Un’eruzione vulcanica dietro la grande estinzione (tra il Permiano e il Triassico)

Un recente studio, a firma di Seth D. Burgess e altri ricercatori, in uscita su Science Advances, ha utilizzato misure ad alta precisione sull’età delle rocce vulcaniche per dimostrare che un’intensa attività vulcanica precedette l’estinzione di massa del Permiano, quello che per molti esperti è il più grave evento estintivo mai verificatosi sulla Terra. Basti pensare che circa 251,4 milioni di anni fa (molto prima che dinosauri e mammiferi facessero la loro vera e propria apparizione) sparirono dal pianeta il 90% delle specie marine, il 75% delle specie terrestri (più che altro rettili) e degli alberi ne rimase una piccola traccia. L’evento distruttivo diede inizio al periodo del Triassico. I risultati ottenuti dai ricercatori offrono oggi le prove a sostegno di una teoria appoggiata dalla comunità scientifica: l’evento causò la rapida fuoriuscita di quantità gigantesche di gas serra nell’atmosfera portando a un repentino cambiamento climatico e alla conseguente destabilizzazione degli ecosistemi. È stata ipotizzata quindi una connessione tra una delle più grandi eruzioni vulcaniche continentali mai registrate e questa particolare estinzione, anche se per stabilire un nesso di causalità è necessaria una precisa comprensione delle tempistiche dei due eventi. E oggi si brancola ancora nel buio, come si suol dire. Per confermare la possibilità di una connessione casuale, Seth Burgess e i suoi colleghi hanno delineato una successione cronologica degli eventi che precedettero e seguirono l’estinzione di massa, individuando le età di alcune rocce vulcaniche tramite tecniche di datazione uranio-piombo. I campioni di roccia vulcanica sono stati prelevati da una vasta piattaforma lavica chiamata “trappola siberiana”, 2,6 milioni di chilometri quadrati in Russia dove sotto la città di Norilsk è stato trovato uno strato di lava con uno spessore di 4 chilometri. Da questo enorme giacimento di gas si pensa sia partita la miccia dell’eruzione vulcanica e quindi poi dell’estinzione che ha messo fine al Permiano. Gli esperti affermano che il magmatismo vulcanico iniziò 300 mila anni prima dell’evento distruttivo e continuò anche dopo. Insomma, un’eruzione al momento e al posto giusto (per così dire) ha portato alla più grave estinzione sulla Terra.
di Eleonora Ferroni (INAF)

I punti caldi di Venere: prove di attività vulcanica

Esaminando i dati raccolti dall’ESA durante la missione Venus Express, un team internazionale di scienziati ha trovato picchi variabili di temperatura in diversi punti della superficie del pianeta. Questi cosiddetti hotspot, che sono stati visti apparire e scomparire nel giro di pochi giorni, sembrano essere generati da flussi di lava attivi sulla superficie. La ricerca, pubblicata online su Geophysical Research Letters, si aggiunge a precedenti scoperte che, nel loro insieme, indicano che Venere continua a essere vulcanicamente e tettonicamente attivo anche ai giorni nostri.
«Siamo riusciti a ottenere prove evidenti del vulcanismo di Venere e del fatto che sia attualmente in attività, e quindi geologicamente attivo» afferma James W. Head, geologo alla Brown University e coautore del nuovo studio. «E’ una scoperta importante, che ci aiuterà a capire l’evoluzione di pianeti come il nostro».
Gli hotspot sono apparsi nelle immagini termiche riprese dalla Venus Monitoring Camera a bordo della sonda Venus Express. I dati hanno mostrato picchi di temperatura di svariate centinaia di gradi in zone di dimensioni variabili da 1 a 200 kilometri quadrati.
Le macchie erano raggruppate in una grande depressione tettonica chiamata Ganiki Chasma. Depressioni tettoniche come queste si formano a causa dell’allungamento della crosta provocato da forze interne e dal magma caldo che risale verso la superficie. Head e il suo collega russo Mikhail Ivanov avevano precedentemente mappato la regione come parte di una carta geologica globale di Venere, prodotta dalla missione sovietica Venera degli anni ‘80 e dalla missione americana Magellan degli anni ‘90. Il processo di mappatura aveva mostrato che Ganiki Chasma era relativamente giovane, geologicamente parlando, ma, fino a oggi, non era stato possibile definire quanto fosse giovane.
«Sapevamo che Ganiki Chasma era il risultato di un vulcanismo recente, in termini geologici, ma non sapevamo se si fosse formato ieri o un miliardo di anni fa» ha dichiarato Head. «Le anomalie attive rilevate da Venus Express coincidono esattamente con la mappatura di questi depositi relativamente giovani e suggeriscono un’attività ininterrotta».
L’ultimo rinvenimento è coerente con gli altri dati ricevuti da Venus Express che suggeriscono un’attività vulcanica molto recente. Nel 2010, immagini ad infrarossi di diversi vulcani sembravano indicare colate di lava vecchie di migliaia o pochi milioni di anni (vedi qui su Media INAF). Qualche anno dopo, gli scienziati hanno riscontrato saltuari picchi di anidride solforosa nell’atmosfera più esterna di Venere (qui il relativo articolo), un altro ipotetico segnale di vulcanismo attivo.
«Queste scoperte degne di nota sono il risultato della cooperazione tra diversi stati nel corso di svariati anni, e sottolineano l’importanza di collaborazioni internazionali nell’esplorazione del nostro sistema solare e nel capire come si evolve», conclude Head.
di Martina Fantini e Federico Scutti (INAF)

 

Io e i suoi vulcani mai visti così

Il primo a scoprire Io, una delle lune di Giove, fu Galileo Galilei nel 1610 con il suo cannocchiale. Con quel rudimentale strumento, Io e gli altri tre corpi celesti, che lo scienziato toscano ribattezzò ‘Astri Medicei’ in onore di Cosimo II De’ Medici, all’epoca Granduca di Toscana, apparivano come piccoli puntini luminosi. Oggi, quattro secoli dopo, siamo riusciti a osservare straordinari dettagli di quel mondo lontano, grande come la nostra Luna ma oltre mille volte più distante. A riuscire nell’impresa, spingendosi fin dove mai un telescopio terrestre era arrivato, è stato il Large Binocular Telescope in Arizona, di cui l’INAF è uno dei partner.
Le immagini raccolte hanno sfruttato due delle caratteristiche che rendono unico LBT. La prima: la sua naturale predisposizione per l’interferometria grazie ai due specchi principali da 8,4 metri di diametro di cui è dotato, installati su un’unica montatura. La luce di Io raccolta da ciascuno dei due specchi è stata combinata in modalità interferometrica all’interno dello strumento LBTI (Large Binocular Telescope Interferometer), così che la risoluzione finale delle immagini elaborate non è quella ottenibile dai singoli telescopi, ma quella che si avrebbe con un telescopio equipaggiato con un solo specchio principale di ben 23 metri di diametro, ovvero la distanza tra i bordi dei singoli specchi primari di LBT. La seconda: l’ottica adattiva, che ha permesso di annullare quasi completamente gli effetti negativi della turbolenza atmosferica sulle riprese. A queste si è aggiunta una sofisticata tecnica di integrazione ed elaborazione delle immagini, che ha permesso di ottenere una visione di Io senza precedenti.
«In questo studio abbiamo utilizzato molta tecnologia e tecniche sviluppate in Italia» dice Carmelo Arcidiacono, ricercatore INAF tra i coautori dell’articolo pubblicato oggi su Astronomical Journal che presenta i risultati di queste osservazioni, guidate da Al Conrad, del Large Binocular Telescope Observatory. «Mi riferisco alla coppia composta dagli specchi secondari adattivi di LBT e dai sensori di fronte d’onda a piramide, elementi principali del sistema di ottica adattiva dello strumento, e alle tecniche di deconvoluzione e ricostruzione delle immagini sviluppate all’Università di Genova appositamente per LBT».
La sinergia tra la potenza del sistema di ottica adattiva e la raffinatezza del software di ricostruzione delle immagini, ottenute nella banda del vicino/medio infrarosso dalla LMIRcam (Lbti Mid-Infrared camera), ha permesso così al team di studiare con un dettaglio senza precedenti l’attività vulcanica di Io, il corpo geologicamente più attivo del Sistema solare. Un primato dovuto alle enormi forze mareali prodotte dall’interazione gravitazionale del satellite con Giove. Le immagini ottenute da ben 450 milioni di chilometri di distanza da Io hanno una risoluzione pari a 100 km sulla superficie della luna gioviana: grazie ad esse è stata identificata attività eruttiva in 14 siti già noti delle riprese delle sonde Voyager  1, 2 e Galileo, ma soprattutto ne sono stati scoperti due nuovi.
«Ancora più interessante è il caso del Loki Patera, il vulcano più potente del Sistema solare, che abbiamo super-risolto spingendoci a un livello di dettaglio di circa 40 km grazie all’analisi delle immagini prodotte tramite deconvoluzione e ricostruzione delle originali» prosegue Arcidiacono. «In questo caso abbiamo identificato la caratteristica forma a ferro di cavallo del lago di lava. Ma siamo andati oltre, ricostruendo lo stato di avanzamento del fronte lavico e il suo verso di scorrimento, nonché stimando l’età delle zone dove sta formandosi una nuova crosta solida che va a ricoprire quella prodotta da precedenti attività effusive».
Per Adriano Fontana, astronomo dell’INAF e responsabile del centro italiano delle osservazioni di LBT «Lo studio oggi pubblicato mostra che LBT può essere considerato il primo vero telescopio gigante oggi operativo. Infatti abbiamo dimostrato di poter utilizzare la modalità interferometrica del telescopio per produrre delle immagini con elemento di risoluzione dato dalla separazione di 23m degli due specchi primari. In pratica abbiamo utilizzato un telescopio da 23m di diametro, un bel primato visto e considerato che la prossima generazione di telescopi giganti in fase di progettazione va dai 24.5m di GMT ai 39m E-ELT e che per vederli in funzione dovremo aspettare ancora diversi anni».
di Marco Galliani (INAF)

L’attività vulcanica sul satellite di Giove, Io

L’osservare delle eruzioni vulcaniche in atto dovrebbe essere sicuramente fatto a debita distanza e un gruppo di ricercatori della California ha ideato un metodo per compiere tale osservazione da casa. Utilizzando una geniale combinazione di survey di telescopi terrestri e dati d’archivio, i ricercatori hanno raccolto quasi 40 istantanee singole di vulcani attivi in eruzione e di esplosioni ad alta temperatura sulla piccola luna di Giove, Io, con dettagli che sono inferiori a 100 chilometri.
Io è il satellite più interno di Giove, un mondo meraviglioso ma ricco di attività vulcanica. Anche se le osservazioni più dettagliate sono state ricavate dalla sonde, l’ultima missione spaziale su Giove, battezzata Galileo, si è conclusa nel 2003 e almeno fino all’inizio del 2030 non sono in programma altre missioni su Giove. Tuttavia, il monitoraggio dell’attività vulcanica su Io non avrà un tale intervallo di tempo, grazie agli sforzi di un team di ricercatori guidati da Franck Marchis, ricercatore presso il Carl Sagan Center del SETI Institute. Marchis ha presentato i suoi lavori basati sul monitoraggio dell’attvità vulcanica su Io negli ultimi dieci anni con l’uso di telescopi terrestri al 2012 DPS Meeting tenutosi a Reno, Nevada nell’ottobre 2012.
L’eruzione vulcanica su Io non può essere osservata direttamente da terra utilizzando i telescopi classici. Io è un satellite relativamente piccolo, pari a 3600 chilometri di diametro e quasi con la stessa dimensione della nostra Luna, ma che si trova molto più lontano dal suo pianeta, a circa 4,2 volte la distanza della Terra dal Sole, ossia 630 milioni di chilometri. A causa della piccola dimensione apparente di Io, l’osservazione dei dettagli sulla sua superficie andava ben oltre le capacità dei telerscopi terrestri.
Per superare tale limitazione, ingegneri e planetologi hanno progettato varie sonde che potessero avere dei fly by con il pianeta per visitare e conoscere più a fondo il sistema gioviano, tra cui anche il satellite Io. Nel 1979 il Voyager 1 mostrò un’attività vulcanica dinamica sul satellite. Dalle prime immagini della sua superficie riprese da molto vicino, si osservavano dei bizzarri terreni vulcanici attivi, pennacchi e macchie calde. La sonda Galileo rimase in orbita intorno al sistema gioviano dal 1995 al 2003 e osservò più di 160 vulcani attivi e una vasta gamma di stili di eruzione. Parecchie domande sono rimaste in sospeso dopo la missione Galileo e sia l’origine che l’evoluzione a lungo termine dell’attività vulcanica non sono ancora stati completamente compresi.
Nel frattempo, i planetologi hanno progettato strumenti per superare la “barriera della nostra vista” e migliorare la qualità delle immagini dei telescopi terrestri. Con l’uso di ottiche adattive che forniscono un’immagine con una risoluzione vicina al limite di diffrazione del telescopio è stato possibile migliorare l’osservazione. Dal 2001 tutti i più grandi telescopi di 8-10 metri di diametro hanno adottato questa tecnologia.
“Dalle nostre prime osservazioni di Io nel 2001 con l’uso del W. M. Keck II, telescopio di 10 metri che si trova sulla sommità del Mauna Kea nelle Hawaii e con il suo sistema AO, il nostro team iniziò ad entusiasmarsi davvero con l’uso della nuova tecnologia. Inoltre, iniziammo a utilizzare AO al Very Large Telescope in Cile, e al Germini North Telescope nelle Hawaii. La tecnologia è aumentata nel corso degli anni e la qualità dell’immagine e l’utilità di questi strumenti complessi li ha resi parte della struttura di base dei grandi telescopi” ha affermato Marchis. Dal 2003, utilizzando i propri programmi di osservazione e i dati archiviati, il team guidato da Marchis ha raccolto circa 40 osservazioni di istanti differenti di Io nel vicino infrarosso. Queste immagini mostrano dettagli dell’ordine dei 100 chilometri sulla superficie del satellite.
Le osservazioni hanno rivelato eruzioni recenti e molto energetiche, chiamate outbusts (esplosioni). Queste sono facilmente rilevabili dalla loro immensa emissione termale nelle lunghezze d’onda più piccole che implica una temperatura elevata nell’eruzione. Il team ha osservato il risveglio improvviso del vulcano Tvashtar grazie alla sonda New Horizons che è transitata nelle vicinanze di Giove qualche anno fa e che è in cammino cammino verso Plutone. Da una survey combinata, basata su tre grandi telescopi, l’eruzione è stata osservata da aprile 2006 a settembre 2007. Precedenti osservazioni dalla sonda Galileo e dal W. M. Keck Oservatory mostrano che questo vulcano in precedenza aveva mostrato un simile stile eruttivo a fontana di fuco iniziato nel novembre 1999 e durato per una quindicina di mesi. Allo stesso modo, Pillan, un’eruzione energetica rilevata con la sonda Galileo dal 1996 al 1999 mostrava ancora una sporadica attività nell’agosto 2007, segnalata dal team utilizzando il W. M. Keck Telescope.
“Questi frequenza nell’attività vulcanica indica una ricarica regolare di magma dalla camera magnatica” ha affermato Ashley Davies, un vulcanologo del Jet Propulsion Laboratory, del California Institute of Technology, e membro dello studio. “Questo permetterà di modellare il processo eruttivo e di conoscere come il calore viene rimosso dalle profondità di Io con questo particolare stile di attività vulcanica”.
Quattro ulteriori eruzioni furono osservate nel maggio 2004 durante questa survey tra cui un vulcano molto attivo che si trovava in una regione che non aveva mai mostrato alcuna attività nel passato. Questo nuovo e sporadico outburst (o esplosione) ebbe una potenza pari al 10% di quella termica di Io, per cui risultava più energetica di quella del Tvashtar del 2001, il che implicava un’eruzione con stile fondana di fuoco. E’ interessante notare che il team di ricercatori non osservò alcun “mega outburst” durante questa survey con rendimento energetico simile all’eruzione Surt nel 2001, che è considerato l’outburst più energetico mai registrato in tutto il Sistema Solare. Il team ha concluso che questi outbust dovrebbero essere estremamente rari e molto sporadici, della durata di alcuni giorni.
Il gruppo di ricerca e altri numerosi gruppi stanno ancora monitorando l’attività vulcanica di Io. Hanno notato che dal settembre 2010 tale attività è stata alquanto quiescente. Una dozzina di eruzioni permanenti a bassa temperatura, che rappresentano l’attività effusiva, sono ancora osservati sulla superficie di Io, ma recenti osservazioni del satellite Io rivelano l’assenza di recenti eruzioni brillanti e di outbust. L’ultima eruzione osservata durante la survey è quella di Loki Patera del 24 luglio 2009, un lago di lava attiva conosciuto per la sua attività episodica.
“Le sonde sono state in grado di catturare l’attività vulcanica, il Voyager 1 per poche settimane, Galileo per alcuni anni e New Horizons per alcuni giorni. Le osservazioni compiute coi telescopi terrestri, d’altra parte, possono continuare il monitoraggio dei vulcani per un tempo più lungo” ha affermato Julie Rathbun della Redlands University, una ricercatrice planetaria non direttamente coinvolta nello studio, ma che ha condotto il monitoraggio di Io con il telescopio IRTF di tre metri per oltre 15 anni. “Le osservazioni AO coi telescopi di 8-10 metri di diametro hanno aumentato la loro risoluzione spazile rispetto alle precedenti osservazioni fatte da Terra. Presto non sarà solo il nostro unico modo per monitorare i vulcani di Io ma sarà il modo migliore per farlo. Dovremmo fare questo tipo di osservazioni molto più spesso”.
Il monitoraggio dell’attività vulcanica di Io continuerà per costruire una sorta di linea temporale dell’attività vulcanica e una variabilità dell’emissione termica, che saranno completata dai dati ottenuti da altre missioni legate al sistema gioviano, come la missione dell’Agenzia Spaziale Europea, JUICE, futura missione dedicata allo studio di un’altra luna gioviana, Europa. Fino a quando queste missioni non partiranno, il compito di monitorare l’attività vulcanica di Io sarà dei soli telescopi terrestri in grado di farlo.
La nuova generazione di sistemi AO fornirà una migliore qualità dell’immagine e aprirà l’intervallo di lunghezze d’onda  nel visibile agli astronomi planetari. Questi sistemi sono attualmente in fase di sviluppo e avranno la loro prima luce negli anni a venire. I cambiamenti della superficie colorata dovuta all’attività vulcanica, come i depositi dei pennacchi o i campi di lava ancora fluida, saranno rilevati da terra.
“Il prossimo gigantesco salto nel campo dell’astronomia planetaria sta nell’arrivo dei Giant Segmented Mirror Telescope, come il Telescopio di 39 metri, l’E-ELT in Cile, di diametro che dovrebbe essere disponibile nel 2021. Esso fornirà una risoluzione spaziale di 35 chilometri nel vicino infrarosso, che equivale alla risoluzione spaziale delle osservazioni totali ottenute dalla sonda Galileo. Quando verrà puntato su Io, questi telescopi offriranno l’equivalente di un flyby di una sonda col satellite” ha affermato Marchis.
Io venne scoperto dallo scienziato pisano Galileo Galilei nel gennaio 1610 e la scoperta fu annunciata nel Sidereus Nuncius pubblicato nel marzo 1610 a Venezia in sole 500 copie. Simon Maius affermò di aver scoperto Io e gli altri satelliti galileiani, Europa, Ganimede e Callisto, indipendentemente, scoperta raccontata in Mundus Iovalis pubblicato nel 1614. I nomi delle lune del gigantesco pianeta Giove furono suggerite dall’astronomo Johannes Kepler e proposte da S. Marius. Il centro dell’eruzione rilevato nel maggio 2004 non ha ancora ricevuto un nome ufficiale.
Gli autori della presentazione DPS sono stati: Franck Marchis del Carl Sagan Center presso il SETI Institute, California, e Ashley Davies del Jet Propulsion Laboratory, California. Gli autori ringraziano Christian Marois del National Research Council of Canada per aver fornito il materiale utile per la simulazione TMT. Parte dei dati sono stati estratti dall’Archivio del Keck Observatory, da quello dell’ ESO Science e dall’Archivio del Gemini Science. I Principal Investigator di queste osservazioni rese pubbliche è Seran Gibbard del Lawrence Livermore National Laboratory, Bruce Macintosh del Lawrence Livermore National Laboratory, Keith Matthew del Caltech, Mark Showalter del SETI Institute, Imke de Pater dell’University of California a Berkeley. Gli autoiri ringraziano l’Outer Planets Research Program della NASA, il Center for Adaptive Optics, e l’NSF Science and Technology Center.
Fonte JupiterToday.com-Monitoring Io’s Insane Volcanic Activity from the Comfort of Earth-http://www.jupitertoday.com/news/viewpr.html?pid=38953
Sabrina (GruppoLocale.it)

Io, senza segreti …

Una distesa ininterrotta di crateri, vulcani, colate di lava, depositi di ceneri e pianure ricche di zolfo. Io, il più interno dei  “satelliti medicei” di Giove, è un mondo decisamente ostile, che presenta la più intensa attività vulcanica tra tutti i corpi del nostro Sistema Solare. Ad alimentare questo fenomeno è la vicinanza di Io al suo pianeta e alle altre lune maggiori, che esercitano su di esso intense forze gravitazionali. Gli effetti di queste sollecitazioni producono deformazioni sulla crosta rocciosa del satellite e un intenso riscaldamento delle regioni interne di Io, che si manifesta con i numerosi vulcani presenti sulla sua superficie.
Se oggi conosciamo questa realtà è anche grazie ai dati raccolti dalle sonde che si sono avvicinate a Giove negli ultimi anni. Ed è proprio utilizzando le immagini prese dalle missioni Voyager 1 e 2 e dai passaggi della sonda Galileo che un team di scienziati guidati da ricercatori della Arizona State University (ASU) ha realizzato e pubblicato la prima mappa geologica completa di Io. “Una delle ragioni che ci hanno spinto a realizzare questa mappa è stata quella di creare uno strumento per continuare lo studio di Io e per individuare obiettivi per osservazioni da compiere nelle future missioni al sistema di Giove” dice David Williams, ricercatore associato presso la ASU che ha guidato l’ambizioso progetto, durato sei anni.
Nella mappa, che copre l’intera superficie del corpo celeste e nella quale sono indicate le distribuzioni di 19 differenti composti chimici, si possono contare ben 425 caldere di natura vulcanica. Mancano però all’appello i crateri da impatto prodotti da meteoriti. “Su Io , unico corpo celeste del Sistema solare, non abbiamo trovato queste caratteristiche. Una ulteriore conferma che l’intensa attività vulcanica di questa luna produce un continuo rimodellamento della sua superficie” prosegue Williams.
Nonostante questa intensa attività, che i ricercatori stimano sia circa 25 volte maggiore di quella terrestre, è stato riscontrato che la maggior parte dei cambiamenti di lungo termine sulla superficie di Io coinvolgerebbero meno del 15 per cento della sua estensione totale, mentre la maggior parte dei cosiddetti hot spot (zone che possiedono elevate temperature) nella crosta esterna della luna di Giove si concentrano nelle patere, che coprono meno del 3 per cento della superficie di Io. “Queste informazioni sono molto utili per fare un ulteriore passo aventi nella comprensione di questo mondo, ovvero realizzare modelli teorici più accurati in grado di descrivere i processi che avvengono al suo interno” conclude Williams.
di Marco Galliani (INAF)

I vulcani di Venere

Venere non è certamente il più ospitale dei pianeti. Con la sua densissima atmosfera costituita prevalentemente di biossido di carbonio, con i suoi impenetrabili strati di nuvole di acido solforico che causano un fortissimo effetto serra e con una pressione al suolo di 92 volte quella terrestre, Venere non è un posto dove passare le vacanze. Ma è uno dei pianeti più studiati dai ricercatori e molti sono i suoi misteri affrontati negli ultimi decenni, dalle miracolose immagini scattate dalle prime sonde russe atterrate negli anni 60 sulla superficie del pianeta, fino alle recenti missioni internazionali.
Uno di questi misteri scientifici riguarda senza dubbio l’attività vulcanica del pianeta. Si pensa che i vulcani dovrebbero aver rimodellato la superficie di Venere, oggi molto liscia e con un numero sorprendentemente basso di crateri da impatto. Ma solo molto recentemente sono state identificate le prove di attività vulcanica recente sul pianeta.
Sul sito INAF è disponibile un filmato del Vulcano Idunn di Venere. Missioni: Venus Express e Magellan. Crediti: NASA/JPL-Caltech/ESA.
In questo filmato, rilasciato nell’agosto del 2010, è inquadrato il vulcano Idunn Mons, nella regione venusiana Imdr. Il vulcano ha un diametro di circa 200 chilometri e la sua cima si alza a circa 2.5 chilometri sopra le pianure che lo circondano.
Il filmato è stato realizzato grazie ad una collaborazione di vari strumenti e missioni. I dati topografici necessari per modellare la superficie sono derivati dalla missione Magellan della NASA. Nel filmato, la mappa topografica è realizzata con una esagerazione verticale di 30 volte. Questo vuol dire che le distanze verticali sono state moltiplicate per un fattore 30 in modo da far risaltare la topografia della zona, altrimenti molto piatta.
Ma questo filmato del sorvolo del vulcano Idunn contiene molte informazioni aggiuntive, come la conformazione del terreno. I dati del radar della Magellan sono stati usati per dedurre informazioni sulle asperità del terreno, visibili in tutta la prima parte del filmato. Le aree che appaiono più chiare sono zone con superfici che presentano asperità e angoli netti (solo vicino alla sommità del vulcano) mentre le zone più scure, sono superfici dalla conformazione più dolce, caratteristiche di una colata lavica. Nella parte finale del filmato, infine, compare una mappa a colori realizzata con i dati dello strumento VIRTIS (Visible and Infrared Thermal Imaging Spectrometer), uno spettrometro realizzato dall’INAF attualmente in volo a bordo della missione ESA Venus Express. I dati, raccolti da maggio 2006 fino alla fine del 2007, sono strettamente collegati alla temperatura e vanno dal rosso della sommità del vulcano, corrispondente a una zona più calda, fino al violetto caratteristico delle zone più fredde. In altre parole, oltre a rendere l’emozione che la solitaria sonda Magellan può aver provato effettuando questo sorvolo del Vulcano Idunn, il filmato è l’analogo di una “pistola fumante”, una evidente traccia di attività vulcanica recente sulla superficie del pianeta Venere.
di Livia Giacomini (INAF)