L’irregolare IC 3583 nell’occhio di Hubble

Una barra di stelle che attraversa il centro della galassia: è questo che rende particolare l’irregolare IC 3583, a 30 milioni di anni luce da noi nella costellazione della Vergine. Le galassie barrate sono comuni in tutto l’Universo, ma per la maggior parte hanno una forma a spirale. Così come la nostra Via Lattea, anche due dei nostri vicini galattici, la Grande e la Piccola Nube di Magellano, sono barrati e ciò può indicare che in passato potrebbero essere stati lacerati dalla forza gravitazionale della Via Lattea. Ci sono due tipi di galassie irregolari. Quelle di tipo I di solito sono galassie singole di aspetto peculiare, contengono una grande quantità di giovani stelle e mostrano nebulose luminose che sono visibili anche in galassie a spirale. Nel tipo II ci sono le galassie interagenti, in cui lo strano aspetto è dovuto a due o più galassie in collisione, o che comunque interagiscono gravitazionalmente. Qualcosa di simile accade IC 3583: la barra di stelle potrebbe essere causata dall’interazione con una galassia vicina come Messier 90, con la quale forma la coppia nota come Arp 76.
di Eleonora Fweeoni

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Juno, il terzo “perigiove” è senza Jiram

Si chiama perigiove ed è il punto di minima distanza di un’orbita dal gigante del Sistema solare. E per quanto riguarda l’orbita attuale della sonda NASA Juno, il perigiove è stato raggiunto ieri, domenica 11 dicembre, alle 18:04 ora italiana. In quell’istante, stando alla tabella di marcia della missione, la sonda NASA stava sorvolando ad appena 4150 km di distanza le dense nubi di Giove, il tachimetro segnava una folle velocità di 57.8 km al secondo (oltre 200mila km/h) e sette degli otto strumenti scientifici di bordo erano intenti a raccogliere quanti più dati scientifici possibile. «Sarà la prima volta che avremo occasione di sfruttare appieno le capacità di Juno di indagare la struttura interna di Giove attraverso il suo campo di gravità», ha spiegato poche ore prima del flyby il principal investigator della missione Scott Bolton, del Southwest Research Institute di San Antonio, in Texas. «Non vediamo l’ora di conoscere ciò che la gravità di Giove saprà rivelarci sul passato e sul futuro del gigante gassoso». Sette strumenti su otto, dicevamo. E l’ottavo è purtroppo JIRAM, lo strumento italiano (finanziato dall’ASI e realizzato da Finmeccanica sotto la responsabilità scientifica dell’INAF IAPS di Roma) progettato per studiare la dinamica e la chimica delle aurore gioviane. Il nostro Jovian InfraRed Auroral Mapper, questo il significato dell’acronimo, è dovuto rimanere spento – a seguito di una decisione dei responsabili della missione – non per problemi allo strumento stesso bensì per un aggiornamento che si è reso necessario al software di bordo della sonda, come ha spiegato a Media INAF il responsabile di JIRAM, Albero Adriani dell’INAF IAPS di Roma, che abbiamo raggiunto in California, dove si trova in queste ore. «L’aggiornamento del software in oggetto non è di JIRAM ma della sonda», sottolinea Adriani. «Il software della sonda, che doveva gestire il trasferimento dei dati di JIRAM da una sua memoria temporanea dove JIRAM mette i dati durante le osservazioni a quella più grande da cui poi i dati accumulati durante il flyby vengono prelevati per essere spediti a terra, aveva un difetto. Durante il flyby 2 il suddetto software è andato in errore per una combinazione di anomalie (di fatto già previste singolarmente come eventi possibili) nei dati di JIRAM, ma non trattata opportunamente dal software. Questo ha innescato il SAFE dell’orbita 2. Questo evento, particolarmente raro, non si era mai verificato prima durante le innumerevoli attività di JIRAM quindi non è stato possibile correggere il software prima di arrivare a Giove». Ed è proprio per il timore che un evento simile potesse riaccadere durante questo terzo flyby che i responsabili della missione hanno deciso di tenere spendo JIRAM. «L’aggiornamento del software lo stanno scrivendo alla Lockheed Martin, che è responsabile della sonda», aggiunge Adriani. «Ci stanno lavorando da una decina di giorni, per farci operare in sicurezza già dal prossimo flyby». Appuntamento dunque al prossimo flyby, in calendario per il 2 febbraio 2017.
di Marco Malaspina (INAF)

Rosetta, ultimi dati prima dell’impatto

Sono passati poco più di due mesi da quando la sonda Rosetta dell’ESA ha toccato la superficie della cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko, a 720 milioni di chilometri dalla Terra. Lo scorso 30 settembre verrà ricordato come il giorno conclusivo di una delle missioni spaziali più emozionanti di sempre. Come sappiamo, nessuna sonda era mai riuscita ad arrivare attorno a una cometa. Da quando la sonda venne lanciata nel 2004 a oggi, i ricercatori e gli ingegneri coinvolti nel progetto (moltissimi sono italiani e anche dell’Istituto Nazionale di Astrofisica) hanno messo a segno una serie sterminata di successi e di record. La fine della missione era prevista mesi fa ma tutto ha continuato a funzionare nonostante ormai si trovasse a volare a strettissimo contatto con la cometa e le sue polveri. Negli ultimi istanti della sua discesa, Rosetta  ha potuto raccogliere dati ancora più interessanti su “Chury”, la sua compagna di viaggio per oltre due anni.
La sonda dell’ESA (con a bordo diversi strumenti a firma INAF) ha concluso il suo straordinario viaggio nella regione Ma’at, a soli 33 metri dal target fissato inizialmente dal centro di comando in Germania (quindi i calcoli sono stati piuttosto precisi). Il punto di atterraggio è stato soprannominato Sais, come la città egizia dove originariamente si trovava la Stele di Rosetta (da cui la missione prende il nome). Una volta raggiunta la superficie della cometa, le comunicazioni sono cessate così come tutte le operazioni.
Le ultime immagini scattate dalla camera OSIRIS permetteranno di avere fondamentali informazioni su processi geologici come erosione, trasporto di polvere, stratificazione, stress termici, e sui fenomeni transienti presenti nella chioma. Ma anche molti altri strumenti sono rimasti attivi fino alla fine, come ROSINA che durante la discesa ha misurato un aumento della pressione del gas circostante per più di un fattore 100. Con lo strumento MIRO, invece, sono stati raccolti i dati sulle emissioni provenienti dal nucleo fornendo misure importanti sulla temperatura dello strato sottostante la superficie cometaria. 1 e 5 cm sotto la superficie. Durante le ultime ore di volo, la temperatura ha oscillato tra i -193,15 gradi C e i -113,15 gradi C. MIRO ha anche raccolto dati sul tasso di produzione di acqua: a questa distanza dal Sole, Chury produce un quantitativo di acqua molto basso, pari a due cucchiaini al secondo (nel periodo più attivo ad agosto 2015 produceva, invece, due “vasche” d’acqua al secondo).
Lo strumento Alice si è occupato delle osservazioni nell’ultravioletto. Dai dati elaborati si evince che Alice non ha visto differenze spettrali significative nella composizione della superficie a queste risoluzioni spaziali elevate rispetto alle osservazioni su aree più grandi effettuate nei mesi precedenti. L’ultima osservazione che Alice ha ottenuto della chioma della cometa risale al 29 settembre e ha dimostrato che il degassamento dell’anidride carbonica era ancora in corso anche se ovviamente la cometa si trovava a distanze maggiori dal Sole rispetto a rilevazioni fatte in precedenza.
Le misurazioni dei venti solari sono state effettuate dai sensori del Rosetta Plasma Consortium. Sia RPC-LAP che RPC-MIP hanno segnalato densità plasmatiche molto basse durante la fase di discesa. I sensori hanno registrato un picco notevole di plasma a circa 2 chilometri dalla superficie, prima di cadere di nuovo, ma tutto è nella norma in quanto plasma proveniente dal gas neutro rilasciato dalla cometa: la sua densità deve essere bassa vicino alla superficie dal momento che le molecole che si trovano lì hanno appena lasciato il nucleo e non hanno avuto il tempo di ionizzarsi. Il sensore RPC-MAG ha poi confermato quanto visto da Philae nel 2014, cioè che la cometa non è magnetica: il sensore ha effettuato delle misurazioni fino a 11 metri dalla superficie senza registrare particolari picchi nel campo magnetico cometario.
Lo strumento tutto italiano GIADA era acceso durante la discesa, ma nelle ultime ore prima di spegnersi definitivamente non ha rilevato la presenza di polvere e ciò rende questi dati molto interessanti visto che una cometa è fatta per la maggior parte di polvere. Alessandra Rotundi, PI di GIADA, ha detto che la discesa è stata effettuata in un ambiente simile a una stanza appena pulita. Probabilmente la scarsa presenza di polvere è dovuta allo scarso tasso di produzione di acqua e quindi le particelle di polvere non riescono a sollevarsi dalla superficie. GIADA riesce a rilevare granelli di polvere fino a 50 micrometri di diametro, quindi tutto ciò al di sotto di questa soglia (e quindi granelli di polvere quasi impercettibili) sono passati senza disturbare la discesa della sonda.
Martin Hilchenbach, PI dello strumento COSIMA, ha commentato il successo della missione: «Sono rimasto veramente colpito che dopo 26 mesi di attività, la motivazione era alta come il primo giorno». Matt Taylor, project scientist di Rosetta, ha aggiunto: «Le operazioni sono state completate oltre due mesi fa e le squadre di ricercatori che lavorano agli strumenti sono molto concentrati sull’analisi dell’enorme quantità di dati raccolti nel corso di oltre due anni da Rosetta attorno alla cometa».
di Eleonora Ferroni (Media Inaf)

Coppia di nuovi esopianeti a 400 anni luce da noi

Due nuovi esopianeti vanno ad aggiungersi alla lista di quelli finora conosciuti nella nostra Galassia. A scoprire la coppia di giovanissimi pianeti extrasolari, tanto da risultare ancora in fase di formazione,  è stato un gruppo di astronomi guidato dal ricercatore italiano Andrea Isella della Rice University di Houston (Texas, Stati Uniti) grazie alle osservazioni del telescopio ALMA dell’ESO in Cile. I due oggetti celesti, entrambi di dimensioni comparabili al nostro pianeta Saturno, sono stati individuati in modo indiretto: gli scienziati hanno intuito la loro esistenza attorno alla giovane stella  HD 163296, di massa circa doppia a quella del Sole e distante 400 anni luce da noi, grazie alle riprese di ALMA che mettono in evidenza due evidenti “solchi” nel disco di polveri e gas che la circonda. Quegli anelli di spazio sostanzialmente privo di materia sono stati interpretati come le zone in cui altrettanti pianeti stanno completando il loro processo di accrescimento e formazione.

«ALMA ci ha mostrato immagini stupefacenti e scorci mai visti prima degli anelli e delle zone vuote intorno a giovani stelle che potrebbero rappresentare i segni caratteristici della formazione di nuovi pianeti» dice Isella, primo autore di un articolo pubblicato sulla rivista Physical review Letters. «Tuttavia, dato che stavamo solo guardando la polvere nei dischi con sufficiente precisione, non potevamo essere sicuri di ciò che ha dato origine a queste caratteristiche». Il gruppo di ricerca ha utilizzato ALMA per tracciare, per la prima volta, sia la distribuzione della polvere che del monossido di carbonio (CO) sotto forma di gas che compongono il disco attorno ad HD 163296 con un livello di dettaglio simile. Le osservazioni hanno rivelato tre distinte zone concentriche vuote nella polvere che compone il disco protoplanetario. La prima si trova a circa 60 unità astronomiche dalla stella centrale, ovvero 60 volte la distanza tra Terra e Sole, che è circa il doppio dello spazio che separa il Sole da Nettuno. Le altre due lacune si trovano a 100 e a 160 unità astronomiche dalla stella centrale: rispetto al nostro Sistema solare, si posizionerebbero ben oltre la fascia di Kuiper, la regione di corpi ghiacciati esterni all’orbita di Nettuno. I ricercatori hanno confermato con le osservazioni di ALMA la presenza di simili andamenti anche nella distribuzione del monossido di carbonio in concomitanza delle due lacune più esterne. In base a questa concomitanza di informazioni, gli astronomi ritengono di aver trovato prove convincenti della presenza di due pianeti in fase di formazione a grandi distanze dalla stella centrale. Le estensioni delle due regioni in cui sembra quasi del tutto assente sia la polvere che il gas suggeriscono che entrambi i potenziali pianeti abbiano massa comparabile a quella di Saturno.«Dati di quattro anni fa a più bassa risoluzione angolare ci avevano permesso di vedere solo un debole indizio di sotto-strutture in questo sistema; ora che il radiotelescopio ALMA è entrato a pieno regime abbiamo potuto rilevare queste incredibili e marcate strutture ad anello, indizio che il sistema è già in una fase avanzata della sua evoluzione e che molto probabilmente ha già dato origine a giganti gassosi. Commenta Greta Guidi, studentessa di dottorato di Ricerca all’Università di Firenze e all’INAF-Osservatorio Astrofisico di Arcetri, che ha partecipato allo studio. «ALMA ci sta facendo fare passi da gigante nella nostra comprensione del processo della formazione dei pianeti» sottolinea Leonardo Testi, astronomo dell’ESO e associato INAF, tra i coautori dell’articolo. «Dopo i primi risultati sulle strutture nella polvere in HL Tauri, TW Hydrae ed Elias 2-27, adesso finalmente possiamo anche osservare l’effetto dei pianeti sul gas molecolare. La combinazione di queste osservazioni di ALMA con osservazioni ad alta risoluzione e contrasto con ottica adattiva a LBT e VLT ci permetteranno presto anche di rivelare i giovani pianeti e studiarne le proprietà». Nella foto: Immagine del disco protoplanetario di polveri attorno alla stella HD 163296 ripreso da ALMA. Crediti: ALMA (ESO/NAOJ/NRAO); A. Isella; B. Saxton (NRAO/AUI/NSF)
di Marco Galliani (INAF)

Orione, Cane Maggiore, Toro e Gemelli: ecco alcune delle stelle più luminose dell’intera volta celeste

Con l’arrivo dell’inverno entriamo definitivamente nel periodo di migliore osservabilità delle grandi costellazioni che caratterizzeranno i prossimi mesi. Le costellazioni autunnali, povere di stelle brillanti e non sempre facilmente identificabili dal neofita – Capricorno, Acquario, Pesci – si avviano al tramonto nel cielo di Sud – Ovest, sostituite a Sud – Est dall’inconfondibile costellazione di Orione, accompagnata dal Cane Maggiore con la fulgida Sirio, dal Toro, dai Gemelli. In queste costellazioni possiamo individuare alcune delle stelle più luminose dell’intera volta celeste; oltre alla già citata Sirio, ricordiamo la rossa Aldebaran nel Toro, Castore e Polluce nei Gemelli, Procione nel Cane Minore, Capella nell’Auriga. Orione, la più bella costellazione invernale, è caratterizzata dalle tre stelle allineate della cintura ed dai luminosi astri Betelgeuse, Rigel, Bellatrix e Saiph che ne disegnano il contorno. Con piccoli strumenti (è sufficiente anche un buon binocolo) non è difficile individuare la celeberrima nebulosa M42, situata nella spada, poco al di sotto della cintura. Per alcune ore dopo il tramonto è ancora possibile osservare a Ovest alcune costellazioni che abbiamo potuto seguire per il periodo autunnale: il grande quadrilatero di Pegaso, Andromeda con l’omonima galassia, Perseo, la minuscola costellazione del Triangolo, accanto all’altrettanto piccola costellazione zodiacale dell’Ariete. Dalla parte opposta del cielo, in tarda serata si potrà assistere al sorgere del Cancro e, successivamente, del Leone.
A Nord le costellazioni circumpolari compongono un cerchio ideale intorno all’Orsa Minore, con all’estremità la stella polare: in senso antiorario incontriamo Cassiopea, Cefeo, il Dragone, l’Orsa Maggiore e la Giraffa.
Stefano Simoni (Astronomia.com)

Tutti i segreti di Betelgeuse

Sono in edicola Le stelle dicembre 2016 e Nuovo Orione dicembre 2016. Cominciamo da Le Stelle. A pagina 12 Saturno senza segreti allegato al prossimo numero de Le Stelle un inserto speciale di Walter Ferreri dedicato alla Missione Cassini. Stelle variabili nel cuore della Via Lattea a pagina 16. A pagina 20 Un vulcano di ghiaccio su Cerere. A pagina 22 Pennacchi di vapore su Europa? A pagina 36 Alpha Centauri una meta possibile?
Veniamo dunque a Nuovo Orione. A pagina 26 un articolo su Betelgeuse la stella del solstizio invernale. Il Planetario celeste di dicembre a pagina 58. A pagina 64 la costellazione della Colomba.

Uno scrigno stellare nei Gemelli

Messier 35 o M35 in breve è l’ammasso stellare più brillante presente della costellazione dei Gemelli, ben visibile in queste lunghe sere di dicembre, tra est e sud: non è facilissimo da osservare ad occhio nudo, ma già con un piccolo binocolo rivela il gruppo di astri più brillanti che lo compongono. M35 dista da noi circa 1800 anni luce, ha un’estensione di 24 anni luce e si stima che contenga qualcosa come 200 stelle. Ma oltre M35 il cielo di dicembre ci riserverà, nuvole permettendo, lo spettacolo di un brillantissimo Venere nelle prime ore della sera e altri interessanti fenomeni, tra cui le congiunzioni della Luna con lo stesso Venere, su far della sera del 3 dicembre, con Marte la sera del 5 dicembre e con Giove, poco prima dell’alba del 22 dicembre. Se volete saperne di più, non vi resta che guardare il consueto video del cielo del mese pubblicato da MEDIA INAF.
di Marco Galliani

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