Guardando la Terra ‘seduti’ su Giove

Sfruttare un raro allineamento planetario per osservare, in modo indiretto, alcune caratteristiche dell’atmosfera terrestre impresse nella luce solare riflessa da Giove. Un’indagine senza dubbio fuori dagli schemi e che ha mostrato alcuni aspetti sorprendenti, realizzata da un team di ricercatori guidato da Paolo Molaro, astronomo dell’INAF presso l’Osservatorio Astronomico di Trieste. I dati sono stati raccolti il 5 gennaio 2014, giorno in cui si è verificato l’allineamento tra Sole, Terra e Giove. L’allineamento di due pianeti rispetto al Sole è un evento raro: Venere e Terra si trovano esattamente nella stessa direzione della nostra stella solo una volta ogni 105,5 o 121,5 anni, mentre per il prossimo allineamento Sole-Terra-Marte bisognerà aspettare fino al 2084. In questi allineamenti, il pianeta più esterno vede l’altro sfilare davanti al Sole. Durante il transito del 5 gennaio 2014 un osservatore su Giove avrebbe quindi visto passare la Terra passare davanti al disco solare. Impossibile dunque seguire da noi l’evento. Anzi, non proprio, se si ‘osserva’ il transito usando il pianeta esterno come uno specchio. Così hanno pensato Molaro e i suoi colleghi, che hanno studiato gli effetti del transito della Terra davanti al Sole usando la luce solare riflessa da Giove. Una impresa non nuova a questi scienziati, che avevano utilizzato lo stesso principio in occasione del transito di Venere nel 2012, in quel caso sfruttando la luce riflessa dalla Luna. «Nel caso del transito del 2014, è stato un po’ come osservare il passaggio della Terra davanti al Sole standosene comodamente seduti su Giove. O più precisamente, su una delle sue lune – Ganimede o Europa – perché il pianeta gigante, a causa della sua elevata velocità di rotazione e della sua turbolenta atmosfera , non si può certo definire uno specchio ideale» dice Molaro, primo autore dello studio, i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista Monthly Notices of the Royal Astronomical Society. L’obiettivo scientifico delle osservazioni era di rilevare l’impronta dell’atmosfera terrestre nella luce solare riflessa e di misurare un piccolo spostamento nelle posizioni delle righe spettrali provocato dalla occultazione di una parte del disco solare. Effetti che verranno utilizzati per studiare le proprietà dei pianeti extrasolari durante i transiti davanti alla loro stella. Le osservazioni sono state effettuate presso il Telescopio Nazionale Galileo dell’INAF a La Palma, sulle Isole Canarie, e al telescopio da 3,6 metri dell’Osservatorio Australe Europeo (ESO) di La Silla in Cile, gli unici al mondo in grado di osservare il transito grazie a spettrografi con la precisione necessaria. Con loro grande sorpresa, il gruppo di astronomi si è trovato ad osservare anche un nuovo fenomeno, del tutto imprevisto. Invece della prevista diminuzione della luminosità dovuta alla parziale eclissi solare, in realtà è stato registrato un aumento. «All’inizio abbiamo pensato di aver commesso un errore durante le osservazioni, o che qualcosa nella strumentazione non avesse funzionato correttamente. Abbiamo ricontrollato tutte le possibili cause senza trovare nulla di insolito o sbagliato» ricorda Molaro. «Finalmente, dopo quasi un anno, ci siamo resi conto di cosa fosse successo, e passo dopo passo siamo riusciti a interpretare ciò che aveva visto: un nuovo effetto fisico mai misurato prima». «Ricordate l’immagine in cui si può scorgere l’aumento di luce che circonda l’ombra della testa degli astronauti sulla Luna?» commenta Mauro Barbieri, dell’Università di Atacama. «Beh questo è più o meno quello che è successo anche durante le nostre osservazioni. Un effetto particolare che si verifica perché le lune di Giove Europa e Ganimede non hanno atmosfera e la luce dalla sorgente, ossia il Sole, viene da dietro l’osservatore che sta sulla Terra. L’aumento della luminosità osservato avviene solo quando l’allineamento è perfetto. Durante il passaggio davanti al disco solare, la Terra si è comportata come una lente virtuale, aumentando l’intensità della luce solare proveniente dalle zone del Sole immediatamente intorno la sua immagine proiettata. L’effetto sulle linee spettrali è stato esattamente l’opposto di quello provocato da un’eclissi, e di gran lunga più forte. «Il nostro modello spiega le osservazioni in ogni dettaglio», ha detto Simone Zaggia, astronomo dell’INAF-Osservatorio di Padova e co-autore del lavoro. «Il prossimo allineamento tra il Sole, la Terra e Giove si verificherà nel 2026, e speriamo di avere una seconda possibilità di seguire questo nuovo allineamento per confermare le nostre teorie con il nuovo spettrografo ad alta risoluzione dell’European Extremely Large Telescope di 39 m di diametro, in costruzione sulle Ande Cilene», conclude Lorenzo Monaco, dell’Università Andres Bello a Santiago del Cile.
di Marco Galliani (INAF)

 

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Hickson 68 nei Cani da Caccia

Nel giornalino astronomico di aprile pubblicato su Astronomia.com a cura di Etruscastro si parla di NGC4826,  una galassia “semplice” e famosissima ma non per questo meno spettacolare, meglio nota come M 64 o, per gli “amici”, galassia “Occhio Nero”, e di Hickson 68, uno splendido gruppo di galassie visibile nella costellazione dei Cani da Caccia, formato da almeno 4 galassie osservabili, di cui la NGC 5350 è la componente principale. Faremo quindi riferimento a quest’ultima per rintracciare l’ammasso. Per ottenere tutte le informazione visita il sito Astronomia.com.

Tre ammassi aperti nell’Unicorno

E’ visibile in queste fredde notti invernali, nella parte meridionale della costellazione dell’Unicorno, quasi al confine con il Cane Maggiore, un appariscente ammasso aperto M 50. L’ammasso fa dunque parte del Cataalogo di Messier  ed è al limite della visibilità ad occhio nudo.  Si individua in una zona povera di stelle brillanti, sebbene molto ricca di piccoli addensamenti stellari e minute nebulose; lo si può raggiungere circa 7 gradi a nord della stella γ Canis Majoris, a sua volta vicina a Sirio, o alternativamente, a circa 1/3 della distanza fra Sirio e Procione, partendo dalla prima.  Un binocolo da 50mm di apertura è sufficiente per iniziare la risoluzione in stelle: si osservano una quindicina di componenti su un fondo che resta ancora nebuloso; la visione migliore si ha con piccoli telescopi amatoriali (da 90mm a 150mm), in cui si mostra completamente risolto, con una cinquantina di componenti comprese entro 10′ di diametro. Con un 150mm si arriva a contare un’ottantina di stelle, fra le quali diverse disposte in coppia.
M 50 fu scoperto probabilmente prima da Cassini  e poi indipendentemente riscoperto da Charles Messier nel 1772, che lo descrisse come un ammasso di piccole stelle; quest’ultimo lo individuò seguendo una cometa. Probabilmente però M 50 potrebbe essere già stato individuato da Hodierna, nel 1654.
M 50 si trova ad una distanza di circa 3000 anni luce dal Sole (le stime però non sono ancora precise). Ha un diametro angolare di 15×20, e quindi dovrebbe avere una dimensione lineare di circa 18 anni luce, ma la regione centrale ne misura solo 9. Si stima che M50 possieda all’incirca 200 componenti. La stella più luminosa è di tipo spettrale B8 o B6 a seconda delle fonti.
Una bella caratteristica di questo ammasso è che a 7′ a sud del centro si trova una gigante rossa di tipo M, che con il suo colore contrasta con le stelle bianche e azzurre nelle vicinanze. L’ammasso contiene anche alcune giganti gialle. Ha un’età stimata in 78 milioni di anni.
Di questo ammasso aperto ci parla nella sua rubrica anche Salvatore Albano, sulla rivista Coelum in edicola in questi giorni (pagina 56 “LE stelle fredde dell’Unicorno”). Albano vi aiuterà a scoprire altri due ammassi aperti NGC 2301 e NGC 2232. NGC 2232 venne individuato per la prima volta da William Herschel nel 1784 attraverso un telescopio riflettore da 18,7 pollici; suo figlio John Herschel lo riosservò in seguito e lo inserì poi nel suo General Catalogue of Nebulae and Clusters col numero 1415.
NGC 2232 è un ammasso piuttosto giovane e poco popolato, situato alla distanza di circa 1170 anni luce); la sua posizione ricade così all’interno del Braccio di Orione, nei pressi del Complesso nebuloso molecolare di Orione e all’interno della Cintura di Gould. Nonostante la piccola distanza angolare, quest’ammasso è molto in primo piano rispetto alla regione nebulosa di Monoceros R2.  L’età dell’ammasso è stimata sui 50 milioni di anni circa e sue componenti più luminose appartengono alla classe spettrale B; a queste si aggiungono alcune stelle di classe A e F e diverse altre di classi inferiori, molte delle quali mostrano un eccesso di radiazione infrarossa a causa della presenza di densi dischi di polveri. Proprio per questa ragione, l’ammasso è stato oggetto di studi per trovare possibili indizi della formazione di pianeti, in particolare attorno alle stelle di classe spettrale A, dove sembra comune la formazione di giganti ghiacciati.

Nella luce della nebulosa di Orione

La stupenda costellazione di Orione offre la possibilità di ammirare splendidi oggetti deep sky; ecco quelli che ci propone questo mese Salvatore Albano.
NGC 1981 è un ammasso aperto di mag. +4,2. Le sue componenti più luminose sono una decina di giovani stelle azzurre. L’ammasso fu individuato da John Herschel nel 1827, Si trova a 1250 anni luce. Circa a 15’ a sud dell’ammasso si trova un complesso  di nebulose a emissione ma soprattutto a riflessione  NGC 1973/75/77 interessante ma trascurato principalmente a causa della vicinanza della celeberrima M 42. Tutto l’insieme della nebulosità è illuminato per la massima parte dalla stella blu 42 Orionis e questo fa si che l’oggetto risulti splendido e coloratissimo nelle foto a lunga posa. Il primo a notare NGC 1977 la più estesa e la più luminosa del gruppo fu il 15 febbraio 1786 W. Herschel.
Proseguendo verso sud è possibile trovare la nebulosa a riflessione NGC 1999 individuata il 6 febbraio 1785 da W. Herschel. Si trova a 1500 anni luce illuminata al suo interno dalla stella V380 Orionis La particolarità di questa piccola nebulosa è quella di avere al suo centro una curiosa macchia scura a forma di buco della serratura  da qui il nome di Nebulosa Keyhole. Recenti indagini dimostrano che si tratta proprio di un’apertura attraverso i gas illuminati dalla stella.
Dalla rubrica Nel Cielo di Salvatore Albano “Nella luce della nebulosa di Orione” Coelum 166/2013 pagina 54 Nell’articolo completo troverete maggiori informazioni tecniche e descrittive

Ammassi e nebulose invernali

M 37 è un ammasso aperto di notevole estensione, posto sul bordo sud-orientale del grande pentagono di stelle che raffigura la costellazione dell’Auriga; è già visibile ad occhio nudo in cieli particolarmente limpidi e bui ed è uno degli oggetti più noti fra gli astrofili. La sua individuazione è facilitata dalle stelle β e θ Aurigae.
Può essere osservato anche con un semplice binocolo, in cui si mostra come un oggetto completamente nebulare, su cui brilla una minutissima stellina; la visuale migliore si ha con un piccolo telescopio come un 80mm o un 114mm, in cui sono evidenti molte delle componenti più brillanti di quest’oggetto. La risoluzione tuttavia resta parziale, in quanto occorrono strumenti più potenti per individuare tutte le componenti.
M 37 è un ammasso notevolmente concentrato ed è ben in risalto sul campo stellare circostante, relativamente povero di stelle di fondo; la sua distanza è stimata sui 4000 anni luce, a cui corrisponde un diametro reale di 20 anni luce. La sua età è avanzata, sui 300 milioni di anni, ma nonostante ciò conserva bene la sua struttura di ammasso aperto e le sue componenti non si sono disperse.
La Nebulosa Granchio è ciò che rimane di un’esplosione di supernova osservata nel 1054 d.C. fra le “corna” del Toro e di cui restano delle testimonianze scritte in varie parti del mondo; la supernova raggiunse una luminosità tale che per oltre sette mesi rimase visibile in pieno giorno, superando la brillantezza di Venere ed oscurando le stelle vicine. Ciò che resta oggi è una pulsar, ossia un astro molto compatto e dall’elevatissima velocità rotazionale, avvolta in una nebulosa, formata dalla materia che componeva gli strati esterni della stella esplosa.
Questa nebulosa fu il primo oggetto che il Messier elencò nel suo catalogo, che per questo è anche nota come M 1. Invisibile ad occhio nudo, potrebbe risultare visibile con un binocolo potente solo a determinate condizioni atmosferiche; un telescopio da 114mm è invece sufficiente per individuarla chiaramente. Si presenta in questo strumento come una macchia chiara un po’ allungata e priva di particolari appariscenti. Osservata con un telescopio professionale appare costituita da tanti tenui filamenti.
La nebulosa è larga più di sei anni luce e si sta espandendo alla velocità di 1500 km/s; la sua distanza è stimata sui circa 6500 anni luce.
Iota Cancri è una stella apparentemente anonima situata nel nord della costellazione del Cancro; rappresenta la chela superiore del granchio mitologico che attaccò Ercole mentre questo lottava contro l’Idra di Lerna. Appare come una stella non molto brillante, a mala pena visibile dalla città e di colore tendente al giallastro o all’arancione.
Un binocolo continua a mostrarla come una stella normale, mentre con un telescopio da 100-120mm si mostra facilmente come una stella doppia dai colori leggermente contrastanti: appare infatti affiancata da una stella di colore bianco di magnitudine 6,6. La loro separazione angolare è pari a 34″, rendendola una delle stelle doppie più facili da risolvere con piccoli strumenti.
Poco più ad est si può osservare un’altra coppia, molto più larga, composta dalle stelle ρ1 e ρ2 Cancri, anche queste dai colori leggermente diversi l’una dall’altra.
Sempre nel Cancro si può osservare M 67, un ammasso aperto non molto appariscente ma piuttosto esteso; si tratta di uno degli ammassi aperti più antichi che si conoscano, la cui età è stimata sui ben 3,2 miliardi di anni. Nonostante ciò, le sue stelle sono ancora raggruppate e tenute insieme dalla reciproca forza di gravità.
M 67 è poco al di sotto della soglia massima di visibilità ad occhio nudo; ciò nonostante si presenta come un oggetto molto sfuggente anche in un binocolo, dove appare come una macchia chiara molto vaga e spesso individuabile solo tramite la visione distolta. Un telescopio amatoriale permette di scorgere solo alcune delle sue componenti, che risultano deboli anche a causa della loro distanza da noi.
L’ammasso si trova in una posizione particolare: a differenza di quasi tutti gli ammassi aperti, che giacciono entro poche centinaia di anni luce dal piano galattico, immersi nei bracci di spirale, questo si trova all’esterno di essi, in una zona assai marginale. Possiede stelle di diversi tipi, dalle giganti rosse fino alle stelle blu di sequenza principale, molto rare in un ammasso così vecchio.
La Nebulosa Rosetta è una vasta regione H II di forma rozzamente circolare, posizionata proprio nel mezzo della debole scia della Via Lattea invernale; nonostante le sue vaste dimensioni angolari, si tratta di un oggetto molto sfuggente. La sua posizione è facile da reperire, trovandosi poco al di sotto della linea che congiunge le stelle Betelgeuse e Procione.
Quando le dimensioni di un telescopio consentono di apprezzare la struttura della nebulosa, spesso l’ingrandimento è così elevato che è difficile riuscire a contenerla entro l’oculare; in realtà qua contano molto anche le dimensioni dell’oggetto. Le parti più appariscenti si concentrano verso il lato nord-occidentale e sud-orientale. Nelle fotografie si evidenzia invece con grande facilità.
Al centro della nebulosa si trova un ammasso aperto, NGC 2244, ben visibile anche con un semplice binocolo; le sue stelle sono tutte di colore blu e illuminano i gas circostanti. L’azione combinata dei venti stellari di questi astri hanno spazzato via le nubi di gas attorno all’ammasso, conferendo alla nebulosa l’aspetto caratteristico che possiede, con il vuoto di gas a forma di bolla nella sua area centrale che lo rende simile ad un fiore.
La Nebulosa di Orione, nota anche come M 42, è una delle nebulose più note e brillanti del cielo, nonché una delle poche ad essere visibili già ad occhio nudo. Si trova al centro di un asterismo chiamato Spada di Orione, formato da una concatenazione di stelle disposte in senso nord-sud, alcuni gradi a sud della Cintura di Orione.
Al binocolo è ben evidente la struttura nebulosa: appare sovrapposta ad una coppia di stelle azzurre ed estesa a sud di questa, con due rami principali che si dirigono a sud-est e a sud-ovest; con un binocolo 10×50 o più potente si riesce a individuare, poco a nord della struttura nebulosa principale, anche una macchia nebulosa minore, nota come M 43. Un piccolo telescopio amatoriale è sufficiente per individuare, al centro della nebulosa, un gruppo di quattro stelline minute molto vicine fra loro: si tratta di un piccolo ammasso aperto di recente formazione, noto come Trapezio.
La nebulosa di Orione è la seconda nebulosa più brillante del cielo: si tratta di una regione H II, ossia di un complesso di gas in cui ha luogo la formazione di nuove stelle, tramite la concentrazione di gas a pressioni elevatissime. La sua luminosità e la sua caratteristica di “fornace” stellare ne fa uno degli oggetti più studiati dagli scienziati e uno dei più fotografati dagli astrofili.
M 78 è una nebulosa a riflessione, una delle poche di questo tipo ad essere osservabile senza troppe difficoltà anche con strumenti amatoriali. Talvolta viene soprannominata Nebulosa Falsa Cometa poiché presenta delle simmetrie apparenti nella sua struttura: infatti presenta un lato con un bordo molto netto, mentre la parte opposta a questo sfuma molto gradualmente, dando quasi l’impressione di una coda di cometa in avvicinamento. In realtà si tratta di un gioco di luci, fra la parte illuminata e le aree che restano in ombra.
Invisibile con un binocolo, si mostra come una macchia molto delicata tramite un telescopio da 100-120mm di apertura; sono facilmente individuabili le due stelle blu e calde di decima magnitudine responsabili dell’illuminamento dei gas e delle polveri che formano M 78.
Quest’oggetto è il più luminoso di una serie di addensamenti nebulosi osservabili a breve distanza l’uno dall’altro; questi gruppi in realtà fanno parte dello stesso complesso di gas e polveri, che viene illuminato solo a tratti dalle stelle blu rispettivamente più vicine, mentre la gran parte della massa gassosa ha le sembianze di una nebulosa oscura. La distanza di questo complesso è stimata sui 1600 anni luce.
Mintaka è una delle tre stelle che formano il celebre asterismo della Cintura di Orione; è la meno luminosa delle tre e rappresenta l’estremità nord-occidentale dell’asterismo. Si tratta di una giovane stella gigante blu, molto calda e luminosa, con una magnitudine pari a 2,23; è soggetta a delle leggere variazioni di luminosità a causa della presenza di una stella compagna molto stretta. Le due stelle si eclissano a vicenda con un periodo di 5,73 giorni, provocando la regolare diminuzione di luminosità.
Una terza compagna è presente nelle vicinanze: si tratta di una stella di magnitudine 6,85, posta ad una distanza tale da consentirne l’osservazione tramite dei telescopi amatoriali; si tratta di una stella molto meno grande e luminosa, ma anch’essa di colore blu-azzurro. Queste due componenti, intese come la somma delle due compagne strette più la stella di sesta magnitudine, formano una coppia piuttosto facile da osservare.
L’area della galassia in cui si trova Mintaka è pervasa da grandi addensamenti di gas e polveri interstellari; la maggior parte di questa massa resta in ombra, mentre alcune aree sono parzialmente illuminate da Mintaka e dalle altre stelle della Cintura, diventando così visibili come delle tenui nebulosità diffuse, in particolare nell’infrarosso e nelle fotografie.
Sirio è una delle prime stelle in assoluto che si impara a riconoscere: è la stella più luminosa del cielo, dal caratteristico colore azzurrognolo e si riconosce senza possibilità di errori grazie alla sua posizione rispetto alla vicina costellazione di Orione. È anche una delle stelle più vicine a noi, con una distanza di appena 8,6 anni luce, e fra le stelle più vicine visibili ad occhio nudo è la seconda solo dopo α Centauri.
Sirio è una stella doppia: possiede una compagna, chiamata Sirio B, di magnitudine 8,44, una nana bianca che ha esaurito il suo ciclo vitale e sia avvia verso un lento processo di raffreddamento progressivo, dopo aver perso gli strati superficiali; questa stella in condizioni normali sarebbe visibile anche con un binocolo, ma l’estrema vicinanza alla sua stella maggiore fa sì che la sua luce venga oscurata dalla brillantezza di Sirio A.
Per individuare la compagna minore occorreva, specie nel decennio fra il 1990 e il 2000, un telescopio da almeno 140mm di apertura, oppure uno strumento leggermente inferiore ma con un oculare molto potente; nel periodo sù indicato infatti la stella Sirio B si trovava nel punto della sua orbita più vicino a Sirio A (periastro); ora la distanza fra le due componenti sta aumentando ed è possibile risolvere la coppia anche con strumenti leggermente inferiori.
M 48 è un ammasso aperto di grandi dimensioni apparenti; se la notte è perfetta può anche essere visibile, seppure con molte difficoltà, anche ad occhio nudo. Si trova in un’area moto povera di stelle appariscenti, diversi gradi a sud di Procione, lontano da Sirio e dalle stelle della testa dell’Idra, costellazione quest’ultima alla quale quest’oggetto appartiene.
Può essere osservato anche con un binocolo, dove appare come una macchia allungata con qualche debolissima stellina al suo interno e dai contorni non definiti; un telescopio da 100mm di apertura consente di risolverlo in stelle senza lasciare traccia di nebulosità.
L’ammasso appare in generale poco concentrato; l’addensamento maggiore di stelle si ha nella regione centrale, dove si osservano una trentina di stelle molto vicine fra loro disposte in senso nord-sud, mentre un’altra cinquantina di componenti meno vicine fra loro si osservano tutt’attorno al condensamento centrale. La distanza di M 48 è stimata sui 1500 anni luce, mentre l’età si aggirerebbe sui 300 milioni di anni.
M 47 è un ammasso aperto molto brillante visibile nella parte settentrionale della costellazione australe della Poppa; la sua luminosità è tale da poter essere scorto anche ad occhio nudo, se la notte è propizia. Appare come un oggetto poco concentrato ma composto da stelle brillanti, la più appariscente delle quali raggiunge la magnitudine 5,7 ed è pertanto visibile ad occhio nudo in notti limpide. Poco ad est di M 47 si osserva M 46, un altro ammasso aperto appariscente.
Un binocolo consente sia di risolverlo completamente in stelle senza lasciare traccia di nebulosità residue, sia di poter notare, nello stesso campo visivo poco più a nord-est, un secondo ammasso, di aspetto nebuloso, noto come NGC 2423. Al telescopio M 47 occupa quasi interamente l’oculare e appare completamente dominato dalle stelle di colore azzurro.
L’età dell’ammasso è stimata intorno ai 78 milioni di anni: si tratta pertanto di un oggetto giovane, in cui a dominare sono le stelle blu più massicce, ancora nel pieno della loro fase vitale; nello stesso campo visivo si osservano anche due stelle di colore arancione. La distanza da noi è stimata sui 1600 anni luce.
M 46 è un ammasso aperto osservabile meno di un grado ad est del precedente, M 47; è meno appariscente, ma molto più concentrato. Non è individuabile ad occhio nudo, ma un binocolo è già sufficiente per mostrare alcune delle sue componenti stellari, disperse in un vago chiarore di aspetto nebulare.
Un telescopio di piccole dimensioni lo risolve quasi completamente in diverse decine di stelle, molto vicine fra loro a formare una concentrazione rozzamente sferica; alcune delle componenti sono disposte a formare delle strutture a grappoli.
La caratteristica più famosa d quest’ammasso è la presenza, sul lato settentrionale, di una nebulosa planetaria a forma di anello, nota come NGC 2438; questa nebulosa, ben evidente in telescopi semiprofessionali, è in realtà in primo piano rispetto all’ammasso e si presenta in questa posizione solo per un effetto prospettico: infatti la sua distanza è stimata sui 2900 anni luce, mentre la distanza stimata per M 46 si aggira sui 5400 anni luce.
M 93 è un ammasso aperto situato nella parte centro-settentrionale della costellazione australe della Poppa; la sua individuazione è facilitata dalla presenza a circa un grado della stella ξ Puppis, di terza magnitudine. Appare molto raccolto, con delle piccole dimensioni, ma è anche uno degli oggetti più brillanti della costellazione, al limite inferiore della visibilità ad occhio nudo.
Anche un semplice binocolo è sufficiente per individuarlo e, in parte, per risolverlo; è dominato da alcune stelle di nona magnitudine, mentre il centro presenta una forma allungata e resta apparentemente di natura nebulosa. La risoluzione è quasi completa con l’ausilio di un telescopio di piccole dimensioni, che permette anche di risolvere anche l’area centrale, formata da due raggruppamenti di stelle. Due brillanti stelle arancioni di nona magnitudine dominano l’ammasso in direzione sud-ovest.
La distanza dell’ammasso è stimata sui 3600 anni luce, a cui corrisponde un diametro reale di circa 10-12 anni luce; la sua età si aggira sui 100 milioni di anni e appare ancora dominato dalle stelle giganti blu di classe O e B, molto luminose. Fra noi e l’ammasso si sovrappone una gran quantità di polveri, che ne fa diminuire la luminosità di circa 0,2 magnitudini.
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Lo scrigno di Orione

Ad occhio nudo è visibile come una debole luminosità posta al di sotto delle tre stelle perfettamente allineate nel mezzo della costellazione di Orione,  che domina il cielo di dicembre e rimane ben visibile per tutto il periodo invernale. Ma disponendo di strumenti più potenti, la nebulosa di Orione è pronta a rivelarci  le meraviglie astronomiche che si trovano concentrate al suo interno: enormi masse di gas, stelle in formazione, giovanissime ma anche mancate come le nane brune, dischi di polveri dove si stanno creando nuovi pianeti. Certo per ottenere questi risultati c’è voluto il telescopio spaziale Hubble, dalle sue prime osservazioni del 1993 fino all’ultima campagna di mappatura ad altissima risoluzione della nebulosa, che hanno permesso non solo di rivelare oltre 3000 stelle al suo interno e più di 150 dischi circumstellari dove si stanno formando nuovi pianeti, ma di creare accurate ricostruzioni virtuali in 3 dimensioni. In esse vengono evidenziate le strutture filamentose di gas e polveri che compongono la nebulosa di Orione, la cui caratteristica luminosità è data principalmente dalla intensa radiazione ultravioletta emessa dalle giovani stelle che compongono l’ammasso aperto denominato trapezio che si trova al suo interno.
Un assaggio di queste affascinanti visioni della nebulosa di Orione e i suggerimenti per individuarla nel cielo notturno di dicembre insieme alle altre costellazioni e ai pianeti potete trovarli nel video messo a disposizione dall’INAF.
di Marco Galliani (INAF)

Ancora tre gioielli: M 52, Czernik 43 e la Bubble Nebula

M 52 è un ammasso aperto che si trova nella costellazione di Cassiopea. Ha una notevolissima concentrazione stellare. La sua distanza è ancora indeterminata ma generalmente considerata intorno ai 5000 anni luce. Fu scoperto da Messier la notte del 7 settembre 1774. Si tratta di uno degli ammassi aperti più popolati di stelle almeno 3000 dalla magnitudine +13 fino alla +16. Malgrado ciò la sua luminosità complessiva non gli permette di superare la soglia della visibilità ad occhio nudo anche se può facilmente essere identificato con un piccolo binocolo 6° a nord ovest di Caph (la stella beta della costellazione di Cassiopea, mag. +2,3).
Osservando nelle vicinanze di M 52 si trova un altro ammasso assai più disperso e dai confini molto elusivi,  chiamato Czernik 43. Se l’osservazione può far sospettare un legame fisico fra M 52 e Czernik 43, i dati oggettivi smentiscono questa prima impressione, Czernik 43 sembra sia infatti molto più lontano di M 52: circa 7800 a.l. contro 5000.
34 primi a sudovest di M 52 ecco un’altra sorpresa: in pratica si tratta della parte  più luminosa di quella regione HII illuminata da un giovane astro azzurro molto massiccio di magnitudine +8,7.  Questa nebulosità fu individuata per la prima volta da W. Herschel. Si tratta della Bubble Nebula. Herschel non vide la “bolla”  che venne trovata molto più tardi per via fotografica. La bolla di 3’di diametro angolare, formatasi sotto la spinta del forte vento stellare proveniente dalla stella centrale, una Wolf – Rayet ad altissima temperatura che sta eiettando verso l’esterno i suoi strati superficiali, è ovviamente la parte più interessante e ricercata di NGC 7635.
Per ulteriori informazioni leggi l’articolo di Salvatore Albano nell’ultimo numero di Coelum a pagina 56.

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