamente, ma rimane fredda internamente. Al momento dell’impatto si produce un’onda di shock violentissima dovuta alla compressione. Ne deriva un aumento mostruoso di pressione e temperatura che possono dominare le reazioni chimiche all’interno della cometa prima che interagisca con l’ambiente circostante. La collisione può facilmente generare le condizioni termodinamiche per la sintesi organica. Questo processo rapido avrebbe depositato sulla crosta terrestre una notevolissima concentrazione di specie organiche. In particolare, gli studi hanno mostrato che pressioni di shock e temperature moderate (360 000 atmosfere e 2500 °C) su una mistura di ghiaccio ricca di anidride carbonica producono un gran numero di eterocicli contenenti azoto, che si dissociano per formare idrocarburi aromatici durante la successive fase di espansione e raffreddamento. In altre parole, i precursori prebiotici delle basi del  DNA e  dell’RNA. Invece, condizioni di shock molto più alto ( 480 000 – 600 000 atmosfere e 3500 – 4500 °C) portano alla sintesi del metano e della formaldeide, così come a catene di idrocarburi molto lunghe. Il raffreddamento e l’espansione producono, poi, composti del carbonio e dell’azoto che sono considerati precursori prebiotici In parole semplici, le comete e i loro impatti avrebbero fornito le basi necessarie a costruire la vita senza aver bisogno di catalizzatori aggiuntivi, o della radiazione ultravioletta e altre speciali condizioni al contorno. Insomma, le comete “sbattendo” violentemente  non hanno avuto bisogno di aiuti esterni per dare il via ai mattoni fondamentali. Non è difficile capire che esperimenti di questo tipo sono fondamentali per comprendere e per guidare le future ricerche sulla vita non solo della Terra, ma di tutto l’Universo.
di Vincenzo Zappalà (Astronomia.com)

Migliaia di asteroidi vicino alla Terra

Esistono migliaia di asteroidi le cui orbite passano vicino al nostro pianeta. Si tratta dei cosiddetti NEO (Near earth Object)  e proprio di recente è stato scoperto il decimillesimo, grazie al telescopio Pan-STARRS 1. Si tratta dell‘asteroide 2013 MZ5, avvistato per la prima volta lo scorso 18 giugno.
“Trovare 10 mila oggetti vicini alla Terra è significativo – ha detto Lindley Johnson della NASA – ma ci sono almeno 10 volte ancora più oggetti da scoprire, alcuni dei quali potrebbero impattare con la Terra”.
I Near-Earth Object sono asteroidi e comete  la cui orbita può intersecare quella della Terra. Questi oggetti sono di misure diverse che variano da metri a decine di chilometri. Attualmente, ci sono oltre 600.000 asteroidi conosciuti nel nostro sistema solare, e 10mila  di questi sono NEO. Questi oggetti possono arrivare anche a 41 chilometri di larghezza, come il più grande degli asteroidi fin qui rivelato, 1036 Ganymed.
Il decimillesimo asteroide, 2013 MZ5, è largo circa 300 metri e gli esperti sono sicuri che la sua orbita non incrocerà quella della Terra, ma oggetti di queste dimensioni, semmai si posizionassero in direzione del nostro pianeta, potrebbero essere molto pericolosi.
Una prova drammatica che alcuni di questi, anche di piccole dimensioni, possono colpire la Terra si è avuta il 15 febbraio 2013, quando un oggetto sconosciuto, che si pensa avesse un diametro di 17-20 metri, è esploso sopra Chelyabinsk, in Russia, con un’energia pari a 20-30 volte quella della bomba atomica di Hiroshima. L’onda d’urto derivata dall’impatto nell’atmosfera ha causato danni a molti edifici e alcuni feriti: dall’evento di Tunguska nel 1908 si è trattato del più grande evento del genere rilevato dall’uomo.
Il primo NEO è stato scoperto nel 1898 e nei successivi 100 anni ne sono stati scoperti solo 500. Nel 1998, però, la NASA lanciò il suo programma NEO Observation, e da lì la strada è stata solo in discesa scoprendo migliaia tra comete e asteroidi.
Dei 10mila oggetti NEO avvistati in questi anni solo un 10% supera il chilometro di larghezza, una dimensione che potrebbe causare una catastrofe globale per il nostro pianeta. Gli astronomi credono che di oggetti così larghi ne rimangono da scoprire circa una dozzina, ma nessuno di questi dovrebbe mai incrociare la Terra. Ce ne sono ancora centinaia di migliaia da individuare, ma tutti di piccole e medie dimensioni: circa 15 mila larghi non oltre i 140 metri e più di un milione che non superano sicuramente i 30 metri. Un oggetto di tali dimensioni o poco più se comunque cadesse su un’area popolata potrebbe arrecare gravi conseguenze.
A testimoniare quanto lo studio e il controllo degli asteroidi sia ormai la priorità delle agenzia spaziali di tutto il mondo, nel maggio scorso l’ESA ha aperto presso la sua sede di Frascati, ESRIN, il Centro di Coordinamento per gli Oggetti Vicini alla Terra, un nuovo polo che rafforzerà il contributo dell’Europa alla caccia a livello mondiale agli asteroidi ed agli altri oggetti naturali pericolosi per il nostro pianeta.
E ancora l’annunciata voltà statunitense di catturare un asteroide. Appena pochi giorni or sono l’amministratore capo della NASA, Charles Bolden ha invitato il nostro paese a prendere parte a quell’ambizioso programma e di farsene promotore presso gli altri partner europei.
di Eleonora Ferroni (INAF)
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