Cieli stellati nell’arte: da Nefertari a Van Gogh

Starry starry night… cantava Don McLean negli anni Settanta. Lui si riferiva ai cieli stellati di Van Gogh, ma potrebbe essere dedicata a tutti i cieli notturni della storia dell’arte. Sì perché l’idea di rappresentare un cielo trapunto di stelle (magari proprio su un soffitto, in modo da simulare la volta celeste) risale alla notte dei tempi… Una delle testimonianze più antiche, infatti, si può trovare nella tomba della regina Nefertari (1295-1255 a.C.), moglie del faraone egizio Ramses II, presso la Valle delle Regine. Si tratta di una struttura ipogea ricoperta da più di 3500 mq di dipinti che illustrano il viaggio nell’aldilà della bella Nefertari. Tutto il soffitto è un intero cielo stellato di un intenso blu scuro. Il significato di questa rappresentazione è collegato all’idea della morte come sonno eterno e quindi come notte, luogo e tempo in cui vivono i morti. Per gli Egizi, infatti, la notte è una presenza molto importante, è una divinità (la dea del cielo Nut) che si alterna al giorno in una lotta continua tra luce e tenebre. Per simboleggiare la notte, Nut è rappresentata come un arco che copre la terra nell’atto di inghiottire il Sole al tramonto per poi partorirlo all’alba.  Un particolare curioso dei dipinti egizi è che le stelle sono sempre a cinque punte. Si tratta di un aspetto molto affascinante in quanto questo tipo di stella (definita anche pentagramma o stella pitagorica e associata a dottrine esoteriche) è una figura geometrica con proprietà molto particolari in quanto costruita sulla base della sezione aurea, una proporzione definita “divina” nel Rinascimento e conosciuta già presso gli Egizi. Queste distese di stelle, generalmente, non hanno riferimenti astronomici ma in alcuni casi gli astri sono raffigurati in modo tale da far pensare a delle vere e proprie mappe stellari… E proprio una mappa stellare è forse la rappresentazione più antica in assoluto di un cielo notturno. Mi riferisco a quel manufatto noto come Disco di Nebra, rinvenuto in Germania quindici anni fa e risalente al 1.600 a.C. Al di là del significato astronomico, da poco decifrato, è comunque da ammirare la qualità artistica del pezzo: una piastra in bronzo di 32 cm di diametro con applicazioni in lamina d’oro essenziali ma precise, di una modernità incredibile! Nel corso dell’arte classica è difficile trovare grandi esempi di cieli stellati. Qualche frammento fittile di epoca greca mostra il Dio Eosforo che porta la luce del mattino accompagnato da qualche sporadica stella (raffigurata in questo caso con sedici raggi). Per ritrovare delle grandi volte ricoperte di stelle dobbiamo fare un bel salto temporale fino all’arte bizantina (V secolo d.C.) ed esplorare quel piccolo gioiello dell’arte musiva che è il Mausoleo di Galla Placidia a Ravenna. La cupola è interamente coperta da 570 stelle dorate disposte in cerchi concentrici e culminanti con la croce di Cristo. La diminuzione delle dimensioni delle stelle centrali crea quasi un effetto di sfondamento prospettico e dà l’idea, fisica e spirituale, di uno spazio infinito. Dopo questo esempio facciamo un altro volo di circa novecento anni per ritrovarci a Padova, in un altro scrigno pieno di colore e bellezza. È la Cappella degli Scrovegni, affrescata da Giotto intorno al 1300 con scene tratte dall’Antico e dal Nuovo Testamento. Qui la volta a botte è interamente dipinta di blu oltremare, colore associato allasapienza divina e ottenuto con preziosa polvere di lapislazzuli e azzurrite, mentre le stelle dorate ad otto punte sono leggermente in rilievo rispetto alla superficie della volta. Quello degli Scrovegni non è un caso isolato. Nel basso Medioevo, infatti, sono molte le chiese con volte dipinte a cielo stellato (basta ricordare le crociere della Basilica superiore di San Francesco ad Assisi, o quelle della cattedrale di Siena o del Duomo di San Gimignano). Nello stresso periodo si possono trovare esempi anche fuori dall’Italia, come nella tardogotica cappella di San Biagio nella Cattedrale di Toledo… … o nella coeva chiesa di Santa Maria a Cracovia.  Della fine del Quattrocento è la testimonianza di un altro cielo stellato sulla volta di una cappella. Ma la notizia, stavolta, è quella della sua scomparsa… mi riferisco all’affresco di Piermatteo d’Amelia che ricopriva il soffitto della Sistina prima dell’intervento di Michelangelo. Ebbene sì, un immenso cielo stellato avvolgeva lo spazio della cappella, come dimostrano disegni e incisioni dell’epoca, ma della sua scomparsa ad opera del Buonarroti ce ne siamo fatti un ragione… Pochi anni dopo, nella prima metà del Cinquecento, il Ferramola affrescherà un cielo stellato culminante nell’immagine di Dio sulla volta del romanico Oratorio di Santa Maria in Solario a Brescia. Tuttavia oggi questo spazio è noto soprattutto per la cosiddetta Croce di re Desiderio che vi è conservata. Degli stessi anni è un altro splendido soffitto stellato posto a copertura della Cappella Reale di Hampton Court, uno dei palazzi reali eretti da Enrico VIII in Inghilterra.  Secondo lo stile dell’epoca si tratta di una complessa copertura gotica con chiavi pendule e nervature dorate. Dal Seicento in poi questi mistici cieli stellati non saranno più presenti nelle volte per lasciar spazio ad affreschi e stucchi barocchi. Li ritroveremo, così, in ambiti diversi. Nella scenografia teatrale, ad esempio, è celebre il grande fondale del “Salone delle stelle nel palazzo della Regina della Notte” realizzato da Karl Friedrich Schinkel nel 1815 per il Flauto Magico di Mozart. Ma sicuramente il cielo stellato più famoso dell’arte è quello di Van Gogh del 1889. Secondo le informazioni fornite dall’artista stesso, la scena sarebbe riferita all’alba del 19 giugno (ma per la fase della Luna sarebbe invece il 23 maggio) quando il pittore poteva vedere all’orizzonte la luminosa “stella del mattino” cioè Venere (l’astro più in basso con un grande alone bianco). La tela fu dipinta durante il soggiorno di Van Gogh all’ospedale Saint-Rémy. Qui l’artista restò sveglio per tre notti ad osservare la campagna che vedeva dalla sua finestra: silenziosa, maestosa, con quel grande cielo che la sovrastava. Un’immagine cosmica reinterpretata in chiave espressionista. C’è una bella opera digitale di Alex Ruiz che mostra ciò che Van Gogh avrebbe potuto vedere prima di dipingere il suo capolavoro. E poi c’è un bel video in cui le pennellate che si arrotolano attorno alle stelle cominciano a ruotare e a rispondere al tocco di una mano! Ma questa non è l’unica notte stellata di Van Gogh. Già poco prima aveva dipinto“Notte stellata sul Rodano”, un’immagine forse meno spettacolare ma con ungioco di riflessi delle luci artificiali sul fiume che rende tutto vibrante e vitale. In questo caso si può riconoscere in cielo la costellazione dell’Orsa Maggiore a riprova del contatto intimo che l’artista aveva con la realtà e con la natura. Dello stesso anno sono altri due dipinti nei quali fa capolino uno scorcio di cielo stellato (Caffè di notte e Strada con cipresso e stella) a dimostrare il fascino e la magia che questo soggetto gli ispirava. Dopo le esperienze di Van Gogh nessun cielo stellato avrà la stessa potenza evocativa. Troviamo le geometriche costellazioni di Picasso, quelle colorate e giocose di Mirò e una scura notte stellata in cui vola l’Icaro di Matisse, ma il senso di stupore e di dolcezza delle stelle di Van Gogh mi sembra insuperabile. Oggi abbiamo perso quella capacità di meravigliarci davanti ad un cielo stellato perché non siamo più abituati ad alzare lo sguardo e cercare un contatto con l’universo (e la sovra illuminazione delle nostre città non aiuta). Eppure la visione di quello straordinario tappeto di luci (e chi ha visto la via Latteacoi suoi occhi può capirmi)  andrebbe assolutamente preservata così come quella conoscenza diffusa dell’astronomia che per millenni ha connesso l’uomo al cosmo. Per proteggere la cultura e la bellezza della notte stellata molti hanno chiesto all’Unesco di dichiarare il cielo notturno patrimonio dell’umanità ma per questioni tecniche ciò non è mai avvenuto (e qui l’ente spiega le motivazioni). Ma forse ci basterebbe insegnare ai ragazzi a ritrovare un contatto fisico con la natura, cielo o terra che sia.
BY DIDATTICARTE · 26 FEBBRAIO 2014 http://www.didatticarte.it/Blog/

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Le scoperte che hanno cambiato la scienza

Siete curiosi di sapere quali sono le scoperte che hanno scoperto la scienza (almeno finora)? E come state accolte dalla comunità scientifica? Michael Brooks, giornalista e divulgatore, ci accompagna in questo viaggio affascinante con il suo libro “Oltre il limite, 11 scoperte che hanno rivoluzionato la scienza”, in Italia pubblicato da Codice Edizioni in collaborazione con “Le Scienze” (pp 241, euro 17,90). Tra i suoi libri più famosi ricordiamo anche “Tredici cose che non hanno senso”. L’atomo, il Big Bang, il DNA, la selezione naturale. Queste e molte altre sono le idee che hanno rivoluzionato la scienza, ma che in un primo momento sono state guardate con diffidenza (per usare un eufemismo) dal mondo accademico e dalla comunità scientifica. Attraverso undici nuove prospettive, Brooks ci porta – capitolo dopo capitolo – verso le frontiere estreme di ciò che noi chiamiamo mondo, di ciò che noi chiamiamo universo. Scritto con il tono accattivante tipico di un conduttore radiotelevisivo quale è Brooks e con la competenza dell’ottimo divulgatore, il libro vuole rendere giustizia alle undici scoperte radicali ma incomprese senza le quali – forse – il presente sarebbe diverso e il futuro ancora più incerto. Forse la frase che meglio riassume il lavoro di Brooks è “il senso comune non è una guida utile alla realtà”. Le domande sono ancora tante, molte rimarranno senza risposta, ma proprio per questo vale la pena tentare. E allora Brooks racconta come l’uomo sia arrivato agli studi sulla coscienza definendo diversi modelli anche sul funzionamento del nostro cervello, oppure quanto sia fondamentale per l’uomo il rapporto sociale che viene a crearsi (senza un apparente motivo) con altri simili ma in realtà sconosciuti. E ancora il dilemma filosofico delle combinazioni di tessuto umano con quello animale definito da Brooks “chimera” o la sorprendente constatazione che il tempo come noi lo viviamo possa essere in realtà un’illusione. Il giornalista – che collabora con “New Scientist” e “Guardian” – non si limita alle questioni filosofiche, ma cerca di spiegare qual è il nostro ruolo all’interno dell’universo, quello che lui chiama “l’enorme computer”. Il concetto, di per sé, è difficile da spiegare oltre che da capire e anche la teoria del Big Bang (per quanto ormai acclarata tra gli accademici) potrebbe non bastare per rispondere alle nostre domande. Secondo Brooks, uno dei modelli cardine per spiegare come l’universo sia divenuto quello che è oggi, è la teoria della cosmologia inflazionaria, per cui il fisico Alan Guth ha vinto il Fundamental Physics Prize (diciamo il cugino del Premio Nobel per la Scienza). Molti – anzi, meglio dire fin troppi – fisici hanno sostenuto nel corso degli anni che questa teoria crei più problemi di quanti ne risolva, scrive Brooks nel capitolo “L’universo si complica”. E ciò non deve stupirci, visto che anche “il bosone di Higgs, colonna portante della visione standard della fisica – si legge in un passo del libro – sta creando qualche difficoltà”. Il viaggio nell’ignoto è insidioso e difficile è trovare l’uscita. Non sempre le grandi intuizioni degli scienziati o dei pensatori (che Brooks definisce “romantici”) portano a delle scoperte, e anche quando lo fanno a volte la natura umana è restia ad accettare i cambiamenti, per questo li rigetta per mantenere lo status quo. “Le idee audaci sono pedoni mossi in avanti su una scacchiera. Possono essere eliminate, ma possono anche dare inizio a un gioco vincente”. Questa la citazione di Goethe con cui Michael Brooks sceglie di aprire il libro svelandoci così – dalla prima pagina – il senso profondo. E conclude il libro scrivendo: “Ma c’è spazio per tutti: l’avventura è appena cominciata”.
Buona lettura!
di Eleonora Ferroni (INAF)

Una Nebulosa fetta di limone e un Gruppo Locale simile al nostro

IC 3568 o Nebulosa Fetta di limone è una nebulosa planetaria situata nella costellazione della Giraffa a 9000 anni luce dalla Terra. Si trova nei pressi del polo nord celeste, alla stessa distanza tra esso e Epsilon Ursae Majoris. Nonostante le dimensioni ridotte e la debole magnitudine, è visibile con un telescopio da 125 millimetri, in quanto si trova in una zona povera di stelle particolarmente brillanti.
IC 3568, è un esempio lampante di nebulosa planetaria sferica, ed era conosciuta anche come La nebulosa planetaria, per la sua estrema simmetria, fino a quando il Telescopio Spaziale Hubble, non ha mostrato una zona interna più brillante estesa per 6,4 secondi d’arco con una struttura più complessa, che giustifica il nome “Nebulosa Fetta di limone”; un alone esterno circonda la struttura centrale. Secondo uno studio del 1983 di Harrington e Feibelman, la stella centrale, piuttosto brillante (di magnitudine +13,45), possiede molte caratteristiche comuni a stelle di tipo variabile P Cygni, a causa di un vento stellare che raggiunge i 1840 km/s. Sempre da questo studio è riportato che le quantità di carbonio, azoto, ossigeno, neon e zolfo sono circa la metà di quelle contenute nel Sole.
NGC 5898 è una galassia nella costellazione della Bilancia. Fa parte di un gruppetto formato da due galassie ellittiche (questa e la vicina NGC 5903) più altre galassie minori nelle vicinanze: formano una sorta di Gruppo Locale con caratteristiche quindi non molto dissimili dal nostro. Si tratta di una galassia ellittica dalle dimensioni effettive paragonabili a quelle della Via Lattea, visibile con un telescopio amatoriale circa 3 gradi a ENE della stella σ Librae. Nello stesso campo appare ben visibile anche la galassia NGC 5903, grande quasi il doppio. NGC 5898 dista dalla Via Lattea 111 milioni di anni-luce.

Cosi bruciarono Ipazia, filosofa insigne

Ipazia nacque ad Alessandria nella seconda metà del IV secolo. Non è possibile stabilire con maggiore precisione l’anno della sua nascita: il lessico della Suda sostiene che ella «fiorì durante il regno d’Arcadio», ossia dal 395 al 408, il che comporterebbe una data di nascita oscillante dal 355 al 368, anche se la maggior parte degli studiosi crede di poter indicare la sua nascita intorno al 370. Nulla si sa della madre e il fatto che i saluti rivolti a Ipazia e agli altri familiari nelle lettere del suo allievo Sinesio non la citino mai, fa ritenere che, almeno nel 402, ella fosse già morta. Si sa di un fratello di nome Epifanio, dedicatario sia del Piccolo commentario alle Tavole facili di Tolomeo, che del IV libro dei Commentaria a Tolomeo, del padre Teone.

Ipazia di Alessandria, illustrazione del 1908

Noto è invece il padre, «Teone, il geometra, il filosofo d’Alessandria», che studiava e insegnava ad Alessandria, dedicandosi in particolare alla matematica e all’astronomia — osservò l’eclisse solare del 15 giugno 364 e quella lunare del 26 novembre — e che sarebbe vissuto almeno per tutto il regno di Teodosio I (378-395). Che Ipazia sia stata allieva prima e collaboratrice del padre poi è attestato dallo stesso Teone il quale, in capo al III libro del suo commento al Sistema matematico di Tolomeo, scrive che l’edizione è stata «controllata dalla filosofa Ipazia, mia figlia». Non è chiaro il tipo di controllo esercitato da Ipazia: se si sia trattato di una semplice revisione del commento paterno, di integrazioni al testo ovvero di editare l’intero testo di Tolomeo. Le fonti antiche sono concordi nel rilevare come non solo Ipazia fosse stata istruita dal padre nella matematica ma, sostiene Filostorgio, anche che «ella divenne migliore del maestro, particolarmente nell’astronomia e che, infine, sia stata ella stessa maestra di molti nelle scienze matematiche». Filostorgio non è soltanto uno storico della Chiesa, ma anche un appassionato, se non un esperto, di astronomia e di astrologia, e le sue affermazioni trovano conferma in Damascio il quale scrive che Ipazia «fu di natura più nobile del padre, non si accontentò del sapere che viene dalle scienze matematiche alle quali lui l’aveva introdotta, ma non senza altezza d’animo si dedicò anche alle altre scienze filosofiche». Matematica, astronoma e filosofa, come aveva già attestato il padre, Ipazia aveva tutti i titoli per succedere al padre nell’insegnamento di queste discipline nella comunità alessandrina, nella tradizione del glorioso Museo fondato quasi 700 anni prima da Tolomeo I Soter. Anche se il vecchio Museo non esisteva più da quando era andato distrutto al tempo della guerra condotta da Aureliano, la tradizione dell’insegnamento delle scienze mediche e della matematica era però continuata ad Alessandria, mantenendo intatto l’antico prestigio, come conferma anche Ammiano Marcellino, e Ipazia, già almeno dal 393, era a capo della scuola alessandrina, come ricorda Sinesio, giunto ad Alessandria da Cirene per seguirvi i suoi corsi. Le fonti antiche le attribuiscono sicuramente un commentario a un’opera di Diofanto di Alessandria, che dovrebbe essere, secondo gli interpreti, l’Arithmetica, e un commentario alle Coniche di Apollonio di Perga. È dubbio se ella abbia composto anche un’opera originale sull’astronomia, un Canone astronomico: la notizia di Suda — «scrisse un commentario a Diofanto, il Canone astronomico, un commentario alle Coniche di Apollonio» — non permette di comprendere se quel canone sia in realtà un commento a un’opera di Tolomeo, possibilmente quella già nota e citata dallo stesso padre Teone. La mancanza di ogni suo scritto rende problematico stabilire il contributo effettivo da lei prodotto al progresso del sapere matematico e astronomico della scuola di Alessandria: a dire del Kline, quella scuola «possedeva l’insolita combinazione di interessi teorici e interessi pratici che doveva rivelarsi così feconda un migliaio di anni più tardi. Fino agli ultimi anni della sua esistenza, la Scuola alessandrina godette di piena libertà di pensiero, elemento essenziale per il fiorire di una cultura e fece compiere importanti passi avanti in numerosi campi che dovevano diventare fondamentali nel Rinascimento: la geometria quantitativa piana e solida, la trigonometria, l’algebra, il calcolo infinitesimale e l’astronomia». Progressi sulle conoscenze ereditate fino ad allora sono rivendicate dall’allievo di Ipazia, Sinesio, che nel 399 scriveva che Ipparco, Tolomeo e i successivi astronomi «lavorarono su mere ipotesi, perché le più importanti questioni non erano state ancora risolte e la geometria era ancora ai suoi primi vagiti»: ora si è ottenuto di «perfezionarne l’elaborazione». E Sinesio fornisce un esempio di tali perfezionamenti e dell’unione di interessi teorici e pratici dall’astrolabio da lui fatto costruire e «concepito sulla base di quanto mi insegnò la mia veneratissima maestra […] Ipparco lo aveva intuito e fu il primo a occuparsene, ma noi, se è lecito dirlo, lo abbiamo perfezionato» mentre «lo stesso grande Tolomeo e la divina serie dei suoi successori» si erano contentati di uno strumento che servisse semplicemente da orologio notturno. Da queste parole si ricava che i matematici e gli astronomi del tempo di Ipazia non consideravano affatto l’opera di Tolomeo l’ultima e definitiva parola in fatto di conoscenza astronomica: al contrario, essa era correttamente ritenuta una semplice ipotesi matematica, segno che per gli astronomi alessandrini era necessario proseguire le ricerche, per giungere possibilmente alla reale comprensione della natura e della disposizione dell’universo. L’idea di un Tolomeo sistematore della realtà astronomica appartiene alla più tarda epoca medievale. Un altro strumento costruito su indicazioni di Ipazia fu un idroscopio: «un tubo cilindrico avente la forma e la misura di un flauto. In linea perpendicolare reca degli intagli, a mezzo dei quali misuriamo il peso dei liquidi. Da una delle estremità è otturato da un cono fissato strettamente al tubo, in modo che unica sia la base di entrambi. È questo il cosiddetto barillio. Quando s’immerge il tubo nell’acqua, esso rimane eretto e si ha in tal modo la possibilità di contare gli intagli, i quali danno l’indicazione del peso».
La filosofia di Ipazia
Analoghe difficoltà presenta la ricostruzione del pensiero filosofico di Ipazia. In assenza di opere autografe e di riferimenti espliciti occorre fare ancora riferimento agli scritti del suo allievo Sinesio. Christian Lacombrade dopo aver analizzato le caratteristiche degli scritti del giovane Sinesio, fondatamente influenzati dal suo soggiorno alla scuola d’Alessandria, afferma che quei primi testi «hanno necessariamente registrato, con modifiche minori che in seguito, il pensiero di quei venerati maestri che Ipazia rivelava nell’élite dei suoi discepoli», concludendone che nell’insegnamento di Ipazia il posto d’onore sarebbe stato tenuto da Porfirio, mentre minore rilievo vi avrebbe avuto Giamblico, sottolineando che Ipazia avrebbe soltanto illustrato il pensiero neoplatonico, senza elevarsi «a una concezione generale del mondo, non ha creato, come qualsiasi autentico filosofo, nessun sistema originale». Resta il fatto che Sinesio rimase devotissimo alla sua maestra per tutta la vita, un atteggiamento che sembra dimostrare che egli avrebbe ascoltato ad Alessandria molto più di una semplice esposizione del pensiero di alcuni filosofi: «Sinesio sembra aver sperimentato alla scuola d’Ipazia un’autentica conversione alla filosofia. Nei suoi Inni egli si rivela poeta metafisico di intuito religioso di notevole profondità. Inoltre egli, come dimostrano le sue lettere a Ipazia e ad altri, fece parte per tutta la vita di un circolo di iniziati alessandrini, con i quali condivise i misteri della filosofia». Ipazia gli avrebbe insegnato a considerare la filosofia «uno stile di vita, una costante, religiosa e disciplinata ricerca della verità». Sinesio frequentò sia la scuola di Alessandria sia quella di Atene, ma «l’Atene di oggi» — scrisse al fratello Evozio — «non ha nulla di eccelso a parte i nomi delle località […] al giorno d’oggi l’Egitto tiene desta la mente avendo ricevuti i semi di sapienza da Ipazia. Atene, al contrario, che fu un tempo la sede dei sapienti, viene ora onorata solo dagli apicultori».
A opinione del Garzya, la filosofia di Plotino fu accolta da Sinesio nell’interpretazione alessandrina — in un processo «nel quale dovette avere parte non piccola Ipazia, anche se ci sfuggono i termini» — che si distingueva sia dal neoplatonismo orientaleggiante, «in nome di un certo razionalismo», sia dal neoplatonismo polemicamente anticristiano della scuola ateniese, «in nome d’una certa neutralità nei confronti del cristianesimo». È allora possibile che non vi sia mai stato, nel tempo, un distacco di Sinesio dagli insegnamenti di Ipazia, conformemente «alla tradizione platonica che mostra di avere alla sua radice la relazione maestro-allievo fra Socrate e Platone» e che sia pertanto individuabile in tutte le opere filosofiche di Sinesio, se non la lettera, almeno la traccia costante dell’insegnamento di Ipazia. Nell’opuscolo Dione, così intitolato dal nome del sofista Dione di Prusa, Sinesio delinea il rapporto esistente tra filosofia e letteratura, esprimendo così anche i propri personali interessi culturali. Lo inviò a Ipazia nel 405, chiedendole un giudizio prima di una eventuale pubblicazione: «Se tu ritieni che lo scritto debba essere pubblicato, lo destinerò tanto ai retori quanto ai filosofi: agli uni recherà diletto, agli altri profitto, sempre che non venga respinto da te che hai la facoltà del giudizio». La filosofia è l’unità delle conoscenze, «la scienza delle scienze», ma è anche il mezzo con il quale l’uomo comunica tanto con i suoi simili che col dio: non si tratta, pertanto, di una comunicazione mistica o fondata su pratiche magiche, bensì razionale e tipica dell’uomo, il quale non è infatti «un puro spirito, ma uno spirito calato nell’anima di un essere vivente». Lo stesso Dione di Prusa fu nella realtà un uomo come tanti altri, di media cultura e capacità, un oratore che però, una volta dedicatosi, seppur tardi, alla filosofia, «si applicò a educare gli uomini, fossero re o semplici cittadini, singoli o gruppi», abbandonando ogni retorica e ogni ricerca del successo personale nell’esclusivo interesse dell’educazione dei propri simili: e lo stesso aveva fatto Socrate, filosofo ben più grande, che mise a disposizione la propria sapienza a chiunque volesse indirizzarsi alla conoscenza e al bene.
A capo della scuola di Alessandria
Ipazia «era giunta a tanta cultura da superare di molto tutti i filosofi del suo tempo, a succedere nella scuola platonica riportata in vita da Plotino e a spiegare a chi lo desiderava tutte le scienze filosofiche. Per questo motivo accorrevano da lei da ogni parte tutti coloro che desideravano pensare in modo filosofico». In questo passo, Socrate Scolastico, scrivendo intorno al 440, indica che ad Alessandria l’unica erede del platonismo interpretato da Plotino era stata Ipazia: diversamente, Ierocle, alessandrino di nascita ma formatosi ad Atene nella scuola del neoplatonico Plutarco (350-430), indica nel suo maestro l’erede della filosofia platonica in una successione che procede da Ammonio Sacca e, attraverso Origene, Plotino, Porfirio e Giamblico, giunge a Plutarco di Atene. Analoga è la successione dei maestri neoplatonici indicata dal più tardo Proclo, anch’egli membro della scuola d’Atene.
Tale diversità si può spiegare con la volontà di «mostrare che i soli veri eredi di Platone e di Plotino erano gli aderenti della teurgia giamblichea. Questo comportò la più completa omissione dei neoplatonici alessandrini da Ipazia a Sinesio in poi». Se pertanto si ammette la correttezza della successione delineata da Socrate Scolastico, ne deriva che Ipazia escluse dal suo insegnamento della filosofia neoplatonica la corrente magico-teurgica, indifferente, quando non ostile al cristianesimo, inaugurata da Giamblico e continuata nella scuola ateniese, per ricondurla alle fonti di Platone attraverso la mediazione di Plotino. Resta da capire il senso preciso di quel «succedere nella scuola platonica riportata in vita da Plotino»: se cioè ella abbia «occupato la cattedra di filosofia platonica nella città del padre», svolgendovi la funzione del mero insegnante delle storiche dottrine filosofiche, ovvero «Ipazia aderiva a un platonismo derivato da quello di Plotino», o se invece, rifacendosi «a una tradizione più o meno consolidata», proponeva «un pensiero adeguato al tempo in cui si trovava a vivere e pensare». La premessa — aveva superato «di molto tutti i filosofi del suo tempo» — non dovrebbe lasciar dubbio sul fatto che ella, almeno nell’opinione di Socrate Scolastico, fosse considerata filosofa nel senso alto del termine e degna erede di Plotino. Un’altra testimonianza proviene da Damascio, che alla fine del V secolo si stabilì ad Alessandria. Egli scrive che Ipazia «di natura più nobile del padre, non si accontentò del sapere che viene attraverso le scienze matematiche a cui era stata introdotta da lui ma, non senza altezza d’animo, si dedicò anche alle altre scienze filosofiche. La donna, gettandosi addosso il mantello e uscendo in mezzo alla città, spiegava pubblicamente a chiunque volesse ascoltarla Platone o Aristotele o le opere di qualsiasi altro filosofo». Risulterebbe dal passo che Ipazia, iniziato il suo percorso culturale dallo studio delle scienze matematiche — che sono, secondo lo concezione platonica, le scienze propedeutiche alla filosofia — fosse approdata alle «altre scienze filosofiche», ossia alla «vera filosofia», che raggiunge il suo culmine nella dialettica. Ma alla «vera» filosofia, a giudizio di Damascio, Ipazia non sarebbe giunta: egli scrive infatti che Isidoro, il maestro di Damascio, «era molto superiore a Ipazia, non solo come uomo rispetto a una donna, ma anche quale vero filosofo rispetto a una geometra».
Qui Damascio sembra rivendicare al proprio maestro e perciò, indirettamente anche a sé stesso, un’alta dignità di filosofo, che risulterebbe diminuita se Ipazia, già «inferiore in quanto donna», avesse superato Isidoro nel dominio delle scienze filosofiche. Ma esiste un’altra considerazione: «a differenza di Ipazia, Isidoro non capiva niente di geometria», essendo Isodoro sostanzialmente un retore, e pertanto il giudizio di Damascio appare in linea con la sua svalutazione della formazione filosofica basata sulle scienze matematiche anziché sulle discipline letterarie e retoriche. Nel De dono, l’allievo di Ipazia Sinesio aveva scritto che «l’astronomia è di per sé una scienza di alta dignità, ma può forse servire da ascesa a qualcosa di più alto, da tramite opportuno, a mio avviso, verso l’ineffabile teologia, giacché il beato corpo del cielo ha sotto di sé la materia e il suo moto sembra essere ai sommi filosofi un’imitazione dell’intelletto. Essa procede alle sue dimostrazioni in maniera indiscutibile e si serve della geometria e dell’aritmetica, che non sarebbe disdicevole chiamare diritto canone di verità». Se questo passo riflette legittimamente le idee dell’astronoma Ipazia, si può ritenere che ella in filosofia «non si mosse alla ricerca dell’essere e del divino attraverso un discorso retorico-dimostrativo che costruisce il vero facendo a meno dei fenomeni e dell’esperienza», così che il giudizio negativo di Damascio è, in questo senso, del tutto conseguente con la sua personale visione della filosofia. Un altro elemento che viene sottolineato dalle fonti antiche è il pubblico insegnamento esercitato da Ipazia verso chiunque volesse ascoltarla: l’immagine data di una Ipazia che insegna nelle strade sembra sottolineare un comportamento la cui audacia sembra quasi voluta, come un gesto di sfida e, a questo proposito, va rilevato che quando Ipazia comincia a insegnare, nell’ultimo decennio del IV secolo, ad Alessandria sono stati appena demoliti i templi dell’antica religione per ordine del vescovo Teofilo, una demolizione che simboleggia la volontà di distruzione di una cultura alla quale anche Ipazia appartiene e che ella è intenzionata a difendere e a diffondere.
La distruzione dei templi di Alessandria
I cosiddetti decreti teodosiani, emessi dall’imperatore Teodosio tra il 391 e il 392, avevano sancito la proibizione di ogni genere di culto pagano ed equiparato il sacrificare nei templi al delitto di lesa maestà punibile con la morte. Socrate Scolastico sottolinea la particolare insistenza del vescovo Teofilo per ottenere dall’imperatore decreti che mettessero fine ad Alessandria ai culti dell’antica religione: «per sollecitudine di Teofilo, l’imperatore ordinò di distruggere i templi degli elleni in Alessandria e questo avvenne per l’impegno dello stesso Teofilo». Fu risparmiato il tempio di Dioniso, che il vescovo ottenne in dono dall’imperatore, per essere trasformato in chiesa: già da anni un altro storico edificio, il Cesareo, il tempio di Augusto, era stato trasformato in cattedrale cristiana e costituiva il luogo di celebrazione più importante della comunità cristiana.

Rovine di Alessandria

Una particolare resistenza opposero gli elleni alla distruzione del Serapeo, il tempio più antico e prestigioso della città, «così adorno di atri con amplissimi colonnati, di statue che sembrano vive e d’opere d’arte di ogni genere, che nulla vi è sulla terra di più fastoso all’infuori del Campidoglio». Oltre al culto di Giove Serapide, vi erano celebrati i culti di Iside e delle divinità egizie e vi erano custoditi i loro «misteri». Teofilo «fece tutto quello che era in suo potere per recare offesa ai misteri degli elleni», esponendo pubblicamente per dileggio gli oggetti di culto dei templi distrutti. Il gesto provocò l’ultima resistenza degli elleni: «sconvolti dall’insolito e insospettato evento, non poterono starsene tranquilli e tramarono tra loro una cospirazione ai danni dei cristiani; dopo aver ucciso e ferito molti di loro, occuparono il tempio di Serapide». L’imperatore stesso, da Costantinopoli, appoggiò la comunità cristiana, sollecitando gli elleni a convertirsi: questi abbandonarono il tempio, che fu occupato dai cristiani. Il giorno prima della sua distruzione Olimpio, l’ultimo sacerdote del Serapeo, fuggì in Italia.
Il conflitto di potere tra il prefetto Oreste e il vescovo Cirillo
Nessuna fonte attesta il comportamento tenuto da Ipazia durante queste drammatiche vicende, né gli eventuali rapporti intercorsi tra lei e il vescovo Teofilo. Sappiamo che il risalto ottenuto nella città di Alessandria dalla personalità di Ipazia è immediatamente successivo a quei fatti e coincide altresì con l’affermazione, prodottasi nell’Impero orientale, del movimento politico e culturale degli elleni, sostenitori tutti della tradizionale cultura greca indipendentemente dalle singole adesioni a una particolare religione. La loro ascesa subì un arresto con l’avvento al potere dell’Augusta Pulcheria, nel 414, per risalire, con alterna fortuna, nei decenni successivi, fino al declino avvenuto a partire dalla seconda metà del V secolo. Il prestigio conquistato da Ipazia ad Alessandria ha una natura eminentemente culturale, ma quella sua stessa eminente cultura è la condizione dell’acquisizione, da parte di Ipazia, di un potere che non è più soltanto culturale: è anche politico. Scrive infatti lo storico cristiano ortodosso Socrate Scolastico: «Per la magnifica libertà di parola e di azione che le veniva dalla sua cultura, accedeva in modo assennato anche al cospetto dei capi della città e non era motivo di vergogna per lei lo stare in mezzo agli uomini: infatti, a causa della sua straordinaria saggezza, tutti la rispettavano profondamente e provavano verso di lei un timore reverenziale» Quasi un secolo dopo, anche il filosofo Damascio riprende le sue considerazioni: «era pronta e dialettica nei discorsi, accorta e politica nelle azioni, il resto della città a buon diritto la amava e la ossequiava grandemente, e i capi, ogni volta che si prendevano carico delle questioni pubbliche, erano soliti recarsi prima da lei, come continuava ad avvenire anche ad Atene. Infatti, se lo stato reale della filosofia era in completa rovina, invece il suo nome sembrava ancora essere magnifico e degno di ammirazione per coloro che amministravano gli affari più importanti del governo» Alla morte di Teofilo nel 412 salì sul trono episcopale di Alessandria Cirillo: questi «si accinse a rendere l’episcopato ancora più simile a un principato di quanto non fosse stato al tempo di Teofilo», nel senso che con Cirillo «la carica episcopale di Alessandria prese a dominare la cosa pubblica oltre il limite consentito all’ordine episcopale». In tal modo, tra il prefetto di Alessandria Oreste, che difendeva le proprie prerogative, e il vescovo Cirillo, che intendeva assumersi poteri che non gli spettavano, nacque un conflitto politico, anche se «Cirillo e i suoi sostenitori tentarono di occultarne la vera natura e di porre la questione nei termini di una lotta religiosa riproponendo lo spettro del conflitto tra paganesimo e cristianesimo». Nel 414, durante un’assemblea popolare, alcuni ebrei denunciarono al prefetto Oreste quale seminatore di discordie il maestro Ierace, un sostenitore del vescovo Cirillo, «il più attivo nel suscitare gli applausi nelle adunanze in cui il vescovo insegnava». Ierace fu arrestato e torturato, al che Cirillo reagì minacciando i capi della comunità ebraica, e gli ebrei reagirono a loro volta massacrando un certo numero di cristiani. La reazione di Cirillo fu durissima: l’intera comunità ebraica fu cacciata dalla città, i loro averi furono confiscati e le sinagoghe distrutte. «Oreste, prefetto di Alessandria, s’indignò molto per l’accaduto e provò un gran dolore perché una città tanto importante era stata completamente svuotata di esseri umani», ma non poté prendere provvedimenti contro Cirillo, poiché per la costituzione del 4 febbraio 384 il clero veniva a essere soggetto al solo foro ecclesiastico. Nel pieno del conflitto giurisdizionale tra il prefetto e il vescovo, dai monti della Nitria intervennero a sostegno di Cirillo un gran numero di monaci, i cosiddetti parabolani. Formalmente degli infermieri, «di fatto costituivano un vero e proprio corpo di polizia che i vescovi di Alessandria usavano per mantenere nelle città il loro ordine». Costoro, «usciti in numero di circa cinquecento dai monasteri e raggiunta la città, si appostarono per sorprendere il prefetto mentre passava sul carro. Accostatisi a lui, lo chiamavano sacrificatore ed elleno, e gli gridavano contro molti altri insulti. Egli allora, sospettando un’insidia da parte di Cirillo, proclamò di essere cristiano e di essere stato battezzato dal vescovo Attico. Ma i monaci non badavano a ciò che veniva detto e uno di loro, di nome Ammonio, colpì Oreste sulla testa con una pietra». Accorsero cittadini di Alessandria, dispersero i parabolani e catturarono Ammonio conducendolo da Oreste: «questi, rispondendo alla sua provocazione pubblicamente con un processo secondo le leggi, spinse a tal punto la tortura da farlo morire. Non molto tempo dopo rese noti questi fatti ai governanti. Ma Cirillo fece pervenire all’imperatore la versione opposta». Non si sa quale fosse la versione dei fatti approntata da Cirillo, ma la si può immaginare dal fatto che il vescovo fece collocare il cadavere di Ammonio in una chiesa e, cambiatogli il nome in Thaumasios — «ammirevole» — lo elevò al rango di martire, come se fosse morto per difendere la sua fede. «Ma chi aveva senno, anche se cristiano, non approvò l’intrigo di Cirillo. Sapeva, infatti, che Ammonio era stato punito per la sua temerarietà e non era morto sotto le torture per costringerlo a negare Cristo». Infatti, lo stesso Cirillo «si adoperò per far dimenticare al più presto l’accaduto con il silenzio».
Uccisione di Ipazia
In questo clima maturò l’omicidio di Ipazia, poiché, riferisce lo storico della Chiesa Socrate Scolastico, «s’incontrava alquanto di frequente con Oreste, l’invidia mise in giro una calunnia su di lei presso il popolo della chiesa, e cioè che fosse lei a non permettere che Oreste si riconciliasse con il vescovo». Era il mese di marzo del 415, e correva la quaresima: un gruppo di cristiani «dall’animo surriscaldato, guidati da un predicatore di nome Pietro, si misero d’accordo e si appostarono per sorprendere la donna mentre faceva ritorno a casa. Tiratala giù dal carro, la trascinarono fino alla chiesa che prendeva il nome da Cesario; qui, strappatale la veste, la uccisero usando dei cocci. Dopo che l’ebbero fatta a pezzi membro a membro, trasportati i brandelli del suo corpo nel cosiddetto Cinerone, cancellarono ogni traccia bruciandoli. Questo procurò non poco biasimo a Cirillo e alla chiesa di Alessandria. Infatti stragi, lotte e azioni simili a queste sono del tutto estranee a coloro che meditano le parole di Cristo».

C. W. Mitchell: La morte di Ipazia

Il filosofo pagano Damascio si era recato ad Alessandria intorno al 485, quando ancora «vivo e denso di affetto era il ricordo dell’antica maestra nella mente e nelle parole degli alessandrini». Divenuto poi scolarca della scuola di Atene, scrisse, cento anni dopo la morte di Ipazia, la sua biografia. In essa sostiene la diretta responsabilità di Cirillo nell’omicidio, più esplicitamente di quanto non faccia Socrate Scolastico: accadde che il vescovo, vedendo la gran quantità di persone che frequentava la casa di Ipazia, «si rose a tal punto nell’anima che tramò la sua uccisione, in modo che avvenisse il più presto possibile, un’uccisione che fu tra tutte la più empia». Anche Damascio rievoca la brutalità dell’omicidio: «una massa enorme di uomini brutali, veramente malvagi […] uccise la filosofa […] e mentre ancora respirava appena, le cavarono gli occhi». Dopo l’uccisione di Ipazia fu aperta un’inchiesta. A Costantinopoli regnava di fatto Elia Pulcheria, sorella del minorenne Teodosio II (408-450), che era vicina alle posizioni del vescovo Cirillo d’Alessandria e come il vescovo fu dichiarata santa dalla Chiesa. Il caso fu archiviato, sostiene Damascio, a seguito dell’avvenuta corruzione di funzionari imperiali. Anche secondo Socrate Scolastico, la corte imperiale fu corresponsabile della morte di Ipazia, non essendo intervenuta, malgrado le sollecitazioni del prefetto Oreste, a porre fine ai disordini precedenti l’omicidio. Tesi condivisa da Giovanni Malalas, secondo il quale l’imperatore Teodosio «amava Cirillo, il vescovo di Alessandria. In questo periodo gli alessandrini, col permesso del vescovo (Cirillo) di fare da sé, bruciarono Ipazia, un’anziana donna, filosofa insigne, da tutti considerata grande». (Tratto da Wikipedia)

Ninna nanna ninna oh …

Quando, ormai quasi 24 anni fa, mi lasciò la mia adorata nonna Ninna (così io la chiamavo da piccola e poi anche da grande!) lavoravo in un piccolo giornale locale come praticante. In redazione, come potete facilmente immaginare, tutti dovevano saper fare tutto, perché eravamo pochi e tra le altre cose (bisogna dirlo) anche poco esperti. Io mi occupavo, in quel lontano 1989, in particolare di cronaca nera, ma seguivo anche la politica locale, le conferenze stampa dagli argomenti più disparati e … al bisogno di altro ancora. Chiudevo il giornale la notte, se necessario, oppure disegnavo menabò.  Ricordo che una volta la settimana qualcuno (spesso esterno alla redazione) scriveva anche un piccolo racconto e quando morì la mia nonna (anche se per me era la prima volta) mi cimentai in questa impresa. Il racconto si intitolava E’ nata una stella ed era una mia acerba riflessione sulla vita e sulla morte. Premetto che a quel tempo non mi occupavo affatto né del cielo né delle sue meraviglie. Diciamo che vivevo ancora ad occhi bassi. Tanto è vero che, orrore, orrore qualche volta mi dilettavo con gli oroscopi da inserire nell’apposita pagina del giornale. Eppure quel piccolo racconto (certamente neanche scritto troppo bene) ha rappresentato una tappa importante nella mia vita. Mi è sempre rimasto in mente, anche se molto probabilmente non ne esiste più copia sulla faccia della Terra. Ci sono solo i miei ricordi. E’ nata una stella raccontava di una donna che morendo andava a ricongiungersi con l’Universo da dove (non molti anni prima, purtroppo) era venuta. Io non sapevo niente di niente (come adesso intendiamoci!) eppure immaginai che nella morte quella donna fosse tornata ad essere una stella. Si fosse cioè ricongiunta agli elementi che l’avevano creata. La materia di cui era composta tornava a far parte così del ciclo universale che scandisce vita e morte. Non si trattava però dello sfogo dolente di un’atea convinta, anzi. Tornare alle stelle era per me un po’ come tornare nelle mani plasmanti di quella forza che è capace di innescare una sorta di principio vitale che permea il nostro Universo. Ho ripensato a quel racconto in questi giorni probabilmente perché colpita dalla morte di Margherita Hack, la Signora delle Stelle. Lei non era credente, come ha più volte affermato, ma non faceva parte della numerosa schiera dei non credenti arrabbiati che, detto fra noi, sono insopportabili. Sono due le categorie di persone che non sopporto quando si parla di Dio: coloro che confondono Dio e la fede con la Chiesa (o meglio le chiese); ma soprattutto non sopporto coloro che impiegano tanto del loro tempo a cercare di far passare l’idea che gli atei siano furbi e i credenti, ma si diciamolo, degli allocchi fatti e serviti. A questo non ci sto, nonostante non sia certo io una credente convinta. Stimavo molto la professoressa Hack proprio per questo motivo, per la pacatezza con cui rivendicava il suo ateismo. E’ così che si deve fare, a maggior ragione quando si è un personaggio pubblico di prestigio come lo era Margherita Hack. Mi mancherà molto la sua competenza, la sua capacità di divulgazione, ma anche e soprattutto la sua ironia tutta toscana. Sentirla parlare di oroscopi  (“Tutte bischerate”!) era uno spasso.
E adesso mi piace immaginarla come mia nonna, parte di quel principio vitale che tutto trasforma e niente distrugge. Tutto il resto è mistero e tale (forse) deve rimanere.
Una Stella per Amica

Il 28 maggio 1930 nasce l’astronomo americano Frank Drake

Il 28 Maggio 1930 nasce l’astronomo americano Frank Drake. È noto per aver fondato insieme a Carl Sagan il SETI e per la famosa equazione che porta il suo nome (equazione di Drake), riferita alla possibilità dell’esistenza di forme di vita intelligenti extraterrestri.Drake iniziò la sua carriera intraprendendo la ricerca radioastronomica al National Radio Astronomy Observatory (NRAO), a Green Bank nella Virginia Occidentale e in seguito al Jet Propulsion Laboratory. Condusse importanti misurazioni che rilevarono la presenza della magnetosfera e della ionosfera gioviana. Nel 1960 Drake condusse la prima ricerca radio di un’intelligenza extraterrestre, nota come Progetto Ozma. Non venne trovata alcuna evidenza di segnali alieni. Drake considerava il “contatto” sotto forma di segnali luminosi o radio inevitabile negli anni a venire. Nel 1961, assieme a J. Peter Pearman, organizzò la prima conferenza sul SETI al NRAO. Qui propose a una dozzina di scienziati la sua famosa equazione, un tentativo di stimare il numero di civiltà extraterrestri intelligenti presenti nella nostra Galassia con le quali potremmo pensare di entrare in contatto. Il vero problema nella stima di questo numero sta nella scarsa conoscenza che abbiamo dei fattori di questa equazione. Drake prese parte ai primi studi sulle pulsar, fu professore alla Cornell University (1964-84) e direttore del Osservatorio di Arecibo. Nel 1974 scrisse il Messaggio di Arecibo, mentre nel 1972 disegnò assieme a Carl Sagan la piastra collocata sulle sonde Pioneer 10 e 11, il primo messaggio fisico inviato nello spazio. La piastra venne progettata per essere comprensibile da un eventuale extraterrestre che avrebbe potuto incontrarla. In seguito supervisionò anche la creazione del Voyager Golden Record. È professore emerito di astronomia e astrofisica all’Università della California.
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Il 2 Maggio 1780 William Herschel scopre il primo sistema stellare binario xi Ursae Majoris

Il 2 Maggio 1780 William Herschel scopre il primo sistema stellare binario xi Ursae Majoris, Alula Australis (Xi Ursae Majoris) è un sistema stellare multiplo, formato da almeno quattro componenti, che si trova a 27,3 anni luce di distanza dal sistema solare.Alula Australis è posta nella parte più meridionale della costellazione dell’Orsa Maggiore, in corrispondenza dei piedi di questa figura mitologica, al confine con la costellazione del Leone Minore. Nel bordo meridionale della costellazione, gli astronomi arabi avevano individuato un asterismo, detto del Salto della gazzella, costituito da tre coppie di stelle disposte lungo l’asse sud-est nord-ovest. La prima coppia è proprio quella formata da Alula Australis e Alula Borealis (mentre le altre due sono formate rispettivamente da Tania Borealis e Tania Australis e da Talitha Borealis e Talitha Australis).Posta a 31° gradi sopra l’equatore celeste, non avendo una posizione marcatamente boreale, che la maggior parte delle altre stelle della costellazione invece presenta, offre buone possibilità di osservazione anche nell’emisfero australe. È infatti invisibile solo nelle regioni antartiche. Tuttavia apparirà bassa all’orizzonte nord nelle regioni più meridionali del continente sudamericano. Diventa circumpolare oltre il 59º parallelo nord.Posta a circa un grado e mezzo più a sud della poco più brillante Alula Borealis (Alula Australis ha magnitudine apparente 3,79, mentre Alula Borealis 3,49), le due stelle non formano una coppia fisica: anzi Alula Borealis dista da noi 15 volte di più di Alula Australis.Sebbene ad occhio nudo appaia come una stella singola, già un modesto telescopio è in grado di risolvere due componenti.Alula Australis fu scoperta essere una binaria visuale da Sir William Herschel il 2 maggio 1780. Osservando, intorno al 1800, alcuni sistemi doppi, fra cui Alula Australis, circa vent’anni dopo la loro scoperta, Herschel si rese conto che essi dovevano essere legati gravitazionalmente fra di loro e che il loro movimento era di natura orbitale.I sistemi stellari multipli tendono a disporsi in coppie strette che orbitano le une intorno alle altre. È quanto avviene anche con il sistema di Alula Australis. Infatti entrambe le componenti visuali sono binarie spettroscopiche, cioè stelle doppie troppo vicine per poter essere risolte con i telescopi a nostra disposizione. La principale è stata chiamata Alula Australis Aa e la sua vicina compagna Alula Australis Ab. Le stelle dell’altra coppia sono state chiamate Alula Australis Ba e Bb. L’orbita delle due componenti visuali è una delle meglio studiate e conosciute.
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